
EPOCA MEDIEVALE – CONTEMPORANEA
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XVI sec.
– Il regno di Napoli diventa viceregno di Spagna
Nel 1501 re Federico I di Napoli viene destituito dal papa e il trono di Napoli rimane vacante. I due contendenti principali ovvero Spagna e Francia si lanciano alla conquista del regno napoletano, ognuno accampando diritti sul trono. Alla fine di una sanguinosa lotta è la Spagna ad avere la meglio insieme ai loro sostenitori, fra cui i Colonna che hanno impegnato molte risorse per sostenere le pretese al trono degli Spagnoli. Fatto è comunque che nuovo re di Napoli diventa Ferdinando V di Castiglia – Spagna. Il nuovo re non vuole avere una nuova corona, ma semplicemente una colonia e per ottenere questo abbassa il regno di Napoli a Vicereame. Questo fatto arriva alle persone così da farle esplodere di rabbia contro gli Spagnoli, ma loro ormai sono i padroni e sono troppo forti per metterli in discussione.
– Il nuovo ducato di Tagliacozzo (1504) e il grande condottiero Fabrizio Colonna

Tagliacozzo oggi. (Immagine da Wikipedia)
Il re riconosce che la forza dei Colonna è stata importantissima nel conquistare il trono spagnolo. Per questo motivo Ferdinando eleva con un diploma reale, Fabrizio Colonna a I duca di Tagliacozzo (includendo in questa cornice anche la contea di Albe). Oltre a questi territori Fabrizio è confermato barone di Carsoli, Corvaro e della Valle Roveto.
– Gli anni del duca Fabrizio (1504-20)

Fabrizio Colonna I duca di Tagliacozzo. (Immagine da Wikipedia)
Fabrizio Colonna è sicuramente fra tutti i Colonna colui che in qualche modo ha fatto fare un grosso salto sociale alla famiglia da lui rappresentata. Nel contesto di Duca di Tagliacozzo si adopera direttamente e indirettamente nel rafforzare la propria posizione anche nei confronti della popolazione che dopo molti anni di guerre si sente tradita dai propri governanti.
In questo senso la possibilità per Tagliacozzo di emettere soldi avendo una propria zecca si rivela di buon auspicio sotto il piano economico. Nel 1505 Fabrizio per poter avere un controllo totale sul proprio territorio e facendosi forza per il gran numero di privilegi avuti dal re, tra i quali anche il titolo di Gran Connestabile, con un atto di forza assorbe al ducato il feudo dell’Abbazia di Santa Maria della Vittoria.
L’Abbazia di Santa Maria della Vittoria eretta a Scurcola dal re Carlo I D’Angiò l’indomani della vittoria su Corradino era a capo di un piccolo feudo monacale che comprendeva diversi paesi della Marsica tra cui Scurcola e una parte del territorio lacustre. L’abbazia già in crisi da tempo per l’abbandono dei monaci viene ora cancellata. La stessa sorte tocca sempre nel 1505 all’Abbazia di S. Maria di Luco, che appartiene al monastero di Monteccassino, che tramite questa abbazia controlla una parte di territorio marsicano. Ebbene d’ora in avanti questo territorio facente capo all’abbazia viene assorbito dal ducato di Tagliacozzo.
Fabrizio con l’aquisizione dei due feudi monacali assicura al ducato di Tagliacozzo un completo e uniforme controllo territoriale. Fabrizio volendo poi assicurarsi una definitiva mano libera nei suoi territori abruzzesi ma anche laziali tramite l’aiuto del papa stipula nel 1511 una pace con la famiglia Orsini, che si trova costretta così a riconoscere il suo dominio sui territori marsicani.

Palazzo Ducale oggi. (Immagine personale)
Come si comanda a un duca c’è bisogno di un valido palazzo di rappresentanza, che assicuri e faccia emergere la potenza della famiglia ducale. In questo senso Fabrizio procede fin da subito diciamo a partire dal 1507-08 a un generale restauro del palazzo comitale di Tagliacozzo, che viene fin da subito cambiato d’aspetto per renderlo più importante rispetto a prima. Da subito vengono rimossi i simboli della signoria orsina e sostituiti con quelli dei Colonna, ma soprattutto vengono chiamati artisti napoletani importanti per il restauro del palazzo affinchè sia reso più elegante e signorile secondo i canoni dell’epoca.
In generale le condizioni economiche del ducato non sono buone vista la continua presenza di eserciti di passaggio che hanno gravemente ferito il territorio con veri e propri assalti ai poveri feudi della zona. Fabrizio inaugura a partire dall’inizio del ‘500 una consietudine di casa Colonna, ovvero la concessione di affitto a un qualche potentato di sua scelta che deve rappresentarlo in lavori particolari. In questo senso si viene definendo nel corso del tempo la figura del luogotenente in una sorta di governo viceducale.
Nel 1516 abbiamo la morte di re Ferdinando di Spagna e la successione del giovane nipote Carlo d’Asburgo che presto sarebbe diventato anche imperatore del S-R-I. Ebbene Carlo tra i primi atti di governo procede alla conferma, tramite diploma reale, dei beni feudali e patrimoniali a Fabrizio Colonna.
Con Fabrizio fino alla sua morte avvenuta nel 1520 la Marsica gode di un periodo di relativa tranquillità, che serve al territorio per riprendersi dai duri anni di guerra d’inizio secolo. In questa fase si assiste a un miglioramento seppure minimo della situazione economica. Un dato positivo di questa situazione è la crescita della popolazione che andrà avanti con alterne fortune fino alla fine del secolo. Nella Marsica fra il 1505 e il 1545 anno dei due censimenti voluti dai Colonna si ha un incremento della popolazione di 17.000 unità, facendo passare la popolazione complessiva del ducato di Tagliacozzo dalle 25.931 unità del 1505 ai 42.870 del 1545.

Il castello di Avezzano prima del terremoto completato in questa versione dai Colonna nel XVI secolo
In generale la crescita si ha sia sotto Fabrizio che sotto il figlio Ascanio, nonostante che questo sarà coinvolto nelle guerre del periodo che coinvolgeranno nuovamente anche i feudi abruzzesi. Negli anni di governo di Fabrizio è la moglie Agnese a curare tutti gli affari del marito a Tagliacozzo e Roma essendo lui spesso occupato in guerra. Lei in qualche modo si rende capace di gestire bene tutti i beni di famiglia, mostrando una certa scioltezza nella cura del restauro del palazzo ducale, ma anche del castello di Avezzano che viene completato in questi anni sia sottoforma di castello militare che come palazzo rinascimentale.
– Cappadocia all’inizio del ‘500

Cappadocia oggi. (Immagine personale)
Come detto quindi gli anni di Fabrizio sono anni di calma che consentono al territorio di riprendersi economicamente, ma soprattutto digerire il passaggio amministrativo ai nuovi padroni. In questi anni si vengono ridefinendo confini e rapporti di forza tra i vari paesi-feudi della zona. La stessa cosa avviene ai paesi della Valle di Nerfa con i singoli paesi che litigano fra loro su problemi di selve e confini. Questa sarà una costante durante tutti e tre i secoli di governo dei Colonna.
Cappadocia negli anni iniziali del ‘500 vede un certo aumento di popolazione, ma sotto il profilo economico la situazione sembra ancora arrancare, seppure si nota un migliore sviluppo. Le attività della popolazione sono sempre quelle della pastorizia, della raccolta del legname e di quel minimo di agricoltura presente in loco. La vita nel piccolo paese così come nella Valle di Nerfa continua ad essere scandita dai tempi religiosi fatti di feste e messe.
– Ascesa di Carlo I d’Asburgo

