ROCCA DI MEZZO – STORIA CHIESA SANTA MARIA DELLA NEVE


CHIESA DI SANTA MARIA DELLA NEVE


 

 

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XIII secolo

 

 

 

– La contea di Celano e Rocca di Mezzo a fine XIII secolo

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Alla fine del XIII secolo troviamo un paese Rocca di Mezzo in piena ascesa sia economica che sociale con la popolazione che viene aumentando seppure lentamente. Sul piano politico il feudo di Rocca di Mezzo che a metà secolo aveva partecipato alla fondazione dell’Aquila, è ora più o meno dal 1270-80 parte integrante della contea di Celano tornata stabilmente sotto i Berardi.

 

L’Aquila oggi.

 

Questi dopo essere stati privati da Federico II dei loro contadi a seguito della sconfitta di Tommaso Berarardi nel 1223 contro l’imperatore Federico II, sono ora riusciti a farsi riassegnare dopo un riscatto in denaro la contea di Celano, dal nuovo re di Sicilia Carlo I d’Angiò, che ha scalzato gli Svevi dal trono siciliano tra il 1266 e il 1268, dopo aver sconfitto prima Manfredi di Sicilia e poi il nipote Corradino nella famosa battaglia dei Piani Palentini.

 

Il castello di Celano oggi. (Immagine personale)

 

Dopo la battaglia dei Piani Palentini Carlo I d’Angiò provvede ad assegnare molti feudi del regno siciliano a suoi uomini d’armi, come ricompensa per averlo seguito dalla Francia e averlo aiutato nella lotta agli Svevi. Ebbene i Berardi che sono presenti nella zona da un tempo ormai lunghissimo, faticano non poco per ritornare in possesso dei loro antichi feudi, precedentemente assegnati a membri della famiglia Sveva, gli Antiochia.

Ruggero Berardi, figlio di Tommaso morto nel 1254, guida ora la famiglia Berardi e lotta strenuamente per tribunali e cause civili per rientrare in possesso dei suoi antichi feudi. Nel 1268 dopo l’arrivo al governo del regno di Sicilia della nuova dinastia francese degli Angiò, Ruggero cerca con più caparbietà di farsi ridare i suoi antichi feudi di Celano, Albe e Molise.

 

Celano oggi. (Immagine personale)

 

Alla fine tra il 1270 e 1280 Carlo I d’Angiò riconosce a Ruggero Berardi il solo possesso di Celano, in quanto non se la sente di dare ad un solo uomo un territorio così ampio (l’antico territorio posseduto da Tommaso Berardi comprendeva le contee di Celano, Albe e Molise). Così osserviamo che i vecchi territori dei Berardi sono così ripartiti: la contea celanese viene ridata ai Berardi, la contea molisana viene incamerata dallo Stato e la contea d’Albe viene anche questa riconosciuta ai Berardi, ma nella persona di Filippa Berardi, figlia di Ruggero, come dote da trasmettere a un marito assegnatogli dal re. In questo modo pur riconoscendo ai Berardi la legittimità su questo territorio passerà però poi sotto il controllo di persone di fiducia della corona.

 

La lana di pecora largamente prodotta nella contea di Celano nel XIV secolo

 

Ruggero Berardi pur dispiaciuto di non essere riuscito a rientrare in possesso di tutti i suoi antichi territori ottiene però l’assegnazione del feudo di Rocca di Mezzo alla contea celanese. Questo apre ai Berardi il commercio della lana, attraverso la creazione di una transumanza verticale per le pecore, che partendo dalle rive del lago Fucino si spostano d’estate presso l’altopiano delle Rocche e così in senso inverso durante l’inverno.

Ciò significa per la contea celanese sviluppare una fiorente produzione di lana pregiata, all’epoca molto remunerativa e quindi possedere una grossa e sicura entrata economica. Allo stesso tempo i Berardi con Rocca di Mezzo arrivano a controllare la gran parte dell’Altopiano delle Rocche e ciò grazie alla contemporanea riassegnazione di Ovindoli e San Potito alla contea celanese. 

Aggiungiamo a quanto detto una nota sul cognome della famiglia comitale, che dopo la battaglia di Tagliacozzo, pare aggiunga al cognome iniziale di Berardi anche Celano e spesso si trova scritto semplicemente famiglia Da Celano. I cosidetti Da Celano rimangono come ramo della vecchia casata il principale, essendo possedere il cuore dell’antica contea dei Marsi, quindi definirli semplicemente Berardi non può risultare errore.

 

 

– Presunta fondazione della chiesa di Santa Maria della Neve a fine XIII secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La storia della chiesa di Santa Maria della Neve è un mistero, in quanto si conosce tutta la storia della suddetta struttura a cominciare dal 1431, ovvero da quando il cardinale Agnifili la fece demolire e ricostruire. Invece tutta la storia precedente a questa data la si può solo immaginare, in quanto non ci sono gli elementi sicuri per poter tracciare un quadro storico omogeneo.

Quindi proviamo noi ad immaginare un percorso storico lineare di questa struttura religiosa a cominciare dal periodo della sua ipotetica fondazione. L’ipotetico periodo di fondazione di questa chiesa lo tracciamo dalla fine del XIII secolo e questo perchè sappiamo che nel 1313 la chiesa suddetta già esisteva in quanto figurava nel censimento di questo anno.

La chiesa sicuramente era presente nella zona alta dove è sempre stata, ma con forma e dimensioni diverse e più piccole. All’epoca la zona era completamente occupata dal castello, che dominava Rocca di Mezzo dalla cima del colle di San Calvario.

Il castello di Rocca di Mezzo è esistito per diverso tempo, per poi essere abbandonato una volta che sono cambiate le condizioni politiche. Sicuramente il castello di Rocca di Mezzo ha rappresentato un sicuro riparo durante le invasioni straniere ed è stato attivo fino al 1423, ovvero fino alla presa di Rocca di Mezzo da parte di Braccio da Montone. Successivamente il maniero è stato quasi sicuramente restaurato, ma ha cominciato a decadere per importanza, rimanendo però un presidio attivo per tutto il XV secolo.

 

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Ciò è importante da dire in quanto la chiesa di Santa Maria della Neve ha beneficiato della decadenza del castello, arrivando ad occuparne una parte sempre più importante nell’arco del tempo.

La chiesa di cui andiamo a descrivere la storia ha accompagnato in modo importante lo sviluppo del feudo e poi del paese di Rocca di Mezzo, divenendo in qualche modo il nuovo punto di riferimento sociale e politico del borgo, sostituendo via via il castello per importanza.

In tutto questo quadro dobbiamo inserire poi i danni apportati al castello e alla chiesa dai vari terremoti a cui è stata ed è sottoposta questa zona altamente sismica. Quindi in base ai dati disponibili attualmente parliamo di una struttura religiosa risalente come prima costruzione almeno alla fine XIII secolo, ma è possibile che tale chiesa possa essere anche più antica.

Sicuramente la posizione scelta, in cima al borgo e a fianco al castello, per la costruzione della chiesa, ha posto questa fin dall’inizio nella condizione di divenire la nuova chiesa parrocchiale. Immaginiamo quindi che tale struttura religiosa una volta eretta, sia stata eletta fin da subito come nuova chiesa parrocchiale, arrivando a sostituire la vecchia chiesa di San Leucio, assai più antica, ma non presente all’interno del borgo.

 

 


 

 

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XIV secolo

 

 

– Italia nel 1300

Italia nel 1300

 

 

– La contea di Celano all’inizio del XIV secolo

Celano oggi. (Immagine personale)

 

Celano all’inizio del ‘300 è dominata dalla famiglia Berardi, conosciuta in questa fase anche come famiglia da Celano, che guida nuovamente la contea celanese con mano ferma e intrapendente, cercando di migliorare l’economia comitale nel miglior modo possibile.

In questa fase a guidare la contea celanese è il conte Tommaso II Berardi-Celano, che si adopera per favorire lo sviluppo dell’industria armentizia, che si basa sulla produzione e vendita della lana di pecora. L’attività armentizia per la contea celanese è stata la principale fonte economica nei secoli XIV, XV e XVI secolo.

Nel caso di Celano come già detto precedentemente, grazie al possesso del feudo di Rocca di Mezzo, è stato possibile per i conti di Celano sviluppare una transumanza verticale che andava d’estate dalla zona intorno al lago Fucino verso l’Altopiano delle Rocche e d’inverno si ritornava intorno al Lago Fucino dove il clima era mitigato dalla presenza. Oltre a ciò nella contea di Celano vi erano zone dedite solo all’agricoltura che risultava più abbondante intorno al lago Fucino rispetto alle zone di alta montagna.

 

Celano oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del ‘300 la situazione politica appare piuttosto stabile e ciò consente una discreta crescita della contea di Celano, sia sul piano economico che demografico. Certo non mancano problemi importanti come il brigantaggio che già a inizio ‘300 è presente nella Marsica. Qui la presenza delle alte montagne piene di boschi sono un luogo perfetto per la fuga e come nascondiglio. A ciò si aggiunge che la contea celanese come le altre contee e feudi marsicani sono una zona di confine tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio, quindi rappresentano ancor meglio ottime zone per il brigantaggio.

I conti di Celano cercano di frenare come possono il problema del brigantaggio e si adoperano al meglio per curare ogni zona del territorio di loro pertinenza, come avviene per esempio per Gagliano Aterno.

 

Il paese di Gagliano Aterno.

(Immagine da https://www.turismo.abruzzoweb.it/spopolamento-e-denatalita-il-2-luglio-assemblea-di-ritorno-in-abruzzo-a-gagliano-aterno/)

 

Gagliano Aterno è un feudo appartenente alla famiglia Berardi da lungo tempo e viene ristrutturato  all’inizio del ‘300 dalla contessa Isabella Acquaviva-Berardi, moglie del conte Tommaso II. La contessa Isabella avvia una profonda ristrutturazione del paese, che viene modificato e ampliato e per questo i lavori a Gagliano Aterno vanno avanti diversi anni, coinvolgendo soprattutto il castello, che viene ammodernato secondo il gusto del tempo.  Nel 1322 muore il conte Tommaso II  Berardi, che viene sostituito dal figlio Pietro II. Il nuovo conte prosegue l’opera paterna di consolidamento del territorio celanese.

 

 

– Rocca di Mezzo a inizio XIV secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del XIV secolo Rocca di Mezzo si presenta come un borgo racchiuso tra le sue mura disposto sul colle di San Calvario con il castello in cima a difesa del borgo e a controllo della zona.  Il castello di Rocca di Mezzo, infeudato alla contea di Celano dalla fine del secolo scorso, rappresenta in questa fase il confine fra la Marsica celanese e la contea aquilana. Il castello rocchiggiano esercita una difesa a nord della contea celanese in linea visiva con il castello di Rovere e quello di Ovindoli, a loro volta collegati con i sottostanti castello di San Potito e la torre di Santa Jona.

Sul piano sociale gli abitanti di Rocca di Mezzo sono per lo più pastori di pecore e in parte occupati con un’agricoltura di sussistenza. Con il tempo però a Rocca di Mezzo si viene formando una piccola, ma solida borghesia artigianale, che porta il paese ad allargare il raggio dei mestieri in cui è occupata. Nella ricostruzione della storia di Rocca di Mezzo non dobbiamo dimenticare che il paese si trova in montagna a 1300 m di altezza, per cui da sempre gli inverni rocchigiani sono tremendamente freddi e pieni di neve.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Da ciò si deduce che gli abitanti dovevano per forza essere un minimo autonomi in quanto all’epoca erano veramente difficili le comunicazioni fra paesi e in certe circostanze anche quelle tra paesi confinanti come poteva essere tra Rocca di Mezzo e Rovere.

A Rocca di Mezzo certi inverni sono stati così duri che la temperatura calava tranquillamente a -20 C e – 30 C, con una neve alta anche 3 m certe volte, per cui muoversi in inverno era difficilissimo. Al contrario in estate le cose vanno meglio e tutte le attività dall’agricoltura alla pastorizia, dall’artigianato alla raccolta della legna si svolgono bene. Il paese nonostante tutte queste difficoltà ambientali dimostra una certa vivacità economica, che tende ad esprimersi anche sul lato demografico che vede il paese continuare a crescere.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a inizio XIV secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del XIV secolo la chiesa di Santa Maria della Neve accompagna stabilmente il feudo di Rocca di Mezzo nelle sue vicende quotidiane già da tempo. Sappiamo infatti che la chiesa nel 1313 viene citata per la prima volta in occasione di un censimento. Come detto sopra ipotizziamo che la chiesa di Santa Maria della Neve sia già chiesa parrocchiale, sostituendo in questo ruolo la chiesa di Leucio, assai più antica, ma posta fuori dal borgo.

 

 


 

 

 

Terremoto dell’Aquila del 1315

Terremoto dell’Aquila del 1315

 

Nel 1315 si verifica un violento sisma di circa 5,5 Mw che colpisce l’Aquila e la semidistrugge. All’epoca l’Aquila era stata fondata da poco da circa 60 anni essendo nata intorno al 1250 e quindi questo è statoil primo sisma che l’ha colpita. Non abbiamo al momento notizie sulla numero di morti e feriti, ne tanto meno sui i danni che si sono verificati nei centri limitrofi, essendo troppo scarse le fonti.

 

 

– Effetti del sisma del 1315 su Rocca di Mezzo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Al momento non abbiamo informazioni al riguardo sugli effetti del sisma su Rocca di Mezzo. Comunque riteniamo che alcuni danni si possano essere verificati data la storia successiva nel legame tra i sismi dell’Aquila e Rocca di Mezzo, ma su questo terminiamo qui, ritornandoci eventualmente con nuove informazioni

 

 

– Invasione di Carlo di Durazzo (1347)

Carlo di Gravina figlio di Giovanni di Gravina e di Agnese del Perigord preferisce tenersi lontano dalla diastriba circa l’assassinio di Andrea d’Angiò avvenuto nel 1345. Nel 1347 Carlo Durazzo dirige una fazione che si è opposta a Giovanna e Luigi di Taranto.

Non sappiamo al riguardo se la spedizione abbia avuto successo, ma sicuramente ha portato tanti problemi nell’Altopiano delle Rocche, che sono stati messi a ferro e fuoco. Tra i paesi maggiormente colpiti figura Rocca di Mezzo, che viene duramente saccheggiata insieme ad altri borghi limitrofi come Terranera. Non sappiamo al momento per quale motivo questa zona sia stata attaccata, ma questi sarebbero i fatti.

 

 

– La peste del 1348

La Peste del 1348 è molto simile a quella del 1656 raffigurata qui sopra.

(Immagine da https://www.darapri.it/immagini/nuove_mie/apprsecoli/peste1656.htm)

 

La situazione della Marsica e più in generale dell’Europa cambia improvvisamente a causa del sopraggiungere della Peste Nera. Un autentico morbo che si presenta in modo virulento nel 1348 in tutta Europa producendo moltissimi morti e poi a distanza di qualche anno ritorna falcidiando ancora la popolazione. Anche la Marsica viene colpita in modo forte dal morbo e qui interi paesi scompaiono o rischiano di scomparire a causa dei tanti morti che si verificano. Al momento non abbiamo elementi precisi circa i decessi nella Marsica. Sicuramente però la zona è stata colpita pesantemente.

 

 


 

 

 

– Il terremoto del Gran Sasso del 9-9-1349

Terremoto del Gran Sasso del 1349

 

Nella notte tra il 9 e 10 settembre 1349 una violentissima scossa pari a 7 Mw si verifica sul Gran Sasso. In pratica nel 2021 è stata fatta una scoperta eccezionale, ovvero gli esperti hanno ricostruito in modo preciso la sorgente sismica del terremoto individuandola nella faglia del Gran Sasso.

 

Massiccio del Gran Sasso. (Immagine personale)

 

La scossa sismica del 9 settembre 1349 si sente indistintamente in tutto il centro Italia causando gravi danni in moltissime zone a cominciare dall’Abruzzo e da Roma. A Roma la scossa è stata talmente violenta da provocare il crollo di una parte del Colosseo. Molte chiese sono o crollate o hanno riportato danni ingenti.

Ma è l’Abruzzo la zona più colpita dal sisma a cominciare dall’Aquila che viene distrutta provocando 800 morti. Altra zona severamente colpita è la Marsica, dove sono molti i paesi che riportano danni gravi con diversi morti.

A lungo la scossa del 9 settembre è rimasta famosa per essere stata un vero rompicapo geologico, poichè come da cronaca locale non è stato l’unico terremoto importante avvenuto nel medesimo periodo o meglio nel medesimo giorno. Difatti l’altra grande scossa verificatasi il 9 settembre ha riguardato la zona Venafro, producendo danni  enormi in tutta la Campania, nella zona di Sora e di nuovo nella Marsica, specie lungo tutta la Valle Roveto e Vallelonga . La scossa di Venafro è stata pari a 6.8 Mw, quindi poco inferiore alla successiva che si ha in notturna. Ci vorranno anni per riprendere una vita normale e scordarsi di questi tremendi terremoti.

 

 

– Effetti dei sismi del Gran Sasso e di Venafro nella Marsica (1349)

Massiccio del Gran Sasso. (Immagine personale)

 

Nella Marsica le due forti scosse sismiche di Venafro (6,8 Mw) e del Gran Sasso (7 Mw) toccano tutti i paesi della zona appartenenti alle tre contee di Tagliacozzo, Albe e Celano, che vengono duramente colpiti e in gran parte distrutti.

Le cronache del tempo riportano ampi danni, ma non danno l’esatta percezione del problema ancora largamente sottostimato. Al livello storiografico le testimonianze dell’orrore sono diverse, ma spesse volte confuse e contrastanti, che non riescono cioè a dare l’esatta cifra esatta dei danni e dei morti.

Certo è che due scosse di questo livello agli antipodi, ma molto vicine come sorgenti sismiche producono come minimo danni ingenti e diversi morti. Nella Marsica sappiamo che il paese di Avezzano viene distrutto e con questo la prima collegiata di San Bartolomeo viene distrutta.

Anche Scurcola viene colpita molto duramente e danni significativi si registrano nel vicino monastero di Santa Maria della Vittoria eretto alla fine del XIII secolo dagli Angioini per celebrare la vittoria sugli Svevi e divenuto per volere dei sovrani angioini un vero e proprio feudo monacale con tanto di zona di pertinenza nella Marsica occidentale.

 

La Valle Roveto oggi. (Immagine personale)

 

Nel caso specifico della la scossa di Venafro di 6,8 Mw nella Marsica sono la Valle Roveto, la Vallelonga e le zone di Pescasseroli e Opi a risultare le più colpite con ricadute importanti sia sulla popolazione che sul patrimonio edilizio. Tanto per citare un esempio grave ad Alvito (un piccolo comune posto al confine fra Lazio e Abruzzo) muore Adenolfo II d’Aquino con tutta la famiglia nel crollo del castello seguito al terremoto di Venafro.

 

L’Altopiano delle Rocche. (Immagine personale)

 

A ciò bisogna aggiungere che l’intera area dell’Altopiano delle Rocche, così come il resto del territorio della Marsica, nel 1348 ovvero l’anno precedente al sisma, ha sofferto in modo forte della Peste che ha provocato molte vittime nella zona.

 

 

– Effetti del sisma del Gran Sasso su Rocca di Mezzo

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Seppure finora non abbiamo trovato da nessuna parte fonti che ci dicano gli effetti di questo sisma su Rocca di Mezzo e l’altopiano delle Rocche, siamo comunque abbastanza certi che l’intera area sia stata investita in pieno con relativo crollo di buona parte dei caseggiati e di tutte le strutture pubbliche principali.  E’ impossibile a mio parere che questi territori siano riusciti a resistere indenni a una scossa del 7 Mw mentre altri vicini sono crollati.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Da ciò ne deriva che mura e castello e caseggiato di Rocca di Mezzo abbiano come minimo riportato danni ingenti e parliamo comunque di territori isolati e di montagna, quindi difficili da ricostruire in poco tempo specie se i castelli a fianco hanno riportato danni enormi.

 

L’altopiano delle Rocche visto da Terranera. (Immagine personale)

 

La zona dell’Altopiano delle Rocche è poi in un momento di grande fragilità avendo sofferto l’anno prima nel 1348 l’arrivo della Peste, che qui ha prodotto in poco tempo molti lutti, a cui si somma la sofferenza non ancora rimarginata del saccheggio avvenuto nel 1347 da parte di Carlo di Durazzo su Rocca di Mezzo e nel resto dell’altopiano.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a metà XIV secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Alla metà del ‘300 Rocca di Mezzo si trova nel mezzo di una crisi sociale ed economica, una sorta di battuta di arresto nel suo percorso di crescita. Questa battuta di arresto è causata da tre fattori il saccheggio operato da Carlo di Durazzo nel 1347, la peste del 1348 e il terribile terremoto del Gran Sasso del 1349.

 

Sisma del Gran Sasso del 1349

 

Questo sisma causò molti danni e vittime in tutto il centro Italia, ma soprattutto nell’aquilano, dove l’intera area è stata investita direttamente. Il sisma del Gran Sasso in Italia è sempre stato oggetto di numerosi studi e confronti

Ora quanti danni e morti questo sisma può aver prodotto a Rocca di Mezzo non lo sappiamo, ma come detto sopra i danni sicuramente ci sono stati e sono stati ingenti tanto da aver sicuramente semidistrutto il paese.

Allo stesso modo siamo sicuri che il primo edificio della chiesa di Santa Maria della Neve sia crollato con questo sisma e sia stato poi ricostruito nel corso dello stesso secolo dai conti di Celano a cui apparteneva la zona.

 

 


 

 

– Litigi di confine nell’Altopiano delle Rocche (1360-74)

Al livello politico verso la fine del secolo l’Altopiano delle Rocche è diviso tra la contea di Celano, retta ancora dai Berardi, e la contea dell’Aquila, gestita da un’oligarchia di famiglia nobili.

I feudi di Rocca di Mezzo e Rocca di Cagno litigano furiosamente per molti decenni per i confini fra essi. Nel 1374 per far terminare la disputa fra i due feudi, la regina Giovanna I di Napoli manda in Abruzzo il nobile Tommaso degli Obizi con l’incarico di risolvere il problema fissando i confini fra i due paesi.

Dopo una serie di sopralluoghi Tommaso fissa i confini fra Rocca di Mezzo e Rocca di Cagno risolvendo così un contenzioso che si trascinava da molto tempo. Questi confini rappresentano da ora anche i confini fra le contee di Celano e L’Aquila. L’atto dei confini viene infine definitivamente reso esecutivo con un diploma della regina Giovanna.

In questo contesto troviamo il piccolo paese di Terranera all’interno della contea di Celano in quanto appartenente al paese di Rocca di Mezzo, a cui sarebbe stato unito un secolo prima.

 

 

– Il ritorno della Peste (1363)

Il 1363 è un vero e proprio anno nero, in quanto fa ritorno la Peste che come un’onda gigante travalica i paesi d’Europa, ritornando in modo sostenuto nella Marsica e uccidendo tantissime persone, tanto da lasciare alcuni paesi spopolati per molto tempo.

 

 

– L’invasione delle cavallette (1365)

A completare la situazione già gravemente compromessa, ci pensa infine un’invasione di cavallette, che nel 1365 distrugge i raccolti lasciando sull’astrico e alla fame migliaia di famiglie. A causa di ciò sono i bambini a rimetterci di più. Infatti sono proprio questi le principali vittime delle cavallette e di un impoverimento generale.

 

 

– La contea di Celano alla fine del XIV secolo

Celano oggi. (Immagine personale)

 

Celano alla fine del XIV secolo è un territorio che si va riorganizzando, specie dopo lo scacco subito nel 1223 con la perdita della guerra fra Tommaso Berardi e l’imperatore Federico II. La nuova contea di Celano è ora pienamente inserita nel regno di Napoli a guida angioina e si trova in una fase di ascesa sotto la ritrovata guida della famiglia Berardi, guidata in questa fase dal conte Pietro III. Pietro III dimostra di essere un valido feudatario in quanto non solo viene restaurando l’intera contea dai danni subiti dal tremendo terremoto del 1349, ma viene riorganizzando l’intero territorio di modo da farlo funzionare al meglio delle possibilità e non è facile visto che parliamo di una zona montuosa.

A ciò si aggiunge la dinamica di Pietro al livello politico nel riuscire ad emergere socialmente. In ciò lui è piuttosto abile ottenendo l’allargamento della contea di Celano con l’annessione di alcuni importanti territori come i feudi di Carrito e Ortona dei Marsi, di Ortucchio e soprattutto di Paterno. L’annessione di quest’ultimo feudo consente alla contea celanese di partecipare all’attività pescatoria del grande lago Fucino, introducendo in questo modo una nuova attività economica per la contea.

 

Il castello di Celano oggi. (Immagine personale)

 

A completamento di questo abbiamo inoltre l’avvio della costruzione del nuovo castello di Celano nel 1392. Egli inizia questo progetto trasformando la torre mastio del feudo celanese in un vero e proprio castello, posto in cima al paese. La costruzione del nuovo maniero procede costruendo una grande struttura quadrata con torri angolari agli angoli, fino al marcapiano. La torre mastio diventa perciò una delle quattro torri, precisamente quella posta sull’angolo nord-est. Al centro della grande struttura quadrangolare troviamo il cortile interno dove viene aggiunto da Pietro III un loggiato con arcature a sesto acuto ancora oggi presenti.

 

Il castello di Celano oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1396 Pietro III muore e gli succede il figlio Ruggero III, il quale però domina la scena politica per poco tempo morendo sembra nel 1399. A lui succede il fratello Nicola I Berardi  che prosegue nel nuovo secolo la politica di crescita del padre.

 

 

 

– Rocca di Mezzo a fine XIV secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Siamo alla fine del secolo XIV, immaginando di essere intorno al 1390, dobbiamo immaginare in mancanza di altri dati che il paese sia stato ricostruito per la maggior parte e abbia ripreso la sua naturale attività verso la lana di pecora.

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Così facendo questa rappresenta la principale fonte economica del paese, attorno a cui si sviluppano tante altre attività (quello che oggi è chiamato l’indotto). Sul piano strutturale Rocca di Mezzo ha ricostruito il suo circuito murario formato forti mura possenti che proteggono il paese da eventuali nuove scorrerie.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a fine XIV secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Stando al fatto che il paese di Rocca di Mezzo a fine XIV secolo è stato  ricostruito in gran parte, presumiamo che anche la chiesa di Santa Maria della Neve sia stata ricostruita, d’altra parte se immaginiamo di essere al 1390, considerando che il sisma del Gran Sasso è del 1349, quindi sono passati 40 anni, per cui la chiesa è sicuramente rifatta. D’altra parte parliamo della chiesa parrocchiale e in un paese isolato come Rocca di Mezzo posto in montagna, la chiesa per la popolazione era un punto sociale fondamentale. Se ciò è avvenuto, considerando che il castello è ancora in piena attività, la chiesa in questa fase è di piccole dimensioni, non ha quindi le dimensioni di chiesa basilicale come la intendiamo noi oggi.

 

 


 

 

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XV secolo

 

 

 

– La contea di Celano all’inizio del ‘400

Celano oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1399 abbiamo la morte del conte Ruggero III Berardi di Celano e la successione a capo della contea celanese del fratello Nicola I.  Nicola è un uomo integro e sicuro di se, che dimostra coraggio in battaglia e nella vita privata.

Grazie alle sue grandi doti riesce ad allargare la contea celanese con diverse acquisizioni di feudi. Abbiamo infatti notizia che Nicola viene investito dalla regina Giovanna II di Napoli della baronia di Castelluccio e di altre terre nella zona di Capitanata e in Terra di Lavoro (area campana). La notizia è dello storico Andrea Di Pietro che l’ha presa dall’Archivio di Stato di Napoli.

Tra il 1400 e il 1402 Nicola sposa Maria Marzano, una delle donne più importanti del regno napoletano e da lei ha 5 figli, tra cui il maschio Pietro e la futura Covella contessa di Celano.

