CRONOLOGIA DELLA STORIA DELLA MARSICA
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290: Battaglia di Bovianum.

Battaglia di Boviano 290 a.C. (Immagine personale)
Qui i Romani sotto il comando dei consoli Manlio Curio Dentato e Publio Cornelio Rufino, battono nuovamente e definitivamente i superstiti Sanniti, attraverso una durissima battaglia militare a Boviano.
– La battaglia di Boviano conclude 50 anni di guerre fra Sanniti e Romani dove seppure usciti vittoriosi dai numerosi confronti si sono trovati in più occasioni a combattere con avversari alla loro pari e molto abili nella lotta.
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290: Successivamente viene firmata la pace fra Sanniti e Romani
– I patti della resa non sono noti: Livio dice solo che “il trattato fu rinnovato” ma sicuramente non possiamo aspettarci che ai Sanniti fossero lasciate le favorevoli condizioni dell’ultimo trattato; essi però, sia pure ridotti di numero, in un territorio rimpicciolito e stretto da ogni parte da colonie romane, probabilmente conservano una certa indipendenza e libertà di erigersi in lega di popolazioni.
Con la vittoria sui Sanniti, i Romani conquistano una posizione egemonica in tutto il centro sud, imponendo alle altre comunità italiche, le loro decisioni in politica estera. I Romani impongono alle varie città indipendenti di fornire contingenti e partecipare al finanziamento delle successive campagne militari romane.
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290 a.C.: Dopo la battaglia di Camerino, tra Romani-Piceni e i Sanniti, l’Abruzzo entra a far parte dello stato romano in qualità di alleato.
– In pratica tutti i popoli della regione abruzzese divengono alleati stabili dei Romani per cui i loro territori entrano stabilmente nell’orbita romana.
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290 a.C. circa: Carsioli
– Attorno a questa data abbiamo la prima centuriazione del territorio della città di Carsioli.

Centuriazione della Piana di Carsioli all’inizio della sua fondazione
(Fonte: “Gli Equi tra Abruzzo e Lazio” 2004)
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286 a.C.: Il console Marco Valerio Massimo conclude la costruzione della via Tiburtina, che poi diventa Tiburtina-Valeria in suo onore. Con questa via Roma e l’Adriatico sono collegati fra loro. La strada passa nella parte finale a Teale (l’attule corso Marrucino a Chieti), terminando a Ostia-Aterni (il porto dell’Aterno dove si trova Pescara).
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283 a.C.: I Marsi alleati di Roma insieme a Vestini, Peligni, Marrucini e Frentani, marciano contro i Galli, che sconfitti subito, vengono ricacciati oltre Arezzo. Per impedire la completa disfatta dei Senoni, intervengono dal nord i Boi, che corrono in loro soccorso. Ma il console romano Domizio li sconfigge, facilitato in tale impresa dai Marsi.
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280 – 276 a.C.: Scontro fra Romani e Marsi contro Pirro re dell’Epiro
I Romani raccolto un esercito di 50000 uomini, composto principalmente dai Marsi, si scontrano con il nemico sulle Rive del fiume Siri o Sinno. Qui la battaglia si svolge tra alterne vicende. Le truppe sono in marcia per respingere l’assalto del re dell’Epiro. Pirro fa intervenire gli elefanti: questa è la prima volta in Italia che si vedono questi bestioni.
Gli elefanti provocano un grande scompiglio nelle schiere dei legionari, per di più incalzati dalla falange macedone, tanto che l’intero contigente di truppe trova la salvezza nella fuga.
Un gran numero di soldati cade in mano al nemico, e la notizia della disfatta giunge a Roma e a Marruvio, che si pongono entrambe a lutto. La situazione si aggrava a causa del sopraggiungere dei Lucani in favore di Pirro.
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280 – 276 a.C.: Anche i Sanniti intervengono inattesi per avere la loro vendetta su Roma. Questi tentano di arrivare a Roma, spinti anche dalla speranza di avere dalla loro parte gli Etruschi. Ma gli Stati federali favorevoli a Roma chiudono loro le porte della città. Roma si prepara alla difesa.
