STORIA DI CAPPADOCIA – XIII SECOLO


EPOCA MEDIEVALE – CONTEMPORANEA


 

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XIII sec.

– Pietro e Tommaso: il ritorno dei Berardi e della contea dei Marsi (1200-1223)

Lo stemma dei Berardi.

All’inizio del XIII secolo Pietro Berardi controlla quasi tutto il territorio dell’ex contea fatta eccezione per la contea di Tagliacozzo che si trova sotto gli Orsini. Egli è una persona assai ambiziosa e muove tutte le sue pedine per accrescere il suo potere. L’obbiettivo di Pietro è semplice ricostituire la contea dei Marsi ma stavolta allargandola dalla Marca d’Ancona e Civitate in Puglia

Dapprima amico del papa e suo fedele servitore riesce a crescere d’influenza e potere nel contesto del regno di Sicilia quale rappresentante del Papa nella gestione amministrativa e di riflesso del giovane Federico II. Nello stesso contesto di fare della Marsica il perno di un importante stato indipendente e grande lungo l’Adriatico si pone il matrimonio fra Tommaso figlio di Pietro e Giuditta del Molise, erede del padre Ruggero conte del Molise.

A cominciare dal 1208 con l’assassinio di Filippo di Svevia e il venir meno della forza sveva in Germania, Pietro inizia il suo gioco per rendere definitivamente libera e grande la Marsica. Nel 1210 Ottone IV discende in Italia per rivendicare i ducati di Puglia e Calabria da Federico. Pietro approfitta della discesa dell’imperatore per imporre il suo gioco e rendere esecutivo il suo sogno. Pietro rinnega il supporto a Federico e si schiera con Ottone che gli concede in cambio la Marca di Ancona e la nomina a capitano e maestro giustiziere del Regno.

Il papa reagisce scomunicando l’imperatore e cresce in Germania il malcontento verso Ottone che si occupa più dell’Italia che del paese tedesco. Nel 1211 a causa di ciò Ottone torna frettolosamente in Germania dove cerca di riparare con i nobili tedeschi sobillati dal papa. Pietro I conte di Celano muore nel 1212 e a lui succedono i figli Riccardo a Celano e Tommaso ad Albe. Tommaso però si sente il vero erede del padre e si fa chiamare anche conte di Celano scatenando le ire del fratello Riccardo. Nel 1213 Tommaso diventa anche conte del Molise rafforzando con ciò la sua posizione.

In Germania la situazione di Ottone si complica con la nomina di Federico a re di Germania da parte di Innocenzo III. Le fortune di Ottone hanno poi fine con la sconfitta nel corso della battaglia di Bouvines del 1214  in cui attacca il Regno di Francia che sostiene Federico; Ottone a questo punto abdica ed esce di scena. A questo punto Federico è incoronato anche imperatore del S-R-I.

Per Tommaso la caduta di Ottone è una vera iattura ma decide di proseguire nel sogno del padre attraverso la forza delle armi. Tommaso perde la Marca d’Ancona a cui rinuncia per non inimicarsi ancora più il papa e si concentra nel fortificare la Marsica e il Molise. In pratica sono rafforzate le fortezze di Celano, Ovindoli, Bojano e Roccamandolfi.

In tale contesto tuttavia gli attriti sorti con il fratello Riccardo tengono costantemente impegnato Tommaso. Nonostante questi fosse riuscito a scacciare l’avversario dalla contea di Celano, di cui Riccardo mantiene la titolarità e il controllo del paese di Tocco, le scaramucce tra i fratelli cominciano a preoccupare il papato, dove il nuovo Papa Onorio III sollecita più volte la riappacificazione tra i due, coinvolgendo nella diatriba anche Federico II, al quale viene suggerito di accettare le proposte di Tommaso.

Federico guarda però con fastidio l’operato di Tommaso, in quanto contrario alla sua politica accentratrice dell’amministrazione del Regno e di riduzione del potere dei feudatari locali, e fra questi Tommaso è il più forte. Inoltre in occasione dell’incoronazione di Federico ad imperatore nel 1220 a Roma nella Basilica di San Pietro, abbiamo l’assenza di Tommaso alla cerimonia. Qui è presente solo Riccardo, a capo di una delegazione di baroni locali, che dona al nuovo sovrano costosi cavalli da guerra e porta a lui le sua lagnanze contro il fratello.