 

Il castello di Celano oggi. (Immagine personale)

 

Il 13 ottobre 1406 Nicola giunge a Napoli insieme alla moglie Maria dove incontra il re Ladislao I. Nicola grazie all’alta considerazione di cui gode presso il  re Ladislao, viene nominato Gran Giustiziere del regno e barone di Carapelle. Ladislao conosce bene il conte di Celano e sa di potersi fidare di lui, per cui non esita a ripagarlo con incarichi e feudi importanti.

Per Nicola la carica di Gran Giustiziere del regno si rivela l’apice della sua carriera di feudatario, mentre l’annessione della baronia di Carapelle per la contea di Celano consente al grande feudo marsicano un grande salto di qualità sia al livello economico che strategico, poichè porta  all’allargamento del territorio celanese sul lago Fucino con conseguente miglioramento sull’attività pescatoria.

Celano infatti con l’annessione di Carapelle acquista anche tutte i suoi paesi rivieraschi del Fucino, fra cui San Benedetto dei Marsi e Petogna (Luco) che controlla la metà del Lago Fucino, oltre anche ai feudi pugliesi di  Castelluccio Valmaggiore e Santo Spirito.

 

Celano oggi. (Immagine personale)

 

La prova di questa forte rapporto arriva il 19 maggio 1411, allorquando viene combattuta la battaglia di Roccasecca fra le truppe di Ladislao di Napoli e quelle di Luigi II d’Angiò. In questa circostanza troviamo Nicola Berardi combattere a fianco al re Ladislao sul Liri-Garigliano. Qui le armate reali sono sconfitte e il conte viene imprigionato con altri baroni.  Nicola per liberarsi paga 14.000 fiorini e una volta libero dimostra tutta la sua integrità e saldezza di principi, tornando dal re il 23 dicembre 1411 a Tripergole  per raccontargli ciò che era successo e quanto aveva visto in campo nemico.

Negli anni il rapporto fra Ladislao e Nicola continua in modo rispettoso e fruttuoso per entrambi e quando il re muore nel 1414 la nuova regina Giovanna II, che sostiuisce il fratello sul trono napoletano conferma senza esitazione a Nicola la carica di Gran Giustiziere e tutti i feudi avuti precedentemente.

In questa felice condizione di rapporto fra Celano e Napoli, il feudo celanese ci guadagna moltissimo arricchendosi in modo importante non solo con le attività tradizionali come con il commercio della lana e l’agricoltura che si sviluppano ulteriormente in questi anni, ma soprattutto con l’attività pescatoria potendo contare introito di pescato grazie al maggiore controllo sul Lago Fucino.

 

Il castello di Celano oggi. (Immagine personale)

 

La contea di Celano negli di governo di Nicola diventa molto grande e molto ambita, grazie non solo all’ampliamento dei suoi confini, ma soprattutto per la sua posizione strategica, essendo questa al confine con lo stato pontificio e presente vicino ad un grande lago che consente molte condizioni vantaggiose.

Tutti questi miglioramenti sono ancor più evidenti se si approfondisce la storia dei singoli paesi, che formano l’attuale contea di Celano a cominciare da Rocca di Mezzo, che all’inizio del ‘400 è tornata a crescere dopo la battuta di arresto di metà Trecento.

Nello stesso periodo nella parte orientale della Marsica, nella grande contea di Tagliacozzo, troviamo gli Orsini, signori di questo contado,  che vengono rafforzando il loro controllo su Tagliacozzo ingrandendolo con nuovi acquisti. Gli Orsini spingono per arrivare ad avere il controllo su Albe, il terzo contado indipendente della Marsica controllato direttamente dalla corona degli Angiò di Napoli.

 

Ladislao I di Napoli. (Immagine da Wikipedia)

 

Purtroppo nella Marsica dell’epoca a rovinare questo equilibrio fra i Berardi di Celano e gli Orsini di Tagliacozzo intervengono due fattori importanti. Il primo è la nomina nel 1417 a papa di Martino V Colonna, che approfitta della sua posizione per meglio far crescere gli interessi familiari. Ciò si esplica nominando il nipote Lorenzo Colonna conte d’Albe e questo agli Orsini, diretti concorrenti dei Colonna su Roma e ora nella Marsica, risulta decisamente indigesto.

Il secondo fattore che interviene è l’estinzione al maschile della casata celanese dei Berardi, con la morte nel 1418 del conte Nicola I e del figlio Pietro III nel 1423. A dominare ora la scena a Celano rimangono le donne, soprattutto Jacovella la vera erede del fratello conte Pietro  III. Ma parliamo di una bambina tra gli 8 e i 10 anni che diventa presto preda delle rapaci famiglie romane interessate alla sua dote.

 

La chiesa di San Francesco di Celano. (Immagine personale)

 

Ma  andiamo con ordine nel 1418 il gran conte Nicola Berardi muore e a succedergli nel contado è il giovane figlio Pietro III sotto la reggenza della madre Maria Marzano. Maria Marzano pur svolgendo all’inizio la reggenza comitale per il figlio, si adopera per un suo nuovo matrimonio, sfruttando il suo alto lignaggio. Maria nel 1421 sposa nientemeno che Nuzio Sforza, il fondatore della casata dei futuri duchi di Milano. Muzio e Maria sono adulti, quindi con figli da precedenti matrimoni, ma sono giovani e attratti l’uno dall’altra. Tuttavia la nuova unione dura poco in quanto Muzio muore nel 1424, mentre lotta contro Fortebraccio, capitano di Ventura che semina il panico in Abruzzo all’inizio del decennio 1420.

 

Papa Martino V Colonna. (Immagine da Wikipedia)

 

Fatto è comunque che Maria a causa del nuovo matrimonio abbandona presto Celano lasciando i figli a un consiglio di reggenza (1421). Successivamente nel 1423 Pietro muore forse in quanto cagionevole di salute, per cui le uniche rimaste a Celano sono le tre sorelle più piccole Angelella, Antonella e Jacovella. Le prime due verranno fatte sposare a due feudatari, mentre la più piccola Jacovella sarà l’unica vera erede del casato.

Jacovella sarà alla base delle mire espansionistiche dei Colonna nella Marsica. In pratica la piccola rimasta erede del patrimonio comitale di Celano lascia campo aperto ai piani del papa Martino V (al secolo Oddone Colonna). Papa Martino V all’inizio nel 1417 nomina il fratello Lorenzo conte d’Albe, ma quando egli muore nel 1423, nomina in sua sostituzione l’altro fratello Giordano, principe di Salerno. Ebbene Giordano è nominato dal papa anche tutore delle piccole Berardi di Celano, Angelella, Antonella e Jacovella.

 

Celano oggi. (Immagine personale)

 

Ma questi sono anni molto turbolenti sul piano civile con vecchi equilibri che stanno scadendo e nuovi in formazione, che per emergere hanno bisogno di scalzare i vecchi ed è da questo gioco di potere che nasce la guerra dell’Aquila, combattuta nell’aquilano e nella Marsica, arrivando a coinvolgere direttamente Rocca di Mezzo, che si trova inserita nella contea di Celano e fa da confine con la vicina contea aquilana.

 

 

–  Rocca di Mezzo all’inizio del XV secolo

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del ‘400 troviamo il feudo di Rocca di Mezzo parte integrante della contea di Celano, a cui è legata dalla fine del XIII sec. In generale il paese risulta piuttosto grande ed è punto di riferimento della transumanza verticale che avviene all’interno della contea di Celano.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Sul piano socio-lavorativo Rocca di Mezzo è un concentrato di piccoli lavori artigianali che rendono il paese indipendente. Consideriamo che parliamo di un paese di montagna che durante l’inverno risulta praticamente isolato dalla neve abbondante e dal freddo glaciale. Per cui all’epoca avere un minimo d’indipendenza su vari piani era fondamentale per la propria sopravvivenza.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a inizio XV secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del ‘400 la chiesa di Santa Maria della Neve, come in molti borghi della Marsica, è il punto di riferimento e di ritrovo principale della piccola comunità, che però al contrario di tanti altri borghi si trova ad essere in piena ascesa, per la sempre maggiore importanza della lana da pecora. Gli abitanti di Rocca di Mezzo sono principalmente dediti all’attività armentizia in tutte le sue componenti. Gli uomini sono pastori di pecore e curano queste in tanti aspetti mentre le donne curano la lana una volta presa dalle pecore.

Il ritorno economico su Rocca di Mezzo dopo cotanto lavoro si fa sentire, ma la vita sociale per la piccola comunità di Rocca ruota tutta intorno alla chiesa. Le persone di Rocca di Mezzo sono completamente ignoranti, ma profondamente religiosi e per questa gente come per altre comunità, vivere significa seguire i tempi della religione con le sue feste sacre e suoi momenti.

 

 


 

 

 

– La guerra dell’Aquila e i castelli aquilani coinvolti come Rocca Mezzo nel 1423-24

 

Premessa

La città dell’Aquila oggi

(Immagine da https://www.ilcapoluogo.it/2022/02/09/laquila-perde-mille-abitanti-in-sette-anni-ma-e-il-capoluogo-che-resiste-di-piu/)

 

La guerra dell’Aquila è  un  conflitto armato svoltosi nel 1423-24  che inizia come scontro tra Braccio da Montone e la città aquilana ma che diviene poi interesse di tutta la penisola italiana, coinvolgendo le forze del Ducato di Milano, della Repubblica di Firenze, dello Stato della Chiesa e del Regno di Napoli.  Grazie al papa Martino V diventa una guerra di religione, poiché la scomunica di Fortebraccio ha dato l’inizio ad una “crociata contro lo scomunicato”.

 

Gli antefatti

Il capitano di ventura Andrea Fortebraccio. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1422 Andrea Fortebraccio viene nominato da Giovanna II, connestabile degli Abruzzi per dieci anni, con il titolo di “Utriusque Aprutii Gubernator“. Il condottiero, impegnato in Umbria, deve nominare un suo  luogotenente, e la scelta ricade sul diplomatico Ruggero d’Antignola. Ruggero governa l’Abruzzo con pieni poteri iniziando a portare quelle terre sotto il dominio diretto di Fortebraccio ed allontanandole dal potere regio. Il magistrato inviato da  Fortebraccio viene accolto fastosamente all’Aquila e fino al settembre del 1422 i rapporti tra il d’Antignola e la città sono buoni, anche se gli aquilani sono abituati ad avere privilegi fin dal 1254, anno di fondazione della città.

Alla fine del 1422, però, gli aquilani si rendono conto di correre il rischio di perdere la loro autonomia e, guidati dalla famiglia Camponeschi, si ribellano al d’Antignola e lo cacciano dalla città.

I Camponeschi risultano imparentati con il Grande Ammiraglio del Regno di Napoli, Giacomo Marzano, con il condottiero Muzio Attendolo Sforza, signore di Benevento e  Manfredonia, e alla lontana anche con il papa Martino V, che sostiene Luigi III d’Angiò contro la regina Giovanna II, ed sono quindi molto influenti nella politica del Regno. Fortebraccio invia allora degli ambasciatori all’Aquila che ricordano agli aquilani che Fortebraccio dispone di 6000 cavalieri pronti alla guerra, ma ogni loro proposta è respinta dal Consiglio cittadino presieduto da Antonuccio Camponeschi, creando così il casus belli che porta alla guerra.

Intanto gli aquilani inviano a loro volta degli ambasciatori a Roma per incontrare re Luigi d’Angiò (rivale di Giovanna II, che è a sua volta sostenitrice di Fortebraccio) e il 5 maggio viene formalizzato un accordo che mantiene l’autonomia della città ma che garantisce la sua sudditanza a Luigi. L’Angioino, per sostenere la città contro Fortebraccio, invia il comandante Antonio Papacoda.

 

La guerra (1423)

Dopo che nel maggio 1423 il magistrato aquilano caccia l’ambasciatore di  Fortebraccio, L’Aquila si prepara all’assedio che dura 13 mesi. Il popolo aquilano, descritto come forte e testardo, è l’unico a resistere a Braccio da Montone; il popolo è l’unico nel regno di Napoli a rimanere devoto alla regina Giovanna II d’Angiò nel clima d’instabilità politica, e la città è la sola ad essere punita in modo esemplare dalla casata d’Aragona, non riconoscendo l’autorità di Braccio da Montone, che si è fatta nominare nel 1421 Gran Connestabile d’Abruzzo, e che ha già piegato con l’esercito delle città ribelli come Sulmona, e acquartierato le truppe a Lanciano e Teramo per garantire l’ordine e l’appoggio dell’Aragona.

 

Paganica oggi. (Immagine da https://www.laquilablog.it/paganica-torna-la-corsa-del-cappello-il-23-e-24-luglio/)

 

Braccio, conoscendo i forti rapporti della città con i castelli che hanno fondato L’Aquila nel 1254, decide di estendere l’assedio al vasto contado dell’Aterno, partendo dal castello più esposto, vale a dire quello di Paganica (benché altri castelli precedenti come Navelli, San Pio delle Camere, Barisciano, erano già stati conquistati e distrutti), che risulta difeso dai cittadini e da 10 aquilani, che tuttavia, vista la portata dell’esercito, si trovano costretti a firmare la resa.

Per il perugino Braccio fu facile di conseguenza, conquistare Poggio Picenze, e marciare indisturbato verso la città, razziando bestiame, vitigni, campi di frumenti, e il suo obiettivo era di prendere L’Aquila per fame, impedendo l’arrivo di foraggio e di materiale quale il legname.

Nell’agosto 1423 una congiura tra alcuni aquilani e bracceschi, per permettere l’accesso di Fortebraccio nella città con un attacco a sorpresa, viene scoperta, 12 cospiratori furono processati e impiccati su un grande olmo in Piazza Duomo, mentre quelli che erano riusciti a scappare, furono sorpresi a Porta Barete (anticamente detta “Lavareto”) e fatti a pezzi dal popolo.

 

L’assedio di Fortebraccio alla città dell’Aquila nel 1423 in un dipinto di Salvatore Fiume

 

Mentre Braccio pone il suo accampamento nella piana di Sant’Anza, poco fuori Porta Pizzoli, fortifica anche la chiesetta di Sant’Antonio Abate di Pile per resistere agli assedi, e devia il corso del fiumiciattolo verso Sant’Anza, sicché la cittadinanza viene costretta a prendere le acque dalla Rivera e da Preturo.

In precedenza Braccio, giungendo dalla strada di Popoli, giunge dalla parte est delle mura, nel giugno 1423 pensando di spaventare la città piazzandosi a Campo di Fossa, sul Collemaggio, attaccando le mura con delle bombarde. Tuttavia gli aquilani corrono alle armi, eccitati dalla grande campana della torre civica del Palazzo del Capitano, e si asserragliano a Porta Bazzano, insieme anche alle donne che danno man forte agli uomini. Infatti un anno dopo il 2 giugno 1424 le donne sono nuovamente a Collemaggio, insieme agli uomini che escono nell’attacco contro Braccio, esponendo i quattro gonfaloni dei Quarti: San Giorgio, Santa Maria, San Pietro e San Giovanni.

Il freddo inverno arriva nel febbraio 1424, quando Braccio tenta l’assalto a Porta Branconio, a nord-ovest, avendo Braccio reclutato anche banditi aquilani per conoscere meglio i punti deboli delle mura. Le sentinelle delle mura simulano una distrazione collettiva per far avvicinare di più il nemico, e al momento opportuno scatenano un attacco a sorpresa degli aquilani, facendo precipitare gli assalitori dal fosso di Colle Branconio. Sul finire del maggio del 1424, la regina Giovanna II, Luigi d’Angiò e papa Martino V riunirono in una coalizione un potente esercito di 5.000 uomini, guidati dai capitani Giacomo Caldora e Francesco Sforza per rispondere all’assedio di Braccio.

 

I castelli aquilani conquistati da Braccio di Montone (1423)

Nel frattempo Braccio per diminuire la resistenza degli aquilani assediati, decide di conquistare altri castelli dell’aquilano, che sostengono la città. Uno ad uno l’esercito di Braccio espugna i vari castelli aquilani. Pizzoli, Borbona, La Posta cadono uno dietro l’altro.

Il 26 luglio 1423 Rocca di Cambio viene presa dagli uomini di Braccio. Il paese come gli altri cade abbastanza presto sotto i colpi di un esercito ben organizzato. L’episodio vede Braccio Fortebraccio di Montone, accampato nei pressi di Rocca di Cambio,  ordinare alle Terre del Corsaro di sequestrare e assegnare al suo cancelliere bestiame, uomini e altri beni di proprietà degli Aquilani (A.L.ANTINORI, XIV/1, p. 333).

 

La conquista di Rocca di Mezzo

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Braccio da Montone nel conquistare i castelli dell’aquilano tocca anche la Marsica con l’assedio di Rocca di Mezzo (che nel 1423 apparteneva a Celano, ma parteggiava a spada tratta per l’Aquila a cui comunque il feudo si sentiva legato), che stando presso l’Altopiano delle Rocche rientrava nella zona che poteva aiutare l’Aquila.

Il feudo marsicano di Rocca di Mezzo viene attaccato nel 1422 e dopo 10 mesi di eroica resistenza cade in mano a Fortebraccio pare nel luglio 1423, quindi quasi contemporaneamente alla caduta di Rocca di Cambio.

Rocca di Mezzo cade a causa dell’apertura di una piccola breccia, che fa da porta all’esercito di Braccio da Montone. Una volta entrati gli uomini di Fortebraccio fanno strage della popolazione e distruggono l’intero paese a cominciare dal castello e dalla chiesa di Santa Maria della Neve posti in cima al paese.

 

 

Distruzione di Terranera

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Insieme a Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio anche il piccolo paese di Terranera, vicino a Rocca di Cambio, viene invaso e distrutto dall’esercito di Fortebraccio. Fortebraccio come un uragano devasta il piccolo borgo seminando il panico tra la popolazione che viene dispersa e solo dopo la fine la sconfitta di Fortebraccio ritorna nell’antico villaggio per ricostruirlo e riabitarci.

 

 

La guerra di Braccio da Montone

La città dell’Aquila oggi

(Immagine da https://www.ilcapoluogo.it/2022/02/09/laquila-perde-mille-abitanti-in-sette-anni-ma-e-il-capoluogo-che-resiste-di-piu/)

 

In seguito alla conquista dei vari castelli aquilani e a un duro assedio che dura ormai da mesi, L’Aquila è stremata e gli aquilani iniziano ad uscire spontaneamente dalle mura, questo almeno è quanto riportato dallo storico dell’epoca Niccolò da Borbona; tuttavia Niccolò parla anche di cittadini e donne rapite e violentate dalla truppe non solo a L’Aquila, ma anche nei castelli conquistati, chiedendo riscatto ai mariti.

Il 27 febbraio 1424 Braccio, approfittando della nebbia, si accosta con 2.000 uomini alle mura dell’Aquila presso il torrione di Sant’Agnese, a nord del quarto di Santa Maria, sferrando un altro attacco, che però viene respinto nuovamente dai cittadini. I cittadini aquilani, a quanto riporta Niccolò di Borbona, notano che insieme ai bracceschi ci sono dei fuoriusciti aquilani, e che dalle mura escono delle donne, le mogli dei cittadini traditori, che rimangono nel campo di Braccio una notte, salvo poi tornare incolumi dentro le mura.

 

Castello di San Pio delle Camere. (Immagine da https://www.abruzzocitta.it/luogo/castello-san-pio-delle-camere/)

 

Secondo quanto riporta la cronaca non tutti i castelli aquilani avevano ceduto alle forze di Braccio da Montone, anzi alcuni dimostrano una grande resistenza, come i castelli di Tussio e San Pio delle Camere. Addirittura nel marzo 1424 si sa che dopo l’assalto fallito all’Aquila, Braccio da Montone è costretto ad interessarsi della resistenza del castello di San Pio, che dimostra una fiera opposizione. Braccio da Montone stanco di questa resistenza aquilana decide d’infierire sul paese di San Pio per dare una spallata alla lotta abruzzese.

 

San Pio delle Camere oggi.

(Immagine da https://www.ansa.it/abruzzo/notizie/2023/08/04/a-san-pio-delle-camere-la-festa-dei-solchi_7aa6b88d-e6c9-45ba-b5bf-3d6329f9d525.html)

 

Il 14 marzo 1424 la cittadina aquilana viene data alle fiamme insieme alle chiese. Dopo l’incendio la cittadina cade nelle mani di Braccio che non contento infierisce sulla popolazione. Egli raduna una parte degli uomini e donne del paese rinchiudendoli in un mulino, presso il Collemaggio, che viene poi dato  alle fiamme. Un’altra parte della popolazione sia maschile che femminile viene fatta denudare e sfilare sotto le mura in segno di scherno, minacciando che la stessa sorte sarebbe accaduta a L’Aquila una volta conquistata, se non si fosse arresa all’istante.

Dopo la conquista di San Pio, Braccio parte per la vicina Tussio, ma non riesce ad espugnarla, perché frenato dalla notizia che anche Barisciano si è ribellata. Dato che Barisciano è un castello più grande e importante, l’assedio viene spostato qui.

Passano diverse settimane di duro assedio e alla fine anche Barisciano cade il 23 aprile 1424. Braccio da Montone dopo la presa della città infierisce sulla città e sulla popolazione. Il castello viene raso al suolo e la città incendiata. La popolazione maschile viene imprigionata e spedita a Teramo come schiava, mentre le donne sono mandate all’accampamento dove sono violentate e poi mandate in processione sino all’Aquila completamente nude insieme ai figli.

 

La sconfitta di Braccio da Montone e la vittoria dell’Aquila

 

Battaglia dell’Aquila: Scontro fra Fortebraccio e le truppe in difesa dell’Aquila sotto le mura della città in un dipinto di Salvatore Fiume

 

Mentre le truppe di Braccio infieriscono sui castelli aquilani, giungono, il 2 giugno nel territorio aquilano presso Bazzano, gli eserciti di Papa Martino V, Giovanna II e Luigi d’Angiò, comandati da Jacopo Caldora e Francesco Sforza.

Alla vista dell’esercito nemico le truppe braccesche di Niccolò Piccinino si scagliano all’attacco, ma la superiorità numerica della coalizione scrive la parola “fine” alla guerra dell’Aquila con la clamorosa sconfitta di Braccio.

 

Battaglia dell’Aquila: Scontro fra Fortebraccio e le truppe in difesa dell’Aquila sotto le mura della città in un dipinto di Salvatore Fiume

 

Molti sono i morti sul campo di Bazzano da entrambe le parti, ma a rimetterci di più è l’esercito di Braccio che viene duramente sconfitto. Coloro che si salvano provano a fuggire, ma vengono bloccati a Paganica e qui trucidati dagli abitanti e dai soldati che desiderano vendetta, dopo la capitolazione dell’anno precedente. Successivamente un aquilano giunge in città annunciando la vittoria con la frase “Buone novelle, buone novelle ci sono”.

Quanto alla vittoria e alla partecipazione delle donne aquilane, si tramanda, come riporta Girolamo Pico Fonticulano, che le donne stesse, alla notizia della vittoria a Bazzano del 2 giugno, tornano in città riportando delle “buone novelle”. Oggi presso Porta Roiana, sotto via XX Settembre esiste ancora una chiesetta dedicata a Santa Maria delle Buone Novelle o a Sant’Apollonia, la santa a cui le donne si sarebbero votate prima del scendere in battaglia.

 

La città dell’Aquila oggi

 

Le mura della città vengono addobbate con cimeli di guerra presi dal campo di battaglia, i falò sono accesi di notte, sono suonate le campane a festa e si celebrano messe. Braccio da Montone, ferito gravemente alla testa  durante lo scontro, è portato nel campo militare. Molte sono le fonti riguardo la sua morte, chi vuole che Jacopo Caldora che lo fa pugnalare nella sua tenda, chi sposta apposta la mano del chirurgo che sta operando la sua testa ferita, mentre c’è chi vuole che Braccio, chiusosi in un mutismo sfacciato, e rifiutando il cibo per l’astio della sconfitta cocente, si sia lasciato morire di fame, a 56 anni.

 

 


 

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1425

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1425 il paese di Rocca di Mezzo risulta distrutto dopo la devastazione perpetrata da Braccio da Montone. Le mura del paese sono semidistrutte, molte case diroccate e il castello gravemente danneggiato. 

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nonostante questo però il paese riparte di slancio con il ritorno della popolazione superstite che nonostante la sofferenza subita inizia a ricostruire. Chiaramente ci vuole diverso tempo prima che il restauro si concluda, ma questa ricostruzione apre anche le porte ad un nuovo sviluppo urbanistico, che inizia ad essere pensato anche al di fuori del primo cerchio di mura e ciò  proprio per rispondere alla crescita del paese anche sul piano demografico.

Da segnalare la visita qui a Rocca di Mezzo di San Bernadino da Siena. Il momento di visita di San Bernardino a Rocca di Mezzo non lo sappiamo con precisione, ma risulta avvenuto in una fascia temporale tra il 1425 e il 1430.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve nel 1425

La chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve, come citato in diverse parti, risulta in questo momento distrutta e quindi bisognosa di essere ricostruita.

 

 

– La ricostruzione di Rocca di Mezzo 1425-40

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo nel 1425 è un paese che appartiene ancora alla contea di Celano e tale rimane ancora per diverso tempo. Per cui la prima ricostruzione del paese avviene in questo contesto. Precedentemente si è osservato come il paese nonostante alla fine sia caduto nelle mani di Fortebraccio è comunque riuscito a resistere a lungo al suo assedio.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine pesonale)

 

Questo è stato possibile perchè Rocca di Mezzo disponeva di una doppia cinta muraria che ha consentito al paese di poter resistere a lungo. Ora però dopo la sua distruzione il paese viene ricostruito immaginandolo più grande, quindi superando l’area della prima cinta muraria che ha caratterizzato il primo borgo medievale.

Diciamo che ora la nuova ricostruzione urbanistica di Rocca di Mezzo proietta il paese verso una struttura più aperta e adatta ai tempi. La ricostruzione di Rocca di Mezzo non la si deve però solo ai suoi abitanti, (i conti di Celano in questa fase sono fuori gioco a causa della mancanza di una valida guida), ma soprattutto ad Amico Agnifili che originario di Rocca di Mezzo e ora vescovo dell’Aquila e da qui segue il proprio paese natio facendo da motore per il suo sviluppo.

Di questa prima ricostruzione non abbiamo al momento l’esatto quadro tranne il fatto che il paese inizia una nuova fase edilizia impostandosi come paese più grande rispetto al precedente assetto urbano. 

 

 

– Il matrimonio fra Edoardo Colonna e Jacovella Berardi (1423-31)

Jacovella Berardi è contessa di Celano dal 1423, dopo la morte del fratello Pietro, m soprattutto dopo che l’intero patrimonio comitale, a cui appartiene anche Rocca di Mezzo, è stato concentrato nelle sue mani  per portarlo come dote al di lei futuro marito. Usanza del tempo le donne vengono usate come pedine per ingrandire i grandi patrimoni delle casate nobiliari e Javovella non fa eccezione.

Jacovella pur essendo molto giovane (dovrebbe avere in questo momento tra gli 9 e i 12 anni) dimostra da subito un forte attaccamento al suo territorio ed è soprattutto abbastanza consapevole di rappresentare una gloriosa casata. Essendo però molto giovane e sola deve accettare seppure malvolentieri il ruolo di pedina.

Ma va così. Ebbene papa Martino V Colonna è un papa straordinario perchè rida lustro e forza a Roma che veniva da due secoli di tormenti e devastazioni e con questo papa Roma risorge dalle sue ceneri, passando da semplice cittadina di 20000 anime a grande capitale della cristianità occidentale di 100000 anime a fine secolo.

Per ora però il percorso è solo avviato. Nel frattempo il papa cerca di curare anche gli interessi della sua famiglia e per questo forzando un po’ la mano fa sposare nel 1424 Jacovella Berardi con Edoardo Colonna. Il matrimonio fra i due è un totale disastro e fino a quando il papa è vivo Jacovella è costretta ad accettare la situazione trasferendosi a Roma presso Palazzo Colonna.

I Colonna sono dal 1423 circa conti d’Albe avendo ricevuto la contea in dono dalla regina Giovanna II in cambio dei servizi della famiglia Colonna a lei. Ora con il matrimonio di Edoardo con Jacovella divengono anche conti di Celano.