Pirro capendo di stare combattendo contro un grande nemico, manda un suo ambasciatore a proporre una pace a Roma. La risposta di Roma è la seguente. “Se Pirro vuole la pace, esca prima dall’Italia”. Lo
scontro diventa inevitabile.
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280 – 276 a.C.: I Romani con i Latini, Volsci, Enrici, Marsi, Sabini, Peligni, Vestini, Marrucini, Umbri, Frentani, Campani formano un esercito di 70.000 uomini che muovono guerra all’esercito di Pirro in un terreno boscoso.
La battaglia, che si prolunga fino a notte fonda, è combattuta in modo accanito con esito finale incerto.
La vittoria alla fine arride a Pirro, anche se gli costa assai cara, in quanto il meglio del suo esercito muore in battaglia e lui stesso viene ferito. Successivamente un nuovo contigente romano, con al comando i consoli G. Fabrizio e Q. Emilio rimpiazza l’esercito romano distrutto.
Pirro si convince che è meglio aderire alle proposte romane, accettando una tregua onorevole. Quindi da ordine di soccorrere gli uomini di Siracusa, imbarcando l’esercito. Poi non mantenendo fede alla promessa di ritirarsi, decide d’intervenire nella guerra di Taranto.
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276 a.C.: Roma a questo punto stufa di Pirro, muove nuovamente contro di lui. Dopo una durissima battaglia i Romani battono Pirro. Nella lotta gli elefanti di Pirro, impauriti dai fuochi e terrorizzati da frecce roventi, feriti pur essi nello scontro, si rigirano verso le truppe di Pirro, scompigliandone e disperdendone le schiere. I Romani traggono profitto dallo smarrimento degli avversari, e li finiscono distruggendoli completamente, restando padroni del campo e di un ricco bottino.
Pirro a questo punto fugge via dall’Italia, abbandonando i suoi uomini a una triste sorte di schiavitù. A Roma la vittoria viene celebrata con enorme gioia.
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261-259 a.C.: Lo scontro tra Roma e Cartagine. Il grande ruolo dei Marsi
I Romani iniziano a misurarsi contro Cartagine, all’epoca la più grande potenza marittima del Mediterraneo. In questa grande lotta fra Roma e Cartagine, la Sicilia diventa il teatro di scontro.
Nella conquista di Agrigento e nella vittoria navale di Milazzo, a nord di Messina, i Marsi, sotto il comando del console Rutilio, si associano ancor di più a Roma, diventata ormai anche una grande potenza del mare. Essi dando prova del loro valore, contribuiscono in modo importante all’esito della lotta, come pure di quelli successivi.
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255 a.C.: Nuovo scontro con Cartagine
I Romani decidono di muovere nuovamente guerra a Cartagine. Viene formata una grande flotta di 330 navi con 140.000 uomini a bordo divisi in 100.000 uomini a bordo e 40.000 addetti allo sbarco.
Di questo grande corpo di spedizione navale, la maggior parte degli uomini sono Italici, tra cui i Marsi e sono sotto il comando dei consoli romani Attilio Regolo e Lucio Manlio.
I Romani cercano lo scontro immediato che avviene con grande violenza, avendo i Cartaginesi 350 navi e uguale numero di uomini, per la stragrande maggioranza formata da mercenari Numidi.
I Romani galvanizzati dai precedenti successi oltre mare una strepitosa vittoria e si accaniscono nell’inseguire il nemico. Sbarcati in Africa, cercano di scovare i fuggitivi in anfratti boscosi ove, però, non era possibile fare uso delle armi in dotazione.
I Cartaginesi chiedono la pace, che ottengono solo a durissime condizioni. Ma questi si preparano a una rivincita su Roma.
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254 a.C.: I Cartaginesi scendono di nuovo in guerra contro Roma in cerca di una rivincita. I Cartaginesi sferrano un duro attacco ai Romani e si fanno forti di 100 elefanti. La battaglia tra Cartaginesi e truppe romane è molto dura e alla fine i Romani hanno la peggio. Lo stesso console viene fatto prigioniero, ma i Romani si riorganizzano allestendo una nuova flotta di 350 navi.