Federico, preoccupato dal potere sempre maggiore di Tommaso nell’area marsicana e molisana, che risulta strategica per lui, decide d’intervenire. Inizialmente contesta a Tommaso i suoi diritti su Albe e Celano; Tommaso in risposta manda il proprio figlio Ruggero a Roma presso l’imperatore per rimediare all’incidente diplomatico e avanza delle richieste che Federico gli rifiuta.

A questo punto Tommaso , certo dello scontro con Federico II e forte di 1500 soldati, si ritira a Roccamandolfi, mentre la moglie Giuditta ed i figli rimangono a comandare la resistenza presso la rocca di Bojano. Nel frattempo nel 1221 muore Riccardo, il legittimo conte di Celano e gli succede in modo formale il fratello Tommaso.

Come da copione tra Tommaso e Federico scoppia una guerra che coinvolge tutta la Marsica mettendola a ferro e fuoco su entrambi i fronti. La guerra fra i due due anni dal 1221 al 1223, portando a tanti colpi di scena con Tommaso assai abile nel riuscire a muoversi anche in condizioni molto drammatiche e Federico II, il quale pur mobilitando il suo esercito non riesce ad avere la meglio sull’orgoglioso conte e solo attraverso un accordo con la moglie Giuditta del Molise alla fine ottiene la resa di Tommaso.

Subito dopo la presa della Marsica, Federico II esilia Tommaso e la moglie e passa a distruggere Celano e Ovindoli, ovvero i feudi che hanno maggiormente sostenuto Tommaso e ostacolato Federico. Poco prima di distruggere i due centri fortificati la popolazione viene fatta uscire e poi esiliata tra Malta e la Sicilia. Questi torneranno in Abruzzo nel 1227 per intercessione papale.

 

 

– La Valle di Nerfa sotto Pietro e Tommaso

Cappadocia e la Valle di Nerfa nel 1959

Nel periodo di governo delle contee di Celano e Albe sotto Pietro, la Marsica conosce un momento di benessere economico che viene scemando poi sotto Tommaso. Sicuramente con entrambi la Marsica conosce un periodo di centralità politica mai avuta prima, neppure quando esisteva la contea dei Marsi il territorio risulta così importante politicamente. Sia Pietro che Tommaso si rivelano due autentici  strateghi politici riuscendo a gestire bene il potere che hanno.

La Valle di Nerfa in questo contesto appare un po’ defilata in quanto non si conoscono al momento eventi particolari che inducono a ritenere che la zona sia stata toccata dal confronto militare tra Tommaso e Federico II.

Inoltre ricordiamo che la Valle di Nerfa sembrerebbe appartenere per metà alla contea di Tagliacozzo con i centri di Verrecchie, Morbano e Carcume, mentre il resto della zona con i paesi di Petrella, San Biagio e Vallefredda sembrerebbero ancora essere sotto Albe.

Per cui per ora andiamo avanti a parlare della storia di Albe e Tagliacozzo insieme in funzione di questa divisione di appartenenza, che comunque si ricompone in qualche modo in favore di Tagliacozzo alla fine del XIII secolo.

 

 

– Il governo di Federico II (1223-50)

La sconfitta di Tommaso, che si ripropone anche più avanti con nuovi tentativi andati male per riprendersi la Marsica, aprono la strada alla consacrazione di Federico II il quale guida con mano ferma un territorio che va dalla Sicilia all’intera Germania. Il potere degli Svevi in questa fase è al culmine.

Riguardo alla Marsica rimasta divisa nelle tre contee originarie, dopo la caduta dei Berardi, vengono date a uomini di fiducia dell’imperatore i quali però non prendono a cuore il territorio e dopo qualche anno di dominio lo danno via trovando validi altri feudi.

In questo modo sia la contea d’Albe che la contea di Celano s’impoveriscono. A Celano con il ritorno della popolazione originaria viene imposto loro di ricostruire un nuovo centro abitato in un luogo diverso dal precedente dandogli il nome di Cesarea. Pure così comunque la popolazione si sente comunque a casa e il ritorno alla situazione precedente e per molti solo una questione di tempo.

Con il passare del tempo è Ruggero Berardi figlio di Tommaso a prendere le redini dei beni di famiglia e a lavorare per il ritorno della sua famiglia, nonostante i divieti dell’imperatore. Nel frattempo la vita nella Marsica è assai complicata  sia per i capricci del lago che spesso si agita e tracima nei paesi rivieraschi, sia per le difficoltà del periodo. In questo periodo emerge come nuovo centro feudale l’Aquila che viene creata dal niente intorno al 1250 e viene fondata dai centri più piccoli che si aggirano attorno al nuovo centro. La nascita della nuova città viene vista anche come baluardo nei confronti della nobiltà feudale specie marsicana per le sue mire regionale.