 

 


 

 

 

– La morte di Papa Martino V e il ritorno di Jacovella a Celano

Papa Martino V muore nel 1431 e Jacovella, ormai cresciuta e maggiormente consapevole del suo ruolo e del suo rango, sogna di ritornare a Celano. Così più o meno nel 1432 organizza la sua fuga da Palazzo Colonna, grazie anche alla complicità della madre.

Jacovella attraverso una rocambolesca fuga dai Colonna torna dopo un lungo e pericoloso viaggio nella sua amata Celano che la accoglie a braccia aperte.

Jacovella non è fessa e sa che essendo donna verrà contrastata in ogni modo, anche perchè il suo feudo è molto ambito per ricchezza e posizione. Per prima cosa Jacovella procede a far annullare il suo matrimonio con Edoardo Colonna adducendo diverse cause come scuse per questo annullamento. Il nuovo papa anche perchè avverso ai Colonna scioglie il matrimonio di Edoardo Colonna con Jacovella. Jacovella è libera.

 

 

– Giacomo Caldora e il nuovo matrimonio di Jacovella (1433-39)

Un nuovo capitano d’armi di nome Giacomo Caldora si affaccia nella Marsica e in Abruzzo. Caldora è un vecchio capitano d’armi del regno di Napoli e soprattutto il grande vincitore della guerra dell’Aquila contro Fortebraccio che proprio lui ha ucciso.

Ora senza soffermarci troppo sulle sue numerose imprese avvenute tra il 1423 e il 1435, arriviamo direttamente al 1435 riassumendo in breve la situazione. Caldora dopo numerose imprese è nel 1435 un grande capitano d’armi, ma anche un grosso feudatario abruzzese che mira ad ingrandire i suoi possessi.

Nel 1435 troviamo Caldora a combattere in Abruzzo contro i feudatari filoaragonesi, fra cui gli Orsini che detengono il feudo della contea di Tagliacozzo. Ebbene nelle battaglie abruzzesi Caldora vince su tutta la linea sconfiggendo ripetutamente gli avversari e conquistando in poco tempo l’intera contea di Tagliacozzo (di proprietà degli Orsini) e la vicina contea d’Albe (di proprietà della famiglia Colonna). Così facendo Caldora diventa di fatto il primo conte di Tagliacozzo e Albe che porterà presto le due contee a divenire una cosa sola quando torneranno proprietà degli Orsini, per ora però abbiamo Caldora come feudatario.

Nel 1436 Caldora passa a combattere in Puglia dove dopo alcune vittorie conclude un accordo con i baroni ribelli. In dicembre su ordine della regina Isabella, muove le sue truppe insieme a quelle del cardinale Vitelleschi per sostenere il partito angioino. Il grosso esercito che si è appena formato convince Alfonso, canditato al trono di Napoli per il partito aragonese, ad abbandonare l’assedio della città di Aversa.

Qualche mese dopo (1436) il cardinale Vitelleschi cerca di far passare al dominio pontificio, per cui dipende, alcune zone della Terra di Lavoro, tra cui anche Aversa. Ciò non accade per il forte dissidio con Caldora e il cardinale è costretto a desistere da suoi propositi anche per l’intervento deciso della regina Isabella. A questo punto l’esercito papale di Vitelleschi passa agli ordini del Caldora. Nell’ottobre 1436 Caldora è tra i nobili che sottoscrivono il giuramento di fedeltà a Renato d’Angiò.

Nel maggio 1437 Caldora si trova a Napoli per rendere omaggio a Renato d’Angiò da poco arrivato a Napoli per prendere possesso del trono. Qui Caldora organizza una nuova fase della guerra fra Angioini e Aragonesi per far vincere il partito angioino. Successivamente Caldora combatte in Puglia e poi nuovamente in Abruzzo, dove comunque tramite suoi uomini continua a controllare i suoi nuovi feudi di Tagliacozzo e Albe.

In dicembre Caldora rientra a Napoli con il re Renato. Qui Caldora fa un grosso prestito a re Renato che in cambio gli cede come garanzia la città di Aversa. A questo punto si ritira in Abruzzo per controllare i suoi feudi dove rimane per tutto il 1438.

Nel 1438 Jacovella di Celano affascinata dal vecchio capitano d’armi e desiderosa di rimanere indipendente si offre a lui come sposa. Perdipiù Jacovella capisce che stando con lui ella diventerebbe di fatto anche contessa di Tagliacozzo e Albe riunendo gli antichi possedimenti familiari. Caldora da parte sua è affascinato da questa donna forte e indipendente e seppure ha ormai quasi 70 anni accetta di sposarla.

All’inizio del 1439 Caldora e Jacovella si sposano e Jacovella diventa ufficialmente anche contessa d’Albe e Tagliacozzo, mentre Caldora diventa conte di Celano.

 

 

– Dall’unione di Jacovella con Giacomo Caldora alla morte di questo (1439)

Caldora divenuto anche conte di Celano passa ad amministrare i suoi contadi cercando di ottenere dai suoi sudditi i denari necessari al finanziamento della nuova campagna militare. Jacovella invece passa il suo breve periodo con Caldora ad accarezzare il suo nuovo ruolo di contessa della rinata contea dei Marsi e della sua vittoria sui Colonna che la volevano defenestrare del suo ruolo e delle sue terre.

Caldora viene richiamato ad Aversa dal re e a questo punto torna da lui passando per la Terra di Lavoro. Nel suo peregrinare verso il re Caldora viene fermato al Volturno dalle truppe aragonesi. Si dirige quindi verso Benevento, dove assale Cercello, tenuta dai signori di Leonessa. Qui il 15 ottobre viene colto da emorragia cerebrale, morendo il 18 ottobre successivo.

Con la morte di Caldora tramonta l’idea di un grande stato feudale della Marsica. Così vediamo che Albe e Tagliacozzo sono ereditate da Antonio Caldora, mentre Celano ritorna in pieno possesso di Jacovella. Con la morte di Caldora Jacovella si ritrova di nuovo sola a combattere i suoi nemici.

 

 

– Il terzo matrimonio di Jacovella (1442 circa)

Celano oggi. (Immagine personale)

 

Alla morte di Caldora, Jacovella Berardi torna sola e oggetto di nuovi interessi per la sua dote, ma tutta la nobiltà dell’epoca deve fare i conti con il forte desiderio d’indipendenza di lei, che vuole dominare non essere dominata.

Jacovella durante il periodo di frequentazione e poi di matrimonio con Caldora conosce Leonello Acclozamora giovane capitano di ventura e nipote di Caldora. Per i due è amore a prima vista, ma all’inizio il rapporto con Caldora frena l’unione dei due giovani, che si tengono lontani. Poi la morte improvvisa di Caldora facilita loro le cose e dopo un periodo di lutto i due iniziano a stare insieme.

 

Celano oggi. (Immagine personale)

 

Leonello è un giovane forte e robusto dalla tempra forte capace di reggere la forte indole di Jacovella, che subisce in pieno il fascino di Leonello. Attorno ai due si scatenano le malelingue che ostacolano con maldicenze l’unione fra i due. Però nonostante questo dopo un periodo insieme i due decidono di sposarsi. Pensiamo che la nuova unione sia avvenuta più o meno nel  1442-43. L’unione fra di loro si rivela lunga e felice e allietata dalla nascita di tre figli. Jacovella grazie alla presenza del valido marito, può finalmente amministrare la sua grande contea in totale autonomia senza più la paura che gliela possano portare via.

 

 


 

 

 

 

– Il ritorno degli Orsini a Tagliacozzo e Albe

Alba Fucens in una foto d’epoca d’inizio ‘900

 

Antonio Caldora nel 1439 diventa nuovo conte d’Albe e Tagliacozzo e domina queste per circa tre anni. Egli non ha le qualità paterne del padre, ma come questo è capitano di ventura e soprattutto erede di un grande patrimonio feudale in Abruzzo dove oltre ai feudi marsicani, possiede diversi feudi importanti sulla costa.

Nel 1441 Caldora muore senza figli e per evitare che le due contee possano andare in mani sbagliate vengono ridate agli Orsini nella persona di Giovanni Antonio Orsini, che stavolta però oltre a Tagliacozzo diventa anche conte d’Albe portando definitivamente la vecchia contea albense ad essere assorbita da Tagliacozzo.

 

 

– Battaglia fra Orsini e Colonna presso l’area di Rocca di Mezzo (1452)

Scontro fra Orsini e Colonna presso Rocca di Mezzo

 

Nel 1452 nell’ambito della guerra fra Aragonesi e Angioini si scontrano presso l’area di Rocca di Mezzo le fazioni degli Orsini e dei Colonna, che rappresentano da una parte l’una e l’altra parte politicaper la conquista del trono napoletano, ma dall’altra le due famiglie arcinemiche di Roma lottano ormai da diversi decenni per il controllo della Marsica e questa volta l’area di sfida avviene qui presso Rocca di Mezzo. Su questa battaglia purtroppo conosciamo poco quindi l’esito rimane a noi incerto, per cui ci fermiamo qui su questa battaglia

 

 

– L’Italia della pace di Lodi (1454)

L’Italia dopo la pace di Lodi del 1454

 

Sul piano politico nazionale abbiamo la firma a Lodi di un trattato di pace che pone termine ad una guerra fra i vari staterelli italiani nella lotta alla supremazia sovraregionale nella penisola italiana. Il trattato di pace sancisce sostanzialmente una parità fra i vari principati e una impedenza da parte di ognuno di riuscire ad assoggettare ulteriormente gli altri. L’accordo di pace firmato a Lodi e raggiunto grazie ai buoni uffici di Cosimo dei Medici signore de facto di Firenze dal 1434. Questo accordo di pace fra i vari staterelli italiani sancirà un’oggettivo equilibrio di potere per 40 anni assicurando all’Italia un lungo periodo di pace e prosperità.

 

 


 

 

 

 

– Il terremoto dell’Irpinia del 1456

 

Nel 1456 un tremendo terremoto colpisce l’Irpinia distruggendola. Il sisma è così violento da portare morte e distruzione in numerose località del centro Italia, tra cui la Marsica, dove si registrano molti paesi danneggiati o distrutti dal sisma. Nella Marsica specie nella parte occidentale molti paesi risultano distrutti e i morti in alcuni casi raggiungono le centinaia di unità, come accade nella Piana di Carsoli dove tutti i borghi sono completamente distrutti e la popolazione colpita in pieno.

Rocca di Mezzo tra i tanti paesi colpiti non riporterebbe ingenti danni, come invece avvenuto in molti centri della Marsica, ma ne risultebbe comunque danneggiata in più punti. L’Aquila viene danneggiata

 

 

– Effetti del sisma del 1456 sulla contea di Celano

Il sisma dell’Irpinia si rivela distruttivo anche per la contea di Celano. La contea celanese come il resto della Marsica subisce molti danni da questa scossa, con diversi centri abitati danneggiati nelle strutture. La stessa Celano è scossa fortemente riportando danni in più punti, ma la contea celanese è ricca grazie alla felice conduzione dei suoi responsabili e ciò permette un avvio rapido della riparazione dei borghi e delle rocche danneggiate.

 

 

– Effetti del sisma del 1456 su Rocca di Mezzo

Rocca di Mezzo come il resto della contea celanese viene interessata dalla scossa che provoca diversi danni al centro abitato e probabilmente anche qualche ferito. Sicuramente il sisma intacca il vecchio castello, le chiese del borgo e le antiche mura.

Al momento non abbiamo fonti precise sulla quantità di danni e feriti, ma il paese sta crescendo economicamente, quindi reagisce velocemente a questo evento.

Rocca di Mezzo infatti nel 1456 risulta un grande centro per lo smercio della lana di pecora grazie alle politiche dei conti di Celano e del regno di Napoli in generale, che favorisce in ogni modo questa attività economica. Grazie ad una certa crescita economica abbiamo inoltre diverse famiglie originarie di Rocca di Mezzo che salgono economicamente e socialmente.

Quando avviene il sisma dell’Irpinia il paese è pronto a reagire facendo partire da subito l’operazione di restauro e crescita, continuando l’operazione avviata nei decenni precedenti di una crescita urbanistica del paese secondo i canoni edilizi del tempo.

 

 

– Il sisma dell’Aquila del 1461

 

Dopo il sisma del 1456 dell’Irpinia un nuovo sisma si abbatte sull’Abruzzo e la contea celanese, ma questa volta l’epicentro del sisma è proprio in Abruzzo presso l’Aquila, che viene semidistrutta.

Il sisma del 1461 inizia tra ottobre e novembre con una piccola sequenza sismica che prosegue nel corso del mese di novembre fino al 16 quando avviene una scossa più forte, che però precede solo di qualche giorno la scossa più forte verificatasi nella notte tra il 26 e 27 novembre con una potenza di 6,5 Mw.

A questa scossa molto violenta ne seguono altre di minore entità ma  comunque molto forti nei mesi successivi fino alla scossa conclusiva del 27 marzo 1462. Tra le scosse più forti verificate in questa fase ricordiamo quelle del 4 dicembre, del 17 dicembre e poi quelle del 3-4 gennaio 1462.

Per questo sisma sono le aree dell’Aquila e di Sulmona a risentirne di più riportando diversi crolli di edifici e diversi morti.

 

 

– Il sisma dell’Aquila sulla contea di Celano

Nella contea di Celano il sisma del 1461 provoca molti danni anche se pare attenuati dai precedenti del sisma del 1456. Comunque molti centri piccoli e grandi della contea risentono del sisma con crolli di diverse abitazioni e danneggiamenti a rocche e mura dei borghi.

 

 

– Il sisma dell’Aquila su Rocca di Mezzo

Scorcio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo ancor più di altri paesi riporta diversi danni per questo sisma, a causa della sua vicinanza all’epicentro che si ha nella zona aquilana e come Rocca di Mezzo tutto i borghi dell’Altopiano delle Rocche riportano danni anche importanti, che verranno comunque riparati negli anni avvenire.

Questo evento ancor più del precedente sisma provoca molti danni, aggravando una situazione già difficile, seppure in miglioramento. Sembra che per questo terremoto le mura della città, le chiese e il castello riportano danni ingenti e il paese si avvia verso un difficile ritorno alla normalità. Il castello di Rocca di Mezzo risulterebbe crollato in vari punti.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve dopo i sismi del 1456 e del 1461

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

I sismi del 1456 e soprattutto il terremoto dell’Aquila del 1461, danneggia la nuova  chiesa, comportando con ciò un deciso nuovo riavvio dei lavori di restauro. Tale situazione ci dice che la ricostruzione  e il successivo completamento avvengono in due riprese, che ha come termine temporale il 1461.

 

 

– La crisi della contea di Celano e il suo passaggio ai Piccolomini (1458-62)

Scorcio del castello di Celano. (Immagine personale)

 

Con Leonello e Jacovella la contea di Celano torna ricca e forte. Tra la fine del decennio 1440 e l’inizio del decennio 1450 la contea celanese cresce sia in ricchezza che al livello sociale e demografico. Si registra infatti in tutti i paesi della Marsica una discreta crescita demografica.

Sul piano economico Leonello e Jacovella si dimostrano due validi gestori del loro territorio soprattutto nel campo armentizio con la vendita della lana da pecora, che viene prodotta nella stessa contea e resa pregiata per la felice conduzione delle pecore grazie alla transumanza verticale operata tra il lago Fucino e Rocca di Mezzo e per la transumanza avviata fino a Foggia in questi ultimi anni.

Il ricavato delle vendite viene poi reinvestito da Leonello e Jacovella per potenziare il territorio celanese con la costruzione di nuovi castelli e nuove vie di comunicazione e successivamente per restaurarlo dopo i danni subiti nel 1456 per il terremoto dell’Irpinia nei vari paesi del contado.

 

Il castello di Celano. (Immagine personale)

 

Purtroppo però questo felice periodo s’interrompe con la malattia e la successiva morte del conte Leonello nel 1458. A causa di ciò Jacovella si ritrova ancora una volta sola a gestire l’immensa contea e ad arginare il suo giovane figlio Ruggero, che ancora adolescente e immaturo vuole da subito divenire il nuovo conte di Celano in sostituzione del padre, non sopportando la reggenza della madre.

Da ciò nasce un profondo e duro conflitto tra madre e figlio, sia per la volontà di Jacovella di continuare a governare questo feudo che comunque lei sente suo prima che del marito e poi perchè il figlio non è ancora pronto. Ma è duro far capire ciò ad un’adolescente viziato!!! (d’altra parte il mestiere più difficile non è difendere il proprio stato o far decollare l’economia, ma fare il genitore e ciò vale in ogni epoca).

All’inizio Jacovella riesce a prevalere sul figlio riuscendo a bloccarlo fino al 1460, ma poi però Ruggero, detto Ruggerone ormai quasi maggiorenne, si contrappone con maggiore veemenza alla madre. Questa non riuscendo più ad arginarlo si preoccupa che egli possa distruggere quanto da lei costruito e mantenuto. 

 

Scorcio di Celano oggi. (Immagine personale)

 

Ruggero per aver ragione della madre si allea con Jacopo Piccinino, capitano di ventura, che ha una forte influenza su di lui promettendogli di aiutarlo a gestire il suo feudo dopo la cacciata della madre. In realtà il Piccinino non ha alcuna voglia di aiutare Ruggero nella gestione comitale, ma vuole solo servirsi di lui per entrare in possesso dei beni della contessa per pagare l’esercito e diventare ricco egli stesso.

Fatto è comunque che la contessa saputa dell’amicizia e dell’alleanza tra i due diventa molto nervosa e spaventata, poichè si rende ben conto del pericolo e scongiura il figlio di lasciar perdere il Piccinino che porterà alla rovina lei, ma soprattutto lui. Ruggero non sente ragione e dopo un duro braccio di ferro con la madre, che tenta di resistere disperata anche militarmente al figlio, deve cedergli infine il controllo dello stato, dopo essere stata arrestata e imprigionata dal figlio.

 

Scorcio di Celano oggi. (Immagine personale)

 

Ruggero diventa così nel 1461 Ruggero IV conte di Celano. Ma Ruggero governa Celano solo di nome, in quanto è sotto la tutela del del Piccinino che lo tratta come un fantoccio. Piccinino grazie ai suoi soldati fa il bello e cattivo tempo, derubando la contessa dei beni della contea, che poi usa per pagare i suoi debiti e il suo esercito. Ruggero capito le reali intenzioni del furfante cade nella disperazione, ma è costretto a cedere a lui le sorti del contado pur rimanendone apparentemente il gestore.

 

Papa Pio II. (Immagine da Wikipedia)

 

Papa Pio II è inorridito per il trattamento riservato dal figlio alla madre e per quello che sta avvenendo a Celano, ma soprattutto intravede nella situazione la possibilità di prendersi il contado per la sua famiglia e così avviene. Papa Pio II fa intervenire il conte Orsini e il nipote Alfonso Piccolomini che cacciano da Celano con un esercito il Piccinino e Ruggero Acclozamora, liberando infine la contessa Jacovella.

Successivamente Jacovella viene a Roma dal papa, il quale le comunica la decisione di assegnare Celano a suo nipote Antonio Piccolomini, mentre lei come contropartita ottiene la contea di Venafro. Jacovella mordendosi le mani è costretta a cedere a ritirarsi a Venafro con l’altro figlio Pietro. Qui a Venafro Jacovella muore intorno al 1470.

 

Il castello di Balsorano oggi. (Immagine personale)

 

Ruggero invece cacciato da Celano si rifugia a Balsorano presso il castello e da qui muove guerra e fastidio a Piccolomini cercando come può di riprendersi Celano, ma nulla Piccolomini è troppo forte, allo stesso tempo però Piccolomini non riesce a prendere Balsorano che appartiene al suo contado fino a quando è presente Acclozamora che ben difende il suo territorio. Ne nasce un conflitto sordo che dura fino al 1470 allorquando Ruggero stufo di questa lotta preferisce andare a servizio dai re di Francia. Ciò permette finalmente a Piccolomini di entrare in possesso di Balsorano e riunirla alla contea celanese.

 

 


 

 

 

 

– Antonio Piccolomini nuovo conte di Celano e la lotta contro Ruggero Acclozamora (1462-70)

Il conte Antonio Piccolomini, conte di Celano. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1462 Antonio Piccolomini arriva a Celano prendendo possesso del suo castello e del nuovo contado in mezzo a tanto dispiacere della popolazione affezionata alla precedente contessa. Tuttavia Piccolomini non riesce in prima battuta ad avere il pieno controllo della contea in quanto il territorio di Balsorano viene occupato e ben difeso da Ruggero Acclozamora.

 

Scorcio di Celano oggi. (Immagine personale)

 

Ruggero cacciato da Celano si rifugia infatti presso il castello di Balsorano, da cui controlla la Valle Roveto, da dove tenta inutilmente di riprendersi Celano con delle scorrerie. Piccolomini però è bene armato e quindi troppo forte per essere defenestrato, riuscendo a respingere bene i diversi tentativi fatti da Ruggerone.

 

La Valle Roveto oggi. (Immagine personale)

 

Allo stesso tempo però Piccolomini non riesce a prendere Balsorano, che appartiene al suo contado, in quanto ben difesa da Acclozamora. Ne nasce così un conflitto che dura fino al 1470, allorquando Ruggero stufo di questa lotta preferisce andare a servizio dai re di Francia. Ciò permette finalmente a Piccolomini di entrare in possesso di Balsorano e riunirla alla contea celanese.

 

 

– Il distacco di Rocca di Mezzo da Celano (1462) e il riavvicinamento all’Aquila (1462-83)

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Dopo il passaggio della contea celanese a Piccolomini, Rocca di Mezzo inizia a distaccarsi da Celano, forse non avvertendo più alcun legame con la vecchia contea. Così facendo Rocca di Mezzo inizia un percorso di riavvicinamento economico all’Aquila, che viene in qualche modo guidato dal vescovo Agnifili, promotore della nuova Rocca di Mezzo.

In questa fase di passaggio verso l’Aquila, Rocca di Mezzo diventa per qualche tempo indipendente. “Questa fase d’indipendenza” termina nel 1483, allorquando Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio diventano per decreto reale parte del territorio aquilano.

 

 

– Restauro di Rocca di Mezzo e la figura del cardinale Agnifili (1462-88)

Il paese di Rocca Di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Questa fase d’indipendenza di Rocca di Mezzo e di riavvicinamento all’Aquila coincide con la fase di restauro e ricostruzione del borgo danneggiato dai sismi del 1456 e soprattutto del 1461. Come detto sopra il borgo viene in parte danneggiato dal sisma del 1456, ma forse complice la fase di stabilità di quel momento, i conti di Celano avevano in parte favorito un iniziale restauro, che però si completa solo dopo il sisma del 1461 che torna a danneggiare il borgo.

Rocca di Mezzo negli anni 1450-60 pur continuando a far parte della contea celanese tende a riavvicinarsi all’Aquila sotto l’abile guida del cardinale Amico Agnifili, che dal 1431 vescovo dell’Aquila.

 

Il cardinale Amico Agnifili. (Immagine da Wikipedia)

 

Il cardinale Agnifili nasce a Rocca di Mezzo nel 1398 da una famiglia di umili origini e solo con le sue forze riesce a farsi largo all’interno dello stato pontificio, diventando lentamente una figura preminente dell’elite romana del tempo. Dapprima Agnifili studia presso Bologna, dove conosce molti futuri importanti prelati, che lo aiuteranno a far carriera e poi si laurea in diritto canonico nel 1426. Successivamente viene mandato a l’Aquila dove diventa canonico del Duomo dell’Aquila e da qui fa una veloce e luminosa carriera che lo porta a divenire vescovo dell’Aquila nel 1431.

Come vescovo dell’Aquila Agnifili oltre a seguire l’Aquila segue anche Rocca di Mezzo proponendosi come motore dello sviluppo del suo paese.

C’è da notare poi che la sua amicizia con San Giovanni da Capestrano è una conferma della successiva venuta di quest’ultimo a Rocca di Mezzo e da qui alla chiesa di San Michele. Agnifili nel tempo diventa sempre più importante rivestendo incarichi su incarichi sempre di prestigio condotti da lui con grande forza e passione, fino ad essere nominato cardinale nel 1467 da papa Paolo II, che nutriva per lui una grande amicizia e rispetto.

 

La città dell’Aquila oggi.

 

Ebbene in tutto il suo percorso ecclesiastico il cardinale Agnifili non dimentica mai L’Aquila dove compie numerose opere, come l’apertura dell’ospedale Maggiore e l’istituzione del Monte della Pietà. Allo stesso modo segue anche Rocca di Mezzo, a cui è sempre rimasto legato. Agnifili dopo la distruzione di Rocca di Mezzo nel 1423 e il danneggiamento dei beni storici della città si adopera nella ricostruzione del paese a cominciare dalla chiesa di Santa Maria della Neve e in altre opere simili.

A questo punto vista l’importanza del personaggio e il suo ruolo nel sociale è possibile, ma azzardiamo a dire sicuro, che sia lui a guidare seppure non direttamente il passaggio di Rocca di Mezzo da Celano all’Aquila, oltre che al suo restauro. Sicuramente Agnifili s’interessa direttamente di Rocca di Mezzo cercando di aiutare il borgo come può e sicuramente ci riesce. E’ in questa fase infatti che Rocca di Mezzo accelera nel restauro del borgo che viene ripensato sul piano urbanistico. 

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo già da qualche decennio tende ad allargarsi per la crescita della popolazione superando nella costruzione l’area delle antiche mura. Segno tangibile di questo enorme restauro paesano è la chiesa di Santa Maria della Neve, che ricostruita viene a comprendere le antiche mura del paese nonchè una torretta rompitratta, che diventa il nuovo campanile della chiesa. Ma di questo parleremo in altra sede.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Sul piano urbanistico il borgo s’ingrandisce e vede la costruzione di nuovi caseggiati, ma anche l’abbandono del vecchio castello che presto diventa un totale rudere. Nasce una nuova cinta muraria che risulta molto più grande della precedente e comprende quattro porte di accesso Porta delle Morge, Porta Falsetto, Porta della Fonte (o dell’Annicola) e Porta del Borgo, le ultime due oggi scomparse.

 

 


 

 

 

– L’economia nell’Altopiano delle Rocche (1450-90)

L’altopiano delle Rocche oggi. (Immagini personali)

 

Sul piano economico seppure con tutti i limiti esistenti abbiamo un discreto sviluppo dell’economia nell’Altopiano delle Rocche sia dalla parte celanese fino a Rocca di Mezzo, che aquilana con Rocca di Cagno. Lo sviluppo economico del periodo si basa sul commercio della lana da pecora, che in questo secolo conosce un notevole boom economico che farà sentire i suoi effetti anche nel secolo successivo.

 

L’altopiano delle Rocche oggi. (Immagini personali)

 

Come detto sopra il secolo XV può ascriversi come il periodo del rilancio della transumanza e del mercato della lana di pecora, che si esprime appunto con lo sviluppo delle diverse vie transumanti specie quelle che da Celano e L’Aquila arrivano al Tavoliere delle Puglie e viceversa. Rocca di Mezzo con l’altopiano delle Rocche si pone bene per il pascolamento in alta quota delle pecore nel periodo estivo. Lo sviluppo dell’industria armentizia fa di Rocca di Mezzo una meta molto considerata.

Ma in generale lo sviluppo dell’industria armentizia fa molto ricca l’Aquila e le sue famiglie nobili, che grazie ai notevoli guadagni possono ben sostenere economicamente la ricostruzione della città dopo i gravi sismi subiti.

 

 

– La pestilenza del 1478

Si ha notizia che nel 1478 il contado aquilano è interessato da una forte pestilenza che miete molte vittime. La pestilenza arriva anche a Rocca di Mezzo producendo anche diversi morti.

 

 

– Gli Agnifili

La famiglia Agnifili di Rocca di Mezzo, divenuta importante dalla metà del XV secolo per la presenza del cardinale Amico Agnifili è come molte altre famiglie nobili alla ricerca di un suo ruolo preminente anche nel territorio di provenienza, in questo caso Rocca di Mezzo.

La famiglia negli anni si trasferisce a L’Aquila dove costruisce un suo palazzo e prende possesso di diversi beni, ma mantiene un forte legame con Rocca di Mezzo che in qualche modo sembrerebbe guidare il suo lento passaggio a L’Aquila dopo l’uscita dalla contea celanese.