I Romani attaccano successivamente per mare i Cartaginesi che vengono duramente sconfitti e privati di 114 navi. L’indomani i Romani salpano per Roma con le navi carteginesi, ma una violenta tempesta distrugge tutte le navi carteginesi.
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250 a.C.: Il lago Fucino nel 250 a.C. Ricostruzione grafica

Il Lago Fucino in una ricostruzione grafica
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250 a.C.: I Marsi sotto il comando di Cecilio Metello, riportano una grande vittoria sui Cartaginesi. Nella battaglia sono catturati anche 120 elefanti.
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250 a.C.: Antinum
In base ad una lamina votiva dedicata alla dea Vesune, proveniente da un santuario appena fuori le mura della città, si ha notizia che nel III sec a.C. Antinum con la sua touta è retto da due meddices della locale famiglia marsa dei Paquii.
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249 a.C.: Marsi e Italici godono per un breve periodo di un’autentica pace
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248 a.C.: In Sicilia una flotta romana che aveva il compito di sorvegliare le coste siciliane, viene catturata da navi pirate, sostenute da Cartagine. Il Senato sapendo di non essere riuscito a stabilizzare la Sicilia si limita a soffocare le rivolte e controllare il territorio. La Sicilia a causa delle azioni piratesche e rivolte interne rischia di perdersi.
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248 a.C.: Lo Stato romano, con le casse semivuote, rischia il collasso, ma grazie ad una sottoscrizione aperta a Roma e in altre città amiche come Marruvio si riprende. Allo stesso tempo Roma grazie a questa sottoscrizione volontaria, ottiene i fondi per ricostruire una nuova flotta da spedire in Sicilia per riprenderne possesso.
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248-40 a.C.: Allestimento di una nuova flotta per Roma.
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240 a.C.: La nuova flotta romana comandata dal console Lutazio Catino e composta da 200 navi, assedia la Sicilia e prende per fame i capi cartaginesi siciliani. Roma si riprende la Sicilia che viene annessa al dominio romano.
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228 a.C.: La popolazione dei Celti invade da Nord il dominio romano. I Celti sono una popolazione europea con base tra le isole britanniche e la Francia nord che in questo momento si viene allargando a sud. In questo caso i Celti sopraggiungono da nord con un esercito di 50.000 uomini e divengono nel corso dell’invasione circa 200.000
Il mondo romano si riorganizza in tutta fretta per difendersi dall’aggressione arrivando a formare un esercito di 93.000 unità.
I Celti riescono a superare il confine romano, determinando la risposta dura dei Romani nello scontro decisivo di Talamone.
La battaglia presso Talamone fra l’esercito romano e quello nemico si rivela assai aspra. La durezza del combattimento porta con se molti morti da entrambe le parti. Alla fine però la vittoria è degli Italici nel cui esercito militano molti marsi.
Grazie a questa vittoria i Romani estendono i loro confini a tutta I’Italia, compresa la vecchia Gallia Transpadana, quindi fino alle Alpi.
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218 a.C: In dicembre i Romani si scontrano sulle rive del fiume Ticino con l’esercito di Annibale. I Romani hanno la peggio, e dopo una ritirata strategica, si trincerano in una minutissima roccaforte. Questa resiste all’urto di Annibale che si trova costretto a fermarsi. Nel frattempo, per ordine del Senato, il console Tiberio Sempronio, con sul esercito , dalla Sicilia raggiunge Scipione ancora malato per una ferita di battaglia.
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217 a.C.: Mentre la neve cade impetuosa, gli Africani Numidi fingendo d’indietreggiare, oltrepassano il fiume Trebbia. Sempronio inesperto nella lotta li insegue, ma le gelide acque fiaccano l’esercito italico dal freddo e dalla neve sul viso. Di ciò si approfitta Annibale che dopo avere dato ordine all’esercito scende in battaglia. Le legioni tengono testa al nemico formando un muro insuperabile. Intanto Magone, fratello di Annibale, al comando di un corpo scelto di guastatori, composto da 2000 uomini, tende una trappola, piombando sugli Italici e disperdendoli. Lo scontro è un disastro per entrambe le parti e al vincitore costa addirittura la totale perdita di elefanti. Roma, all’annuncio della tragica disfatta, prende il lutto una seconda volta, mentre in Italia si vanno creando brutte prospettive.