Nelle intenzioni di Federico infatti questo centro dovrà salvaguardare la pace nella regione non permettendo più concentrazioni di potere come quelle di Tommaso Berardi. Anche per questo motivo viene istituito nel 1233 il Giustizierato d’Abruzzo presso Sulmona che diventa quindi la città più importante d’Abruzzo. Successivamente la regione viene divisa in due provincie Abruzzo ulteriore con capoluogo L’Aquila e l’Abruzzo citeriore quello della costa facente capo alle città di Teramo e Pescara.

 

 

– Il presunto passaggio della Valle di Nerfa sotto l’amministrazione di Tagliacozzo (1223-50)

Tagliacozzo oggi. (Immagine da Wikipedia)

Sotto Federico II, diciamo nel periodo 1223-1250 si avrebbe per ragionamento il passaggio della Valle di Nerfa alla contea di Tagliacozzo, che comunque esercita già da tempo su quest’area una certa influenza. Chiaramente quanto detto è da prenderlo con il beneficio del dubbio non avendo trovato al momento certezze storiche in merito. Il fatto di collocare a questo periodo il definitivo passaggio della Valle di Nerfa a Tagliacozzo lo si spiega con l’idea del tipo che in questa fase si ha un rimescolamento totale della geografia di potere locale.

Essendo la Valle di Nerfa già parzialmente sotto la direzione dei De Ponte di Tagliacozzo ed essendo loro in piena ascesa, ma fedeli al potere centrale non resta che ammettere che anche gli altri borghi della zona passino sotto il loro controllo.

Nella Marsica avviene un nuovo scontro nel 1229 fra Federico II e Tommaso Berardi, che ritenta tramite l’esercito papale di riprendersi i suoi antichi territori, ma che viene nuovamente sconfitto dall’imperatore. Lo scontro produce disastri nella zona, poichè diversi paesi risultano danneggiati. Ebbene Federico ordina che siano riparati i vari borghi e castelli.

La riparazione dei diversi manieri e torri è affidata ai signori locali, che in questo caso sono i De Ponte che ritroviamo nel restauro anche dei manieri della Valle di Nerfa e viene da se che se essi si occupano dell’intera zona è perchè questa ricade sotto il loro dominio.

Un nuovo scontro militare che avviene nel 1240 viene a  coinvolgere l’area marsicana, soprattutto con la Piana del Cavaliere, la Valle di Nerfa e altre aree limitrofe. Lo scontro di Federico II sconvolge nuovamente l’area marsicana e di questa e altre zone d’Abruzzo, poste al confine con lo stato Pontificio, l’imperatore ne ordina il restauro, ma anche l’edificazione di nuovi castelli.

Come nel caso del restauro del 1232 anche ora sono i signori locali, che si devono occupare della riparazione dei paesi e castelli del posto. Nella Marsica occidentale compiaiono ancora i De Ponte che guidati ora da Andrea De Ponte dal 1238, vengono a ristrutturare borghi, castelli e torri della zona. Non solo ma Federico ordina che sianoedificate nuove strutture militari nei borghi di confine per meglio controllare il territorio.

Fra i nuovi castelli che sono edificati in questa fase troviamo il castello di Verrecchie, che altro non è che una piccolo maniero posto a difesa, ma soprattutto a guardia della zona. Il nuovo castello si viene ad ergere a 1100 m di quota sopra l’attuale paese, nella località chiamata Monte a corte.

Ora poichè il territorio è ristrutturato dai De Ponte viene da se come si accennava prima che essi siano i diretti responsabili dell’area. Da questa circostanza veniamo a sapere che in questo piccolo territorio esistono già da tempo piccole fortezze che controllano il territorio, oltre al già citato castello di Verrecchie, abbiamo anche i castelli di Girofalco, Castellafiume, Cappadocia, Morbano, Petrella e Castellafiume.

 

 

– I De Ponte e la presunta presa sulla valle di Nerfa 1238-1268

Il quadro descrittivo sui De Ponte a questo punto è quanto mai significativo, meritando un approfondimento su questa famiglia negli anni successivi alla morte di Bartolomeo II.