Il consolidamento della famiglia presso l’Aquila avviene proprio negli anni di vescovado di Amico Agnifili, che fa spazio ai suoi familiari cercando di procurargli incarichi vari, come accade al nipote Francesco, che diventa un religioso e grazie allo zio fa carriera ecclesiastica fino a diventare vescovo dell’Aquila succedendo allo zio si era dimessosi poco prima. Francesco tiene il  vescovado dell’Aquila per quattro anni al termine dei quali muore, a questo punto il vecchio Amico Agnifili torna ad essere vescovo dell’Aquila fino alla sua morte avvenuta qualche mese dopo il nipote nel 1476.

La famiglia poi nel corso del tempo si consolida nel potere aquilano divenendo nel tempo una delle prime famiglie della città.

 

 

– Rocca di Mezzo torna all’Aquila (1483)

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo dopo la sua divisione da Celano nel 1462, torna nell’orbita dell’Aquila, dapprima solo economicamente e poi anche amministrativamente attraverso il privilegio accordato dal re Ferrante nel 1483, per il reintegro dei territori di Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo sotto la direzione del capitano dell’Aquila.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Come accennato precedentemente in questi anni Rocca di Mezzo cresce economicamente, essendo un centro legato alla transumanza delle greggi e per la sua piazza che si rivela essere un buon mercato. Il buon andamento economico consente a Rocca di Mezzo un’ottima crescita demografica, portando il paese a contare ben 285 famiglie residenti, per un totale 1500 unità nel censimento del 1488.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a fine XV secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La ricostruzione della chiesa di Santa Maria della Neve è avvenuta nel corso del ‘400 ed è stata elaborata a più riprese a causa del sopraggiunto terremoto del 1461, che l’ha in parte ridanneggiata. Dopo questo sisma del 1461 la chiesa viene nuovamente restaurata completando un percorso architettonico iniziato negli anni precedenti.

Ora a fine secolo la nuova chiesa si presenta con una forma molto più grande della precedente andando ad occupare una parte dell’area del vecchio castello. Il castello di Rocca di Mezzo è anch’esso ricostruito dopo gli accadimenti del 1423, ed è attivo per tutto il secolo XV, ma pur essendo attivo scende d’importanza, e va tutto a vantaggio della chiesa parrocchiale di Santa Maria della Neve.

 

 

– L’Italia nel 1494

L’Italia all’avvento dei Francesi in Italia nel 1494.

 

 

– La lotta fra Orsini e Colonna per la Marsica (1494 – 97)

Il simbolo dei Colonna. (Immagine da Wikipedia)

 

Siamo all’inizio del 1494 e re Ferrante muore in gennaio. La sua morte porterà in breve alla deflagrazione del regno napoletano e alla sua sottomissione alle potenze straniere. Ma andiamo con ordine la successione del regno va al figlio primogenito Alfonso II, d’indole crudele, egli risulta odiato dalla popolazione. Con l’ascesa di Alfonso II, Virginio Orsini si dichiara fedele al re e anche al papa Alessandro VI. Questo frutta ad Orsini la su nomina a Gran Connestabile del regno napoletano. Poco dopo Virginio Orsini fa incontrare il papa Alessandro con Alfonso II nel suo castello di Vicovaro, dove questi stringono un alleanza militare.

Ludovico il Moro a Milano vuole insediarsi come duca, ma deve far fuori o deporre il piccolo Gian Galeazzo. Alfonso II saputo del piano si scontra contro Ludovico, poichè è il suocero del figlio di Giangaleazzo. Poco dopo il reggente Ludovico il Moro fa scendere in Italia Carlo VIII di Francia, il quale vorrebbe riprendersi l’intera penisola e inizia una penetrazione militare diretta verso Napoli. Mentre Carlo VIII scende in Italia riuscendo a non incontrare particolare resistenza. Carlo dopo aver viaggiato per tutta Italia con il suo forte esercito, incontrando poca resistenza, giunge a Roma dove viene accolto dalla folla festante che per paura di una rappresaglia sulla città si schiera con lui.

Fra coloro che lo accolgono vi è anche Virginio Orsini che con un grande voltafaccia si schiera con Carlo, abbandonando sia il re napoletano che il papa. Tuttavia ciò sarà ricordato a lungo dal papa e costerà caro a Virginio. Nel frattempo i Colonna con a capo Fabrizio scendono le Alpi e si recano a dare manforte a re Carlo che nella sua discesa verso Napoli di cui rivendica il trono, incontra una forte resistenza nei pressi della Marsica. Fabrizio Colonna giunto qui, sconfigge le resistenza marse e viene poi investito sul campo da Carlo VIII delle contee di Albe e Tagliacozzo e delle baronie di Carsoli e Corvaro. In pratica Fabrizio sostituisce Virginio nei suoi territori.

 

Scontro fra le famiglie Colonna e Orsini. (Immagine personale)

 

Successivamente una lega di stati italiani caccia Carlo VIII dall’Italia, e Fabrizio con un classico voltafaccia si fa perdonare dal nuovo re napoletano Ferdinando II (succeduto al padre dopo la sua abdicazione), che gli conferma le contee abruzzesi. Virginio Orsini però dopo questo epilogo, si riassocia al re francese che vuole ritornare in Italia.

Nell’ottobre 1495 le truppe francesi tornano nella Marsica per giungere poi a Napoli.  Nel passaggio delle truppe francesi nella Marsica troviamo Virginio Orsini, al comando di grandi guarnigioni di mercenari che sostengono la parte francese, transitare sotto le mura di Rovere. Poco dopo affronta nuovamente le truppe colonnesi e le sconfigge. A questo punto il re di Napoli priva Fabrizio Colonna dei feudi marsicani e li affida nuovamente a Virginio Orsini.

A causa però di questi continui passaggi di fronte la Marsica con le sue tre contee è continuamente messa a ferro e fuoco venendo continuamente saccheggiata, con gravissimo disagio per le popolazioni locali.

 

Il conte di  Albe e Tagliacozzo Virginio Orsini.

 

La situazione di restauro di Virginio Orsini al comando delle contee marsicane è però di corta durata. Papa Alessandro VI memore del tremendo voltafaccia di Virginio nel 1494 scomunica il conte Orsini insieme al figlio e al cugino dichiarandoli ribelli della chiesa e confiscando loro ogni bene nello stato pontificio. Inoltre il papa scioglieva da ogni giuramento Tagliacozzo e le altre università dal vincolo di vassallaggio agli Orsini (1496).

Il nuovo re di Napoli Federico, succeduto al nipote nel 1496, d’accordo con il papa sconfigge nel giugno 1496 le forze orsine e fa arrestare il conte Virginio imprigionandolo a Castel dell’Ovo. In agosto Federico di Napoli affida a Fabrizio Colonna il compito di riconquistare le contee di Tagliacozzo e Albe e le baronie di Corvaro e Carsoli.

Fabrizio Colonna con i suoi uomini mette a ferro e fuoco la Marsica riuscendo a riconquistare nell’ottobre 1496 i territori di Albe, Tagliacozzo e Carsoli togliendoli agli Orsini. Immediatamente dopo aver ricondotto i suddetti territori sotto la corona di Napoli, re Federico investiva Fabrizio Colonna con la nomina a conte di Tagliacozzo. A Tagliacozzo inoltre viene assegnata la possibilità di emettere soldi tramite l’istituzione di una zecca di stato

Nel gennaio 1497 Virginio Orsini viene avvelenato (probabilmente per opera dei Colonna) in carcere morendo poco dopo e qualche mese dopo re Federico in un diploma reale assegna a Fabrizio Colonna la titolarità delle contee di Tagliacozzo e Albe e delle baronie di Corvaro e Carsoli.

 

 

– Le battaglie di Tivoli e Rovere e la definitiva sconfitta degli Orsini (1498-99)

Gli Orsini reagiscono rabbiosamente a questa situazione  e procedono nel 1498 sempre sotto bandiera francese  a tentare di riprendersi con la forza le terre marsicane. Così vediamo Gian Giordano e Carlo Orsini marciare verso la Marsica.

Immagine di Tivoli da

https://www.greenparkmadama.it/dintorni/la-citta-di-tivoli/

 

Nel passaggio verso la Marsica Gian Giordano e Carlo Orsini hanno un primo scontro con le forze colonnesi che tendono loro un agguato presso Tivoli. Nella battaglia di Tivoli Carlo Orsini viene fatto prigioniero dai Colonna, mentre Gian Giordano riesce a fuggire con le sue truppe dopo aver respinto l’agguato.

A questo punto Gian Giordano marcia spedito con le sue truppe verso la Marsica, ritrovandosi a combattere le truppe colonnesi presso Rovere in una battaglia decisiva.

 

Area della battaglia di Rovere del 1498. Sullo sfondo Rovere. (Immagine personale)

 

Qui gli eserciti degli Orsini e dei Colonna si affrontano nuovamente in una battaglia campale sia presso il piano di Rovere, che sotto le mura dello stesso feudo.

 

La battaglia di Rovere. (Immagine di fantasia)

 

Ma è sotto le mura di Rovere che si svolge quasi tutta la battaglia. Dalle mura del feudo piovono frecce e varie mitraglie, mentre si consuma una battaglia che si rivela molto sanguinosa da ambo le parti.

 

La battaglia di Rovere coinvolge direttamente il piccolo feudo in quanto la battaglia avviene sotto le sue mura. (Immagine di fantasia)

 

Alla fine di una estenuante battaglia troviamo i Colonna vincenti sugli Orsini, che si ritirano nelle proprie terre. Pochi mesi dopo Gian Giordano è costretto a firmare una pace con i Colonna riconoscendo indirettamente il loro dominio sui territori abruzzesi.

 

I resti del castello di Rovere oggi. (Immagine personale)

 

Conseguenza di questa vittoria è la riconferma di Fabrizio Colonna come conte di Albe e Tagliacozzo in un nuovo decreto reale di Re Federico I di Napoli nel 1499.

 

Fabrizio Colonna primo duca di Tagliacozzo

 

Nel 1504 infine avviene un ulteriore aggiustamento a favore dei Colonna, allorquando Ferdinando d’Aragona, divenuto nuovo re di Napoli dopo aver defenestrato Federico I, per ringraziare Fabrizio Colonna dell’aiuto datogli nella contesa del regno napoletano contro la Francia, eleva Tagliacozzo a ducato e inserisce in questo nuovo contesto la vecchia contea albense, che scompare definitivamente.

 

Tagliacozzo oggi. (Immagine personale)

 

 

– Il diploma reale del 1499

Federico I re di Napoli. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1499 come accennato sopra abbiamo un nuovo diploma reale di Federico I, che riconferma i territori abruzzesi a Fabrizio Colonna, nominandolo anche Gran Connestabile del Regno. Inoltre Federico I dona a Fabrizio lo splendido palazzo napoletano di via Mezzocannone che diventerà la residenza dei Colonna a Napoli.

 

 

 


 

 

 

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XVI secolo

 

 

 

– Il regno di Napoli diventa viceregno di Spagna

Ferdinando di Spagna diventa re di Napoli.

 

Nel 1501 re Federico I di Napoli viene destituito dal papa e il trono di Napoli rimane vacante. I due contendenti principali ovvero Spagna e Francia si lanciano alla conquista del regno napoletano, ognuno accampando diritti sul trono. Alla fine di una sanguinosa lotta che coinvolge anche tutti gli Stati italiani è la Spagna ad avere la meglio insieme ai loro sostenitori, fra cui i Colonna che hanno impegnato molte risorse per sostenere le pretese al trono degli Spagnoli.

Fatto è comunque che nuovo re di Napoli diventa Ferdinando V di Castiglia – Spagna. Il nuovo re non vuole avere una nuova corona, ma semplicemente una colonia e per ottenere questo abbassa il regno di Napoli a Vicereame. Questo fatto arriva alle persone così da farle esplodere di rabbia contro gli Spagnoli, ma loro ormai sono i padroni e sono troppo forti per metterli in discussione. Questa situazione sarebbe rimasta tale per i successivi 2 secoli.

 

 

– L’Altopiano delle Rocche nel periodo di passaggio di Napoli alla Spagna (1503)

L’Altopiano delle Rocche oggi. (Immagine personale)

 

Nel primo Cinquecento Spagna e Francia lottano per il possesso del regno di Napoli. Parallelamente a questa lotta si sviluppano tutta una serie di combattimenti locali fra i vari nobili per il controllo di questo e quel feudo. A questo proposito ricordiamo l’episodio avvenuto nel 1503 a Rocca di Cagno fra le truppe filofrancesi e quelle filospagnole.

Nel 1503 Rocca di Cagno viene occupata dalle truppe filo-francesi di Girolamo Gaglioffi e Francesco Sanseverino, appartenente ad una famiglia nobile napoletana. I due cercano d’impedire il passaggio delle truppe di Fabrizio Colonna, duca di Tagliacozzo e capitano al servizio degli Spagnoli. Per riuscire nell’impresa Gaglioffi e Sanseverino arruolano nell’esercito i migliori uomini dell’aquilano.

Sul campo troviamo le truppe di Sanseverino  stanziate nelle campagne di Rocca di Cagno per una settimana in attesa dell’inizio della battaglia. Dall’altra parte Colonna stanzia le sue truppe nel territorio di Rocca di Mezzo. Sembrerebbe però che lo scontro non vi sia stato, poichè Colonna si è ritirato.

 

 

– Rocca di Mezzo all’inizio del ‘500

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del XVI secolo Rocca di Mezzo è il paese più sviluppato dell’Altopiano delle Rocche, grazie alla produzione e al commercio della lana. Qui si tiene una piccola fiera che permette al paese di sostentarsi con le rendite che derivano dallo smercio dei prodotti. Anche grazie alla presenza di questa piccola fiera si genera con il tempo un piccolo gruppo di famiglie che emerge come piccoli commercianti, e artigiani. Nel 1508 le famiglie presenti in paese ammontano a 284 per un totale di 1125 residenti.

 

La zona dei tre archi di Rocca di Mezzo costruita a fine ‘400. (Immagine personale)

 

All’inizio del ‘500 Rocca di Mezzo prosegue nella sua fase edilizia con la costruzione di nuovi edifici e ciò risponde alla costante crescita della popolazione assolutamente non più contenibile nell’area delle antiche mura.

La nuova Rocca di Mezzo si struttura seguendo uno schema urbanistico secondo lo stile rinascimentale, che vede nella costruzione dei tre archi il cuore del nuovo assetto urbano.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nasce così un nuovo paese con un nuovo assetto che però deve provvedere a una nuova cinta muraria, che circondi il nuovo paese, risultando molto più grande della precedente. La nuova cinta muraria comprende quattro porte di accesso Porta delle Morge, Porta Falsetto, Porta della Fonte (o dell’Annicola) e Porta del Borgo, le ultime due oggi scomparse.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a inizio XVI secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve all’inizio del ‘500 si presenta nella sua nuova versione architettonica quattrocentesca e rimane la principale chiesa del borgo che viene accompagnando con la sua presenza lo sviuppo di Rocca di Mezzo.

 

 


 

 

 

 

– Ascesa di Carlo I d’Asburgo (1519)

Il giovane Carlo V

 

 

L’impero di Carlo V nel 1530

 

Carlo I d’Asburgo nel 1516 eredita dal nonno materno il regno di Spagna e nel 1519 dal nonno paterno la dignità imperiale nonchè l’arciducato d’Austria, territorio enorme all’interno dell’impero. Egli si adopera per rafforzare la sua autorità in ogni angolo dei suoi domini e allo stesso tempo per imporre una certa filosofia di vita.

 

 

– Il ritorno della Peste nel 1527

A causa di aquilani in fuga dalla città per la presenza della Peste nel 1525, questa si diffonde anche presso l’Altopiano delle Rocche producendo vittime fra i vari borghi della zona comprese Terranera e Rocca di Mezzo.

 

 

– Il ritorno della Peste nel 1529

Sempre a causa degli aquilani nuovamenten in fuga dalla città per la presenza della Peste nel 1529, questa fa il suo ritorno a distanza di 2 anni dalla precedente ondata anche nella Marsica, presso l’Altopiano delle Rocche, producendo vittime fra i vari borghi della zona comprese Terranera e Rocca di Mezzo.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1550

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1550 Rocca di Mezzo si presenta come un paese in continua crescita demografica e ciò nonostante la presenza della Peste nel 1527 e 1529. Il grado di resistenza dei rocchegiani alle avversità è da ammirare, in quanto essi resistono ad abitare un luogo inospitale come Rocca di Mezzo, che d’inverno diventa un luogo freddissimo e con molta neve. Certo poi dipende anche dalle stagioni che a volte si presentano piuttosto diverse l’una dall’altra. Sicuramente il settore di di maggiore sostentamento per la maggior parte della popolazione è la pastorizia delle pecore, che rappresenta un immane sacrificio, che spesso si rivela essere appena sufficiente a sostenere la famiglia, ma di tutti è il più fruttuoso per la possibilità di vendere la lana che se ne ricava.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a metà XVI secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Al livello religioso non abbiamo notizie particolari di questo periodo, ma sappiamo con certezza che la chiesa di Santa Maria della Neve rimane al centro della vita sociale del piccolo borgo. Qui Infatti le varie famiglie di pastori e artigiani si riuniscono per seguire la vita religiosa e allo stesso tempo intrattenere rapporti, di qualsiasi tipo da quelli lavorativi ed economici a quelli personali. La chiesa di Santa Maria della Neve così come il resto del feudo di Rocca di Mezzo appartengono come vescovado a quello dell’Aquila.

 

 

– Rocca di Mezzo a fine XVI secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

A fine XVI secolo troviamo Rocca di Mezzo migliorata sotto il profilo economico e sociale, poi certo parliamo di un paese di montagna con tutti i suoi annessi e connessi, legati ad una vita non facile vista la posizione e le condizioni climatiche, che qui d’inverno sono molto rigide a causa del forte freddo, ma la popolazione è temprata e nonostante il freddo e l’isolamento sono capaci di migliorare le proprie condizioni. Tanto di cappello!!!

Non è facile infatti la vita nel XVI secolo visti i tanti cambi di casacca dei potenti di turno, però almeno qui la stabilità politica e l’isolamento sembrano favorire una certa coesione sociale. In base a quanto detto non meraviglia che la popolazione, nonostante le tante criticità esistenti di vivere qui, riesca ad aumentare.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1595 abbiamo il censimento della popolazione che arriva a contare 421 fuochi, corrispondenti a circa 2500 persone residenti. Questo significativo aumento di popolazione si spiega con la forte crescita del mercato della lana, che qui fa la fortuna della zona a scapito di altre attività, che però esistono e perdurano anche per il forte sviluppo del settore armentizio, che porta il paese a sviluppare un piccolo indotto.

La ricchezza del feudo di Rocca di Mezzo, ma in generale di tutto l’Altopiano delle Rocche per la produzione della lana spinge diverse famiglie aquilane a tentare il salto di qualità. Fra queste emerge la famiglia Antonelli, antica e nobile famiglia dell’Aquila, che stufa della sua condizione piccolo nobile tenta la scalata sociale acquistando dapprima i feudi di Rocca di Cagno (oggi Rocca di Cambio) e poi di Rocca di Mezzo.

 

 


 

 

 

 

– Rocca di Mezzo sotto gli Antonelli dell’Aquila

Camillo Antonelli divenuto barone di Rocca di Cagno,  si prende nel 1577 anche Rocca di Mezzo, diventando così il principale possidente dell’Altopiano delle Rocche.

Alla  morte di Camillo avvenuta più o meno intorno al 1590, gli succede il fratello Marino. Questi mantiene la proprietà di Rocca di Cagno e Rocca di Mezzo più o meno fino al 1620 allorquando il feudo è venduto ai Colonna del ramo di Gallicano.

In questo lungo periodo gli Antonelli proseguono nella produzione della lana e nello sviluppo dell’industria armentizia. D’altra parte uno dei motivi della presa di Rocca di Cagno e Rocca di Mezzo è proprio il commercio della lana, dove attraverso un’intensa attività pastorale presente nell’Altopiano delle Rocche è facile da controllare e produrre.

 

 

– La produzione della lana nell’Altopiano delle Rocche nel XVI secolo

L’Altopiano delle Rocche oggi. (Immagine personale)

 

Nell’altopiano delle Rocche si ha infatti per tutto il XVI secolo una fiorente produzione della lana, che avviene proprio tra Rocca di Cagno e Rocca di Mezzo. In questi paesi si produce un panno semilavorato, che viene poi esportato all’Aquila, dove viene raffinato per ottenere il sigillo dell’Arte della lana.

Tutto questo fa dell’Altopiano delle Rocche una delle zone più fiorenti di tutto l’Abruzzo e qui si costituiscono alcune importanti famiglie, che grazie alla produzione della lana emergono socialmente, come i Masciarelli e i Pietrantoni.

 

La campagna vicino Rocca di Mezzo

 

Questo sviluppo economico si traduce per Rocca di Cagno in un aumento della popolazione, con la presenza di 138 famiglie pari a 680 abitanti e lo stesso dicasi per Rocca di Mezzo che arriva ad avere una popolazione stimata di 2500 unità.

Abbiamo poi notizia che sul finire del XVI secolo i paesi di Rocca di Cagno e Lucoli ottengono la facoltà dal re di Spagna di unire boschi e acque. In pratica gli abitanti dei due borghi ottengono la possibilità di condividere i boschi, i pascoli e le acque presenti nei due territori e questo è di sicuro un grande vantaggio economico in quest’epoca.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a fine XVI secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve a fine secolo resta il fulcro della vita sociale di Rocca di Mezzo. La chiesa con il tempo viene prendendo il ruolo di centralità che un tempo possedeva il castello.

 

 

– Il regno di Spagna nel 1598

 

 

 


 

 

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XVII secolo

 

 

  

– Rocca di Mezzo a inizio XVII secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo come tutti i paesi della Marsica e dell’aquilano soffre in modo forte del ristagno economico presente sotto gli Asburgo di Spagna. La fortetassazione spagnola, alcuni fenomeni climatici avversi spingono alla povertà molti borghi di montagna, tra cui anche Rocca di Mezzo.

Diverse grandi famiglie aquilane pur avendo una certa disponibilità economica soffrono dell’ottusa politica spagnola e tra questi quasi sicuramente ci son anche gli Antonelli, attuali signori di Rocca di Mezzo. L’Aquila inoltre nel Seicento a differenza del ‘400 e del ‘500 non gode quasi più della sua autonomia fiscale e ciò porta gravi conseguenze economiche per tutto il territorio abruzzese.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

La crisi purtroppo è drammatica, ma la Marsica trovandosi al confine fra il meridione spagnolo e lo Stato della Chiesa è riuscita fino alla fine del XVI secolo ad avere i commerci migliori, ora però a inizio ‘600 la situazione si è fatta difficile e la crisi morde sia la Marsica, che la nobiltà che ne possiede i feudi.

A causa di questa crisi i paesi della Marsica, compresi i paesi dell’Altopiano delle Rocche hanno serie difficoltà nel riuscire a far quadrare i conti. A ciò si aggiunge che diversi borghi di montagna sono spesso preda di briganti che depredano le povere genti marse.

Al livello demografico Rocca di Mezzo si mantiene stabile con 420 fuochi. Su questo numero il paese si mantiene stabile fino al 1648.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a inizio XVII secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve all’inizio del ‘600 è come nel secolo precedente il punto di riferimento principale del borgo sia sul piano religioso che sociale. Sul piano strutturale continua ad avere la stessa struttura quattrocentesca del periodo precedente, senza interventi significativi avvenuti nell’ultimo periodo.

 

 

– Rocca di Mezzo passa ai Colonna di Gallicano 1620-58

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

La crisi sociale ed economica presente in Abruzzo, specialmente nell’aquilano non ha minimamente spezzato il classico orgoglio  abruzzese di una propria autonomia, e la perdita di questa sul piano fiscale, porta buona parte della nobiltà aquilana a tessere varie trame per riprendersi gli antichi privilegi, ma nel frattempo molti nobili si trovano in difficoltà economiche e quindi per andare avanti sono costretti a vendere parte dei loro beni per non accumulare debiti importanti.

 

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Per quanto riguarda Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio non abbiamo fonti che spieghino il passaggio dell’Altopiano delle Rocche dagli Antonelli dell’Aquila ai Colonna di Gallicano, ma immaginiamo che la causa sia la difficile situazione economica presente nel sud Italia che può aver costretto anche famiglie facoltose come gli Antonelli a cedere una parte dei loro beni per evitare situazioni economiche più difficili.

 

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Sappiamo che gli Antonelli sono feudatari di Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio fino all’incirca del 1620, da qui ne segue e immaginiamo che questi abbiano venduto i loro feudi di Rocca di Mezzo, di Rocca di Cambio in seguito alla crisi ed altri a Pierfrancesco Colonna principe di Gallicano.

 

L’Altopiano delle Rocche oggi. (Immagine personale)

 

Pierfrancesco Colonna appartiene a un ramo secondario dei Colonna di Tagliacozzo, ma ora con l’acquisizione di questi feudi anche lui ne possiede molti, seppure nell’aquilano e non nella Marsica.

Nel 1633 Pierfrancesco Colonna muore e gli succede in tutti i beni e feudi il figlio Pompeo Colonna. Pompeo Colonna ama definirsi principe di Gallicano, seppure il padre aveva venduto il feudo pochi anni prima. Pompeo, come accennato, appartiene a un ramo secondario della grande famiglia Colonna, che possiede il grande e ricco ducato di Tagliacozzo, ma con loro non ha nulla a che fare.

Però anche Pompeo possiede feudi in Abruzzo, precisamente nell’aquilano, in quanto ereditati dal padre che li aveva acquistati nel tempo. Fra i più  importanti di questi figurano, Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio, Petrella Salto, Gagliano Aterno, Stiffe, ecc.

 

L’Aquila oggi.

 

Pompeo Colonna inizia, alla morte del padre nel 1633, la sua avventura in Abruzzo, per prendere possesso dei suoi feudi. Nel 1633 quindi Pompeo visita L’Aquila con la moglie e un largo seguito di personale e guardie.

Gli aquilani percependo la forza di quest’uomo sia per capacità personali che famigliari, offrono lui il massimo degli onori. Prospero si trova subito a suo agio all’Aquila e da uomo di gran cultura qual’è e anche per ringraziare gli aquilani di tanta ospitalità fa restaurare a proprie spese il teatro di San Salvatore dove si tengono spesso rappresentazioni del Melodramma italiano.

Da questa prima esperienza all’Aquila Prospero rimane molto coinvolto e ritornando a Roma ricorda spesso questo periodo fino a decidere di trasferirsi in Abruzzo. Negli anni successivi Prospero si organizza al livello affaristico per trasferirsi all’Aquila.

 

 

 


 

 

– Rocca di Mezzo nel 1640

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personle)

 

Rocca di Mezzo nel 1640 continua ad essere interessata dai traffici della lana di pecora che continua a portare entrate nel piccolo feudo di montagna, ma l’economia rispetto a prima e notevolmente calata e molte attività commerciali stanno andando molto male portando ad un forte scontento della popolazione. Ciò è comune in tutto l’Abruzzo aquilano e marsicano. Queste sono le premesse per una grande rivolta sociale che sarebbe scoppiata di qui a poco contro gli Spagnoli.

 

 

– I rapporti fra Prospero Colonna e le autorità spagnole (1646)

Tornando a Prospero Colonna dal 1646, egli si pone sempre più in contrasto con gli Spagnoli, arrivando dapprima a costituire un suo esercito locale riunendo diversi uomini abruzzesi, e in ciò è aiutato dai soldi del padre del cardinale Mazarino. Nello stesso periodo i rapporti tra Prospero e i francesi aumentano, fino a spingere Prospero a manifestare aperto sostegno all’azione di Tommaso di Savoia nello Stato dei Presidi spagnolo per conto del regno francese.

Ufficialmente i rapporti fra Colonna e le autorità spagnole sono buoni, ma è chiara la diffidenza di questi verso un personaggio così particolare e pericoloso. Allo stesso tempo non bisogna dimenticare le grandi famiglie aquilane che nutrono verso Prospero rapporti di grande affetto e amicizia. Gli Aquilani sono sempre più insofferenti agli Spagnoli e vogliono sganciarsi da un governo ritenuto loro nemico a causa dell’alta tassazione imposta.