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216 a.C.: L’orizzonte è cupo. I più neri auspici già predicano che l’Italia sarebbe caduta in balia del nemico. Il Senato di Roma fa fronte al pericolo immediato, allestendo nuove forze e controllando che gli alleati Italici facessero altrettanto. Il senato affida l’esercito e il controllo delle operazioni ai consoli Servillo e Flaminio. Questi raggiungono a marce forzate il fiume Trasimeno dove muovono guerra ad Annibale.
Il mattino successivo si leva una nebbia densissima che scende sul campo, tanto che a breve distanza è impossibile riconoscere i luoghi. Annibale approfitta di ciò ed assale da ogni parte gli Italici e i Marsi che resistono bene all’attacco La lotta si fa molto aspra fra le parti e queste prese dai combattimenti non fanno caso al verificarsi di una forte scossa sismica che distrugge varie città.
Alla fine della lotta sono gli Italici ad avere la peggio con la morte di 30.000 persone. Solo 10.000 si salvano ma il cercarsi per loro una via di fuga a causa dell’accerchiamento nemico diventa molto problematico. Annibale per ora aveva vinto.
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216 a.C.: Annibale aveva vinto poichè grazie alla corruzione era riuscito ad infiltrarsi a Roma e tra le file dell’esercito romano, sapendo in anticipo le mosse dell’avversario. Quindi grazie alla sua rete d’informatori capisce le cose in anticipo. Detto ciò però si rende conto che Roma è ancora molto forte soprattutto avendo negli Italici validi alleati. Annibale allora non riuscendo a disgregare la macchina bellica romana passa ad un’altra mossa, ovvero portare la guerra nei territori degli alleati romani.
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216 a.C.: Grandi scorrerie vengono compiute dalle forze di Annibale nei territori italici e quindi anche nella Marsica. Gli Italici in questa fase non si arrendono, ma aspettano ordini da Roma.
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216 a.C.: In attesa di capire cosa fare si formano in tutta la penisola fra i territori italici nuove leve da mandare al fronte. Il dittatore Q. Fabio Massimo organizza e addestra le nuove legioni ampliandone i quadri; poi le sposta in Puglia dove sono gli accampamenti di Annibale.
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215 a. C. Il 2 agosto, presso Canne, Varrone, console che la storia giudica inetto e incapace, da da solo il segnale della battaglia. Paolo Emilio è costretto a seguirlo in tale decisione. Annibale trae immediato profitto dalla decisione affrettata. Con somma abilità tattica, dopo avere esaminato dall’alto lo spiegamento strategico delle schiere romane, agisce in maniera tale da attirarlo in una via senza uscite, muovendo alle spalle del nemico e spingendolo poi verso il nucleo cartaginese che lo schiaccia completamente.
Stupore e dolore giungono al colmo, ma nemmeno stavolta piegano l’animo di Roma. Anzi le città alleate le si stringono attorno e la sventura mette fine ai contrasti tra patrizi e plebei. Presto un nuovo esercito, forte di 200.000 veri guerrieri, fu preparato e affidato a condottieri più sperimentati, facendo prevalere subito il concettto di guida unica. Emerge la figura del dictator.
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215 a..C.: Intanto Annibale, prevedendo che avanzando su Roma non avrebbe mai raggiunto utili risultati, stimò recarsi a Capua da dove sperava impadronirsi dei porti della Campania e mettersi in diretta comunicazione con Cartagine da cui era isolato.
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211 a.C.: Annibale attacca la Marsica
I Romani stringono d’assedio Capua. Annibale, sempre pià audace, con animo ardimentoso e grande astuzia marcia su Roma verso il Sannio, distruggendo campi e terre nella Marsica, presso Cerfennia ( ora Collarmele) e Alba Fucens. Le altre città della Marsica come Marruvio e altre città marse allarmate della manovra diversiva si pongono in stato di allarme.