Nel 1238 muore Bartolomeo II De Ponte, che è il membro più importante della storia di questa famiglia della piccola nobiltà feudale del basso Medioevo. Grazie anche alla sapiente guida di Bartolomeo, i De Ponte sono riusciti ad imporsi in molti paesi della Marsica occidentale. Infatti diversi membri della famiglia sono riusciti a insignorirsi vari paesi della zona e insieme sotto la guida di Bartolomeo hanno formato un blocco unito. Quindi dire che nel 1238 la famiglia De Ponte guida la contea di Tagliacozzo o comunque la Marsica occidentale è assolutamente corretto.

Tagliacozzo alla morte di Bartolomeo è appartenente interamente ai De Ponte. Ma fatto più importante è che il paese grazie a Bartolomeo si è ormai imposto come il centro più importante della zona, quindi colui che guida il paese è in pratica il punto di riferimento politico amministrativo dell’area.

A Bartolomeo succedono i figli, in primis il primogenito Andrea, che eredita una grossa fetta di Tagliacozzo e il ruolo di guida famigliare. Andrea però a differenza del padre non ha il controllo totale di Tagliacozzo, in quanto si trova a doverlo condividere con l’ingombrante cognato Napoleone Orsini, che rivendica per se una parte del paese, come quota ereditaria della moglie Isabella De Ponte, figlia di Bartolomeo. Così facendo si genera una controversia con Andrea De Ponte e gli altri suoi fratelli circa la proprietà del paese.

Napoleone per rafforzare il controllo su Tagliacozzo si fa nominare conte di questo dal papa nel 1255, ma in questa fase nonostante che a Napoleone sia riconosciuta una parte del paese, è sempre Andrea che comanda e per il momento gli Orsini devono accettare questa situazione per non perdere tutto.

Andrea I signore di Tagliacozzo esercita un controllo indiretto, ma forte su tutti gli altri suoi congiunti e quindi indirettamente è signore di tutta la Marsica occidentale, o comunque su quella parte di Marsica controllata dai vari membri della famiglia De Ponte.

Detto ciò Andrea dopo il 1240 per rafforzare il proprio potere fa costruire un primitivo maniero in cima al paese di Tagliacozzo. Ciò non infastidisce Federico II in quanto sicuro della lealtà di Andrea. Andrea e la sua famiglia, come detto prima, procedono anche nel restauro delle altre fortezze della zona soprattutto del carseolano e della Valle di Nerfa.

Ciò ci fa  ritenere che il crollo dei Berardi nel 1223 nella guida di Albe e Celano abbia portato ad un rimescolamento del sistema politico locale, che ha avvantaggiato alcune famiglie tra cui i De Ponte. In altre parole sembrerebbe che territori come la Valle di Nerfa, siano finiti nelle mani di alcuni uomini vicini all’imperatore. Essendo i De Ponte in piena ascesa non è difficile immaginare che la Valle di Nerfa sia finita sotto il controllo diretto di questa famiglia.

Quindi osservare come Andrea De Ponte proceda nella riparazione delle fortezze della zona, sembrerebbe una prova consistente di come la zona sia ora in qualche modo divenuta territorio di Tagliacozzo. Per quanto inteso dalle fonti storiche riteniamo che i De Ponte riparino i castelli di Girifalco, Verrecchie, Petrella, area di Cappadocia, Morbano e Castellafiume.

Negli anni successivi alla morte di Federico II si assiste a Tagliacozzo alla sempre maggiore presenza degli Orsini nella zona a discapito dei De Ponte, che piano piano si vedono insidiati nel controllo territoriale. Crescono infatti negli anni 1250-60 numerosi attriti fra i fratelli De Ponte e Napoleone Orsini che desidera avere un controllo sull’area di Tagliacozzo. Tuttavia la ferma opposizione di Andrea De Ponte riesce a contenere gli Orsini, che per qualche tempo ancora si devono accontentare di una posizione subalterna.

 

 

– L’area di Cappadocia nel 1223-50

Cappadocia ancora in questa fase non sembra essersi sviluppato come un’unico centro abitato. L’area sarebbe comprenderebbe due minuscoli villaggi vicini ma distinti, ovvero Vallefredda e San Biagio, ognuno con le rispettivhe chiese di Santa Margherita e San Biagio.

 

 

– Il ritorno dei Berardi (1250-68)

A questo punto seguendo il filone storico appena descritto e immaginando che i fatti siano più o meno questi cerchiamo di allargare ancora un po’ il raggio di azione tornando un attimo sulla storia di Albe e Celano poichè questo fa comprendere meglio il clima che precede il grande conflitto del medioevo della famosa battaglia di Tagliacozzo o dei Piani Palentini, dove poi è realmente avvenuto il conflitto.