Il meridione italiano è considerato dal governo di Madrid una pura colonia da sfruttare per motivi economici, per cui si ha tutto l’interesse a mantenere sotto controllo una zona sempre più insofferente. In ciò gli Spagnoli vedono in Colonna un sobillatore di rivolte e cercano di arrestarlo con qualche pretesto.

Perdipiù il 5 aprile 1646 avviene un episodio emblematico delle difficoltà degli Spagnoli con Colonna. Il 5 aprile si portano all’Aquila duemilacinquecento cavalli al comando di Luigi Poderici, che il viceré vuole avviare in Toscana; accadde un inizio di rivolta, perché i soldati sostengono di essere stati arruolati per combattere entro e non fuori del Regno e gli Spagnoli sospettano, in questo episodio l’interferenza di Prospero Colonna, ritenendo che avesse sobillato i soldati.

Colonna intuita la gravità della situazione a suo sfavore, si mostra riguardoso verso il vicerè napoletano andando  a fargli visita il 27 ottobre 1646. Egli arriva a Napoli andando subito a visitare il viceré; ma all’uscita dell’udienza viene arrestato dal capitano della guardia del viceré e dal reggente della Vicaria. A questo punto Colonna viene condotto a Castelnuovo e quindi al carcere di Sant’Elmo. Quattro giorni dopo sono imprigionati all’Aquila Filippo Alfieri e G. A. Pica, accusati di essere suoi complici. Il viceré, duca d’Arcos, arriva inoltre occupare con Giulio Pezzola la rocca di Petrella Salto, principale roccaforte di Colonna.

 

 

– Terremoto di Cerchio (1648)

 

Mentre nella Marsica erano in corso le azioni di Pezzola volte al ristabilimento dell’ordine spagnolo, si verifica il 19 gennaio 1648 un forte terremoto nella zona di Cerchio. Il terremoto colpisce in primo luogo il piccolo paese che viene duramente provato dalla scossa. Ci sono macerie ovunque e nella scossa muoiono 150 persone. La scossa si fa sentire un po’ in tutta la zona fucense, ma al momento non abbiamo informazioni maggiori sugli effetti del sisma negli altri paesi marsi.

 

 

– L’Europa dopo la guerra dei 30 anni (1648)

L’Europa nel 1648 (Immagine da Wikipedia)

 

 

– La rivolta di Masaniello del 1647-48

La rivolta di Masaniello. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1647 una tremenda rivolta popolare comandata dal popolano Masaniello partendo da Napoli mette in scacco le truppe spagnole occupandole per più di un anno con continue rivolte in tutto il territorio del sud Italia, Marsica e Abruzzo compresi. I motivi di questa rivolta popolare sono la fame e le troppe tasse sia feudali che centrali di Napoli.

Le tasse feudali troppo alte per il popolino lo offendevano con tassazioni ridicole tese solo ad umiliarlo. Le rivolte in tutto il sud Italia si risolvono con scontri armati e omicidi anche di persone altolocate, giudicati dal popolo delle veri serpi.

La rivolta però dopo un anno viene duramente sedata dall’esercito spagnolo che intervenuto con durezza in tutto il territorio vicereale riporta la calma della popolazione con la violenza delle armi.

 

 

– La rivolta di Masaniello nella Marsica (1647-48)

Nella Marsica come in tutto il territorio napoletano la grande ribellione si accende. Centro di questa rivolta è Celano che con il barone Quinzi dell’Aquila abbatte il potere del conte Peretti di Celano e s’instaura nel castello da dove viene guidata la rivolta. La rivolta nella Marsica dilaga dalla contea di Celano, al vicino ducato dei Colonna, riguardando tutti i centri della zona da Scurcola, ad Avezzano fino a Tagliacozzo e altri centri ancora. Il popolo prende di mira le famiglie baronali locali e gli si rivolta contro come capita a Tagliacozzo e questo in quanto spinto dalla miseria e disperazione per il moltiplicarsi delle gabelle e per lo strozzinaggio fiscale che Corona spagnola e Colonna impongono in ambito locale e che vengono perpetrati dai loro luogotenenti come gli Argoli e i Resta.

Qui a  Tagliacozzo i primi tafferugli della rivolta si verificano davanti al forno baronale di Porta da Piedi dove per la carestia il pane è dimezzato di peso. Le poche milizie dei Colonna presenti in paese vengono prese alla sprovvista  e  distrutte dai rivoltosi, quelli che rimangono preferiscono non prendere parte alla rivolta. Successivamente i rivoltosi stanchi dei sorprusi degli Argoli, luogotenenti dei Colonna, li prendono di mira. Gli Argoli presi di mira vengono assaltati e alcuni loro esponenti vengono uccisi. Poco dopo lo stesso palazzo Argoli posto nella piazza centrale del paese viene assalito e saccheggiato duramente.

Poco dopo però intervengono in tutta la Marsica le milizie di Giulio Pezzola, incaricato dal governatore d’Abruzzo Pignatelli di riportare l’ordine. Pezzola al comando di 1500 uomini esegue l’ordine, ma la notizia della fine della rivolta a Napoli, porta molti paesi ad arrendersi spontaneamente. A Tagliacozzo invece accade un miracolo la popolazione saputo di un gruppo di milizie che stava arrivando nel paese prega S.Antonio affinchè li salvasse e pare che il santo sia intervenuto manifestandosi davanti le milizie e queste vedendolo abbiano fatto retromarcia. Da allora il santo è acclamato protettore di Tagliacozzo e gli sono state affidate le porte della città.

In pochissimo tempo si ha  lo spegnimento della rivolta marsicana. Segno di ciò è la cacciata di Quinzi dal castello di Tagliacozzo e la ripresa di questo da parte del conte Peretti.

 

 

– L’attentato al vicerè spagnolo (1648)

Dopo la fine della grande rivolta avvenuta nel 1648 la popolazione sprofonda nella depressione per il ritorno ad una situazione senza speranza. Nel frattempo il barone di Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo Prospero Colonna viene trasferito dagli Spagnoli nella prigione di Castelnuovo con la possibilità di muoversi liberamente nel parco.

Nello stesso periodo abbiamo notizia di un tentato omicidio al vicerè spagnolo, che però si salva. L’attentato è stato organizzato dal principe di Montesarchio, che viene arrestato, ma che tuttavia secondo alcune fonti non confermate direbbero, che l’attentato è fallito per la defezione del barone di Rocca di Cambio Prospero Colonna.

Nel 1649 intanto Prospero Colonna è liberato definitivamente. Egli fa ritorno poco dopo a Roma e qui rimane fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1651 il governo di Napoli ingiunge al barone Colonna di recarsi nella città partenopea per rispondere delle accuse di complicità nella rivolta dell’Abruzzo contro il governo vicereale. In caso di mancata venuta il governo confischerà tutti i suoi beni. Colonna rimane a Roma.

 

 


 

 

– Il Banditismo nell’Altopiano delle Rocche dopo la fine della rivolta antispagnola

L’Altopiano delle Rocche visto da Terranera. (Immagine personale)

 

Con la fine della rivolta antispagnola e la conseguente sconfitta dei rivoltosi, abbiamo un fenomeno di riflusso. In pratica coloro, che avevano maggiormente partecipato alle lotte antispagnole, una volta perduta la lotta si ritrovano sbandati, senza fissa dimora e in fuga dalla polizia spagnola.

Questo porta queste persone a riunirsi in piccole bande e a nascondersi nei boschi di montagna, da dove per sostentarsi attaccano come banditi le povere popolazioni dei piccoli paesi, come avviene anche presso l’Altipiano delle Rocche.

Qui infatti abbiamo notizia della presenza di molti seguaci di Masaniello che sbandati e senza dimora si rifugiano presso le montagne e boschi dell’Altopiano per poi piombare all’improvviso e compiere razzie di ogni sorta. In ambito locale abbiamo, come conseguenza, l’abbandono del borgo di Santa Lucia da parte degli ultimi pastori, che ora si trasferiscono in massa nel borgo fortificato di Rocca di Cagno in cerca di maggiore protezione.

 

 

– Rocca di Mezzo a metà secolo (1650)

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personle)

 

Il terremoto di Cerchio del 1648 pur sentendosi distintamente anche nell’Altopiano delle Rocche non sembra avere effetti particolari, ma non essendoci fonti precise al riguardo terminiamo qui questa discussione.

Nel 1650 l’economia di Rocca di Mezzo nonostante la grave crisi generale va meglio di altre zone, continuando a concentrarsi nella produzione della lana e nella pastorizia delle pecore. Segno di questo equilibrio seppure piuttosto precario è la stabilità della demografia a Rocca di Mezzo che rimane più o meno sui 2300-2500 abitanti.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a metà XVII secolo

 

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve rimane per Rocca di Mezzo il perno di tutta la vita sociale del paese. Il castello di Rocca di Mezzo risulta ormai diroccato e abbandonato e questo fa gioco alla chiesa madre di Santa Maria della Neve allorquando ci si rifa al prete sia per questioni religiose che economiche come per dirimere questioni di accordi fra le parti. Questo avviene perchè la popolazione è ignorante e il prete giudicato saggio e istruito, diventa il punto di riferirmento.

 

 


 

 

 

– Terremoto di Sora del 1654.

 

Un forte terremoto pari a 6,3 Mw si verifica nella zona di Sora producendo danni ingenti in tutta la zona di Frosinone – Cassino – Sora. Il sisma vista la vicinanza produce danni ingenti anche nella Marsica concentrati soprattutto nelle zone della Valle Roveto, dell’alto Sangro e della Valle di Nerfa.

 

 

– Effetti del terremoto di Sora sull’Altopiano delle Rocche

L’altopiano delle Rocche oggi. (Immagine personale)

 

La scossa sicuramente si è sentita anche nell’Altopiano delle Rocche, ma qui non sembra che vi siano state conseguenze particolari e non essendoci fonti al riguardo ci fermiamo qui su questo.

 

 

– La Peste del 1656 e le sue conseguenze nell’Altopiano delle Rocche

La Peste del 1656. (Immagine da https://www.darapri.it/immagini/nuove_mie/apprsecoli/peste1656.htm)

 

Nel 1656 in Abruzzo e in tutto il meridione scoppia la Peste, facendo cadere nella disperazione  e nel terrore la popolazione intera. La Peste scoppia improvvisamente nel 1656 e con una virulenza incredibile propagandosi velocemente in tutte le regioni italiane e causando morti ovunque. Nella sola Marsica sono 4.000 i morti di peste tra il 1656 e il 1657.

 

La Peste del 1656. (Immagine da Wikipedia)

 

Interi paesi scompaiono o si riducono al lumicino. Tra i territori colpiti dalla Peste vi è purtroppo anche l’Altopiano delle Rocche. Paesi come Rocca di Mezzo e Rovere vedono scendere in modo impressionante la propria popolazione.  A Rovere per esempio che conta 524 persone nel 1595 si passa nel 1669 a 418. In pratica in un solo anno tra il 1656 e il 1657 muoiono circa 100 persone.

Ci vorranno anni prima che le popolazioni dei vari borghi della Marsica si riprendano dalla strage di questa Peste. La Peste infine finisce nel 1657 e come improvvisamente è arrivata, altrettanto improvvisamente se ne va.

 

 

– Effetti della peste a Rocca di Mezzo

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo nel 1656 a causa della peste e della crisi economica del primo ‘600 perde quasi la metà dei suoi abitanti passando dalle 421 famiglie (fuochi) del 1595 alle 268 del 1669 e gran parte dei morti presente nel paese è avvenuto tra il 1656 e il 1657.

Ci vorranno decenni prima che Rocca di Mezzo torni nuovamente a crescere e ciò sarà possibile quando matureranno nuove condizioni ambientali, ma soprattutto quando la popolazione avrà in parte superato la grave fase di lutto seguita alla peste del 1656.

 

 

– L’Altopiano delle Rocche (Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo) passa ai Barberini (1663)

Stemma della famiglia Barberini.

(Immagine da https://www.histouring.com/personaggi-storici/barberini/)

 

Dopo 12 anni di demanio nel 1663 il governo spagnolo affida a Maffeo Barberini i feudi confiscati a Pompeo Colonna nel 1651. Maffeo Barberini e i suoi eredi saranno i feudatari di Rocca di Mezzo fino all’eversione feudale del 1806, governando pacificamente la zona.

 

 

– Rocca di Mezzo alla fine del XVII secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo alla fine del secolo è un paese che fatica ad uscire dalla grave crisi in cui versa ormai da quasi un secolo e culminata con la Peste del 1656. Il paese dopo i numerosi morti avuti durante la Peste non riesce di nuovo a crescere demograficamente. A ciò si aggiungono anche problemi legati all’endemico banditismo locale che nell’altopiano delle Rocche provoca molti danni di ordine pubblico

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

A riguardo del problema del banditismo locale nel 1683 viene compiuto dal governo spagnolo un grosso tentativo di distruggere il brigantaggio presente nell’Altipiano delle Rocche. Abbiamo infatti la presenza  del Marchese del Carpio Gaspar de Haro, Vicerè di Napoli, che al comando di numerose truppe fa dare alle fiamme la maggior parte dei boschi dell’Altopiano delle Rocche con lo scopo e la speranza di snidare o arrostire i briganti locali. Il tentativo pare non abbia funzionato molto, dato che queste zone hanno continuato a essere in modo sostenuto vittime del brigantaggio locale.

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– La chiesa di Santa Maria della Neve Ia fine XVII secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Alla fine del XVII secolo la chiesa di Santa Maria della Neve rappresenta ormai bene Rocca di Mezzo, assumendo in pieno il suo ruolo di punto di riferimento principale al livello sociale, prima ancora che religioso. Poi è chiaro essendo questa la chiesa parrocchiale logica vuole che sia anche il centro della vita religiosa.

 

 


 

 

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XVIII secolo

 

 

 


– l sisma dell’Aquila del 1703

Terremoto dell’Aquila (1703)

 

Il territorio aquilano a parte qualche scossetta di lieve entità, si trova in una fase di tranquillità sismica ormai da quasi trecento anni. All’inizio del XVIII secolo tuttavia questa fase ha termine.

Il territorio abruzzese viene dapprima scosso dal sisma di Bolsena del 1695, che produce diversi danni nella Marsica, ma pochi nell’aquilano. Successivamente è il territorio aquilano ha essere direttamente interessato da un nuovo sisma.

Il sisma del 1703 ha come epicentro proprio il settore aquilano più vicino all’Aquila. Il sisma dell’Aquila è stato per intensità uno dei maggiori mai registrati nella storia sismica italiana. Questo sisma ha di particolare che deve essere suddiviso in tre eventi sismici molto importanti a distanza ravvicinata nel tempo.

Il primo sisma avviene il 14 gennaio 1703 con una potenza di 6,8 Mw. Senza entrare nel dettaglio diciamo che il sisma preceduto da diversi mesi di scosse, squote geologicamente tutta la conca aquilana risvegliando altre faglie vicine, che si riattivano in poco tempo.

ll secondo sisma avviene a due giorni di distanza dal primo, il 16 gennaio 1703 con una scossa di 6,2 Mw.

Poche settimane dopo il 2 febbraio abbiamo il terzo e ultimo sisma che si manifesta in modo potente con grado 6,7 Mw. Tutti e tre questi sismi corrisponderebbero a tre faglie vicine, le cui ultime due riattivatesi in seguito al primo evento del 14 gennaio.

Questa lunga sequenza sismica distrugge L’Aquila radendola al suolo e massacrando 5000 persone. Nella Marsica il sisma si sente bene, ma produce molti meno danni, la maggior parte dei quali interessano le chiese e diversi edifici storici in pessime condizioni.

 

 

– Sisma della Maiella (1706):

Terremoto della Maiella del 1706.

(Immagine da https://www.meteoweb.eu/2016/11/3-novembre-1706-terremoto-della-maiella-sconvolge-appennino-centrale-ricordare-prevenire/778024/)

 

 

Un secondo sisma molto forte avviene pochi anni dopo nel 1706 sempre in Abruzzo ma con epicentro sulla Maiella. Il terremoto della Maiella  si manifesta con una potenza imponente pari a 6,7 Mw. Questo sisma provoca la distruzione di Sulmona e dei suoi centri limitrofi. Molti centri dell’aquilano risentono del sisma, ma essendo già distrutti dal precedente terremoto non subiscono vittime. Nella Marsica il sisma si sente distintamente ovunque, producendo ancora danni ai paesi. Un effetto collaterale di questo sisma è un discreto calo della popolazione locale, forse dovuto alla paura del futuro. 

 

 

– Rocca di Mezzo all’inizio del secolo dopo i sismi dell’Aquila e della Maiella

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personle)

 

Rocca di Mezzo dopo i sismi dell’Aquila e della Maiella risulta semidistrutta con danni più o meno gravi all’intero patrimonio architettonico del paese, a cominciare dalle chiese del paese, come la chiesa madre che crolla completamente. E’ soprattutto il sisma dell’Aquila ad aver creato i danni maggiori al paese e ciò è verosimile se immaginiamo che il paese si trova a poca distanza dall’epicentro del sisma. Riguardo a morti e feriti non sappiamo al momento se ci sono stati e quanti ve ne sono stati, ma sicuramente ci sono stati diversi feriti, ma su questo ci fermiamo qui.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a inizio XVIII secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Come accennato sopra la chiesa di Santa Maria della Neve crolla in occasione delle varie scosse dell’Aquila e riporta ulteriori danni in occasione del terremoto della Maiella nel 1706. Ci vorrà molti anni per rivederla in piedi. Insieme alla chiesa anche il dirimpettaio castello di Rocca di Mezzo riporta molti danni, solo che questo essendo già in stato di abbandono importa ormai poco.

 

 


 

 

 

 

– Rocca di Mezzo dai Barberini ai Colonna Sciarra (1722)

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1722 muore il principe Urbano Barberini che non ha eredi maschi, ma solo una figlia piccola di 6 anni, Cornelia, che eredita l’immenso patrimonio paterno compresi i feudi di Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio.

Cornelia nel 1728 a 12 anni, su pressione dello zio cardinale viene fatta sposare a Giulio Cesare Colonna – Sciarra che all’epoca ha 22 anni. Il matrimonio inizialmente non gradito alla piccola Cornelia si rivela in seguito assai prolifico generando ben 10 figli.

Con questo matrimonio i feudi di Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio così come altri feudi abruzzesi vanno ai Colonna Sciarra che li avevano persi nel 1651 con Pompeo Colonna. Essi amministreranno in pace tutti i feudi in loro possesso compresi questi abruzzesi fino al 1806 anno dell’eversione feudale.

 

 

– Arrivano gli Austriaci (1714-34)

In base al trattati internazionali di Utrecht e Rastadt (che pongono termine alla guerra di successione spagnola) il sud Italia (e quindi anche l’Abruzzo) passa con l’esclusione della Sicilia, a far parte dello stato austriaco.

 

Europa 1714 (Fonte Wikipedia)

 

 

– Miglioramento economico sotto il regime austriaco

Con gli Austriaci la situazione generale del vice regno di Napoli inizia a migliorare grazie a un migliore gestione della cosa pubblica. Però ancora per qualche anno fino al 1727 la situazione climatica è ancora difficoltosa con risultati assai scoraggianti sul piano agricolo e dell’allevamento del bestiame. In Abruzzo negli anni 1716 e 1726 si registra una forte moria di bestiame a causa del clima rigido e della scarsezza di cibo.

Dal 1727 finalmente il clima torna mite e i raccolti divengono abbondanti e sia gli allevamenti che le persone tornano a nutrirsi decentemente. A partire da questa data fino al 1734 anno della fine del dominio austriaco, la Marsica torna a crescere anche sul piano demografico riuscendo a superare bene la fase di crisi seguita alla Peste del ‘600.

 

 

– L’ascesa dei Borbone a Napoli (1734)

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Re Carlo IV di Napoli (1734-59). (Immagine da Wikipedia)

 

In Europa è in corso la guerra di successione polacca, che direttamente e indirettamente coinvolge anche l’Italia dove l’estinzione di alcune famiglie regnanti apre dei troni vacanti, magari piccoli stati, ma che vengono usati dalle grandi potenze europee per creare un nuovo equilibrio. Ebbene tralasciando la guerra polacca e gli altri giochi politici vediamo come il nuovo equilibrio europeo che verrà sancito formalment nella pace di Vienna del 1738, vede la riformazione del regno di Napoli in un contesto d’indipendenza dopo 230 anni di sottomissione allo straniero spagnolo e poi austriaco.

In un contesto di nuovi equilibri di potere i Borbone di Spagna ottengono di poter occupare il trono di Napoli mandando su questo Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna. Carlo di Borbone diventa dunque il primo re di Napoli dopo 230 anni di colonialismo estero. Carlo fonda in tal modo una nuova dinastia che tra gli alti e bassi della storia governerà il sud Italia fino al 1860.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1735

Porta delle Morgie di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo rispetto al passato ha sicuramente meno importanza, poichè ha perso molto del suo traffico commerciale che aveva nel ‘500. Tuttavia rimane ancora una bella piazza e grazie a un cambiamento climatico più favorevole, si un miglioramento dei prodotti agricoli e un miglior commercio. In questa fase assistiamo anche ad una piccola ripresa demografica ancora in fase iniziale, ma che fa ben sperare per il futuro.

 

 

– La pace di Aquisgrana (1748)

La pace di Aquisgrana firmata nel 1748 sancisce la fine della guerra di successione spagnola e nel caso italiano riconferma l’equilibrio italiano uscito fuori con la pace di Vienna.

 

L’Europa del 1748. (Immagine da Wikipedia)

 

 

– L’Italia e il regno di Napoli dopo la pace di Aquisgrana (1748)

L’Italia e del regno di Napoli nel 1748

 

 


 

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1750

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

A metà ‘700 il borgo si riprende sia sul piano edilizio che economico, lasciandosi alle spalle il triste periodo del secolo XVII e i rovinosi terremoti dell’inizio di questo secolo.

Sul piano edilizio Rocca di Mezzo viene man mano ricostruita laddove caseggiati e fabbricati sono crollati, mentre altri sono stati semplicemente ristrutturati. Tra i fabbricati ricostruiti vi è la chiesa madre, completamente rifatta nello stile barocco.

Sul piano economico il paese sta andando meglio, continuando la sua attività pastorale e di lavorazione della lana, nonchè di centro commerciale. Qui infatti esiste una fiera da molto tempo, che seppure di piccole dimensioni è stata in qualche modo alla base dello sviluppo di un certo artigianato locale di basso volume. Tutto questo rende Rocca di Mezzo un centro abitato interessante e con esso i vari villaggi che vi ruotano attorno.

 

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Tuttavia la maggior parte degli uomini di Rocca di Mezzo sono pastori e li ritroviamo in Puglia a Foggia, dove viene smerciata la lana di pecora. Foggia infatti è il terminale di numerosi percorsi di transumanza, che seguono luoghi impervi e spesso difficili da percorrere per molte persone. Fatto è comunque che quando i pastori giungono con il loro gregge a Foggia vendono qui i propri prodotti di lana, in quanto questa è la piazza principe nel sud Itaia del mercato della lana e dei suoi derivati.

Foggia nel ‘700 è una grossa città commerciale, essendo il terminale del tratturo Celano-Foggia e il luogo dove avvengono quasi tutti gli scambi commerciali  intorno alla produzione di lana di pecora, molto apprezzata da numerosi nobili e persone comuni.

 

Immagine della Transumanza nei secoli passati in Abruzzo

 

In generale sappiamo che le greggi del territorio di Rocca di Mezzo percorrono il tratturo Celano-Foggia, che nasce presso Alba Fucens. Molto spesso viene usato anche il tratturo regio che collega L’Aquila alla Piana di Navelli. Da qui il percorso si divide in due strade una che conduce a Bussi e l’altra a Popoli. Sul piano politico-feudale Rocca di Mezzo continua far parte dei territori dei Barberini, che rimangono detentori del paese fino all’eversione feudale del 1806.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a metà XVIII secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve nel 1750 risulta di nuovo ricostruita e attiva per le celebrazioni religiose. Nella ricostruzione delle parti crollate si  è proceduto ad ingrandire la chiesa occupando una porzione di spazio appartenente in precedenza all’antico castello, ormai in completo stato di abbandono.

La nuova struttura inoltre risulta ricostruita secondo il nuovo stile tardo barocco con rifiniture e stucchi alle pareti e alle colonne. Tuttavia la nuova struttura religiosa pur essendo rimodernata secondo lo stile vigente, non viene caricata troppo, ma viene tenuta leggero, ovvero non viene sovraccaricata di orpelli tardobarocchi, come invece avvenuto in molte altre chiese della Marsica.

A simboleggiare in qualche modo questo periodo vi è il bellissimo organo Fedeli di Camerino costruito nel 1759 e collocato nella chiesa su un altare laterale più o meno nello stesso periodo.

 

 


 

 

 

– Arriva Ferdinando (1759)

Ferdinando IV di Napoli nel 1759. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1759 in seguito alla morte senza figli di Ferdinando VI di Spagna, diventa re Carlo di Napoli, che diventa Carlo III re di Spagna. A causa di ciò viene scelto come suo successore a Napoli il giovanissimo secondogenito maschio Ferdinando, che diventa Ferdinando IV re di Napoli a soli 9 anni. Il suo sarà uno dei regni più lunghi di tutta la storia napoletana ed europea, seppure intervallato dalla parentesi napoleonica. Egli infatti dominerà la scena napoletana fino alla morte avvenuta nel 1825.

 

 

– Cambiamento climatico a fine XVIII secolo

Il Lago Fucino nel 1795 in un dipinto dell’epoca

 

Alla fine del ‘700 si assiste ad un nuovo cambiamento climatico generale che porta pioggia e freddo seppure non nelle dimensioni presenti nel ‘600. Il picco di questo nuovo ciclo climatico si raggiungerà nel 1816-17 per poi lentamente scemare nel corso dell’800. Ciò comporta raccolti di minore qualità e abbondanza andando così ad alterare una situazione non facile dove i piccoli villaggi di altura sopravvivono con l’agricoltura e allevamento di sussistenza.

A ciò va aggiunto un deciso innalzamento del livello del lago Fucino che lo porta ogni tre-quattro anni ad avere quantità d’acqua tale che viene ad allagare costantemente i centri rivieraschi innescando danni e lutti. In ciò le popolazioni rivierasche lanciano numerose suppliche al re Ferdinando affinchè agisca per mitigare almeno in parte gli effetti del lago.

Il re interviene in modo massiccio prima facendo fare studi sulla dinamica del lago nel corso degli anni ’80 e poi provando a ripulire in profondità gli argini del lago, ottenendo con ciò però solo scarsi risultati, che mitigano poco la situazione generale.

 

 

– La rivoluzione francese nel 1789

Immagine dell’assalto dei cittadini francesi contro la Bastiglia

 

La grave situazione economica in cui versa la Francia, unito alla disparità sociale, dovuta all’enorme dispendio di soldi della corte e della nobiltà che cerca di occupare tutte le risorse possibili portano all’esplosione sociale che conseguente innesco della rivoluzione popolare contro il re e il governo.  La Francia in breve diventa una polveriera che travolge più avanti con Napoleone tutta Europa con Napoleone tutta Europa compreso il regno di Napoli. 

 

 

– Rocca di Mezzo a fine ‘700

Scorcio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

A fine ‘700 Rocca di Mezzo è un paese agricolo e pastorale, legato a un’agricoltura di sussistenza e alla transumanza che si fa ancora verso Foggia.

Tuttavia nel tempo si è sviluppato anche un piccolo ceto di artigiani e piccoli commercianti che animano il borgo, consentendo a questo una certa autonomia. Sul piano feudale il paese continua a sottostare alla signoria degli Sciarra Colonna che lo detengono dal 1728.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a fine XVIII secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve è ora perfettamente attiva, presentandosi nel nuovo aspetto settecentesco secondo il gusto tardo barocco. Sul piano sociale la chiesa continua a rivestire il suo ruolo di fulcro sociale del paese, ovvero è il luogo intorno a cui ruota la vita del paese.