Il giovane Carlo V. (Immagime da Wikipedia)

L’impero di Carlo V nel 1530
Carlo I d’Asburgo nel 1516 eredita dal nonno materno il regno di Spagna e nel 1519 dal nonno paterno la dignità imperiale nonchè l’arciducato d’Austria, territorio enorme all’interno dell’impero. Egli si adopera per rafforzare la sua autorità in ogni angolo dei suoi domini e allo stesso tempo per imporre una certa filosofia di vita.
– Da Fabrizio ad Ascanio: il 2 duca di Tagliacozzo

Ascanio Colonna 2 duca di Tagliacozzo.
Nel 1520 muore Fabrizio Colonna e a lui succede il figlio Ascanio che diventa anche capo della casata per la morte della madre nel 1523. Ascanio seguendo fedelmente la politica paterna è devoto al governo spagnolo seguendone le sorti nel bene e nel male.
Ebbene negli anni successivi a causa del gravissimo e sacrilego sacco di Roma da parte dei Lanzichiencchi nel 1527 seguiranno anni di grande crisi sia per i territori abruzzesi che per casa Colonna che si è dimostrata complice del saccheggio di Roma, ovvero della città di origine della famiglia in cui loro appaiono come i signori della città.
Ma andiamo con ordine negli anni 1520 a Roma regnano i papi medicei tra feste e lussuria sono giudicati molto male all’estero, in quanto rappresentanti di una chiesa corrotta e sporca che andrebbe ripulita. In questi anni gli Spagnoli dominano la scena italiana, ma la penisola rimane ancora mira della Francia che non rinuncia del tutto al voler sostituire gli Spagnoli nel controllo dell’Italia. Gli Spagnoli ormai direttamente o indirettamente controllano l’Italia, che però risulta ancora non del tutto accettata come presenza da parte di diversi stati italiani tra cui lo Stato della Chiesa.
Per cui si creano coalizioni fra stati volte alla cacciata o al ridimensionamento spagnolo. Ascanio trovandosi fedele alleato degli Spagnoli deve intervenire in proprio favore riuscendo più volte a sconfiggere questi eserciti. Ma una svolta triste arriva nel 1527 con il sacco di Roma
– Dispute e litigi tra i paesi
Sotto Fabrizio Colonna i paesi del ducato di Tagliacozzo si sono in parte riassestati dopo i conflitti dell’ultima parte del secolo XV e primi anni del XVI, però con la nuova amministrazione Colonna si vengono creando i presupposti per quelle che chiamo liti condominiali. In altre parole se con Fabrizio la situazione di relativa tranquillità ha sopito tanti malumori e una leggera ripresa economica ha permesso a molti di rialzarsi così non è con Ascanio dove complice una crisi economica, la crescita della popolazione e altri fattori spingono i vari paesi del ducato a litigare fra loro per il possesso delle terre confinanti di pascoli e selve, in quanto questo significa poter dar da mangiare ai propri figli.
La gelosia dei paesi per la terra unita agli affitti dei pascoli per il mercato delle pecore producono diverse frizioni locali, in parte regolamentate da leggi emanate dal governo spagnolo emanate però solo nel 1536 e nel 1540 dal governo di Carlo V.
Di situazioni di disagio di discussioni pubbliche fra paesi confinanti è piena la storia locale e ciò chiaramente avviene anche nella valle di Nerfa. Ma chiaramente ciò che influisce è la situazione generale legata ai rapporti di forza fra stati. Come accennato sopra il duca Colonna segue fedelmente il governo spagnolo che ad un certo punto si lancia con i Lanzichinecchi nel sacrilego sacco di Roma
– I fatti antecedenti il sacco di Roma
Sotto Clemente VII i rapporti fra Francia, Spagna, Stato pontificio e altri staterelli italiani si erano fatti difficili e sempre più si paventava un rischio di guerra o comunque di situazioni eclatanti. In questo quadro il duca Ascanio essendo legato all’imperatore non poteva che seguire questo anche per riuscire a mantenere il proprio dominio abruzzese.
La guerra puntualmente scoppia nel 1526 fra la Lega Cognac (il duca di Milano – il Papa – Francesco I di Francia – Firenze – Venezia) e le truppe imperiali. Scopo della lega era liberare l’Italia dagli imperiali. I confederati si obbligarno a mettere insieme 2.500 cavalieri, 3.000 cavalli e 30.000 fanti; Francesco I avrebbe dovuto mandare un esercito in Lombardia e un altro in Spagna, mentre i veneziani e il pontefice avrebbero dovuto invadere il regno di Napoli con una flotta di ventotto navi. Cacciati gli spagnoli da Napoli, il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano un principe italiano, che avrebbe dovuto pagare al re di Francia un canone annuo di 75.000 fiorini.
Francesco I però non tiene fede ai patti e per tutto il 1526, non partecipa alle operazioni, preferendo trattare direttamente con Carlo V il riscatto dei suoi due figli, dati in ostaggio a seguito del Trattato di Madrid (1526). Il papa, vedendo che gli alleati non rispettano i patti, conclude una tregua separata di otto mesi con l’imperatore. Scaduti gli otto mesi, l’imperatore riprende la guerra. Il suo esercito, comandato da Georg von Frundsberg e Carlo III di Borbone non riesce a forzare le difese milanesi.
Le truppe, esasperate per la mancanza dei pagamenti, minacciano più volte i loro comandanti, i quali si risolvono a rinunciare a Milano e a dirigersi verso il centro Italia in cerca di bottino. Il 7 marzo von Frundsberg, colpito da infarto, deve abbandonare il comando, che passa interamente a Carlo III di Borbone. Il 31 marzo 1527 l’armata passa il Po, scende verso Bologna e attraverso l’Appennino giunge in Toscana. Le truppe della Lega Santa, comandate da Francesco Maria Della Rovere e dal marchese di Saluzzo si accampano vicino a Firenze per proteggere la città dall’esercito invasore, ma questo effettua una manovra aggirante: attraversa il territorio di Arezzo, quello di Siena poi si dirige verso Roma. Lungo il tragitto gli imperiali devastano Acquapendente e San Lorenzo alle Grotte, occupando Viterbo e Ronciglione.
– Il sacco di Roma e il ruolo dei Colonna

Il sacco di Roma nel 1527. (Immagine da http://retedisapere.blogspot.com/2018/04/1527-il-sacco-di-roma.html)
Il 5 maggio gli invasori giungiro sotto le mura di Roma, difesa da una milizia piuttosto ridotta comandata da Renzo da Ceri (Lorenzo Orsini). A fianco agli Imperiali ci sono I Colonna con Ascanio e il cugino Sciarra e l’esercito colonnese che sferrando l’attacco sulla città pur essendo male armati e non preparati ma profondamente arrabbiati per molte ragioni alla fine hanno la meglio sull’esercito papale ed entrano dentro Roma. Gli imperiali riescono a penetrare dentro la città dalla sponda nord del Tevere. Sono assalite le mura del Borgo ed entrano a Roma la mattina del 6 maggio 1527 concentrandosi tra il Gianicolo e il Vaticano.
Carlo III loro comandante è tra i primi ad attaccare, ma rimane ucciso da una palla d’archibugio. La sua morte accresce l’impeto degli assalitori che a prezzo di gravi perdite entrano in città. La morte del Borbone porta al comando delle truppe di Filiberto di Chalons, principe d’Orange.