Partiamo dalla morte di Federico II che avviene nel 1250. A lui succede in Germania e Sicilia il figlio Corrado IV, il quale è una persona molto decisa, che vuole continuare l’opera del padre sia dominando in Germania che in Sicilia. Purtroppo però egli muore presto e questo segna il tramonto degli Svevi in Germania, in quanto l’unico figlio di Corrado, Corradino è un giovanissimo fanciullo, troppo giovane per regnare.

In Sicilia invece la situazione è diversa, il partito svevo può fare affidamento su un valido uomo come Manfredi di Svevia, il quale essendo zio del fanciullo in quanto fratello di Corrado IV si proclama tutore del nipote in Sicilia. Due anni dopo nel 1258 con un colpo di mano Manfredi dichiara la morte di Corradino e la sua conseguente salita al trono come Manfredi re di Sicilia.

Il nuovo re nel pieno dei suoi poteri vuole giungere alla pace con le grandi famiglie nobili, tra cui i Berardi, ora rappresentati da Ruggero Berardi, figlio di Tommaso morto nel 1254. Nel caso specifico Manfredi cede a Ruggero la piena sovranità sulle contee d’Albe e Celano, mantenendo saldo il potere sulla contea molisana. In cambio Ruggero promette la totale fedeltà alla casa Sveva.

Il ritorno al potere di Ruggero nella Marsica riapre i giochi in questo territorio. Ruggero da realista qual’è, capisce che non ha chance di rendere di nuovo indipendenti i suoi feudi e accetta di servire Manfredi.

Gli anni di Manfredi si rivelano tranquilli per la Marsica e sanno ricreare la giusta sintonia fra popolazione e conte. Ruggero Berardi è una persona schietta e decisa e riesce negli anni di Manfredi a stabilire una certa connessione con gli abitanti del posto.

 

 

– La Valle di Nerfa

Panoramica degli anni ’50 su Cappadocia e la Valle di Nerfa.

In questa fase di mezzo tra il 1250 e il 1268 la Valle di Nerfa continua ad essere sottoposta alla completa signoria dei De Pontibus con Andrea De Ponte il quale nel momento in cui arriva Carlo D’Angiò nel sud Italia fin dal 1266 egli si schiera con lui contro gli Svevi. Ciò lo pone in una chiara scelta di campo in pieno contrasto con Manfredi di Svevia e il partito svevo in generale. Egli sostiene pienamente l’ascesa di Carlo attraverso validi aiuti a lui.

Tornando all’area della Valle di Nerfa notiamo come questa continua ad essere composta da diversi borghi, alcuni dei quali nettamente fortificati. La popolazione in questa fase si dedica alla caccia, alla pastorizia locale e al taglio della legna nei fantastici boschi vicini. Completano il quadro l’artigianeria che qui è ben presente.

 

 

– La discesa di Carlo I, la disfatta degli Svevi (1266-68)

La battaglia dei Piani Palentini è il culmine dello scontro fra la casata sveva uscita sconfitta e gli Angioini rappresentati da Carlo I, il quale con questa battaglia consolida definitivamente il suo potere e quindi il cambio di regime. Ma facciamo un passo per capire meglio lo svolgersi dei fatti e gli effetti di questo sulla Marsica.

Nel 1266 sulla Sicilia regna Manfredi di Svevia ormai da 8 anni, il papa Clemente IV e prima di lui Urbano IV non hanno mai visto di buon occhio la casa sveva in Sicilia, per questo per disarcionare questa dal regno si rivolgono a vari pretendenti, trovando infine in Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, un valido paladino per la loro causa.

Carlo d’Angiò ingolosito dai papi accetta la corona di Sicilia e viene giù in Italia con un esercito poderoso. Manfredi dal canto suo non vuole perdere il trono faticosamente conquistato e cerca di bloccarlo costruendosi un altrettanto valido esercito. Carlo sceso in Italia e incaricato dal papa si appresta a scendere nel meridione per prendersi il trono. Carlo e Manfredi dopo una serie di circostanze si affrontano presso Benevento. Qui è l’esercito di Manfredi a perdere e quello di Carlo a vincere. Carlo batte Manfredi, il quale trova la morte in battaglia, ponendo così fine al periodo svevo in Italia.