 

 

– L’arrivo dei Francesi a Napoli (1798)

L’arrivo dei Francesi a Napoli. (Immagine da Wkipedia)

 

Nel 1798 i Francesi invadono il regno di Napoli riuscendo a scalzare il re Ferdinando e la sua corte borbonica che si rifugia in Sicilia sotto scorta degli Inglesi. Il resto del regno è in mano francese che lo governa circa due anni. Ma sono due anni assai movimentati per la forte contrarietà della popolazione che si sente invasa e reagisce con continue rivolte e sommosse che alla fine producono la caduta dei Francesi nel 1800 e il ritorno di re Ferdinando a Napoli.

 

 


 

 

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XIX secolo

 

 

– Il ritorno dei Borbone a Napoli

Dopo il ritiro dei Francesi dall’Italia meridionale, i Borbone tornano a Napoli dove riprendono il controllo del regno. Ferdinando IV torna grazie al suo popolo, ma nei confronti di questo si mostra freddo non mostrando particolare interesse. La popolazione delusa dal re inizia a chiedersi se si può fidare di lui e quando passati alcuni anni le pretese locali  sono disattese.

 

 

– Il ritorno dei Francesi (1806)

Nel 1806 i Francesi occupano nuovamente il regno di Napoli cacciando nuovamente il re Ferdinando, che per la seconda volta si rifugia in Sicilia sotto scorta inglese. I Francesi questa volta non incontrando le resistenze precedenti della popolazione, procedono nelle loro riforme.

 

 

– Le riforme francesi e le conseguenze nella Marsica (1806-10)

Il re di Napoli Giuseppe Bonaparte. (Immagine personale) 

 

I Francesi nel regno di Napoli procedono con le loro riforme mantenendo però questa volta la struttura statale della monarchia, limitandosi a sostituire quella borbonica con quella dei Bonaparte nella persona di Giuseppe, fratello di Napoleone. Giuseppe Bonaparte rimane re di Napoli fino al 1808, per poi essere sostituito dal cognato Gioacchino Murat.

Sotto i governi di Giuseppe e di Gioacchino, ben visto dalla popolazione, la struttura dello stato cambia, incidendo così nella condizione sociale del paese. Le riforme francesi riescono seppure non del tutto a smuovere una situazione immobile da secoli.

Tra le riforme più importanti vi è l’abolizione dei diritti feudali (1806) che sancisce la fine delle vecchie strutture amministrative feudali. Questo nella Marsica significa la fine del ducato di Tagliacozzo e della contea di Celano, dove in questo caso cessa di esistere il governo feudale degli Sforza Cabrera Bodavilla.

 

L’Europa napoleonica nel 1810

 

Con ciò si apre nella Marsica una fase turbolenta di ristrutturazione amministrativa e di riposizionamento del potere locale delle famiglie emergenti. Secondo le nuove regole napoleoniche i paesi più piccoli perdono la loro autonomia amministrativa per divenire frazioni dei paesi più grandi, che in questo modo possono avere più introiti economici per sostenere le spese generali.

 

L’Italia napoleonica nel 1810

 

I Francesi intervengono anche in materia religiosa abolendo gli ordini religiosi (1808), incamerando i beni che sostanzialmente riguardano i conventi che vengono chiusi.

 

 

– Rocca di Mezzo a inizio XIX secolo

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Con la fine del feudalesimo nella Marsica scompaiono i grandi feudi della contea di Celano e del ducato di Tagliacozzo, mentre a Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo cessa il governo degli Sciarra Colonna, che comunque ne manterranno pacificamente ancora una certa proprietà che si esaurirà nel corso del secolo.

Dopo questa riforma il governo francese ridefinisce al livello amministrativo i vari territori del regno napoletano compreso il territorio dell’Altopiano delle Rocche. Ma al primo riordino amministrativo francese ne seguono altri che interessano l’intero regno napoletano.

 

Scorcio del borgo di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

In questi riordini amministrativi si assiste al venir meno dei piccoli centri abitati come comuni a se. In pratica vediamo che piccoli abitati che prima avevano la loro autonomia amministrativa la perdono per divenire frazioni di centri più grandi.

Dopo un lungo processo di riordino amministrativo si arriva alla definitiva sistemazione del comprensorio dell’Altopiano delle Rocche nel 1814 con Rocca di Mezzo che viene elevato a comune centrale del comprensorio, venendo a comprendere Rovere, Terranera, Fontavignone e Rocca di Cambio.  A sua volta il comune di Rocca di Mezzo diventa parte del circondario di San Demetrio.

 

Scorcio del borgo di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Sul piano edilizio Rocca di Mezzo rimane ancora un paese medievale strutturato dentro le sue antiche mura. Comunque salendo verso Rocca di Mezzo prima di entrare in una delle quattro porte del paese è possibile imbattersi in palazzi di famiglie importanti situati poco fuori da questo.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a inizio 800

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del secolo XIX la chiesa di Santa Maria della Neve rimane il motore centrale del borgo sul piano religioso e sociale. Intorno a questa continuano a nascere amori e passioni e si consumano discussioni di ogni ordine fra la popolazione di Rocca di Mezzo.

 

 


 

 

 

 

– Il ritorno dei Borbone nel 1815

L’Europa dopo Napoleone (1815). Immagine da Wikipedia

 

Nel 1815 collassa il sistema napoleonico in Europa. Napoleone è sconfitto dagli eserciti della coalizione nella famosa battaglia di Waterloo nel 1815. Con la fine di Napoleone in Francia anche tutti i governi napoleonici presenti in Europa decadono uno dopo l’altro. Accade ciò anche nel regno napoletano dove il governo di Gioacchino Murat cade rovinosamente, determinando tra l’altro l’arresto e la fucilazione dello stesso re.

 

L’Italia nel 1815. (Immagine da Wikipedia)

 

Ferdinando I re delle Due Sicilie 1830). (Immagine da Wikipedia)

 

Il congresso di Vienna ridisegna la struttura politica dell’Europa e dell’Italia. Per il trono di Napoli viene deciso il ritorno dei Borbone con il vecchio re Ferdinando, con la nuova dicitura di Re delle Due Sicilie.

 

 

– La Marsica sotto i Borbone (1815-40)

Tagliacozzo anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Sia la Marsica occidentale dell’ex ducato di Tagliacozzo che quella orientale dell’ex contea di Celano sono ormai entrate nell’era borbonica e la vita torna ad essere complicata seppure non uguale a prima a causa del cambiamento profondo avviato dal regimi filo-francesi. Parliamo inoltre di una situazione dove il cambiamento climatico raggiunge il suo picco di freddo e pioggia nelle annate 1816-17 ricordate da tanti come le annate senza estate con i raccolti completamente andati a male.

 

In questo periodo di gravi ristrettezze la parte del leone la fa il Lago Fucino che a causa delle grandi pioggie cresce di livello arrivando a tracimare in diverse occasioni, raggiungendo livelli spaventosi che non si vedevano a memoria d’uomo. Per esempio il paese di Luco dei Marsi, posto sulle sponde di una montagna ma dislocato fino al lago con un proprio porticciolo, viene completamente allagato anche nelle parti alte, segnale del livello forte che le acque del lago raggiungono. A questo proposito segnaliamo dopo il 1816-17 le numerose richieste al re da parte della popolazione rivierasca affinchè si provvedesse al problema. Re Ferdinando a questo proposito riprova come aveva già fatto negli anni 1780 a porre rimedio, ma il problema era ed è enorme anche per il re, che comunque provvede a far ripulire gli argini del lago per meglio controllare le acque che in effetti scendono. Già nel 1821 le acque tornano a livelli più accettabili, quindi temporaneamente il problema si è ridimensionato.

 

Celano con veduta sul Lago Fucino anni 1840 da un incisione di Eduard Lear 

 

Nel periodo immediatamente successivo al ritorno dei Borbone vale a dire nel 1815-20 si procede alla riorganizzazione generale del regno borbonico cercando un compromesso tra le nuove regole che non possono essere toccate, vista la profondità da esse raggiunta, e la necessità da parte borbonica di un ritorno alla precedente situazione. Tradotto sul piano amministrativo troviamo che il circondario di Tagliacozzo è confermato sia nell’ambito della riorganizzazione che nella divisione amministrativa del regno, conseguente alla legge organica del 1 maggio 1816. Quindi si torna alla vecchi condizione di terra di confine fra regno borbonico e stato pontifici. Secondo la nuova condizione il nuovo Riparto territoriale dello stato pontificio, Tagliacozzo viene a trovarsi a contatto diretto con la Delegazione di Roma e la sua Comarca.

 

Tagliacozzo anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Sul piano militare vediamo come la ricostituzione dell’esercito vada avanti nel 1816 nella formazione di nuovi reggimenti di fanteria leggera, uno dei quali chiamato Marsi destinato al controllo dei confini. Sul piano militare la provincia aquilana  viene dotata di uno Squadrone di gendarmeria con tre luogotenenzze di stanza ad Avezzano, Sulmona e Cittaducale.

Con la restaurazione dei Borbone si ripristina il vecchio ordine dei rapporti fra Stato borbonico e Chiesa. Nel 1818 segue su questo punto un concordato fra Stato del papa e Regno delle Due Sicilie firmato a Terracina da Ferdinando I e Papa Pio VII. Il concordato si rivela un compromesso fra vecchie e nuove esigenze. In pratica ci si incardina in una sorta di burocrazia fedele al sovrano, potendo rientrare in possesso delle proprietà espropriate, ma invendute, ripristinare gli ordini regolari soppressi, oltrechè assumere importanti compiti nell’istruzione, nella cultura e in parte anche nella vigilanza politica. Non tutti i religiosi aderiscono a questa normalizzazione. Anche a Tagliacozzo alcuni di loro con don Luigi Vacca.

 

Magliano anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

  

Negli anni 1820 la Marsica vive situazioni di relativa stabilità anche data dall’enorme ignoranza della popolazione che non partecipano per nulla ai fermenti patriottici del periodo e poi l’enorme controllo clericale sulle popolazioni paesane non consentono al popolino di conoscere le novità del periodo. Invece le nuove famiglie emergenti della Marsica seppure tra tante difficoltà riescono comunque a migliorare socialmente consentendo loro di occupare tutti i centri di comando locali dell’epoca sia sul piano civile  che religioso.

 

Re Francesco I Due Sicilie. (Immagine da Wikipedia)

 

Re Ferdinando ormai molto anziano muore nel 1825, il suo è stato un regno lunghissimo seppure interrotto dalla parentesi francese. A lui succede il figlio Francesco I che dura solo 5 anni e che non viene ricordato per grandi cose fatte, considerando che la sua opera di governo è stata piuttosto reazionaria e non aperta alle novità.

 

Re Ferdinando II Due Sicilie.  (Immagine da Wikipedia)

 

 

 

Nel 1830 Francesco I muore e a lui succede il figlio Ferdinando II, più giovane e aperto del padre alle novità e con molta voglia di fare del bene.

 

L’Italia nel 1829

 

Purtroppo questa fase di apertura riguarda solo il periodo iniziale del regno di Ferdinando in quanto in età più adulta egli diventa più chiuso e conservatore, demoralizzato e spaventato dalle tante rivoluzioni presenti in tutta Europa. Fatto è comunque che anche grazie a Ferdinando II la situazione della Marsica trova una svolta importante.

Ferdinando infatti negli anni 1840 s’interessa del lago Fucino e sotto il suo governo viene riaffrontata la questione mettendo ad uno stesso tavolo ingegneri e finanziatori. Gli ingegneri in qualche modo stendono un nuovo progetto di recupero del vecchio canale di scolo romano migliorandolo e poi ci sono i finanziatori che si propongono di sostenere l’opera.

 

Il lago Fucino negli anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Dopo diversi anni di discussioni e un avanti e indietro durato un bel po’ si arriva al banchiere Alessandro Torlonia che studiata l’opera e i ricavi che questa poteva offrire a se stesso e alla sua famiglia decide di buttarvisi e legarsi ad essa per realizzarla. Ora indipendentemente dai meriti di Torlonia, dei suoi ingegneri e degli operai che l’hanno realizzata, sicuramente anche l’operato del re, magari solo indiretto, ha comunque favorito il suo avvio.

Negli anni 1840 mentre si decide l’operazione più giusta per il Fucino, Tagliacozzo vive la sua discesa finale sul piano centralistico amministrativo a favore di Avezzano che diviene sempre più il capoluogo dell’intera provincia marsa.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1840

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo nel 1840 è un paese piuttosto isolato che ha perso molta della sua importanza e perdipiù la sua posizione lo rende un borgo piuttosto inospitale, a causa dell’enorme freddo e della grande quantità di neve che avviene in inverno.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Tuttavia nonostante la sua inospitalità naturale la popolazione continua a viverci occupandosi delle sue attività tradizionali della pastorizia, dell’artigianato che qui vanta una discreta presenza, ecc.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve nel 1850

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Ancora nel 1850 la chiesa parrochiale di Santa Maria della Neve mantiene intatta la sua centralità sul piano religioso e sociale. Il paese come tanti borghi della Marsica è profondamente religioso e la religione qui conta. Le feste religiose scandiscono bene i tempi dell’anno sia sul piano religioso che soprattutto sociale.

 

 


 

 

– Italia nel 1847

L’Italia nel 1847

 

 

– Rocca di Cambio diventa comune autonomo (1849)

Rocca di Cambio oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1849 Rocca di Cambio riesce a tornare comune autonomo, dopo un duro lavoro della comunità locale contro la presa d’atto locale fatta nel 1814. Da ciò ne deriva che Rocca di Mezzo rimane con tre frazioni, ovvero Terranera, Fontavignone.

 

 

– Il brigantaggio nell’altopiano delle Rocche sotto i Borbone (1815-50)

Assalto dei briganti ad una diligenza nel 1817

 

Il XIX secolo è sicuramente ricordato in Abruzzo come il grande secolo del brigantaggio. Questo fenomeno ormai antico di secoli, per una serie di motivi tende ulteriormente a svilupparsi raggiungendo l’acme sotto i Borbone, per poi declinare sotto il regno d’Italia.

Nell’Altopiano delle Rocche abbiamo notizia della presenza di diverse bande di briganti e di diversi briganti resisi famosi come Bucci, Scialboni, Vampa e Gasparone.

 

 

– I duri anni ’50

Massiccio del Gran Sasso. (Immagine personale)

 

Nel regno delle Due Sicilie non erano in tanti i simpatizzanti verso il processo di unione dell’Italia, ma una certa crisi sociale ed economica finiscono per aumentarne il numero. Se a questo ci si mettono i tanti errori di Ferdinando II dopo i moti del 1848 allora il quadro inizia a preoccupare lo stesso re. Fatto è che dopo i moti del 1848 il re cerca di mettere una pezza a queste perduranti moti imponendo un duro regime di polizia. Il duro regime di polizia viene ulteriormente rafforzato nella zona abruzzese al confine con lo Stato della Chiesa.

Qui oltre che temere una possibile invasione da parte di qualche stato straniero vi è il reale pericolo del brigantaggio che nelle zone di frontiera tende a rafforzarsi vista la possibilità di espatriare, senza essere presi, solo che ora il fenomeno è giunto ad un livello insopportabile. Inoltre come se non bastasse una piccola ma significativa quota di persone benestanti, prova a favorire l’unione con il resto d’Italia surriscaldando gli animi. La polizia prova ad arginare il fenomeno mettendo in carcere nel Palazzo Ducale i maggiori capi del momento come Filippo Mastroddi, o don Luigi Vacca di Pereto.

 

La campagna intorno a Rocca di Mezzo. (Immagine  personale)

 

Fatto è comunque che tra patrioti e briganti la polizia borbonica a un bel da fare nel fronteggiare il fenomeno e si trova sempre più spesso in difficoltà. Dal carcere di Palazzo Ducale che è sempre ben pieno di gerdameria riescono a fuggire diverse persone, rendendo in parte vani gli sforzi dei soldati. In più la gendarmeria alla frontiera significa maggiori uomini a Tagliacozzo e Avezzano, i maggiori centri dell’epoca.

Il re prova ad arginare il fenomeno regolando con lo Stato della Chiesa i confini tra i due stati, a maggior ragione che il processo di definizione dei confini fra stato pontificio e regno delle Due Sicilie rimaneva vacante dal 1793. Così nel 1853 vengono definitivamente regolati i confini tra i due stati e per renderli ben osservabili vengono posti dei cippi di confine con sul lato l’immagine del logo pontificio e sull’altro del regno borbonico.

Purtroppo però neanche questo è bastato a frenare il brigantaggio che ne l 1850 ha raggiunto forme altamente problematiche sia nelle zone di transito che nei piccoli borghi sparsi lungo l’Appennino e qui nella Marsica il fenomeno è in continua crescita essendo questa zona di confine.

 

L’altopiano delle Rocche oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo e l’Altopiano delle Rocche come territori non sfuggono al  brigantaggio. Anzi qui i briganti giungono a flotte trovando spesso rifugio intorno ai paesi tra i fitti boschi della zona. L’unica cosa che tende a frenare il fenomeno nella zona dell’altopiano è il forte freddo che qui è molto intenso raggiungendo punte di temperatura di – 20 e – 30 C, con la presenza di abbondanti nevicate che possono raggiungere nella zona anche altezze considerevoli di 3-4 m, insomma un incubo per qualsiasi uomo, figurarsi per coloro che vivono in grotte o rifugi di fortuna.

 

 


 

 

 

 

– La caduta dei Borbone e la nascita del regno d’Italia

Da tempo ormai il regno delle Due Sicilie vive una fase di decadenza dove Ferdinando II dopo i fatti del 1848 è divenuto via via sempre più reazionario e antidemocratico portando in questo modo indietro nel tempo lo stato delle Due Sicilie. La borghesia dell’epoca prova inizialmente a far emergere delle riforme, ma la determinazione del re di spegnere le proteste, porta ad un collasso politico o meglio ad uno scollamento tra classe dirigente e sovrano, mentre ancora il popolo minuto grazie alla stretta militare rimane fedele al re.

 

(Immagine da Wikipedia)

 

Ormai però è solo questione di tempo e anche i Borbone cadranno. Il momento giunge nel 1860 allorquando Garibaldi prende l’iniziativa per la conquista del regno delle Due Sicilie e partendo da Quarto vicino Genova arriva in modo molto fortunato a Marsala in Sicilia e con l’aiuto di 1000 volontari riesce poco alla volta a convincere la popolazione e la nobiltà siciliana a rivoltarsi contro i Borbone. Il grande genio di Garibaldi ha la meglio sul poderoso esercito borbonico che viene perdendo contro l’esercito garibaldino sempre più numeroso.

 

I Garibaldini entrano a Palermo. (Immagine da Wikipedia)

 

I Garibaldini prendono Milazzo. (Immagine da Wikipedia)

 

L’esercito garibaldino battaglia dopo battaglia conquista sempre più spazio e terreno contro i Borbone. Dapprima cade la Sicilia e poi via via tutte le altre regioni del regno mano a mano che Garibaldi risale la penisola. All’inizio di settembre Garibaldi arriva in Campania, spingendo così il re Francesco II ad abbandonare Napoli il 6 settembre, permettendo così a Garibaldi di entrare in una Napoli festante il giorno dopo 7 settembre 1860.

 

Francesco II abbandona Napoli il 6 settembre (Immagine da Wikipedia)

 

Garibaldi entra a Napoli festante il 7 settembre.(Immagine da Wikipedia)

 

A questo punto Francesco II prova a riorganizzare le sue forze armate e tenta un ultimo assalto ai Garibaldini a fine mese. Così si hanno le decisive battaglie di Garigliano e Volturno che sono vinte dai Garibaldi e dai suoi uomini. Dall’altra parte i Piemontesi scendono di corsa nella penisola per completare l’unione politica. I Piemontesi infatti dopo aver assorbito nei mesi precedenti le regioni del centro nord Italia procedono ad occupare le regioni pontificie delle Marche e Umbria e l’Abruzzo ancora in parte borbonica.

 

Battaglia del Volturno vinta dai Garibaldini il 1 ottobre 1860. (Immagine da Wikipedia)

 

Incontro di Teano il 26 ottobre. (Immagine da Wikipedia)

 

Proclamazione del regno d’Italia (17-3-1861). (Immagine da Wikipedia)

 

Vittorio Emanuele II re d’Italia. (Immagine da Wikipedia)

 

Garibaldi incontra poi a Teano Vittorio Emanuele II consegnandogli idealmente il sud Italia. Da qui a qualche mese le ultime resistenze borboniche sono sconfitte e può nascere finalmente il tanto agognato regno d’Italia il 17 marzo 1861 con la proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d’Italia.

 

 

– La Marsica  nel periodo risorgimentale

Il lago Fucino nel 1860. (Immagine da Wikipedia)

 

Durante il periodo risorgimentale diciamo nel 1860-61 la Marsica vive un periodo di profondo cambiamento climatico e strutturale dato dal prosciugamento del Lago Fucino, portato avanti dal Banchiere Torlonia. Torlonia riesce con coraggio e molto denaro a portare avanti una maestosa opera idraulica senza precedenti fino a quel momento, riuscendo nell’arco di 20 anni a prosciugare l’immenso lago Fucino, creando dei canali sotterranei che accompagnandosi a quelli romani permettono all’acqua del lago di defluire verso il fiume Liri. Questo cambiamento porta e porterà conseguenze molto importanti per il territorio.

 

Nell’Altopiano delle Rocche e nei posti un po’ più isolati come possono essere Rocca di Mezzo o Rocca di Cambio gli echi della grande opera idraulica arrivano lontani e distratti non essendo il territorio rocchigiano direttamente interessato dall’opera. In questo periodo la vita nel comune marsicano sembra scorrere tranquilla, ma la nascita del regno d’Italia fa sentire i suoi effetti anche qui.

 

Il lago Fucino nel 1863 circa con i lavori di prosciugamento che vanno avanti

 

Nella Marsica infatti la popolazione è ancora filo-borbonica e a ciò si aggiunge una possente propaganda messa in piedi dal clero locale che non vede di buon occhio il cambio di regime. Fatto è che la Marsica inizialmente si schiera con Francesco II e la sua idea di ritornare sul trono napoletano. La popolazione rivuole Francesco II a Napoli, e sulla base di ciò Francesco tenta di un accordo con le bande criminali. Va così che diversi uomini di Francesco si rechino dai capi banda per siglare un accordo che alla fine viene raggiunto, ma viene malvisto un po’ da tutti sia dalla popolazione locale costretta a sorreggere queste bande che dalla stessa monarchia che si sente umiliata.

 

Re Francesco II e la moglie Maria Sofia nel 1860. (Immagine da Wikipedia)

 

L’accordo fra le parti prevede per Francesco un suo ritorno sul trono napoletano nel caso di vittoria e per le bande un loro ritorno alla legalità inquadrate nel nuovo esercito regio. L’accordo fra le parti prevede forti rivolte contro il nuovo regime dei Savoia. Il nuovo governo nazionale manda le forze armate nel sud Italia per fermare le ultime sacche di resistenza borbonica e soprattutto la fine del brigantaggio.

In quasi tutti i paesi della Marsica la popolazione accetta seppure malvolentieri l’accordo e inizia una ferma opposizione contro il nuovo regime. Qui e nel resto d’Abruzzo e Appennini dove le bande criminali sono più forti lo Stato concentra le sue truppe e ciò è vero soprattutto nelle zone di confine come Tagliacozzo o appunto l’altopiano delle Rocche, ovvero nei comuni più esposti.

 

 


 

 

 

 

 

La fine del Brigantaggio nella Marsica (1860-70)

Rapina da parte dei Briganti a una carrozza nel 1865

 

Nel periodo risorgimentale 1860-70 La Marsica e nello specifico l’Altopiano delle Rocche vivono una fase di ansia e instabilità sia per i cambiamenti politici in corso sia  per la dannata e forte presenza delle bande di briganti presenti sulle montagne sia dell’Altopiano delle rocche che nelle vicinanze. Francesco II ormai detronizzato da Napoli, sta cercando di fare un accordo con le bande che infestano le zone appenniniche e dopo un lungo parlarsi trovano un accordo che regge per qualche tempo almeno fino all’inizio del 1861, permettendo ai Borbonici di fare inizialmente qualche grosso smacco al nuovo governo nazionale.

Tuttavia la forte indisposizione delle bande che mal sopportano questa situazione, le riportano a concentrarsi sui loro tradizionali comportamenti, anche molto violenti, contro le popolazioni locali. Ciò induce dapprima un forte malcontento popolare verso queste bande e poi un vero e proprio odio finendo per far accettare alla popolazione lo status quo e i nuovi governanti, purchè i nuovi padroni eliminino queste bande.

Ciò è quello che succede anche nella Marsica, dove si assiste a molti episodi di scontri tra soldati della nuova polizia italiana e i briganti, ma anche con la vecchia polizia borbonica. Fra questi ricordiamo un’episdodio che riguarda  un colonello borbonico.

 

Il generale Josep Borges, (Immagine da Wikipedia)

 

Il militare in questione è il generale Borjes, capo militare borbonico, che per conto dell’ex re Francesco II, si muove lungo l’Abruzzo e gli Appennini come congiuzione fra re e bande di briganti per tentare delle sommosse contro il governo del re savoiardo. Ebbene egli alla fine del 1860 si trova nella Marsica, precisamente a Balsorano il 5 ottobre 1860, in fuga per raggiungere Roma in quanto inseguito dai militari italiani.

 

Balsorano in una ricostruzione grafica di prima del terremoto del 1915

 

Questo episodio si ricollega alla presenza piemontese nel paese marsicano poichè a Balsorano, paese posto nella parte sud della Valle Roveto, si trovano dalla metà del 1861 i soldati piemontesi che trattano il borgo come una base militare posta negli Appennini nella lotta al brigantaggio. L’occupazione piemontese dura fino al 1868, anno in cui le truppe comandate dal generale Emilio Pallavicini terminano di soffocare tutte le bande di briganti presenti lungo la Valle Roveto.

Di seguito facciamo un breve sunto cronologico di questi anni e all’interno di questa ricostruzione storica compaiono notizie riguardanti sommosse avvenute presso l’Altrpopiano delle Rocche con i vari borghi connessi.

 

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1860:

L’Abruzzo Ulteriore Secondo come altre province del Mezzogiorno, dopo aver subito la guerriglia filoborbonica, è soggetta anche al fenomeno del brigantaggio locale che si sviluppa nelle zone montuose del Cicolano, del Sirente e dell’Altopiano delle Cinquemiglia. 

Le popolazioni sono inoltre sistematicamente vessate anche dalle bande provenienti da oltre frontiera che organizzano basi in Molise, in Terra di Lavoro e nelle zone di confine dello Stato Pontificio. Proprio dai territori di frontiera viene scatenata da parte borbonica la guerriglia, con lo scopo di colpire le retrovie e distrarre dal teatro bellico principale le forze garibaldine impegnate sul Volturno. Infatti, nel settembre 1860, viene allestita a Gaeta una brigata leggera posta al comando del colonnello Theodor Friedrich Klitsche de la Grange. Questi occupa Sora il 28 settembre, organizzò ed effettua scorrerie che interessano nell’ottobre anche Balsorano e Civitella Roveto. 

 

Le vittorie di Klitsche de la Grange, causano sommosse e disordini in numerosi paesi tra cui Campo di Giove, Palena, Pettorano sul Gizio, Rovisondoli, Roccaraso e Castel di Sangro. Il 1 ottobre 1860 la reazione si estende all’intera Marsica, dapprima a Tagliacozzo, Villa San Sebastiano, Cappadocia e Petrella Liri e poi il 7 ottobre insorgono anche Carsoli, Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio, Rovere e Terranera.

 

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

 

Quindi l’11 ottobre insorge anche Avezzano, le cui autorità invitano il colonnello Klitsche de la Grange ad occupare l’intera Marsica. Alla rivolta di Avezzano segue quella di altri centri del circondario come Celano, Scurcola Marsicana, Trasacco, Collarmele, Cerchio e Pescina. Nella Marsica rimangono in mano dei liberali i soli comuni di Magliano dei Marsi e di Gioia dei Marsi.