Ma Annibale accortosi che il suo piano è stato scoperto, è costretto a retrodere. A questo punto Annibale escogita un nuovo piano di azione per poter raggiungere le sospirate mura di Roma. Nel frattempo torna in Campania.
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209 a.C.: Carsioli in piena età repubblicana si trova coinvolta nella guerra punica, in corso in questo momento fra ROMA e Cartagine per il controllo del Mediterraneo occidentale.
– Carsioli insieme ad Alba Fucens ed altre città romane si rifiuta di concedere aiuti in denaro e uomini a ROMA.
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209 a.C.: I Romani reagiscono molto male a questa presa di posizione di Carseoli e delle altre città e decidono di vendicarsi
più avanti.
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204 a.C.: I Romani, poichè Annibale continua ad imperversare in Italia, decidono di portare a Cartagine il teatro delle operazioni di guerra, costringendo così Annibale a tornare in patria e non rompere sul suolo italico. Il senato di Roma affida il comando delle operazione a Publio Cornelio Scipione con 7000 uomini, la maggior parte volontari, tra cui molti Etruschi, Umbri, Marsi, Peligni e Marrucini, (attratti dai grossi guadagni promessi dai Romani) oltre a due legioni superstiti della battaglia di Canne. In febbraio si procede a muoversi verso le coste della Tunisia.
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203 a.C.: Nel corso dell’anno I Romani e i loro alleati Italici proseguono le operazioni belliche contro i Cartaginesi e i loro alleati. Nel corso dei combattimenti i Marsi prevalgono sugli altri nella capacità di gestione della guerra riuscendo da soli a fermare la famosa cavalleria numida e conseguire risultati insperati come la cattura del re di Numidia Siface che viene poi condotto a Roma come prigioniero.
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203 a.C.: Nel frattempo a Roma…
I Romani reagiscono in modo forte contro le colonie, che si erano rifiutate di dare loro il giusto sostegno per la guerra contro Cartagine.
– Il senato romano decreta che vengano convocati a Roma i magistrati e i dieci notabili di ciascuna colonia sotto accusa
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203: I rappresentanti delle colonie giungono a ROMA.
– Qui il senato ordina loro dare subito a ROMA, un numero di fanti doppio rispetto a quanto dovuto in precedenza allorquando i Cartaginesi avessero messo piede in Italia.
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203 a.C.: I rappresentati delle colonie si oppongono con decisione a queste richieste del senato giustificandosi che non posseggono questi numeri. A queste risposte il senato fa arrestare i rappresentanti delle colonie e manda presso queste dei magistrati affinchè arruolino giovani atti alla guerra. Questa volta le 12 città non possono fare altro che piegare la testa a ROMA.
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201 a.C.: Sotto il comando di Scipione gli Italici ultimano la sconfitta di Cartagine. A Zama si ha una grande vittoria romana. Con la successiva pace che sancisce la vittoria romana su Cartagine e alleati, i Romani e gli Italici tornano in Italia carichi di trofei, insegne tolte ai vinti, ori ecc. I Marsi grazie a queste vittorie vedendo che Roma si sta facendo largo nel Mediterraneo le rimangono fedeli alleati.
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200-170 a.C.. Carsioli a causa della sua posizione defilata perde d’importanza diventando una colonia di prigionia, per personaggi importanti.
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197 a.C.: Piegata Cartagine i Romani volgono lo sguardo sul nord Italia ancora in mano agli stranieri. Nel corso dell’anno Roma insieme ai Marsi, straordinari guerrieri, sbaragliano i Celti in nord Italia riuscendo a conquistare molto territorio a nord del Po.
197 a.C.: I Romani e i loro alleati volgono lo sguardo verso la Grecia e il regno di Macedonia.
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196: Il console romano T. Quinzio Flaminio sottomette dopo una serie di lotte il re di Macedonia Filippo. La Grecia si apre alla penetrazione romana. Di riflesso la conquista della civiltà attica produce una notevole evoluzione dei costumi tra gli Italici che stando a contatto con Roma e quindi con la Grecia si raffinano come popoli.