Carlo I asceso al trono siciliano inizia ad esercitare il suo potere sul regno elevando anche le tasse locali, che vengono pagate anche dalla classe nobiliare. Nei due anni successivi molti feudatari del regno non sono affatto contenti di come vanno le cose e decidono di appoggiare le aspirazioni di Corradino al trono siciliano, consci che un re ragazzino è più facile da influenzare rispetto a Carlo. La nobiltà siciliana insieme a molti altri nobili sparsi in altre parti d’Italia chiedono a Corradino di scendere in Italia e lottare per il trono siciliano.

Corradino ormai ha 15 anni e nonostante la sua giovane età è considerato adulto e quindi adatto ad imporsi. Corradino precedentemente aveva cercato appoggi per reclamare il trono tedesco, ma senza successo, per cui decide di andare in Italia.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Qui in Italia viene accolto festosamente nelle città del nord e infine dopo un lungo viaggio arriva in Abruzzo dove viene accolto festosamente sia dalla nobiltà locale che dalla popolazione. A Corradino viene dato un esercito numeroso e forte che deve vincere se vuole vivere.

Tra la nobiltà di appoggio a Corradino vi sono anche i Berardi, nella fattispecie Ruggero Berardi conte d’Albe e Celano che sostiene il tentativo del giovane nella speranza di trarne poi ampi benefici. Corradino giunto nella Marsica staziona presso Scurcola Marsicana. Invece Carlo giunto anch’egli nella Marsica (agosto 1268) si appoggia ad Ovindoli.

La strategia di Carlo è avanzare in prima battuta e poi sorprendere il nemico con un’imboscata e così avviene.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

L’esercito di Corradino dal colle di Scurcola Marsicana aspetta che l’esercito di Carlo per poi procedere ad attaccarlo presso Magliano dei Marsi.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Arrivati in prossimità dell’esercito avversario si ha lo scontro tra i due eserciti presso i Piani Palentini. Qui lo scontro sembra arridere a Corradino che sembra battere l’avversario avendo ucciso un uomo vestito come il re. Corradino contento per la morte dell’avversario inneggia alla vittoria, ma poco dopo si rende conto che la persona morta che si credeva essere Carlo I  in realtà è un nobile del suo seguito….

 

Corradino inneggia alla vittoria dopo la presunta morte di Carlo I. Sullo sfondo appare il colle con la città di Alba Fucens

 

…. e poco dopo dalla vicina collina di Magliano dei Marsi emerge il resto dell’esercito di Carlo, con lui a capo, che sorprende l’avversario più numeroso e lo distrugge sul campo dei Piani Palentini.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Corradino a questo punto fugge precipitosamente verso il Lazio. Prima tenta di trovare sostegno a Roma, dove però nessuno se lo fila.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Quindi fugge verso Nettuno per imbarcarsi e andarsene. Qui però è riconosciuto e arrestato.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Condotto poi a Napoli viene giustiziato nella piazza del Mercato il 29 ottobre 1268.

 

 

– La vendetta di Carlo verso i feudatari che hanno sostenuto Corradino

Carlo I dopo la vittoria nei Piani Palentini si appresta a mettere ordine nei feudi a lui sfavorevoli. Carlo sostituisce i baroni ribelli con nobili francesi a lui fedeli, confisca i loro beni e li da a questi ultimi.

In questa sete di vendetta i primi ad essere colpiti sono i Berardi, con Ruggero Berardi che avendo dato il suo sostegno a Corradino perde tutti i suoi feudi, ovvero le contee di Albe, Celano e Molise. Nel contesto della vendetta di Carlo contro i Berardi e la popolazione marsicana egli procede nella distruzione del principale feudo e capoluogo della zona ovvero Alba Fucens. Alba Fucens viene dapprima svuotata della popolazione che viene fatta emigrare nelle zone intorno, mentre la città viene messa a ferro e fuoco e distrutta compreso il primitivo castello.

Successivamente per completare l’opera attacca alcuni borghi limitrofi tra cui Pietraquaria che in quest’epoca è uno dei centri fortificati di maggior rilievo del territorio della contea berardiana, che ha sede presso il Monte Salviano. La popolazione del borgo subisce la stessa sorte di quella di Alba Fucens che cerca riparo nei borghi limitrofi. In questo caso è il minuscolo villaggio di Avezzano che si trova ad accogliere la maggior parte degli abitanti di Pietraquaria

 

 

– L’Europa nel 1280

Europa nel 1280. (Immagine da Wikimedia)

 

 

– La Valle di Nerfa alla fine del XIII secolo

Al contrario di quanto accaduto ai Berardi, i feudatari a lui vicini come i De Ponte, che non lo hanno abbandonato, ricevono consistenti vantaggi fiscali e allo stesso tempo gli viene confermato il loro il potere sui territori a loro già soggetti compresa la Valle di Nerfa. Gli Orsini nel frattempo si fanno largo nella contea tagliacozzana, comprando via via alcuni piccoli centri.