 

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

 

Ad Avezzano nel frattempo tra il 17 e il 19 ottobre arriva il Klitsche de la Grange, che il 20 occupa Magliano de’ Marsi e poi Scurcola Marsicana, Celano, Rocca di Mezzo e alcuni paesi nei pressi dell’Aquila, tra cui San Demetrio ne’ Vestini, minacciando così di invadere la città. Nel frattempo, le truppe di Vittorio Emanuele II, entrate il 12 ottobre negli Abruzzi, avanzano sugli obiettivi fissati divise in vari scaglioni.

 

 

La brigata “Bologna” (39°-40°), posta agli ordini del generale Ferdinando Augusto Pinelli, raggiunge Terni per poi trasferirsi verso fine ottobre all’Aquila mentre le truppe del IV e del V Corpo d’Armata, seguendo itinerari diversi, dopo aver occupato pacificamente il 16 ottobre la Fortezza di Pescara e le città di Chieti, Sulmona e L’Aquila, si riuniscono il 19 ottobre a Roccaraso per proseguire la loro avanzata verso Isernia. Superata Roccaraso, le truppe piemontesi si scontrano il 20 ottobre al valico del Macerone con le forze del generale borbonico Douglas-Scotti che subì una pesante sconfitta.

 

Malgrado il contesto, il 21 ottobre sono indetti i plebesciti durante lo svolgimento dei quali si verificano disordini e sommosse. Il 27 insorge Campotosto, e alcuni villaggi nei pressi di Montereale mentre altri tumulti, si sviluppano: nel Cicolano a Fiamignano, Radicaro e Pescorocchano; nella Valle del Sirente a Gagliano Aterno, Fontecchio, Castelvecchio Subequo, Secinaro, Fagnano, e Tione degli Abruzzi. Malgrado gli interventi della Guardia Nazionale i focolai della reazione si estendono anche a Borgo San Pietro, Petrella del Salto e la frazione di Capradosso.

 

 

La città dell’Aquila oggi.

 

 

Nel frattempo la città dell’Aquila, per rispondere alla minacciata invasione della città da parte delle formazioni di Klitsche de la Grange, ottiene dalle  autorità militari contingenti della brigata “Bologna” (39°- 40°) dei bersaglieri che giungono al comando del generale Ferdinando Augusto Pinelli il 25 ottobre. Il Pinelli dopo aver effettuato una pesante incursione su Pizzoli e San Vittorino, il 4 novembre dichiara lo Stato d’assedio nella provincia istituendo una Corte marziale. 

 

Per stroncare le ribellioni in atto, il Pinelli marcia anche sulla città di Avezzano occupata dai legittimisti. Due colonne mobili muovono quindi verso la Marsica di cui una agli ordini del colonnello Pietro Quintini si dirige su Cittaducale e Collefegato, l’altra al comando del Pinelli, marcia verso Avezzano che viene occupata il 20 novembre 1860.

 

 

La città di Avezzano oggi. (Immagine personale)

 

La colonna del colonnello Quintini, invece, con due compagnie del 40º fanteria e due del IX battaglione bersaglieri si dirige verso Avezzano seguendo l’itinerario Antrodoco, Cittaducale, Capradosso, Fiamignano, Collefegato, Magliano dei Marsi. Debellate le sacche di resistenza, la colonna raggiunge il 16 novembre Capradosso e poi Fiamignano.

 

Ristabilito l’ordine il Quintini prosegue nella marcia e lasciate due compagnie a protezione di Tagliacozzo, il 26 novembre si ricongiunge ad Avezzano con il generale Pinelli. La partecipazione del generale Pinelli agli eventi che si verificano in quest’area non dura molto a lungo.

 

 

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1861:

Infatti, nel gennaio 1861 si trasferisce nell’area operativa dell’Abruzzo Ulteriore II per ottenere la resa di Civitella del Tronto e contrastare le reazioni provocate da elementi filopapalini nei pressi di Ascoli Piceno. Nel frattempo, nei territori di confine con lo Stato Pontificio, i gruppi legittimisti, al comando del colonnello Francesco Saverio Luverà e dell’avv. Giacomo Giorgi, entrano il 10 gennaio 1861 a Carsoli e il 13 a Tagliacozzo.

 

Piazza Obelisco a Tagliacozzo oggi. (Immagine  personale)

 

 

La guarnigione piemontese, composta da 400 uomini del 40º fanteria, sotto l’assalto di forze preponderanti, è costretta a ritirarsi. Il Luverà rientrato a Roma per ottenere rinforzi lascia il comando a Giacomo Giorgi invitandolo a mantenersi sulle posizioni occupate e ripiegare in caso di at tacco nel Cicolano. Partito il Luverà, Giacomo Giorgi nella giornata del 19 gennaio disobbedisce agli ordini ricevuti attaccando e conquistando Scurcola Marsicana. La difesa, costituita da un contingente del 6º fanteria, è obbligata a ritirarsi fuori città dopo aver messo in allarme i presidi di Magliano dei Marsi, Avezzano e Cappelle dei Marsi. 

 

 

Il castello di Avezzano prima del terremoto di Gioia dei Marsi del 1915.

 

 

Nella tarda serata le formazioni del Giorgi accampate a Scurcola Marsicana sono attaccate e disperse dalle truppe piemontesi giunte da Avezzano e da Magliano de’ Marsi. Il Luverà, giunto nel frattempo a Carsoli con i rinforzi, non avendo armi a sufficienza per tutti i suoi uomini, si trova costretto a riparare il 6 febbraio 1861 a Oricola. Il 10 febbraio, dopo i combattimenti che si verificano nei pressi dell’Abbazia di Casamari e a Bauco, il Luverà decide di attaccare Collalto Sabino che viene conquistata e messa a sacco il 12 febbraio 1861. 

 

 

Carsoli ad inizio ‘900

 

 

Giunta la notizia della caduta di Gaeta, le formazioni del Luverà rientrano ad Oricola prima di disperdersi e/o arrendersi. Solo una piccola banda, comandata da Luigi Alonzi alias “Chiavone”, rifiuta di cedere le armi e, dopo essersi riorganizzata, riprende le scorrerie attaccando nel mese di aprile un distaccamento del 44º fanteria a Luco dei Marsi e assalendo nel luglio San Giovanni e San Vincenzo Valle Roveto. 

 

La fortezza di Civitella del Tronto oggi.

(Immagine da https://www.turismo.it/cultura/articolo/art/abruzzo-cosa-rende-speciale-la-fortezza-di-civitella-del-tronto-id-11446/)

 

 

Fallito il tentativo del Luverà, caduta Gaeta il 13 febbraio, capitolata il 12 marzo 1861 la cittadella di Messina e il 20 marzo quella di Civitella del Tronto, i borbonici, ormai severamente sconfitti, non abbandonano l’idea di una restaurazione del Regno delle Due Sicilie continuando ad ottenere l’appoggio del Clero e della Curia romana. Da Roma quindi, attraverso i comitati borbonici diffusi sul territorio, i legittimisti proseguono la loro azione formando bande di consistenza variabile che furono poste al comando di capi ormai troppo compromessi per ottenere il perdono.

 

Nell’anno 1861 quindi, come in quelli che seguono, la lotta prosegue colpendo in particolare i territori di Chieti, Sulmona, Teramo, Avezzano e L’Aquila e le aree montuose del Gran Sasso e del Sirente, della Majella, della Marsica, della Valle Roveto, del Cicolano e dell’Altopiano delle Cinquemiglia.

 

Lo sviluppo del brigantaggio rende famose alcune bande anche nell’Abruzzo Ulteriore Secondo e più in particolare:

– nel Cicolano, quelle di urelio Ricciardi, dei fratelli Michele e Bernardino Pietropaoli, dei fratelli Angelo e Domenico De Sanctis, di Giovanni Colaiuta, di Domenicantonio Orfei e di Berardino Viola, quest’ultimo a capo della banda di Cartòre;

 

– sulle montagne del Sirente, operano altre bande dislocate nelle vicinanze di paesi a loro favorevoli e agevolate da manutengoli e tra queste quella di Vincenzo Vacca alias “Cannone”, di Francesco Presutti detto Francescone e di Angelo del Guzzo; nella zona dell’Altopiano delle Cinquemiglia e delle montagne di Scanno, si dislocano le bande formate da Nunzio Tamburrini, Primiano Marcucci, Croce di Tola e altri che con le loro scorrerie si spinsero nel Chietino, nel Molise e anche in Terra di Lavoro.

Nello stesso periodo a Pescorocchiano si distingue la banda di Fiore Sallusti cui si unisce spesso quella del Colaiuta operante presso Fiamignano. Tra i capi “storici” ancora alla macchia anche Ascenso Napoleone che, catturato nel mese di aprile 1861 dalle guardie nazionali, di Collefegato, è trasferito a Fiamignano e poi fucilato.

 

 

Fucilazione di un brigante nel 1861. (Immagine da Wikipedia)

 

 

Furti, reati, assalti contro le persone, ricatti e sequestri si susseguono per molti anni fin oltre il 1870.

 

Rapina da parte dei Briganti a una carrozza nel 1865

 

 

Oltre alle incursioni delle bande già citate l’Abruzzo aquilano continua a essere oggetto di aggressione delle bande operanti nelle zone di confine con lo Stato Pontificio, come l’attacco dei Briganti il 3 giugno 1861 a Castel di Sangro. 

 

 

Roccavivi oggi. (Immagine da Wikipedia)

 

 

Il 27 giugno 1861, gli uomini di Chiavone entrano a Roccavivi e il 14 luglio successivo attraversata la Valle Roveto saccheggiarono i borghi di San Vincenzo e San Giovanni. Il 14 luglio le formazioni di Luigi Alonzi occupano inoltre Collelongo e Villavallelonga per tentare di congiungersi con le bande della Majella, ma il tentativo non riuscì.

 

Scontro a fuoco tra i Briganti e polizia italiana

 

 

Infatti, Chiavone nei pressi di Pescasseroli si scontra con alcuni reparti del 35º fanteria; decisa la ritirata cerca di ripassare il Liri presso Balsorano, ma durante il guado è sorpreso da una colonna del 44º fanteria che gli arreca sensibili perdite. Altre piccole operazioni vengono sviluppate nel novembre del 1861 dalle bande locali tra cui quelle di Colaiuta che agisce a Morrea e di quelle Giovanni di Giovanni che attacca i centri di Pietrasecca e Pereto.

 

Nel novembre si rifa vivo  il Chiavone che invade Civita d’Antino saccheggiando case e catturando ostaggi. Tra i tanti avvenimenti che si verificano alla fine del 1861 è da ricordare anche la cattura, avvenuta l’8 dicembre del 1861, nei pressi di Castelvecchio di Sante Marie nell’Abruzoo Ulteriore Secondo di Jorge Luis Borges che, lasciato Carmine Crocco e la Basilicata in novembre, è catturato e fucilato a Tagliacozzo dai Bersaglieri del capitano Enrico Franchini.

 

 


 

 

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1862:

 

Superato l’inverno le organizzazioni brigantesche riorganizzate, rifornite e dotate dai comitati borbonici di nuovi mezzi finanziari ripresero nella primavera del 1862 la loro attività. Si mossero anche le formazioni di Chiavone e poi dello spagnolo Rafael Tristany, nominato nel frattempo da Francesco II , comandante delle truppe insorgenti degli Abruzzi che colpiscono in particolare la Valle del Liri, il Fucino e l’Abruzzo Ulteriore Secondo. Le autorità militari potenziano i presidi, ma i provvedimenti assunti non sono sufficienti a scongiurare gli assalti dei paesi più indifesi e maggiormente esposti.

 

Il 6 aprile 1862, circa 200 uomini, posti al comando di Pasquale Mancini, assaliscono e devastano Luco dei Marsi, presidiato da un piccolo reparto del 44º fanteria della brigata “Forlì” prima di essere dispersi dalla truppa; durante gli scontri cade Pasquale Mancini e numerosi altri briganti.

 

Il 10 maggio 1862 Chiavone invade e saccheggia Fontechiari, il 7 giugno Pescosolido; nei giorni successivi raggiunge l’Altopiano delle Cinquemiglia, dove si riunisce alle bande abruzzesi di Luca Pastore e di Nunzio Tamburini.

 

Il 17 giugno occupa Castel di Sangro, dove viene respinto subendo pesanti perdite. Rientrato con i superstiti in territorio pontificio Chiavone è fatto fucilare dal comandante borbonico Rafael Tristany.

La vita per le bande, già di per sé non semplice, si complica con la proclamazione dello Stato d’assedio a seguito delle imprese di Giuseppe Garibaldi che si concludono nella Giornata dell’Aspromonte, restrizioni nel movimento delle persone, arresti, di manutengoli e aumento della vigilanza non riducono però l’attività delle bande finanziate e rinforzate con nuove leve dai comitati borbonici, nella speranza di poter approfittare della situazione in atto e sviluppare nuovi tentativi di restaurazione del regno di Francesco II.

 

Si formano quindi nel giugno del 1862 le bande dei fratelli Francesco ed Evangelista Guerra, e a queste si associano le formazioni di Domenico Fuoco, Alessandro Pace ed altri capi minori. Restarono comunque in attività le bande dei fratelli De Sanctis, Antonio ed Aurelio Ricciardi, di Fiore Sallusti e di Bernardino Viola evaso dalle carceri.  

Nel settembre 1862 le bande del Cicolano, dell’Aquilano e della Marsica si uniscono formando la banda detta “di Cartòre” che agì a  Collefegato, Fiamignano, Pescorocchiano, Tornimparte, Lucoli, Magliano dei Marsi e altri paesi.

 

Tra i capi Bernardino Pietropaoli, Berardino Viola, Candido Vulpiani, Aurelio Ricciardi Domenicantonio Orfei, Fiore Salvatore, Giovanni Colaiuta ed altri. Nel novembre 1862 Aurelio Ricciardi, Domenicantonio Orfei e Fiore Sallusti con altri gregari, diretti verso il confine pontificio sono sorpresi dalla Guardia nazionale di Oricola e da un reparto di bersaglieri. Domenicantonio Orfei e Fiore Sallusti riescono a fuggire alla cattura e a dileguarsi sui monti della Piana del Cavaliere mentre gli altri e tra questi i fratelli Ricciardi, sono fucilati a Oricola.

 

 

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1863-70: La fine del brigantaggio

 

Cattura di briganti da parte della polizia italiana nel 1864

 

 

Molti altri episodi di brigantaggio si verificano durante il 1863, il 1864 e negli anni successivi colpendo in particolare i territori dell’Abruzzo Citra e dell’Abruzzo Ulteriore Secondo estendendosi al Molise e in Terra di Lavoro. E ciò malgrado i provvedimenti adottati dal Governo tra cui la Legge Pica, che rimane in vigore fino al 1865.

 

Infatti, nel 1863 i briganti sviluppano numerose scorrerie nelle varie province degli Abruzzi e anche al confine pontificio. Il 24 aprile 1863, il 6º fanteria rioccupa Civita d’Antino, nella Valle Roveto, ancora nelle mani della banda di Rafael Tristany. Nell’inverno del 1863 anche la banda dei fratelli De Sanctis si scioglie; morto di vaiolo Sabantonio, gli altri due fratelli si costituiscono.

 

Nel 1864 nella provincia dell’Aquila, malgrado la presenza di forze regolari e volontarie, Primiano Marcucci, Bernardino Viola e Nunzio Tamburini imperversano nella regione, effettuando scorrerie in provincia di Chieti e nel Molise. Nel Cicolano la banda di Michele, Domenico e Bernardino Pietropaoli viene sorpresa nell’agosto da un reparto di bersaglieri e di guardie nazionali e dispersa nei pressi di Poggiovalle mentre nel 1865 sempre nel Cicolano continuano a scorrere la campagna, Domenicantonio Orfei, Giovanni Colaiuta, Berardino Viola e Candido Vulpiani.

 

I provvedimenti adottati dal Governo non hanno particolari risultati anche se molti capi caduti in combattimento o catturati vengono a mancare. Infatti, il brigantaggio nel Cicolano e in altre zone degli Abruzzi, si mantiene vitale anche nel corso della Terza guerra d’indipendenza italiana, per poi estinguersi dopo la Presa di Roma avvenuta nel 1870, unitamente allo scioglimento delle zone militari che si concretizza il 19 gennaio 1870.

 

 


 

 

 

 

– Rocca di Mezzo negli anni 1860-70

Scorcio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo entrata nel nuovo regno d’Italia rimane comune autonomo, ma ancora dipendente dal circondario di San Demetrio. Sul piano demografico il paese conta nel 1861 2849 unità, con la quasi totalità della popolazione ignorante e dedita in parte alla pastorizia e in parte all’artigianato qui sempre abbastanza presente.

Al momento dell’entrata nel nuovo regno d’Italia Rocca di Mezzo come molti paesi d’Abruzzo è filoborbonica e insieme ad altri paesi d’Abruzzo e della Marsica, si solleva contro il nuovo stato savoiardo anche accettando malvolentieri l’accordo fra briganti e Borbone.

Fra 1860 e il 1862 si verificano diversi episodi nei quali Rocca di Mezzo è protagonista di sommosse seppure non sempre importanti, ma ad un certo punto il paese come molti altri della Marsica diventa oggetto di criminalità da parte dei Briganti, che infieriscono sulla povera popolazione, facendosi forti di tanti nascondigli presenti nel territorio dell’Altopiano delle Rocche.

D’altra parte l’Altopiano delle Rocche è un territorio impervio e con molti nascondigli, dati dalla sua struttura carbonatica, che permette la formazione di numerose grotte anche molto grandi, rivelandosi così un luogo perfetto per questi criminali.

 

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Il territorio circostante Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

D’altra parte l’Altopiano delle Rocche è un territorio impervio e con molti nascondigli, dati dalla sua struttura carbonatica, che permette la formazione i numerose grotte anche molto grandi, rivelandosi così un luogo perfetto per questi criminali.

Con il passare del tempo però questi episodi criminali da parte dei briganti diminuiscono, fino a scomparire e ciò sia per il forte impegno della guardia nazionale nel combattere queste bande, sia per il forte distacco della popolazione, che ad un certo punto accetta il nuovo corso dei Savoia, abbandonando questi briganti, che sono diventati troppo violenti con loro.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Durante questo decennio di assestamento all’inizio Rocca di Mezzo, Terranera e molti altri centri abitati, vivono un po’ isolati e smarriti nella nuova realtà nazionale e solo con il tempo la situazione migliora, permettendo a tutti di trovare un nuovo equilibrio seppure ancora precario.

Segno tangibile di questo iniziale miglioramento è l’avvio della costruzione nel 1866 della nuova strada Carrozzabile L’Aquila – Avezzano. Ciò determina l’inizio di un nuovo svilippo edilizio fuori le mura del paese ed in particolare lungo la stessa strada rotabile.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1890

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Completata ormai da tempo la strada L’Aquila-Avezzano si assiste ormai da qualche anno ad una nuova fase di sviluppo urbanistica fuori le mura del paese, che si fa più intensa mano a mano che passa il tempo e la popolazione viene aumentando.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Sul piano demografico ormai da decenni si assiste ad un costante aumento della popolazione locale che passa dalle 3000 unità del 1871 ai 3313 del 1881, per arrivare nel 1901 a 3814 unità. Quindi è chiaro che questo nuovo sviluppo urbanistico risponde alla necessità di un costante aumento della popolazione locale. Soprattutto si osservano nuove costruzioni lungo la stessa strada L’Aquila – Avezzano.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nasce quindi a poco a poco un nuovo pezzo di paese in cui le persone si vengono trasferendo e allo stesso tempo si assiste al lento abbandono del vecchio caseggiato. Addirittura le varie amministrazioni che si sono succedute tra la fine del secono XIX e l’inizio del XX secolo avendo fretta d’innovare hanno provveduto a smantellare “con enorme sbaglio” una parte importante del vecchio paese.

 

Palazzo del Municipio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

A partire dal 1879 si sono avute infatti importanti demolizioni come la distruzione degli avanzi del vecchio castello e di una torre a ridosso di Porta Annicola, decorata con affreschi, anch’essa poi fatta demolire. Più avanti sono stati smantellati anche due fontanili un tempo esistenti tra Piazza Principe di Piemonte e Largo Quattro Novembre ecc.

C’è da riconoscere però che nell’area del nuovo paese viene nascendo nello stesso periodo nuove costruzioni in stile Liberty che portano alla creazione di un nuovo centro storico, che rendono oggi il paese assai affascinante per quanti giungano in visita a Rocca di Mezzo.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

La nuova urbanizzazione comunque non toglie nulla al fascino dell’antica, specie di quella quattrocentesca e di questa la zona dei tre archi rimane la cerniera dell’espansione  quattrocentesca del paese.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a fine XIX secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine  personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve continua ad essere la chiesa parrocchiale di Rocca di Mezzo,  ma  al contrario di prima vede il paese lentamente si sposta verso il pianoro sottostante, abbandonando la parte più antica. Per ora però la chiesa di Santa Maria della Neve è ancora il fulcro centrale della vita sociale del paese. Nel 1894 l’antica chiesetta privata di San Michele posta appena fuori le vecchie mura del paese entra a far parte dei beni parrocchiali e viene adibita a falagnameria.

 

 

– Rocca di Mezzo e l’emigrazione alla fine del secolo XIX (1890-1900)

Poveri emigranti che vanno verso il porto per imbarcarsi

 

La perdurante povertà presente nella Marsica e nell’Altopiano delle Rocche inducono molte persone ad emigrare per cercare fortuna altrove. Si genera così nel giro di qualche anno a cominciare dal 1890 un lento ma costante flusso di genti che va via dall’Altopiano delle Rocche diretta verso altri continenti soprattutto americano dirigendosi chi a nord in USA e Canada e chi a sud in Argentina e Brasile.

 

Famiglie di emigranti che si salutano al porto prima d’imbarcarsi

 

A Rocca di Mezzo sono molti i giovani che partono in cerca di fortuna tra il 1890 e il 1900. L’andamento della popolazione alla fine del secolo riflette in qualche modo questo dato, in quanto si registra un deciso rallentamento nella crescita demografica locale. Rocca di Mezzo al contrario di altre località, non si ferma mai e la sua popolazione cresce di continuo specie nel corso del secolo. Si passa infatti dai 3008 del 1871 ai 3814 unità del 1913.

Rocca di Mezzo quindi a fine XIX è un paese povero che viene crescendo sul piano demografico e sul piano lavorativo chi rimane continua nelle sue attività tradizionali della pastorizia e dell’agricoltura, ma qui è presente anche una certo artigianato che consente a diverse famiglie di andare avanti. Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 si sviluppa un primo nucleo abitativo in pianura segno della crescita della popolazione che non entra più nel vecchio borgo.

 

 


 

 

 

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XX secolo

 

 

– Rocca di Mezzo a inizio XX secolo

Scorcio del vecchio palazzo municipale di Rocca di Mezzo a inizio ‘900. (Immagine personale)

 

All’inizio del ‘900 Rocca di Mezzo vede crescere esponenzialmente la propria popolazione raggiungendo la cifra record di 3814 unità. Grazie al forte sviluppo demografico il paese consolida la sua espansione edilizia.

Si viene così a formare un vero e proprio caseggiato in diretta continuazione con quello medievale posto ormai fuori dal vecchio sistema murario. Tale caseggiato si sviluppa verso il basso intorno alla chiesa di San Michele divenuta da poco pubblica e in corso di restauro.

 

Immagine della nuova piazza centrale di Rocca di Mezzo a inizio ‘900 prima della migliore sistemazione .

Da notare lo scorrimento del Rio Gamberale al centro della nuova piazza di Rocca di Mezzo

 

Con questo sviluppo urbanistico Rocca di Mezzo ottiene una nuova strutturazione cittadina con un nuovo centro cittadino con palazzi in stile liberty, che con il tempo diventerà il nuovo centro storico includendo a tutti gli effetti la piccola chiesa di San Michele. Tra i nuovi edifici in stile liberty ricordiamo il nuovo palazzo municipale costruito nel 1907-13, villa Cidonio e altre strutture costruite tra inizio ‘900 e il gli anni 1920.

 

Immagine della piazza centrale di Rocca di Mezzo del
1914 dopo la costruzione del palazzo comunale e della risistemazione della chiesa di San Michele

 

Sul piano lavorativo Rocca di Mezzo è impegnata nelle attività tradizionali a cominciare dall’agricoltura coltivando lino, canapa, patate, grano, orzo, mais, lenticchie, ceci, piselli, segale e girasole.

La gente è povera, ma ben consapevole delle sue capacità e vuole migliorare, per questo tende a spostarsi per lavorare, come agricoltori presso la campagna romana, toscana e capuana. Allo stesso tempo ci sono in Rocca di Mezzo ancora molte persone dedite anche alla pastorizia che viene svolta presso la campagna romana spostando per qui le pecore. A Rocca di Mezzo sono presenti anche diversi artigiani come falegnami e ferraioli.

Nel corso degli anni 1910 però la dura vita di questi anni non producendo crescita economica e miglioramento di vita, spinge molti abitanti giovani ad emigrare all’estero, soprattutto verso gli USA e il Canada. Ciò si riflette sulla popolazione residente che diminuisce di colpo passando dai 3814 unità del 1901 ai 3490 del 1911.

Da segnalare uno primo inizio dello sci nell’altopiano delle Rocche tra Ovindoli e Rovere tra il 1908 e il 1913, con una prima grande manifestazione invernale avvenuta nel 1913. Per ora parliamo di pochi eletti che possono fare queste manifestazioni che sono a carattere elitario e inizieranno ad essere maggiormente sentite dalla classe media dopo la prima guerra mondiale.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a inizio XX secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del ‘900 Rocca di Mezzo cresce al livello urbanistico spostando il proprio baricentro verso il piano dove passa il fiume Rio Gamberale. Qui si concentrano le nuove costruzioni che si ricollegano alla nuova via di collegamento Avezzano-L’Aquila, costruita tra il 1866 e il 1870. Per la chiesa di Santa Maria della Neve questo in apparenza non cambia nulla, in quanto questa rimane chiesa parrocchiale, per cui tutte le attività religiose continuano a svolgersi qui. Però sul piano sociale cambia e come in quanto il baricentro della vita sociale tende sempre più a spostarsi verso il basso, tralasciando la parte alta dove vi è la chiesa.

 

 

– L’Italia nel 1912

Le colonie italiane in Africa nel 1912

 

L’Italia di Giolitti nel 1911 dichiara guerra all’impero Ottomano per prendersi la Libia e dopo diverse operazioni militari occupa la Tripolitania e la Cirenaica e poco dopo per costringere gli Ottomani alla resa invade e prende le isole del odecanneso, poste davanti le coste della Turchia.

 

 


 

 

 

 

– Il terremoto di Gioia dei Marsi (1915)

Terremoto di Gioia dei Marsi (1915)

 

Il 13 gennaio 1915 un fortissimo terremoto si verifica nella Piana del Fucino con epicentro vicino Gioia dei Marsi, manifestandosi con una potenza 7 Mw. Il terremoto si ha la mattina presto verso le 8:00 producendo un’immane tragedia a tutti i paesi che si affacciano sulla piana fucense, che vengono vengono rasi al suolo in pochi secondi con una conta dei morti spaventosa.

 

Il castello Colonna crollato dopo il sisma

 

L’antica chiesa di San Bartolomeo venuta giù con il terremoto del 1915

 

Le rovine di Avezzano dopo il sisma

 

Il maggiore disastro avviene ad Avezzano, il maggiore centro della Marsica, che viene rasa al suolo, con una conta dei morti pari a 10000 su 13000 abitanti totali. Muoiono tutti i maggiorati della città.

 

Il terremoto del 1915 a Cerchio

 

Il terremoto di Gioia dei Marsi per la sua potenza distrugge tutta la Marsica facendo sentire i suoi effetti in tutto il centro Italia. Persino Roma avverte il terremoto in modo violento riportando diversi danni all’interno dell’abitato.

 

Il terremoto a Magliano dei Marsi

 

Tornando alla Marsica oltre al Fucino abbiamo la Valle del Giovenco, la Vallelonga,  la Valle Roveto, i Piani Palentini  e l’Altopiano delle Rocche che sono investiti in pieno dall’onda sismica riportando disastri enormi. Invece la zona occidentale riporta danni molto più contenuti e ciò vale sia per Tagliacozzo che per la Piana di Carsoli.