Il sacco di Roma nel 1527. (Immagine da http://www.illustratori.it/home/oneArt?artID=11946)
Le soldataglie fuori controllo devastano e saccheggiano completamente la città di Roma uccidendo e stuprando la popolazione e distruggendo in generale la città. Durante l’assalto Clemente VII, che non si è arreso al loro arrivo, si ritira in preghiera nella cappella privata. Quando capisce che la città è perduta, si rifugia a Castel S’Angelo insieme ai cardinali, agli altri prelati di Curia e ad alcuni domestici e Sediari, grazie al sacrificio della Guardia Svizzera, che lo protegge a prezzo della vita. Nella medesima occasione si sacrificano superiori e alunni del Collegio Capranica che, da allora, acquisì il titolo di “Almo”.

Il sacco di Roma nel 1527.
(Immagine dahttps://www.oggiroma.it/eventi/visite-guidate/il-sacco-di-roma-la-calata-dei-lanzichenecchi-del-1527/58139/)
In nove giorni Roma viene gravemente sfregiata mettendola a ferro e fuoco. Molte parti della città vengono incendiate i cittadini grandi e piccoli, maschi e femmine, vengono stuprati e uccisi. Alla fine di 9 giorni il saccheggio Roma è ridotta a un cumolo di macerie sia dentro che fuori nelle campagne circostanti. I Colonna si macchiano in questo frangente di gravi crimini. Il papa è costretto a revocare con la forza la scomunica contro i Colonna che aveva fatto qualche tempo prima.
Questa vicenda è tristemente nota come il “sacco di Roma. Il saccheggio è reso più crudele dall’appartenenza degli assalitori alla religione luterana, tanto che lo stesso imperatore ne rimane addolorato (forse per questo motivo la sua incoronazione, qualche anno dopo, viene celebrata a Bologna (seconda città dello Stato Pontificio) temendo la reazione dei romani).
– La Peste dei Lanzachinecchi e dei Francesi (1527-1532)
Succcessivamente al sacco di Roma i Lanzichinecchi ritornano in Germania, alcuni di loro però hanno contratto precedentemente la Peste prima dell’arrivo a Roma e la diffondono nella città saccheggiata. Però nel loro passaggio verso la Germania passano per Tivoli e qui si crea un focolaio che raggiunge attraverso la Via Valeria la Marsica. Dapprima si diffonde a Oricola, quindi raggiunge Carsoli e da qui penetra nelle campagne di Tagliacozzo. Non solo i Lanzachinecchi ma anche l’esercito francese presente nel napoletano per conquistare il sud Italia, portava con se il terribile morbo e questi anzichè conquistare Napoli vengono decimati dalla Peste.
Il tremendo morbo si ramifica così tra Roma e Napoli e nel centro Italia, quindi anche nella Marsica. Questo dura più o meno 5 anni dal 1527 al 1532 producendo nel centro Italia Roma e Napoli comprese 30.000 morti.
– La Peste nella Valle di Nerfa
Anche se tale notizia non è stata trovata in alcuna fonte, risulta verosimile che anche nella Valle di Nerfa la Peste si sia diffusa, producendo anche qui morti e disperazione. Probabilmente qui con l’aria fina può aver prodotto meno danni che altrove, però è molto probabile che anche qui si siano avuti diversi casi negli anni 1527-1532.
– La pace con Carlo V
Carlo invia un’ambasciata presso il papa per fare ammenda dell’episodio. Clemente alla fine, non ritenendolo direttamente responsabile, lo perdona. Dopo questi accordi, il giugno 1529, viene stipulata la Pace di Barcellona, tra Papato e Impero. Secondo gli accordi Carlo V riceve la corona imperiale dalle mani del papa il 24 febbraio 1530 e in cambio l’imperatore restituisce Firenze ai Medici sciogliendo la repubblica fiorentina nel 1532.
– La vendetta del papa contro i Colonna
Se il sacco di Roma ha prodotto tali danni era anche a causa dei Colonna, che avrebbero dovuto avere nei confronti della loro città maggiore riguardo. Il papa passa a vendicarsi di loro nel 1528 non appena tornato a Roma. Clemente VII aveva già precedentemente scomunicato Ascanio Colonna e la sua famiglia subito dopo il loro coinvolgimento nella vittoria di Carlo V contro la Lega di Cognak (1526) privandoli subito dopo di tutti i loro beni nel Lazio. Oltre a questo il papa manda contro i Colonna un esercito di 6000 fanti con a capo Renzo Orsini. Questi giunto in Abruzzo devasta i territori marsicani del duca e poi rientra a Roma. Ora però i Colonna sono accusati di aver aiutato in modo importante i Lanzichinecchi e di aver avuto una parte importante nel saccheggio di Roma. Questo il papa non può accettarlo, così subito dopo essere ritornato a Roma conferma la scomunica ad Ascanio e la sua famiglia e conferma la confisca di tutti i beni di casa Colonna. Poi oranizza un esercito e lo spedisce in Abruzzo per colpire il duca Ascanio nelle sue terre marse.
Il papa per completare la sua vendetta richiama in servizio gli Orsini nella persona di Napoleone Orsini e subito dopo gli affida l’esercito papale con il preciso compito di colpire i Colonna in Abruzzo. Napoleone Orsini non se lo fa ripetere, ms desideroso di vendicare la sua famiglia per i danni arrecati procede con l’esercito ad occupare la Marsica. Napoleone passando per la Valle del Salto giunge nei Piani Palentini presso Magliano e qui affronta il nemico, l’esercito colonnese viene duramente sconfitto dagli Orsini, è praticamente una strage.
Tra i morti dei Colonna vi è il card Scipione Colonna che rimane ucciso in battaglia. A questo punto le truppe orsine si danno al saccheggio della zona. Qui le truppe orsine saccheggiano i paesi vicini ai Piani Palentini a cominciare da Magliano e Albe le cui cinte murarie vengono in parte distrutte, ma anche casolari e ville indifese vengono rase al suolo. Insomma la Marsicaviene di nuovo saccheggiata. Dopo il saccheggio dei paesi intorno ai Piani Palentini gli Orsini tornano verso Roma.
Ma lungo la via Valeria le truppe orsine si fermano nella Piana del Cavaliere ritrovandosi vicino Oricola. Qui il paese viene preso di mira, dove viene dapprima distruttala cinta muraria e poi viene orrendamente saccheggiato. In pratica a Oricola Napoleone con le sue truppe, abbatte le mura del feudo marso e poi fa razzia dentro il paese compiendo una vera strage. La popolazione cerca rifugio nel castello che però non può far entrare non più di 300 persone. Le altre provano a rifugiarsi in chiesa, ma qui sono raggiunti dalle truppe orsine che fanno strage di tuttti. Gli Orsini pare si riprendano per qualche tempo la Piana del Cavaliere.
– Il duca Ascanio

Ascanio Colonna 2 duca di Tagliacozzo.
Ascanio e la sua famiglia, colpiti da scomunica e da una forte inimicizia con i vari papi a causa del loro ruolo nel sacco di Roma del 1527, perdono per molti anni molti dei loro beni nel Lazio. Sotto Ascanio il recupero dei loro beni a Roma e nel Lazio è molto difficoltoso e spesso inesistente. Ci vorranno molti anni e anche il cambio di potere nella famiglia Colonna affinchè questi recuperino in pieno la loro forza.
Tuttavia seppure Ascanio perde Roma e il Lazio acquisisce potere nel viceregno di Napoli proprio grazie alla sua devozione con Carlo V. Non solo ma grazie ad alcune sue iniziative in campo economico, fa ripartire di slancio l’economia del ducato di Tagliacozzo e allo stesso tempo consolida se stesso e la sua famiglia presso la popolazione del ducato che ora guarda ai Colonna in modo diverso dai primi anni del ‘500.
– La Marsica nei primi anni 1530
Alla fine del sacco di Roma tra la peste degli anni 1527-1532 e la distruzione perpetrata dagli Orsini nel 1528 la Marsica si ritrova un’altra volta colpita al cuore con un grave danno economico che ne segue. Nonostante però i gravi danni subiti la Marsica riesce a riprendersi grazie ad alcuni accorgimenti tecnici di Ascanio. Anzi gli anni successivi saranno a differenza del resto del meridione italiano anni di boom economico.
– La ripresa economica nel ducato di Tagliacozzo