 

 

– La nascita di Cappadocia nella seconda metà del XIII secolo

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

Nel contesto della storia della Valle di Nerfa si osserva come più o meno poco dopo il 1268, i due borghi di Vallefredda e San Biagio si uniscano per fondare il paese di Cappadocia. Chiaramente questa ricostruzione è figlia di un ragionamento storico, che potrebbe anche essere errato in alcune sue parti. Il ragionamento si basa sul fatto che ci sono attestati storici che indicano in modo chiaro l’esistenza di un unico borgo definito Cappadocia.

I documenti storici di cui parliamo sull’esistenza chiara di Cappadocia, come centro abitato si riferiscono al registro del 1277-79 della Cancelleria angioina in cui compare chiaro il nome di Cappadocia come borgo fortificato. Il prezioso documento che è giunto fino a noi è stato trovato nei registri del Regno di Napoli nel 1866. La scoperta di questo documento è stato il frutto di un grosso lavoro di ricerca storica, operato da Riccardo Filangieri insieme ad altri archivisti napoletani, nello studio di tutti i registri del Regno di Napoli.

In questo documento compare una citazione, seppure piuttosto scarsa di informazioni:

“Arnulfus de Stipe assecuratur ab hominibus castru Cappadocie de Iustitiariatu Aprutii (Reg. 33, f52 t)”, tradotto significa “Arnolfo di Stipe viene assicurato dagli uomini del castello di Cappadocia riguardo al Giustiziariato dell’Abruzzo”.

Ignota però rimane la figura di Arnolfo di Stipe, probabilmente funzionario degli Angioini.

Comunque siano andate le cose diciamo che Cappadocia si formerebbe (il condizionale è d’obbligo) nella seconda parte del XIII secolo, comparendo come unico centro abitato dotato di due parrocche la chiesa di San Biagio e la chiesa di Santa Margherita.

 

 

– La Marsica alla fine del XIII secolo

Alla fine del XIII secolo dopo alcuni anni di esilio Ruggero Berardi ritenta il re di Sicilia Carlo I nel ridargli gli antichi possedimenti. Dopo diverse insistenze Carlo I decide di restituire la sola contea di Celano al Berardi, in cambio però di una forte somma di denaro. Ruggero Berardi paga il riscatto di Celano e torna dopo 4 anni al governo della città. La contea del Molise invece viene inglobata nel demanio.

La contea d’Albe è data in dote a Filippa Berardi figlia di Ruggero che la dovrà trasferire al marito e poi ai di lui figli in caso essi nascano. Ma la situazione non procede così lineare, la contessa Filippa non ha figli e gli muore dopo qualche anno il marito, costringendo se stessa a dirigere in prima persona la contea d’Albe. Filippa dirige Albe con mano ferma per circa 40 anni dal 1272 al 1308 anno della sua morte.

Nella Marsica occidentale invece troviamo diverse nuove signorie, di cui però qui non parliamo, citando solo quella dei De Ponte, in quanto controllano la fetta maggiore di territorio sottoposta alla signoria di Andrea De Ponte. Negli stessi anni però in cui Andrea De Ponte consolida la sua posizione in quanto rimasto sempre fedele al re Carlo, soprattutto dopo la battaglia dei Piani Palentini, si ha la sempre maggiore invadenza degli Orsini, che minacciano da vicino la signoria di Andrea e della sua famiglia.

Andrea De Ponte per meglio tutelarsi dall’ingombrante presenza degli Orsini fa sposare due suoi figli con due membri delle più importanti famiglie di Roma ovvero i Colonna e gli Orsini stessi (qui bisogna ricordare il detto che dice “tieni gli amici vicini, ma i nemici ancora più vicini” ). Sibilla figlia di Andrea sposa nel 1271 Orsillo, figlio di Matteo Orsini, mentre Andrea sposa Cecilia Colonna nel 1278.