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196: Roma prosegue nell’occupazione dei territori orientali con la conquista dell’intera Asia minore sede di raffinati e progrediti regni ellenistici, fondati dai successori di Alessandro Magno.
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195 a.C. circa: Più o meno attorno a questa data dovrebbe essere stato eretto l’acquedotto di Carsoli che dovrebbe aver servito la città almeno fino alla fine dell’impero romano.
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189 a.C.: Sotto la guida P. Cornelio Scipione, i Romani attraversano la Macedonia e la Tracia raggiungendo l’Ellesponto, come Annibale aveva fatto valicando le Alpi.
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189 a.C.: Antioco, re di Siria, tenta di trattare la pace ma non potendo accettare le dure condizioni imposte dai Romani, cerca la salvezza con le armi. Posta in opera tale decisione, anzichè patteggiare con i Romani preferisce attaccare gli Italici, suoi alleati con un esercito di 80.000 uomini.
L’esercito di Antioco viene però distrutto dagli Italici presso Magnesia. 50.000 uomini di Antioco muoiono sul terreno, mentre le perdite italiche sono numericamente poche. Tale vittoria assicura a Roma il dominio di metà del mondo all’epoca conosciuto e in tale situazione i Marsi hanno dato grande prova di coraggio e capacità militare. Possono sicuramente essere visti come il miglior esercito italico allora presente.
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176 a.C.: Perseo, l’unico erede del regno di Macedonia, tiene ancora testa a Roma cercando di fronteggiarla per arrestarne l’avanzata di conquista. L’esercito italico, col suo contingente di 40.000 uomini, fra cui moltissimi Marsi, è ancora determinante, permettendo al console P. Licinio Crasso d’invadere la Tessaglia. Qui, in un duro e decisivo scontro, dove viene catturato il re dei Traci: il successo è di grande per ulteriori imprese.
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168 a.C.: Viene confinato a Carsioli il Bitis di Tracia, grande e forte alleato di Perseo di Macedonia. Perseo di Macedonia riesce a resistere agli eserciti romani.
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167 a.C.: A Roma c’è impazienza di concludere la lotta contro la Macedonia che continua a resistere agli attacchi romani. A Roma è deciso di mandare contro il re Perseo, con pieni poteri di guerra il console L. Emilio Paolo.
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167 a.C.: Il console Emilio Paolo spinge il proprio esercito immediatamente contro quello di Perseo. Sulle prime, l’avanguardia italica viene respinta ed una coorte formata da Marsi e Peligni quasi distrutta. Ma la fortuna improvvisamente muta perché i nemici, atterriti da una imprevista e improvvisa eclissi solare, lasciano il campo in preda alla paura e, inseguiti, perdono ben 20.000 uomini oltre a 11.000 prigionieri. Con questo successo Roma diventa padrona della Macedonia e dell’Illiria. Il re di Macedonia Perseo e quello d’Illiria Genzio vengono portati a Roma in catene come trofeo di guerra. Chiaramente questa vittoria non sarebbe stata possibile senza il fondamentale apporto delle genti italiche e in particolar modo dei Marsi, grandi e stimati guerrieri. Non è un caso se Perseo viene portato come prigioniero ad Alba Fucens in territorio marso dove rimarrà fino alla morte avvenuta nel 163 a.C.
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148 a.C.: Il senato romano, col pretesto di una supposta violazione del precedente trattato fatto con l’ìrrequieta Cartagine, ne decreta la distruzione e viene inviato il contingente italico per eseguire l’ordine operativo. La minaccia di veder cancellata la propria patria accende nell’animo dei Cartaginesi la contrarietà alla forza romana e decidono di tentate il tutto per tutto per difendersi all’urto delle forze di Roma. Roma con la sua flotta ed esercito giunge nuovamente a Cartagine e nonostante la fiera resistenza dei suoi abitanti, la città è distrutta.
In questa circostanza sotto il comando di Scipione Emiliano il valore degli italici inquadrati nell’esercito di Roma è inconfondibile. Essi hanno la meglio sull’esercito cartaginese che dopo una fiera lotta è costretto ad arrendersi. La città di Cartagine viene completamente distrutta dall’esercito romano.