Tagliacozzo nel XVI secolo
Ascanio Colonna per motivi pratici si ritrova spesso a soggiornare nelle terre fucensi e quindi ad essere ben presente a Tagliacozzo presso il palazzo ducale. Egli nonostante non fosse un buon amministratore dei suoi beni cerca comunque di rilanciare l’economia del ducato. Nel 1529 il duca compie un atto rivoluzionario che riesce a rilanciare l’economia del suo ducato. Egli tramite la moglie, provvede a rilanciare la transumanza fra i pascoli romani e quelli abruzzesi, lasciando transitare senza impedimento e pagamento i greggi di pecore dei cittadini aquilani e del ducato di Tagliacozzo nel Passo di Tagliacozzo.
L’iniziativa di Ascanio ha l’indubbio vantaggio di dare forte impulso all’economia locale non solo sul piano delle greggi, ma soprattutto sul piano commerciale e di riflesso sul resto dell’economia locale. Grazie a questa decisione il commercio locale si rianima di colpo soprattutto a Tagliacozzo, che diventa tra il 1530 e il 1547 la principale piazza commerciale del centro Italia e ciò ha il suo cuore nella piazza del mercato.
Il deciso miglioramento economico diventa tanto più forte soprattutto dopo il 1532 ovvero dopo la fine della Peste. A Tagliacozzo infatti nella piazza del Mercato tornano a svilupparsi con un vasto raggio di azione i commerci richiamando numerosi mercanri non solo dai centri della Marsica e dell’Abruzzo, ma anche da Roma, Umbria, Sabina e Ciociaria. Insomma Tagliacozzo diventa in pochissimo tempo la principale città commerciale del centro Italia. Qui si ha una enorme abbandanza di scambi di capre e castrati, pesce e carne, uova e prosciutti, vino e olio, legumi e zafferano e tanti panni di lana e di canapa. E la maggior parte di questi prodotti sono locali, con grande felicità di tutti gli abitanti sia del ducato di Tagliacozzo, ma anche della contea di Celano.

Alba Fucens nel XVI secolo
Facendo così Ascanio, malgrado la scomunica pontificia, la perdita dei suoi averi nel Lazio e l’inasprimento fiscale napoletano, si crea qui nel suo educato, come per magia una grande ricchezza di denaro, che entra nelle sue tasche e in quelle della famiglia Colonna, con il quale riescono a far fronte ai numerosi debiti contratti con i banchieri tedeschi.
Non solo ma questo denaro libera tante famiglie da una crisi endemica e consente a esse di andare avanti senza pensieri. Con la circolazione di questo denaro nascono nuove case per le famiglie che riprendono a crescere e nuove chiese e ciò non solo per esorcizzare la paura della peste, ma anche per tenere viva la fiamma della religione cattolica contro la minaccia luterana.
Siamo in piena controriforma e la chiesa di Roma dopo la crisi di costume dei primi del ‘500 e la crisi luterana cerca di rilanciarsi con nuovi strumenti ecclesiastici. L’Abruzzo in ciò segue in modo fermo la chiesa di Roma. Diciamo quindi che il ducato di Tagliacozzo grazie ad Ascanio riesce meglio a configurarsi nella nuova dinastia Colonna che in questi anni consolida se stessa presso la popolazione locale, specie dopo questi anni di boom economico.

Avezzano nel XVI secolo
Segno inconfondibile di questa ripresa è anche la crescita della popolazione che si evince chiaramente dal censimento del 1542. Qui infatti emerge una crescita importante della popolazione, sicuramente presente in tutto l’Abruzzo, ma qui acquista un significato maggiore grazie alla dinamica economica presente in questi anni. Tagliacozzo è la città più popolosa con 307 fuochi, seguita da Albe con 252, Pereto 195 e Carsoli, Scurcola e Magliano con 150-170 fuochi. Insomma una crescita vigorosa.

Scurcola nel XVI secolo
L’esplosione economica di Tagliacozzo e la sua particolare situazione geografica e politica rendono un unicum nel regno napoletano in quanto la rendono quasi slegata sia dal contesto dello stato pontificio che di quello napoletano. Questa condizione si cerca di riportarla a una situazione più tranquilla da parte delle autorità civili spagnole. Però malgrado gli ufficiali di sua maestà Carlo V tentino senza esiti di fermare il fenomeno e di far rispettare il divieto di sconfinamento fuori dal regno, gli effetti della decisione di Ascanio Colonna sono sicuramente importanti, se è vero che la Sommaria di Napoli si affretta a denunciare all’imperatore Carlo V che le pecore che un tempo svernavano in Puglia si sono ridotte di due terzi e che quelle mancanti transitano per Tagliacozzo verso la campagna romana.
Il fenomeno, se da un lato consente un deciso miglioramento dell’economia di frontiera come è il caso di Tagliacozzo, arreca comunque non poco danno alle casse del viceregno spagnolo per i mancati introiti fiscali. Forse anche per questo Ascanio Colonna comincia ad essere un problema non solo per il papa, ma anche per la corona spagnola. Ora da Napoli si chiedono interventi contro di lui.
– I debiti di Ascanio
Ascanio Colonna nonostante la boccata d’ossigeno delle entrate del ducato non riusciva a far fronte a tutti i debiti e ad un certo punto si è trovato costretto a vendere parte del lago Fucino, il feudo di Avezzano, svincolandoli quindi dal resto del ducato e poi il marchesato di Atessa. Il tutto con possibilità di riscatto futura.
– Scontro armato con Papa Paolo III
Ascanio ha un sempre maggiore conflitto con Papa Paolo III fino ad arrivare ad uno scontro armato nel 1541. Questo non consente ad Ascanio di recuperare i suoi possedimenti in terra laziale.
– La Valle di Nerfa nel 1532-47
La Valle di Nerfa seppure in modo meno pronunciato rispetto al resto del territorio del ducato di Tagliacozzo ha visto un certo sviluppo nel periodo del cosidetto boom economico di questi anni di metà secolo. Anche qui nei paesi della zona si è riscontrata una piccola crescita di popolazione, anche questo segno di un leggero miglioramento economico. Sul piano civile invece la popolazione continua a seguire la Chiesa locale che con le sue pratiche e feste religiose scandisce il tempo che passa.
Le piccole parrocchie di paese sono molto importanti in quanto contribuiscono in modo importante a forgiare il carattere delle persone attraverso i suoi dettami. Se da un lato queste possono essere nocive in quanto influenzano in modo anche distorto la realtà, sono allo stesso tempo fondamentali punti di riferimento civili sia per l’aiuto che può essere dato sul piano pratico e mentale alle persone sia perchè possono in varie occasioni configurarsi come alternativa al potere civile diramando alcune questioni pratiche locali. Insomma il clero locale in questi secoli non ha solo una funzione puramente spirituale, ma anche molto terrena.
– I rapporti con tra i papi Colonna