Quindi con Andrea De Ponte i De Ponte riescono ancora a mettere in ombra gli Orsini ed evitare una loro presa sui possedimenti De Ponte. Andrea per mantenere questa posizione di forza continua a servire fedelmente re Carlo dimostrandogli una chiara sudditanza. Una nuova occasione di questo tipo si presenta nel 1269 allorquando il giustiziere dell’Abruzzo Landolfo Franco di Capua, portavoce del re, chiede ad Andrea e agli altri feudatari della zona, l’invio di molti cavalieri e faggi da usare per l’assedio di Lucera, dove si trovano asserragliati i Saraceni, ostili a Carlo I, già da quatro mesi.

In questa circostanza il re fa sapere che s accontentava anche di soldati armati di sole vanghe, falci o picconi, purchè siano in gradi di vettovagliarsi autonomamente. Da Pereto e dagli altri borghi soggetti ad Andrea partono alcuni militi che per spirito di sacrificio e abnegazione si distinguono per valore tanto da entrare in grande considerazione dal re. Questi come riconoscimento fa diverse elargizioni ai paesi di provenienza di questi militi. Per esempio a diversi borghi marsicani tra cui Pereto viene concessa la “carta libertatis”.

Andrea muore nel 1278 e a lui succedono il figlio maggiore Andrea II con i fratelli Pietro e Francesco. Con loro la famiglia De Ponte si avvia alla decadenza in quanto gli Orsini diventano sempre più agguerriti e nonostante qualche resistenza vengono perdendo feudi in favore loro a cominciare da Tagliacozzo che perdono nel 1294.

Andrea II De Ponte è il maggiore dei figli di Andrea I e vive fino al 1296. Egli è stanco di competere con gli altri per difendere il proprio potere locale e quindi abbandona la partita. Nel 1294 Andrea II cede il controllo di Tagliacozzo in favore di Giacomo Orsini (il cugino). Giacomo viene poi riconosciuto da re Carlo II come  unico signore di Tagliacozzo in cambio di 40 once d’oro l’anno da versare nelle casse dello stato.

Da questo momento gli Orsini si fanno sempre più spregiudicati e iniziano un assorbimento dei vari borghi che riuniscono mano a mano intorno a Tagliacozzo. La maggior parte dei borghi iniziali appartenenti ai De Ponte, vengono via via assorbiti dagli Orsini che ad un certo punto iniziano anche una penetrazione economica nella vicina contesa.

 

 

– I paesi di Carcume e Morbano (1290 circa)

Nel Duecento il celebre Dante nella sua Divina Commedia cita la presenza dei paesi di Carcume e Morbano. Lo fa nel Canto IV del Purgatorio, al verso 26, quando dice: “Montasi su in Bismantova e ‘n Cacume”. Cacume, più volte ritorna nella Divina Commedia ma in lettera minuscola, con il significato di cima. Questa volta, però identifica un preciso luogo abitato situato non molto distante da Cappadocia, tra le montagne a ridosso di Carsoli, nella direzione di Roma. Presso Cacume vi è anche un altro paese, di cui rimangono i ruderi: Morbano (= forse morbo, luogo di appestati, o ancora Mar-rumpanum da Marruvio, altro nome del popolo marso).

La leggenda vuole che questi due paesi, nella notte dei tempi, furono incendiati l’uno per mano dell’altro, quando le rispettive popolazioni, da tempo rivali, percorsero due strade diverse, senza incontrarsi, per porre fine all’ostilità. Tuttavia si tratta di luoghi abitati da pastori, forse fuggiti alle pestilenze della campagna romana, e che ci hanno lasciato i segni della loro esistenza. Erano comunque già famosi nel XIII secolo se Dante cita Cacume; forse costituivano luoghi di mercato per la vicina Cappadocia, o esclusivamente soggiorni estivi per i pastori. Concordano con la versione del Petrocchi, riguardo a questo verso di Dante il Bosco e lo Jacomuzzi-Dughera;

La fine di questi due paesi secondo un’altra versione da noi sposata la farebbe risalire al 1456 ovvero al tremendo terremoto dell’Irpinia che colpisce in modo brutale anche la Marsica in special modo i paesi della Piana del Cavaliere, Carsoli, Pereto, Oricola ecc. Ma anche Carcume e Morbano sembrerebbero essere stati distrutti in modo irrimediabile, tanto da costringere i sopravvissuti dei due borghi ad emigrare o verso Pereto o verso Cappadocia.

 

 


EPOCA MEDIEVALE – CONTEMPORANEA