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145 a. C.: Scipione Emiliano tornato in Italia vittorioso vuole onorare i Marsi che tanto aiuto gli hanno dato e per questo si reca a Marruvio , capitale dei Marsi per abbellire la città con opere d’arte riportate come segni di vittoria. Il trionfatore si reca nel paese e innalza nel foro della città un monumento di grande valore dedicandolo “Agli dei consenti” la lapide votiva, la cui iscrizione è già stata riportata altrove Molti capolavori, statue e ritratti di dèi e di uomini illustri, vengono portati in Malia. I Marsi ne hanno parte e li donano agli dèi assieme all’oro e all’argento. In quest’epoca troviamo nella Marsica i migliori architetti italici e greci, i quali sono occupati, senza badare a spese, nell’abbellire e arricchire templi ed are nella regione.
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140-125 a.C. I Marsi e alleati italici contribuiscono al successo delle tante guerre combattute a fianco dei Romani, incrementando assieme ad essi il dominio della Città Eterna. Ma si vedono esclusi dal godimento effettivo delle “libertà civili” a lungo promessi e giustamente dovuti a compenso di tante prove di valore.
I Marsi in particolare chiedono il pieno diritto nell’espressione di un voto che avesse riflessi sulle cariche elettive, onde provvedere, in misura diretta, alle necessità amministrative locali. Ma Roma è governata da famiglie rigidamente conservatrici, che ostinatamente non vogliono cedere ad alcune legittima richiesta, affermando che le reiterate pretese avrebbero minato le sacrosante istituzioni della Repubblica che, se avesse continuato nelle riforme, avrebbe certo perduta la supremazia sugli Italici. Se chiaro è il motivo apparente, quello di fondo appare ben altro: se gli Italici fossero stati ammessi al godimento della piena cittadinanza, essi i grandi proprietari terrieri avrebbero, perso i latifondi italici, i famosi possedimenti, i “praedia”. E il fatto che gran parte del popolo languiva nella miseria, non spinge il ceto dirigente a migliorarne la condizione.
In verità i tribuni della plebe e i difensori della democrazia vogliono una legge agraria che, a vantaggio comune, regolasse il possesso dei beni rustici, non essendo accettabile che l’esteso agro restasse di pertinenza esclusiva a pochi privilegiati. Gli assegnatari hanno dalla parte loro una legalità formale che legittima lo “status” sociale, che altrimenti a parer loro ne sarebbe uscito sconvolto. Tra tanti disparati interessi, non resta altro, per tentare di risolvere la questione agraria, che ridistribuire equamente e stabilmente i territori espropriati al nemico, compresi quelli africani o tolti ai Celti, in base all’esercizio del diritto fondamentale di residenza o dimora “pro capite”.
Né mancano in Roma uomini sagaci, animati da vero amor di patria, consacrati alla causa della giustizia, secondo cui lo Stato doveva mantenere gli impegni e le promesse, non limitarsi a nutrire semplici aspettative. Tiberio Gracco (133 a.C.) e Scipione Emiliano, i personaggi più autorevoli e popolari del tempo, prevedono le tristi conseguenze cui la politica discriminatoria seguita dai cosiddetti “ottimati” sicuramente porta, scuotendo gli animi e sollevando gli Italici, in modo violento, dalla condizione abietta.Segreti emissari vengono intanto inviati a Roma dalle principali città d’Italia; la famiglia dei Siloni era in testa al movimento e ogni decisione viene approvata da essa.
In seguito a opportuni accordi, Marsi e Italici si assembrano in gran numero a Roma per fare valere le proprie ragioni e per tentare di ottenere la sperata cittadinanza (anno 126); ma una legge del tribuno M. Giunio li scaccia dall’Urbe. Allora l’odio serpeggia, arrivando infine al colmo, divenendo implacabile. Si cerca di convincere il senato dell’immenente pericolo per l’urbe se la situazione non viene pacificata con gli italici. Il nuovo console eletto, Q. Flavio Flacco, porta in discussione una legge che allarga la cittadinanza romana; ma la proposta viene rifiutata e il disegno respinto con i soliti aristocratici espedienti.