Papa Paolo IV. (Immagine da Wikipedia)
Nel 1549 muore Papa Paolo III e gli succede Papa Giulio III. Con il nuovo papa i rapporti con Ascanio sono buoni a tal punto da poter recuperare i suoi averi nel Lazio. Successivamente con la morte di Giulio III nel 1555 e l’elezione del nuovo papa Paolo IV i rapporti con la curia diventano di nuovo pesanti e il conflitto diventa incandescente.
– Cappadocia a metà ‘500

Cappadocia nel 1959.
Le genti dei territori di Cappadocia a metà ‘500 sono sempre pastori, tagliatori di boschi alcuni artigiani e commercianti. Di agricoltori se ne incontrano pochi, e questa è una linea mantenut.a ancora oggi. La causa è da ricercare nella natura del terreno, argilloso, tufaceo, pietroso, nell’altitudine e nell’intemperanza del clima. Tutti i fattori che hanno sempre permesso solo un’agricoltura di sussistenza e non di mercato.
E’ stato, invece, più redditizio l’allevamento e il commercio del legname. I numerosi faggeti e castagneti che coprono in estate di un tappeto verde lussureggiante le alture piuttosto brulle, sono da sempre fonte di guadagno, specialmente in passato, quando l’unica forma di riscaldamento veniva dal legname. Questo, però, ha condizionato fortemente gli usi della gente di Cappadocia, come lo è stato per tutti i paesi d’Italia.
In autunno, infatti, quando i pascoli incominciano a non dare più nutrimento, i pastori, prendono i loro pochi bagagli e con tutta la famiglia si spostano verso la campagna romana, in luoghi fertili, come la Torre del Padiglione. Cosi facevano i boscaioli, i mulattieri. Si va a vivere in capanne fatte di frasche, vicine a fontanili o ai luoghi di lavoro; mentre i pochi bambini che vanno a scuola devono percorrere molta strada prima di giunge re ai centri abitati.
A Cappadocia si ritorna verso maggio o giugno, i viaggi avvenivano una volta solo a piedi con la durata di tre giorni, poi via ferroviaria e solo in questo secolo con i camion. Durante l’estate, poi nascono i figli, in genere ogni due anni, poichè la famiglia deve avere minori preoccupazioni possibili in inverno. Nel periodo estivo, come tuttora accade, Cappadocia si ripopola di gente in piena attività
Le feste patronali, le lunghe passeggiate per i boschi caratterizzavano questo periodo. C’è, però, anche chi non conosce alcun riposo e deve lavorare sui pascoli, magari raccogliendo legna-. me per gli stazzi. Per chi risiede in paese il sacerdote presiede una S. Messa allo spuntar del sole, affinché, poi, ognuno potesse andare a lavoro.
La popolazione di Cappadocia, quindi ha sempre vissuto in uno stato seminomade; annualmente vengono percorsi quei territori i “tratturi”, di cui parla il poeta pescarese Gabriele D’Annunzio in quella lirica che esprime il suo attaccamento alla terra natia “I pastori”. Le piccole migrazioni di questa gente, riflesso di quanto nella storia è accaduto tra le popolazioni, hanno permesso, a chi le compiva, di uscie, più di altri, dal proprio campanilismo, così da creare una mentalità un po’ più aperta rispetto a tanti altri paesi.
D’altra parte però, ciò non ha sviluppato nessun gusto particolare per le costruzioni, assai modeste. Per questo si può accumunare Cappadocia, nel suo status fino a questo secolo, al paese di Fontamara, descritto dall’abruzzese Ignazio Silone nell’omonima opera “Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce è cresce il cosmo. L’intera storia universale si svolge: nascite morti amori odi invidie lotte disperazioni”.
– Gli ultimi anni di Ascanio Colonna

Ascanio Colonna
Ascanio Colonna in vita sua si è macchiato di gravi colpe per seguire ed essere fedele a Carlo V, questo gli ha consentito di tenersi e feudi abruzzesi e di consolidarsi in questi nonchè migliorare il suo status sociale nel viceregno napoletano, ma ha perduto i suoi feudi a Roma e soprattutto si è macchiato del sacco di Roma del 1527 dove ha avuto parte attiva.
I papi tutti non gli hanno mai perdonato la sua partecipazione al sacco di Roma e pure con sfumature diverse lo hanno sempre perseguitato. Ora però il duca è stanco e nonostante mostri ancora un ardimento importante non è più quello di prima. Alla fine nel 1556 viene infine arrestato e condotto a Castelnuovo dove muore il 24 marzo 1557.
– Il nuovo duca

Marco Antonio II Colonna 3 duca di Tagliacozzo. (Immagine da Wikipedia)
Ad Ascanio Colonna succede il figlio Marcantonio II con cui i rapporti non sono mai stati teneri e spesso padre e figlio si sono ritrovati in conflitto per tante questioni. Ora sta a Marcantonio riportare le cose nel giusto ordine. Marcantonio ha 20 anni al momento della morte del padre e quindi della sua ascesa al comando e ha in desiderio di far tornare la sua famiglia ai vertici di Roma recuperando l’intero patrimonio familiare quindi sia i feudi venduti dal padre per debiti che i feudi laziali confiscati dai papi.
Nel primo caso non è stato facile il nuovo papa Paolo IV è acerrimo nemico dei Colonna e di Carlo V ed egli appena eletto restaura la scomunica per i Colonna e la confisca dei loro beni. Inoltre viene a tenere prigioniere la madre, le sorelle Gerolama e Agnese e la moglie del giovane duca Felice Orsini.
Nel 1556 con un’azione rocambolesca le donne Colonna riescono a fuggire da Roma e raggiungere il Palazzo Ducale di Tagliacozzo mettendosi in salvo dal papa e qui rimangono per tutto il periodo di contrasto. Il papa ad ogni modo cerca di contrastare il Colonna cercando di creare un suo possedimento famigliare in Abruzzo e da li attaccare il ducato di Tagliacozzo.
Il nuovo re di Spagna Filippo II succeduto al padre nel 1556 si da da fare per impedire la perdita di Tagliacozzo e salvare il proprio fedele alleato Marcoantonio. Viene creato un esercito con a capo Colonna e il duca d’Albe. Questi affronta l’esercito papale presso al ponte del Sanguinario vicino Paliano e qui Colonna infligge una dura sconfitta ai papalini. Il papa a questo punto deve firmare una pace a Cave nel 1558 con l’odiato Colonna.
Successivamente Marcoantonio con la forza delle armi si riprende i feudi venduti abruzzesi venduti dal padre, ovvero Avezzano, il pezzo di Lago Fucino e Atessa. Marcoantonio si rivela per Filippo II un ottimo capitano e ammiraglio nelle varie battaglie che egli si trova a comandare e Filippo per questo lo riempie d’onori, nominandolo Vassallo di Spagna e Gran Connestabile del regno napoletano.

Papa Pio IV. (Immagine da Wikipedia)
Nel frattempo morto Papa Paolo IV è eletto papa Pio IV, appartenente alla famiglia Medici e assai conciliante con Marcoantonio Colonna. Infatti Papa Pio IV perdona Marcoantonio per le colpe paterne e gli restituisce nel 1562 tutti i feudi e palazzi tolti alla famiglia dal precedente ponteficie.
Grazie ancora alla crescita dell’astro di Marco Antonio che ad ogni vittoria per il re di Spagna cresceva la sua fortuna sia da parte papale che del re. Da parte papale veniva nominato nel 1568 Nobiluomo Veneziano con l’intento di rappresentare lo stato pontificio presso Venezia. Nel frattempo anche il re di Spagna dava onori a Colonna concendendo la libera tratta di frumento da tutte le terre del regno. Nel 1570 infine Marco Antonio diventa Principe di Paliano ma soprattutto Ammiraglio della nuova flotta pontificia.
– Il ducato di Tagliacozzo (1557-71)

Tagliacozzo nel 1555
Il ducato di Tagliacozzo aveva avuto un forte impulso migliorativo sul piano economico sotto Ascanio grazie alla decisione di tenere gratuiti i passaggi di confine per i greggi di pecore. Questo aveva innescato un processo produttivo nei commerci locali che sono serviti per rendere ricca Tagliacozzo e tutti i paesi facenti parte del ducato. Tuttavia seppure in tono minore il miglioramento economico e la centralità economica di Tagliacozzo prosegue anche nella seconda metà del XVI secolo, grazie alla forte ascesa di Marco Antonio Colonna data dal suo destro militare.
Grazie a questo estro militare il re di Spagna Filippo II ricompensa il duca concedendo la libera tratta di frumento da tutte le terre del regno. Anche questo privilegio insieme ad atri avuti precedentemente fanno veramente ridere. Ma all’epoca si pensava in un certo modo e si agiva in quel modo. Comunque siano andate le cose è certo che i massicci guadagni avuti da questa situazione si protraggono ancora per un bel po’ di tempo. Il ducato insomma seppure in posizione più defilata continua a macinare utili, che vengono in parte spesi per migliorare il territorio e le varie comunità.
A questo si aggiunge l’accorta politica Marco Antonio che nel decennio 1562 – 1571 riorganizza i suoi feudi attraverso un ‘intrapendente politica che si giova peraltro dell’enorme retroterra politico che egli è riuscito a conquistare. Per oltre due secoli, fino al 1806, i Colonna garantiscono a Tagliacozzo un periodo di relativa pace e di modesto sviluppo, anche se in un contesto rigidamente feudale e nei termini con cui questo può essere inteso dalla ideologia del tempo come elemento di celebrazione e di prestigio.
– La Valle di Nerfa e Cappadocia nel 1557-70

Cappadocia nel 1954. (Immagine da internete)
La Valle di Nerfa così come l’intero territorio di Tagliacozzo gode di alcuni anni di pace e prosperità, che consentono a tutti i paesi di migliorare o restaurare gli antici edifici. Le popolazioni della zona della Valle di Nerfa però nonostante un certo miglioramento economico rimangono sempre pastori, tagliatori di boschi, artigiani e commeciarnti. Sono invece scarsamente agricoltori a causa della natura del terreno locale, argilloso, tufaceo, pietroso e poi il clima molto freddo della zona che consente solo scarsi raccolti. Tutti motivi che hanno sempre permesso solo un’agricoltura di sussistenza e non di mercato.
In queste terre quindi è invece, più redditizio l’allevamento e il commercio di legname. I numerosi faggeti e castagneti che coprono in estate di un tappeto verde lussureggiante le alture piuttosto brulle, sono da sempre fonte di guadagno e ciò se è vero per i secoli successivi è a maggior ragione valido nel secolo XVI dove l’unica forma di riscaldamento viene dal legname. Questo, però, ha condizionato fortemente gli usi della gente di Cappadocia, come lo è stato per tutti i paesi d’Italia. In autunno, infatti, quando i pascoli incominciano a non dare più nutrimento, i pastori, prendonoo i loro pochi bagagli e con tutta la famiglia si spostano verso la campagna romana, in luoghi fertili, come la Torre del Padiglione. Cosi fanno i boscaioli e i mulattieri.
In pratica si emigra con tutta la famiglia andando a vivere per alcuni mesi in capanne fatte di frasche, vicine a fontanili o ai luoghi di lavoro; mentre i pochi bambini che vanno a scuola devono percorrere molta strada prima di giungere ai centri abitati.
A Cappadocia nel XVI secolo come anche nei secoli successivi fino ai primi del ‘900 si ritorna verso maggio o giugno, i viaggi avvengono prima a piedi con la durata di circa 3 giorni, poi per via ferroviaria a cominciare dall’inizio del 900 e solo successivamente con i camion. Nella Valle di Nerfa i figli nascono in estate, in genere ogni due anni, poiché la famiglia deve
Ci sono poi molte persone che in questi luoghi duri nel corso dei secoli XVI – XIX non conoscono alcun riposo, dovendo lavorare sui pascoli, magari raccogliendo legna, per gli stazzi o facendo la spola con i muli dai pascoli al paese, portando formaggio e ricotta e rifornendosi del necessario. Per loro la giornata inizia all’alba. Per chi risiede in paese il sacerdote presiede una S. Messa allo spuntar del sole, affinché, poi, ognuno potesse andare a lavoro.

Cappadocia e la Valle di Nerfa negli anni ’50
La popolazione di Cappadocia come quella della Valle di Nerfa ha sempre vissuto in uno stato seminomade. Le piccole migrazioni di questa gente, riflesso di quanto nella storia è accaduto tra le popolazioni, hanno permesso, a chi le compie, di uscire, più di altri, dal proprio campanilismo, cosi da creare una mentalità un po’ più aperta rispetto a tanti altri paesi.
D’altra parte però, ciò non ha sviluppato nessun gusto particolare per le costruzioni, assai modeste. Per questo si può accumunare Cappadocia, nel suo status fino al secolo XX, al paese di Fontamara, descritto dall’abruzzese Ignazio Silone nell’omonima opera.
“Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce è cresce il cosmo. L’intera storia universale si svolge: nascite, morti, amori, odi, invidie, lotte, disperazioni”.
– La vittoria di Lepanto
A Lepanto la flotta della Lega Santa composta dallo Stato Pontificio, Spagna, Venezia, Genova, posta sotto il comando di Don Giovanni d’Austria riporta una schiacciante vittoria contro la flotta dell’impero turco. Nella battaglia di Lepanto muoiono 7000 persone della Lega Santa e 25000 della flotta turca.
Per l’Occidente cristiano questa vittoria ha il sapore di una crociata che vinta consente di liberare per oltre un secolo l’occidente mediterraneo dalla minaccia ottomana.
Tra i comandanti della flotta della Lega Santa vi è anche il duca di Tagliacozzo Marcantonio Colonna in qualità di comandante della flotta pontificia partecipando così attivamente alla vittoria di Lepanto.

Vincitori della Battaglia di Lepanto: Giovanni d’Austria – Marcantonio Colonna – Sebastiano Venier

(Fonte Wikipedia)

Battaglia di Lepanto. (Fonte Wikipedia)

Battaglia di Lepanto. (Fonte Wikipedia)

Battaglia di Lepanto (Raffigurazione presente nei Musei Vaticani)