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122 a.C.: Si va dunque verso la lotta aperta e senza quartiere. Per acclamazione, la plebe elegge a tribuno Caio Gracco, un candidato gradito agli umili diseredati, nominato appunto per riproporre la legge sulla parità di condizione. Ma, contrariato dai soliti accesi conservatori e trattato come avversario, venne ucciso durante una sommossa.
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110 – 95 a.C. circa: I popoli italici alleati di Roma ormai da molto tempo vogliono entrare nel sistema romano a tutti gli effetti attraverso il riconoscimento della cittadinanza romana.
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110 – 95 a.C. circa: Ai Romani l’idea di estendere la cittadinanza agli alleati italici non piace e si cerca di prendere tempo.
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95 a.C.: Lucio Licinio Crasso e Quinto Muzio Scevola propongono una legge che istituisce un tribunale giudicante a chi si fosse abusivamente inserito tra i cives romani (Lex Licinia Mucia)
– La legge appena varata fa surriscaldare la tensione fra Italici e Romani.
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95-91 a.C.: I tribuni C. Apuleio e M. Druso propongono la legge che estende la cittadinanza romana agli Italici. La notizia si diffonde in tutta la penisola e crea simpatia intorno all’iniziativa.
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91 a.C: L’assemblea di Marruvio invia l’illustre oratore Vezio Veziano, lodato anche da Cicerone, per convincere i padri coscritti. Nella sua marcia Veziano è scortato da Q. Poppedio Silone, molto stimato da Druso che gli italici amano e stimano come vera e unica “speranza del popolo”.
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91 a.C.: Caduto malato l’illustre tribuno Druso, persa ogni speranza e messi da parte gli indugi, i più insofferenti italici iniziano le ostilità verso i Romni. I Marsi si danno convegno sul monte Albano e, nascondendo la mano armata di gladio, propongono fermamente di uccidere ambedue i consoli in carica. Stabiliscono di compiere tale atto, sotto la guida di Poppedio, durante le Feriae Latinae che sono celebrate ogni anno nel mese di agosto.
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91 a.C.: Silone si mette in marcia verso Roma ma, richiamato dagli stessi amici, fermatosi a metà strada, è vinto dalle preghiere di Gneo Domizio e dall’autorità di Druso, il quale venuto a conoscenza del proposito delittuoso riusce con la sua influenza a farlo desistere dal proposito, promettendogli di far ottenere per vie pacifiche quello che essi vogliono ottenere con la forza.
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91 a.C.: Druso ripropone la legge per la cittadinanza romana ai senatori.
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91 a.C.: Le proposte avanzate da Druso sono respinte dalle classi senatoriale, dei cavalieri e dalla plebe
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– Tra i più forti oppositori di Druso vi è Lucio Marcio Filippo, che dichiara l’illegalità della procedura seguita per le leggi di Druso. Il risultato è che queste leggi non vengono nemmeno considerate.
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91 a.C.: Poco dopo esplodono proteste che vengono a turbare l’assemblea. Il tumulto degenera in violenza. Marco Livio Druso è ucciso dai sicari di Lucio Marcio Filippo.
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91 a.C.: Druso assassinato e con la successiva proclamazione della legge del tribuno Q. Vario, di origine spagnola, dove viene dichiarato traditore della patria chiunque ardisse di concedere agli italici la cittadinanza romana.
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91a.C.: Gli Italici (Piceni, Marsi, Sanniti, Frentani, Peligni, Marrucini) accorsi a Roma per sostenere le loro ragioni e il loro protettore, non appena saputo dell’omicidio di Druso e della nuova legge se ne ritornano indignati alle loro case e, pieni di vendetta, si preparano a farsi ragione con le armi per le legittime aspirazioni tradite.
…………..
91 a.C.: Piceni, Marsi, Sanniti, Frentani, Peligni, Marrucini si uniscono nella Lega Italica, a cui si aggiungono via via tutti gli altri popoli dell’Italia peninsulare, tranne gli Etruschi e gli Umbri.
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