Battaglia di Lepanto (Raffigurazione di artista sconosciuto). (Fonte Wikipedia)
– Il duca della vittoria di Lepanto
Marco Antonio Colonna al suo ritorno a Roma, ma soprattutto al ritorno nei suoi feudi viene festeggiato come un grande eroe epico e tutta la sua celebrità ricade anche sulla famiglia Colonna che si riscatta in questo modo dall’ignobile saccheggio perpetrato su Roma nel 1527.
La vittoria di Lepanto viene grandemente festeggiata in tutti i feudi colonnesi, che magari appaiono meno fastose che a Roma, ma sicuramente più sincere. Le comunità di Paliano e Marino nel Lazio per esempio organizzano per il loro duca un’accoglienza grandiosa con corti trionfali, di cui ancora si conserva il ricordo con rievocazioni nel mese di Ottobre.
E a Tagliacozzo ?
Be certoanche a Tagliacozzo le feste sono grandi e anche per un particolare locale, ovvero tra i soldati andati in guerra compare anche un capitano Argoli di Tagliacozzo, posto come ufficiale delle truppe del Colonna. Ma non solo lui anche altri cavalieri marsi partecipano a questa impresa come Alfredo Naldi di Rocca di Botte, i fratelli Angelo e Antonio Vendetti di Pereto, l’alfiere Giancarlo Carlucci di Magliano. Riguardo i festeggiamenti a Tagliacozzo questi sono grandiosi e fastosi e l’università di Tagliacozzo decide di aderire all’invito di Papa Pio V di fare canti di ringraziamento per la vittoria e nella chiesa di S. Cosma vengono infatti svolti canti di ringraziamento e processioni per Lepanto. In funzione di questa vittoria nasce a Tagliacozzo la confraternita del Rosario, una delle prime nate dopo la Controriforma.
Inoltre Marco Antonio in persona a ricordo di questa vittoria fa erigere fuori dalle mura di Tagliacozzo la chiesa di Santa Maria delle Grazie, che viene affidata alle cure dell’ordine francescano riformato dei Cappuccini. Addirittura ad Avezzano in una delle sale, ora andata perduta, viene dipinto un arazzo nel quale si raffigura il trionfale corteo romano del 1571 che festeggiava il suo campione Marco Antonio Colonna.
La vittoria di Lepanto in tutto il ducato di Tagliacozzo non fa che elevare ancor di più l’attaccamento dei Marsi per questa famiglia che pur non interessandosi sempre direttamente dei feudi abruzzesi e sempre in qualche modo ben presente nell’immaginario collettivo.
– Marco Antonio vicerè di Sicilia
Marco Antonio sulla scia dei successi ottenuti viene nominato Vicerè di Sicilia. A questo punto ottenuta la nomina deve recarsi con la moglie i figli a Palermo dove rimane a lungo.
– Il 4 duca di Tagliacozzo
Marco Antonio Colonna, l’eroe di Lepanto, muore nel 1484. A lui succede il giovanissimo nipote Marco Antonio III Colonna. Marco Antonio è però molto giovane, ha solo 9 anni all’ascesa del potere e purtroppo non vive a lungo morendo a soli 20 anni nel 1595. Quindi il suo contributo al livello amministrativo è praticamente nullo.
– Il Ducato di Tagliacozzo alla fine del ‘500

Tagliacozzo nel XVI secolo
Alla fine del secolo il ducato di Tagliacozzo è uno dei 4 pilastri del cosidetto stato colonnese che va dal Lazio all’Abruzzo in piena continuità territoriale. Il ducato di Tagliacozzo continua a veder crescere la propria economia anche alla fine del secolo.
Nel censimento del 1595 il ducato di Tagliacozzo vede una popolazione residente di 22.500 persone e seppure la cittadina di Tagliacozzo risulta cresciuta di sole 300 unità al livello urbano è comunque in questo momento il maggiore centro commerciale e ammnistrativo della Marsica, volendo anche più grande di Celano. All’interno del ducato è Avezzano il centro che cresce di più, seguito da Albe, Magliano, Scurcola, Luco e Trasacco. Luco addirittura triplica la propria popolazione e ciò è segno che la maggior parte della popolazione si è spostata nel contesto fucense e dei Piani Palentini dove è più facile praticare l’agricoltura.
A partire dal 1595 però la crescita della popolazione si arresta e l’unica a crescere è Avezzano, mentre gli altri paesi hanno una stagnazione in questo senso. Ciò è anche un segno di profondo cambiamento in senso negativo dovuto a diversi fattori in primis negli anni ’90 del 500 al fattore climatico che diventa freddo estremo che si ripete per diversi anni portando con se anni di carestia per i raccolti andati male che genera a sua volta una forte crisi degli allevamenti.
Ciò porta ad un calo demografico che inizialmente riguarda i paesi dei Piani Palentini (Scurcola e Magliano) e della Piana del Cavaliere (Carsoli, Oricola). Invece si ha un certo incremento demografico nei paesi di montagna come Cappadocia e Rocca di Botte.
– I capitoli di spesa del ducato di Tagliacozzo alla fine del secolo I capitoli di spesa del ducato di Tagliacozzo alla fine del XVI secolo vertono sulle milizie, sulle provvigioni, i salari e le pigioni ecc. Ma un peso rilevante di spesa riguarda i capitoli volti a tenere alto il prestigio della famiglia.
Capitolo a parte è il patrimonio edilizio, che merita un forte approfondimento in quanto riguarda anche la società civile. In questo senso la spesa varia tra i 500 e i 2000 ducati, per esempio a partire dagli anni 1570 si ha la trasformazione del castello di Avezzano in una vera e propria dimora signorile con vista sul lago e la ristrutturazione del Palazzo Ducale di Tagliacozzo. Nello stesso capitolo di spesa abbiamo tra il 1590 e il 1610 il costo di 11000 scudi ripartiti per la maggior parte per l’abbellimento di Palazzo SS. Apostoli di Roma e una piccola parte per la manutenzione dei castelli di Gennazzano e di Avezzano.
Nello stesso capitolo di spesa ci va l’apparato difensivo del Ducato di Tagliacozzo che alla fine del secolo suddivide i piccoli in inutili e utili. Nella lista dei castelli ritenuti inutili per la situazione politica del tempo e quindi abbandonati a se stessi non essendo più importanti ci sono le piccole fortezze di Tremonti, Colli di monti Bove, Verrecchie e Girifalco che sono in stato di abbandono da metà secolo.
Nella lista invece dei castelli utili compaiono la piccola fortezza di Tagliacozzo, e il castello Scurcola Marsicana, il Palazzo Ducale di Tagliacozzo adibito sia ad abitazione per i Colonna, che come ufficio per il luotenetente, un piccolo palazzetto nella Piazza centrale di Tagliacozzo che rappresenta dove si tiene la corte, il castello di Avezzano, il castello di Rocca di Botte.
Altro capitolo di spesa è il costo di manutenzione degli impianti industriali che sono posti in affitto e che riguardano 10 mulini di cui 5 a Tagliacozzo e i rimanenti a Verrecchie, Tremonti, Sante Marie, Cappadocia e Castellafiume.
Altro capitolo non trascurabile riguarda l’ostentazione del potere familiare. Quindi si parla di spese di rappresentanza e spese per l’acquisto e la manutenzione delle carrozze. Un gran peso sono state le feste organizzate dalla duchessa Felice Colonna anche nel palazzo ducale, dove sono state tenute feste con sontuosi intrattenimenti di ballo, ecc.
– La dogana di Tagliacozzo
La dogana di Tagliacozzo alla fine del ‘500 costituisce all’interno del cosidetto Stato Colonna un grande territorio demaniale e uno dei più estesi domini demaniali di tipo pascolativo e forestale posti lungo il confine nord-occidentale del Regno la cui costituzione risaliva con ogni probabilità al periodo delle dominazioni normanna e sveva.
La dogana comprende gran parte dei pascoli di altura del Ducato, quelli di Cappadocia, di Roccacerro, di Pereto e di Rocca di Botte, della Baronia della Valle Roveto e di quella Carsoli fino a Serrasecca e Vallepietra. La dogana si estende oltre confine con lo Stato del Papa includendo parte della montagna di Filettino e di Subiaco. Rappresenta perciò quel vasto terrazzamento carsico che per tre secoli ha intrattenuto relazioni di gravitazione e transumanza con la campagna romana tramite l’antico tratturo Orsini lungo la Valle dell’Aniene.
In generale la dogana di Tagliacozzo si distingue per due motivi dal resto dei pascoli marsicani, per prima cosa per la differente destinazione della transumanza invernale andando dalla terra d’Abruzzo verso la campagna romana e poi come secondo motivo si tratta di “transumanza normale”, ovvero le greggi di pecore appartengono prevalentemente agli abitanti della pianura, agli armentari della campagna romana, ai gargari delle grandi famiglie nobiliari, agli abitanti della montagna, Università e Confraternite religiose. Inoltre la transumanza riguarda soprattutto il ducato di Tagliacozzo a differenza della Dogana di Foggia, dove si richiede il periodico scambio di uomini, beni e animali tra due Stati.
– Il banditismo nella Marsica
Alla fine del secolo, forse complice una maggiore crisi economica accresciuta dall’enorme imposizione fiscale spagnola che soffoca la crescita delle zone del viceregno napoletano, si ha un certo incremento del banditismo che inizia a creare seri problemi alla gendarmeria napoletana. Tra le alte montagne della Marsica si cominciano a creare piccole bande di malagente che da fastidio ai paesi della zona.
– Il bandito Marco Sciarra (1584-93)

La banda di Marco Sciarra. (Immagine da https://www.terremarsicane.it/linvasione-di-marco-sciarra-nella-marsica-1592)
Era l’autunno del 1590 e in Roma i cardinali erano riuniti in conclave per eleggere il successore di Urbano VII (1). Da giorni circolava incessante una voce, quella che un gruppo di agguerriti banditi era pronta ad entrare nella città pontificia per ricattare e interferire sugli esiti delle scelte dei cardinali. In effetti da tempo alle porte di Roma scorrazzavano due formazioni di fuorilegge, protagoniste di saccheggi e tumulti, alla cui testa vi erano i più celebri capi-banditi dell’epoca: Marco Sciarra (2) e Battistello da Fermo. Il primo era abruzzese, “homo, benché di bassa condizione, d’animo e di spirito elevato” come ebbe a dire Tommaso Costo, scrittore napoletano del tempo.
Lo Sciarra si fa brigante nel 1584, e fin da subito, grazie alla sua forte personalità e a un notevole ascendente, si pone a capo di una banda composta da un migliaio di uomini. Riusce a scampare ad ogni tentativo di repressione per lunghi sette anni, nel corso dei quali è protagonista di decine e decine di azioni criminali.
Partendo dall’Abruzzo, l’esercito dello Sciarra entra di frequente nel territorio dello Stato Pontificio, dalle Marche alla campagna romana. Lo storico Rosario Villari ha teso a sottolineare il fatto che quella di Marco Sciarra più che
“un accolta di fuorilegge disperati…era una vera e propria formazione di guerriglieri”.
Luogotenenti dello Sciarra sono Pacchiarotto, il già citato Battistello da Fermo e il fratello Luca Sciarra. Tutti coloro che vogliono unirsi alla banda, ricevono regolare paga, ma devono pure rispettare le norme di comportamento conformi all’ “ideale sociale” del capo. Si racconta che il famoso brigante abruzzese amava definirsi
“Marcus Sciarra, flagellum Dei, et commissarius missus a Deo contra usurarios et detinentes pecunias otiosas”.
E’ evidente un confuso riferimento ad un ideale sociale che portava lo Sciarra a combattere soprattutto quei rappresentanti del potere parassitario responsabili dei mali del popolo minuto. Del resto dagli stessi documenti dell’epoca traspare questo atteggiamento da Robin Hood dello Sciarra, che ruba ai ricchi per donare ai poveri, operando una redistribuzione della ricchezza a vantaggio delle classi disagiate. Non mancano le azioni della banda orientate contro i soldati e gli ufficiali governativi del Regno di Napoli. Dopo diversi anni in cui godette dell’appoggio quasi incondizionato delle masse contadine, inizia la fase decadente della famigerata banda, nel corso della quale questa finì per scontrarsi più volte con le stesse popolazioni che un tempo appoggiavano i banditi.
Nell’aprile del 1592, mentre la banda si dirige verso Subiaco, chiede alle autorità di Cerreto Laziale l’autorizzazione a passare pacificamente per il paese. Il permesso non è concesso, e i banditi incendiano alcuni casolari e mettono la zona sotto assedio. I cerretani, con il concorso di altri uomini armati provenienti dai paesi vicini, decidono di finirla con la banda dello Sciarra, e grazie ad uno stratagemma hanno la meglio. Legano un supporto con materiale infiammabile alle zampe posteriori di una gatta (3), trasformandola suo malgrado in “Kamikaze” da gettare all’interno dei fienili dove i banditi, accampati, dormivano. I briganti furono vinti, ma presto l’incendio diviene incontrollabile, e finisce per minacciare l’intero paese.
I cerretani invocano la grazia di Sant’Agata, che si dice avesse già fermato in Sicilia la lava dell’Etna, e miracolosamente l’incendio non si propaga alle case, e il paese si salva. Marco Sciarra nel frattempo, sopravvissuto allo scontro con i cerretani, passa con trecento compagni al servizio della Repubblica di Venezia per combattere gli Uscocchi. Clemente VIII monta su tutte le furie, e ingiunge ai veneziani la consegna del bandito. Questi, dopo alcune resistenze, cedono. Marco Sciarra, che comprendendo allora di essere stato scaricato dai lagunari, che si accingono, attraverso l’inganno, a consegnarlo alle truppe pontificie, decide di darsiì di nuovo alla clandestinità, tornando nello Stato Pontificio. Sembra invincibile, inafferrabile, ma nel 1593, vicino ad Ascoli, viene ucciso a tradimento dal compagno Battistello da Fermo, che in cambio del servigio reso ottiene la grazia dal governo papale.
– Il 5 duca di Tagliacozzo
Marco Antonio III muore nel 1595 a soli 20 anni senza aver avuto il tempo di poter lasciare la propria impronta sul proprio patrimonio famigliare ne soprattutto nel mondo. A lui succede il neonato figlio Marco Antonio IV che al momento della morte del padre ha solo pochi giorni. Le redini del ducato sono comunque ben tenute dal luogotenente di Casa Colonna Giuliano De Leonibus, mentre a fargli da tutore sono familiari a lui vicini.
– Cappadocia alla fine del XVI secolo

Cappadocia oggi. (Immagine personale)
Alla fine del ‘500 poi Cappadocia vede un certo incremento demografico che contribuisce a far conoscere il paese che ormai risulta ben conosciuto dai funzionari di corte, che ne debbono annotare i versamenti, ma anche dagli ecclesiastici del Vaticano. Ciò è dimostrato da un interessante documento, questa volta artistico, che conferisce maggiore notorietà al piccolo paese dell’Abruzzo. Cappadocia, infatti, viene riportata sull’affresco di una parete del corridoio delle carte geografiche in Vaticano, dove sono dipinte le varie regioni d’Italia; “Capodocio” è compreso nel territorio della Marsica, e da esso nasce il fiume Liri. Poche case costituiscono il paese nel Rinascimento.
Alla fine del ‘500 Cappadocia è ormai un paese ben conosciuto non solo dai funzionari di corte che ne debbono annotare i versamenti, ma anche dagli ecclesiastici del Vaticano. Ciò è dimostrato da un interessante documento, questa volta artistico, che conferisce maggiore notorietà al piccolo paese dell’Abruzzo.
Cappadocia, infatti, viene riportata sull’affresco di una parete del corridoio delle carte geografiche in Vaticano, dove sono dipinte le varie regioni d’Italia; “Capodocio” è compreso nel territorio della Marsica, e da esso nasce il fiume Liri. Poche case costituiscono il paese nel Rinascimento. Non si ha più notizia del paese fino al 1678, quando compare su una mappa della diocesi dei Marsi e se ne parla ne “Historia Maxsorum” del Febonio.
– Il regno di Spagna nel 1598