 

 

– Effetti del terremoto a Rocca di Mezzo

L’abitato di Rocca di Mezzo, come tutti i paesi dell’Altopiano delle Rocche, riporta molti danni con molte abitazioni danneggiate, alcune anche gravemente e lo stesso avviene per le chiese, che risultano danneggiate. Riguardo a morti e feriti al momento non abbiamo notizia per cui ci riserviamo di ritornarci più avanti.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve dopo il sisma di Gioia dei Marsi (1915)

In base alle poche notizie che abbiamo la chiesa di Santa Maria della Neve riporta diversi danni per il sisma, ma sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) che questi non siano molto gravi, ma piuttosto superficiali.

 

 


 

 

 

 

– Rocca di Mezzo e la prima ripartenza – la prima guerra mondiale (1915)

Dopo l’immane disastro a Rocca di Mezzo e nelle sue frazioni gravemente isolate intervengono nel giro di qualche giorno i primi militari e molti volontari, che aiutano i sopravvissuti a ritrovarsi e a riprendersi.

Si costruiscono le prime baracche assegnate ad ogni famiglia, e le prime baracche per le strutture pubbliche, si cerca insomma di tornare a una lenta normalità. Ma purtroppo la vita prende percorsi che non immaginiamo e spesso sono veri e propri burroni. Dopo il terremoto, viene la guerra…

I ragazzi Marsi sopravvissuti al terremoto non vengono dispensati per l’immane disastro di qualche mese prima, ma vengono richiamati al fronte per l’imminente ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale…

Ciò vale per tutti i paesi comprese Rocca di Mezzo e Terranera. Sono diversi i ragazzi che partono e non fanno più ritorno in paese a causa della morte sopraggiunta in guerra.

Negli anni di guerra si procede già dal 1915 a ricostruire le prime case o riparare le prime strutture meno lesionate per il sisma, ma ci vorranno anni per riaversi.

 

 

– L’Italia nella grande guerra (1915)

I blocchi degli Imperi centrali contro il blocco della triplice intesa nel 1914. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1915 l’Italia sigla il cosidetto Patto di Londra con Francia e Inghilterra, nel quale si parla dei territori che l’Italia acquisirebbe in caso di successo nella guerra contro gli Imperi centrali a cui il paese si è stato legato per molto tempo. Il governo italiano dopo varie riflessioni decide di scendere in guerra a fianco di Francia e Inghilterra. L’Italia dichiara guerra ad Austria e Germania.

Vengono così richiamati al fronte centinaia di migliaia di giovani atti alla guerra. Dalla Marsica partono tutti i giovani maschi sopravvissuti al terremoto di gennaio e atti alla guerra. La tragedia è dietro l’angolo. Di colpo a Rocca di Mezzo e nelle sue frazioni, fra cui Terranera, rimangono solo donne, bambini e anziani lasciati soli nell’immane sforzo di farsi forza a vicenda e ricostruire il paese. Gli altri partono.

 

 

– Rocca di Mezzo e Terranera tra la fine della 1 guerra mondiale e l’arrivo della Spagnola (1918-19)

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Siamo nel 1918 e la guerra pur continuando sembra iniziare a spegnersi, perchè spente sono le nazioni dopo  5 anni di orribile conflitto. C’è voglia di pace, ma senza perderci la faccia. Comunque vada la situazione a Rocca di Mezzo sembra andare un po’ meglio. Dal fronte le notizie sulle morti dei giovani in guerra si attenuano e la prima riparazione del paese di Rocca di Mezzo sembra procedere. Ma una nuova calamità si affaccia nella Marsica e nel mondo, la Spagnola !!!

Al momento non abbiamo notizia quanto attecchisca la Spagnola a Rocca di Mezzo e Terranera, ma siamo portati a credere che anche qui vi siano stati morti per il tremendo morbo. Non avendo però notizie precise ci fermiamo qui su questo.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Nel 1919 poi piano piano l’epidemia inizia a declinare fino a scomparire lasciando molti lutti dietro le spalle, soprattutto nei paesi laddove il morbo si è maggiormente concentrato. La tragedia per fortuna finisce così come l’odiosa guerra che si conclude con la sconfitta degli Imperi centrali e la vittoria delle forze dell’Intesa compresa L’Italia.

Qui a Rocca di Mezzo il 4 novembre 1918 viene festeggiata la fine della lunga e rovinosa guerra mondiale. Ciò avviene con il suono delle campane  ed i reduci che vengono accolti trionfalmente dalla popolazione. Tuttavia l’animo delle donne rimaste nel paese è struggente di dolore per la perdita per i propri cari. Senza alcuna fatica possiamo affermare che i 4 anni dal 1915 al 1918 siano stati tra i più duri e crudeli della lunga storia di Rocca di Mezzo e Terranera.

 

 

– Il Congresso di Versalilles del 1919

 

L’Europa nel 1919.

 

Il congresso di Versailles del 1919 crea una nuova cartina politica europea e mondiale sancendo la vittoria dei paesi vincitori. Tutti quanti però sia quelli usciti vincitori che gli sconfitti sono sfiniti economicamente e politicamente e tutti compresi l’Italia devono affrontare anni assi difficili.

 

 


 

 

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1919-30

Scorcio di Rocca di Mezzo nel 1925-30. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo dopo il terremoto del 1915, la guerra e la Spagnola procede spedito nella ricostruzione. Sul piano urbanistico il nuovo nuovo nucleo abitativo che si è cominciato a erigere a inizio ‘900 nella zona pianeggiante, viene ora ripreso e rafforzato con nuove costruzioni. In breve ne nasce un nuovo caseggiato dove vengono erette abitazioni e monumenti nel tardo stile liberty dell’epoca. Tra queste ricordiamo villa Cidonio, costruita tra il 1925 e il 1930 e la fontana di Piazza Principe di Piemonte costruita tra il 1920 e il 1925.

 

Carrtolina di Rocca di Mezzo del 1928.

 

Allo stesso tempo anche l’arte fascista si fa strada determinando sculture e opere che rimangono nel tempo anche dopo la fine del regime fascista. Tra queste ricordiamo il monumento ai caduti, opera di Sabatino Tarquini, inaugurata nel 1928 alla presenza delle autorità locali dell’epoca insieme al principe ereditario Umberto di Savoia.

 

Il monumento ai caduti di Sabatino Tarquini inaugurato nel 1928

 

Immagini del giorno dell’inaugurazione del monumento ai caduti nel 1928 alla presenza del principe Umberto di Savoia

 

Nello stesso periodo il paese continua ad ingrandirsi cercando di presentarsi in una chiave architettonica più moderna e ciò conferma la direzione urbanistica intrapresa dalla cittadina. Da ciò seguono molti lavori urbanistici che portano Rocca di Mezzo a vivere meglio nel nuovo caseggiato e tra questi vanno segnalati i lavori su  Piazza Principe di Piemonte, che alla fine degli anni ’20 primi anni ’30 danno un nuovo volto alla piazza. In pratica il fiume Rio Gamberale che passava all’interno del nuovo centro di Rocca di Mezzo viene ora spostato, rendendo così più compatta e più bella la nuova piazza.

 

Piazza Principe di Piemonte a Rocca di Mezzo nel 1930-35 dopo i lavori di rifacimento della piazza

 

Così facendo il paese si reinventa e si rianima. Il risultato più eclatante è la crescita smisurata dei residenti, che passano dai 3490 del 1911 ai 4168 del 1921.

Sulla spinta di questa nuova primavera di Rocca di Mezzo inizia ad investire anche nel turismo di montagna diventando tra i primi paesi in Italia a farlo. Vediamo così come già dai primi anni ’20 giungano in paese molte persone per turismo soprattutto da Roma, attraverso i cosidetti treni della neve, inventati in questi anni.

Lo sci e con esso il turismo di montagna esplode nel 1925, dopo alcuni anni che andava crescendo. In pratica nel 1925 il turismo invernale prende piede e giungono da Roma moltissime persone. Per intercessione del CAI ROMA le ferrovie ordinano che il treno diretto da Roma a Pescara delle 21:50 nella sera dei prefestivi si fermasse alla stazione di Ovindoli-Celano. Si tratta perlopiù di sci di fondo misto ad escursionismo.

Insomma il turismo invernale legato allo sci è rinato e ora si deve consolidare.  Ciò avviene tra il 1927 e il 1931 con l’avvio il 13-14 febbraio 1927 a Rocca di Mezzo del primo campionato abruzzese di Sci. Fino al 1931 lo Sci e con esso il turismo invernale continuano a crescere e Rocca di Mezzo viene investita in pieno da questo nuovo affare.  Grazie a ciò nascono i primi alberghi che vengono ad ospitare sia la gente comune che soprattutto le personalità del tempo del mondo fascista in cerca di svago.

Nel 1931 il Ministero della  Guerra e l’Associazione Nazionale Alpini organizzano a Rocca di Mezzo un corso di propaganda sciistica di 60 giorni a cui partecipa tutta la gioventù locale. L’anno successivo nel 1932 possiamo dire conclusa per il momento l’attività del CAI che viene sostituito interamente dalle organizzazioni del regime che usano lo Sci per fini propagandistici politici.

A Rocca di Mezzo la popolazione nel 1930 si occupa principalmente nei lavori tradizionali dell’agricoltura e artigianato, ma si registra nel paese la presenza di alcune famiglie facoltose che operano in alcuni settori industriali, che s’impegnano nell’abbellimento e mantenimento del paese e iniziano ad investire nel settore turistico aprendo i primi alberghi.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve in epoca fascista

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve nel corso degli anni ’20 sembrerebbe venire restaurata, dopo i danni subiti da sisma di Gioia dei Marsi del 1915. Per ora sembrerebbe che negli anni ’20 gli interventi che ci sono stati sulla chiesa sono quelli più essenziali per evitare problemi più importanti dopo. Sul piano sociale si conferma lo spostamento di centralità verso la nuova piazza Principe a discapito della chiesa madre, che pur rimanendo importante per fini religiosi non lo è più il motore sociale di un tempo.

 

 

– L’Italia negli anni 20 e 30

L’Italia nel 1919.

 

L’Italia uscita dal 1 conflitto mondiale è un paese vittorioso, ma sprofondato in un enorme crisi sociale e industriale. La crisi dapprima travolge diverse industrie, poi si allarga alle banche che falliscono una dietro l’altra, poi è la volta della gente che vedono i propri risparmi andare in fumo. La crisi divenuta sociale travolge infine il sistema politico che collassa nel 1922.

Al suo posto emerge il regime fascista con a capo Benito Mussolini, che prende il potere nel 1922 e lo mantiene per 20 anni. Mussolini sul piano economico e sociale cerca di creare uno stato pienamente indipendente dall’estero applicando perlopiù un’economia di stato. Ciò fa risorgere l’Italia che torna dopo diversi anni a una certa tranquillità sociale, ma sprofonda in una dittatura sempre più dura.

 

L’impero coloniale italiano nel 1936 riprodotto su un muro di Aielli Stazione.

 

Sul piano estero l’Italia fascista pur in ritardo rispetto agli altri paesi europei cerca di costruire un suo impero coloniale prima riconquistando il completo controllo della Libia che viene allargata territorialmente (1929-31) e poi conquistando l’Etiopia nel 1936. Ciò sancisce l’apice del regime fascista e del consenso interno. Ma la presa di distanza di Inghilterra e Francia spinge l’Italia nell’abbraccio mortale tedesco e nel conseguente sfacelo del paese che sacrifica se stesso in virtù di consistenti benefici economici e territoriali.

In realtà l’abbraccio mortale dei fascisti con i Tedeschi porta alla vendita dell’anima italiana con le tragiche e stupide leggi Razziali del 1938. Infine la cecità politica del regime ormai completamente asservito ad Hitler porta Mussolini ad entrare nella seconda guerra mondiale nel 1940. Ci siavvia  insomma ad un nuovo sfacelo.

 

 


 

 

 

– L’Italia nella seconda guerra mondiale 1940-43

Nel 1940 l’Italia, guidata dal “grande genio Mussolini”, entra in guerra a fianco della Germania pensando di vincere velocemente e mettersi dietro al tavolo dei vincitori per spartirsi i territori ricavati da una guerra veloce. NON E’ COSI’!!!

 

Esercitazione militare fascista a Carsoli nel 1938

 

A Rocca di Mezzo come in tutti i borghi e città d’Italia l’inizio della guerra significa doversi armare e partire. Da Rocca di Mezzo così come da altri centri della Marsica, molti giovani sono costretti a partire per il fronte dopo l’arrivo della cartolina di precetto.

I giovani che partono separano famiglie giovani e famiglie più anziane. Anziane madri che piangono mariti e figli, le donne giovani sposate con figli piangono i mariti in partenza perchè si rendono conto dei gravi patimenti.

 

Manifestazione fascista a Balsorano nel 1941

 

Il regime fascista locale fa sfoggio di sicurezza e fino al 1942 continuano le adunate e le varie manifestazioni fasciste locali. Queste saranno le manifestazioni tragico comiche di un regime ormai morente.

 

 

– L’Italia nel 1941-42

La guerra è ormai entrata nel vivo e tra il 1941 e il 1942 il regime fascista viene pagando il prezzo di una totale impreparazione alla guerra non essendo l’esercito e la marina sufficientemente equipaggiate per una guerra lunga e dolorosa, ma soprattutto il fatto di dover intervenire in troppi scenari di guerra porta ad un logoramento più rapido di tutte le forze armate.

D’altra parte le nostre forze armate dovevano contemporaneamente ingrandire l’impero e far fare bella figura all’Italia con la Germania intervenendo in Russia con 600.000 italiani male equipaggiati che si sono morti di freddo e stenti.

Risultato che in Russia l’Italia perde tutti i suoi uomini, le campagne di Grecia e di Libia sono uno sfacelo dietro l’altro e se all’inizio l’Italia non crolla è solo per l’intervento tedesco. Poi però quando la guerra diventa dura anche per la Germania, l’esercito tedesco ritorna nella madrepatria e i soldati italiani sono catturati dagli Alleati nei vari scenari di guerra in cui l’Italia perde.

Prima l’Italia perde l’impero etiopico nel 1941 e poi tra il 1941 e 1942 anche la Libia è persa. Gli Alleati si organizzano e invadono l’Italia iniziando a prendere la Sicilia nel luglio 1943. Risultato che il regime fascista crolla tra l’entusiasmo generale, in cui si pensa che la guerra sia finita. In realtà la parte dura comincia ora.

In settembre dopo due mesi circa in cui si cerca di capire cosa fare il re e lo stato maggiore monarchico decidono di fuggire da Roma mentre i Tedeschi che non vogliono cedere l’Italia e si sentono traditi la invadono. Risultato gli Alleati governano a sud e i Tedeschi nell’arco di 48 ore invadono l’Italia fino a Frosinone, costruendo il confine della Linea Gustav. Il comando della Linea Gustav viene posizionato dai Nazisti a Massa d’Albe e in parte ad Avezzano. A questo punto anche la Marsica è fritta per il genio mussoliniano.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1941-42

Rocca di Mezzo nel 1941

 

Nei due anni che precedono la disfatta del 1943 anche a Rocca di Mezzo come in tutta la Marsica si cerca di sopravvivere alla bene in meglio. Ci si arrangia come si può e in mancanza dei maschi tutti in guerra per far felice Mussolini, nei paesi della Marsica sono le donne e i vecchi che mandano avanti affari e famiglia specie se le famiglie sono composte da bambini. Insomma ci si arrangia, ma la cosa più tremenda è che le notizie che giungono dal fronte sono centellinate dai controlli fascisti che non vogliono far sapere dello sfacelo al fronte.

Per ora in tutta Italia si cerca di fare una vita quanto più normale possibile, i bambini vanno a scuola e gli adulti continuano a lavorare. Nei paesi come Rocca di Mezzo lavorare significa fare tanti lavori dall’agricoltore, al pastore, al fornaio, al falegname, al fabbro, alla raccolta della legna, ecc. Ci si arrangia e nel frattempo si spera che la guerra finisca. Ma la guerra è guerra sai quando inizi, ma non quando finisci e come finisci.

 

 


 

 

 

 

– Rocca di Mezzo sotto l’occupazione tedesca (1943-44)

Villa Cidonio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Arriviamo quindi al 1943, il regime è crollato e poco dopo con la fuga del re anche lo Stato monarchico si è disfatto. Risultato l’Italia è invasa a sud dagli Alleati e a centro nord dai Tedeschi che creano la Linea Gustav e pongono il loro quartier generale proprio nella Marsica a Massa d’Albe.

Chiaramente tutta la Marsica è invasa dai Tedeschi compresa Rocca di Mezzo. Qui a Rocca di Mezzo i barbari instaurano un duro regime di polizia e prendono come sede di comando Villa Cidonio. Lo stato di polizia dei Tedeschi nell’Altopiano delle Rocche è assai intenso, in quanto questa è una zona di passaggio importante e poi da qui si può controllare sia l’Aquila che la Marsica.

Il regime di polizia è duro in tutta la Marsica e i poveri marsicani devono cercare di sopravvivere e provare per quel che si può andare d’accordo con il diavolo.

 

bombardamento alleato di Carsoli.

 

Ad un certo punto insieme al duro stato di polizia si sommano i bombardamenti alleati che dal novembre 1943 investono in pieno la Marsica con lo scopo di danneggiare i Tedeschi.

Ma facendo così danneggiano anche i contadini marsi che per un po’ cercano di resistere, ma poi passato un po’ di tempo con la polizia tedesca divenuta insopportabile e soprattutto i bombardamenti alleati, si preferisce fuggire via o in montagna o riscoprendo i vecchi borghi distrutti dal terremoto del 1915. La stessa cosa avviene anche a Rocca di Mezzo e Terranera dove i Tedeschi sono molto puntigliosi nel loro stato di polizia.

Il periodo è durissimo per tutti. Ma i Marsi pur terrorizzati da tutti non dimenticano la loro gentilezza e decidono pur tra tante privazioni di nascondere coloro che chiedono aiuto, sia che si tratti di stranieri in fuga dal campo di concentramento di Avezzano dove vengono posti in stato di arresto i vari soldati alleati catturati, o fette di popolazione sgradita ai regimi di turno.

I  mesi di marzo-primi di giugno 1944 sono i peggiori sia per il duro stato di polizia tedesco che per gli insopportabili bombardamenti alleati, che colpiscono tutta la Marsica soprattutto Avezzano e i centri maggiori.

 

Bombardamento alleato di Avezzano nel 1944

 

 

I Rocchegiani cercano di difendersi dai Tedeschi murando in casa o in altri luoghi i propri pochi averi per impedire che questi se ne impadroniscano, ma invano i Tedeschi sia per necessità che per sopraffazione riescono a scovare i nascondigli dei poveri contadini, prendendosi ciò che loro nascondono.

Nel corso del 1944 a Rocca di Mezzo si registrano alcuni bombardamenti che si abbattono sia sul centro abitato che sulla campagna circostante. L’Altopiano delle Rocche si rivela per i tedeschi un ottimo punto di osservazione  e  controllo. Qui oltre a Rocca di Mezzo sono diversi i luoghi, che essi scelgono come base tecnica.

 

La Casa delle Rocche ad Ovindoli negli anni 1940-45

 

Per esempio ad Ovindoli vi è il Casale delle Rocche, edificato dal Principe Torlonia nel 1939 presso il comune di Ovindoli,  che ora viene usato per tutto il periodo di occupazione come base tedesca per il controllo del territorio. Essendo questo in posizione elevata viene ribattezzato nido d’Aquila. A Rocca di Mezzo invece è villa Cidonio che viene scelta dai Tedeschi come base del comando militare nella cittadina marsicana.

In generale l’interessamento nazista per il territorio di Rocca di Mezzo riguarda la sua posizione geografica dato il controllo che da qui si può fare su gran parte dell’altopiano e sul suo collegamento naturale con tutto l’aquilano, essendo l’Altopiano delle Rocche via di passaggio secondaria, ma importante verso il Fucino e la Marsica.

 

 

– La liberazione e la fine della 2 guerra mondiale nella Marsica e In Italia (maggio 1944 – aprile 1945)

Arriviamo ora alle battute finali di questa lunga guerra di terra e di trincea. Siamo al 29 maggio e gli Alleati stanno dilagando nel territorio dell’Abruzzo e del Lazio dopo aver avuto la meglio sui Tedeschi che sono ora in fuga ma s’inventano di tutto per rallentare gli Alleati. Da parte alleata s’intensificano i bombardamenti per arrestare la fuga tedesca. In questo gioco al massacro è la popolazione civile a rimetterci con morti e feriti. Massicci bombardamenti si hanno tra il 29 maggio e il 6 giugno, vengono distrutte molte case a Balsorano e frazioni.

L’esatto numero d’incursioni di alleati e tedeschi in fuga non si conosce, ma i danni a persone e abitazioni sono numerosi. Quel che si sa con sicurezza è che le località, densamente abitate in questo periodo sono vicino a Ciammarone, luogo fortemente fortificato dai tedeschi che ha rallentato per diversi giorni gli Alleati e che ora è in mano alleata dopo massicci interventi militari. Alla fine della guerra a Balsorano sono contate una ventina di salme di soldati tedeschi, seppelliti alla meglio nei campi. Qualche decennio dopo le salme sono dissotterrate a cura dell’Ambasciata tedesca a Roma e sepolte nell’apposito cimitero di Cassino.

Dopo accaniti scontri fra Alleati, Antifascisti e Tedeschi vincono i primi che all’inizio di Giugno sfondano la linea Gustav e penetrano nell’interno del Centro Italia liberandola dalla morsa tedesca.

 

Liberazione di Roma da parte alleata il 4 giugno 1944. (Immagini da Wikipedia)

 

Gli Alleati sfondata la linea Gustav dilagano nel centro Italia liberandolo via via così abbiamo la liberazione di Roma il 4 giugno 44, mentre nella Marsica gli Alleati raggiungono Balsorano il 4 giugno liberandola.

Qui gli Alleati sospendono i bombardamenti sulla zona, dopo aver sentito alcuni locali, che l’informano del veloce ritiro tedesco, che ha lasciato o sta lasciando la Marsica. Inizialmente però gli Alleati non accettano questi locali credendoli dei nemici travestiti da pacificatori, ma dopo aver accertato le loro identità e vengono sospese le operazioni belliche.

 

Cannone statunitense presente a Balsorano nel 1944,
probabilmente usato nei giorni di giugno 44 per liberare la Marsica dai Nazisti.

 

Nonostante ciò qualcuno verso le 12 del 4 giugno cannoneggia la zona di grotta S. Angelo dove vi sono molti civili che hanno trovato rifugio presso la grotta. Quasi per miracolo le cannonate non producono danni alle persone rifugiate nella grotta (c’era qui mezza Balsorano). Dopo quest’ultimo incidente??? la popolazione di Balsorano capisce che la situazione è cambiata e piano piano ritorna nei paesi di origine a cominciare dalla distrutta Balsorano.

Il giorno 6 giugno 1944 una armatissima pattuglia di soldati neozelandesi, a bordo di camionette, entra nella piazza centrale di Balsorano, accolta con soddisfazione dalla gente, che capisce in modo definitivo che sono terminati i patimenti. Nel frattempo il resto della popolazione rifugiata tra le montagne torna in paese. Ai bambini che guardano incuriositi i militari neozelandesi, sono dati da questi  tavolette di cioccolata e agli adulti sono regalate un po’ di sigarette. A Balsorano nel frattempo rientra Giuseppe Bifolchi il quale, qualche giorno dopo, occupa la poltrona di primo cittadino.

La Marsica viene poi completamente liberata dai Tedeschi tra il 7 e 12 giugno. E’ l’inizio della rinascita. Tuttavia i Tedeschi in fuga per rallentare gli Alleati distruggono sia le linee stradali che quella ferroviaria e se non bastasse compiono ruberie di ogni genere cercando di portarsi dietro il maggior numero di opere di valore possibile

Nel comune di Rocca di Mezzo i barbari Tedeschi in fuga, presso il Rio Gamberale fanno saltare  in aria alcuni mulini e ciò sia per ritorsione contro la povera gente locale, sia gli Alleati che arrivano. Comunque sia questi criminali vanno via e tra il 1944 e la prima metà del 1945 la guerra termina con la definitiva sconfitta dei Nazifasciti. L’Italia è liberata il 25 aprile 1945, Mussolini è preso e fucilato e Hitler muore suicida due giorni dopo. In Agosto anche i Giapponesi si arrendono.

 

 


 

 

 

– Dalla monarchia alla Repubblica in Italia e la ricostruzione a Rocca di Mezzo

Nel 1944 con la liberazione di Roma, anche se l’Italia non è ancora libera dal Nazi-Fascismo, si procede verso un periodo di transizione  secondo l’idea dei governanti italiani, esponenti dei partiti antifascisti. Il primo passo in questo senso è il passo indietro di Vittorio Emanuele III re di un mondo crollato che non rappresenta più nessuno, che però ancora non riesce a distaccarsi dalla sua vecchia concezione di potere.

 

Il vecchio re Vittorio Emanuele III.

(Immagine da https://www.storiologia.it/biografie/vittorioem3.htm)

 

Il passo indietro di cui parliamo è il suo ritiro a vita privata e la nomina del figlio Umberto a luogotenente generale del Regno d’Italia, che in pratica viste le circostanze è più un’abdicazione che altro, ma formalmente salva le apparenze mantenendo se stesso come re. Non riconoscere i propri limiti significa non avere coscienza di ciò che ha portato all’Italia con il suo modo di fare. Vittorio Emanuele III può in questo momento ancora salvare la monarchia, ma preferisce per egoismo farsi da parte solo praticamente e non formalmente. In questo caso la forma è sostanza, ma ci pensa Umberto a chiarire le cose nella pratica iniziando seppure informalmente il suo ruolo di re d’Italia.

 

Il re-luogotenente d’Italia Umberto II (1944-46). (Immagine da Wikipedia)

 

Con l’ascesa di Umberto al potere si avvia anche formalmente il periodo di ricostruzione istituzionale dell’Italia che terminerà due anni dopo con il referendum. Mentre l’Italia viene via via liberata, le varie zone d’Italia già libere iniziano dapprima la conta dei danni e poi piano piano la ricostruzione. Ciò è vero anche nella Marsica dove si procede da una parte nella ricostruzione e nell’altra nella ripresa della lotta al principe Torlonia per la questione delle terre fucensi.

A Rocca di Mezzo dove la lotta per le terre del Fucino non interessa non riguardando direttamente il suo territorio si procede nell’immediata ricostruzione, a cominciare dalla rete viaria gravemente danneggiata dai Tedeschi in fuga.

Come detto sopra nell’aprile del 1945 l’Italia è libera e Mussolini viene trucidato su ordine del Comitato di Liberazione. Pochi mesi dopo la guerra termina. Infine s’indice il referendum istituzionale per scegliere lo status istituzionale fra monarchia e repubblica. In questo senso abbiamo l’ultimo atto di Vittorio Emanuele che abdica in favore del figlo Umberto il 9 maggio 1946. Ora Umberto è re anche di nome

 

Umberto diventa re d’Italia in modo formale il 9
maggio 46. (Immagine da Wikipedia)

 

(Immagine da Wikipedia)

 

Immagini simbolo del passaggio dell’Italia da
monarchia a repubblica. (Immagine da Wikipedia)

 

 

Il referendum istituzionale avviene il 2 giugno 1946 tra una grande partecipazione pubblica. I dati del referendum ci mettono diversi giorni per essere accertati, ma infine sono trasmessi e viene sancita la nascita la nascita della Repubblica (12 giugno). Il 13 giugno Umberto II lascia l’Italia che diventa in automatico repubblica, i cui poteri di rappresentanza sono assunti temporaneamente dal 1 ministro De Gasperi.

 

 

– La ricostruzione di Rocca di Mezzo nel 1946-55 

Rocca di Mezzo nel 1951.

 

Rocca di Mezzo come tutti i paesi della Marsica e dell’aquilano esce molto provata dagli anni di guerra, molte famiglie hanno subito gravi lutti, altre hanno dovuto sottostare a gravi privazioni, ma alla fine tutti smettono di girarsi dietro e iniziano un duro lavoro di ricostruzione. 

Dal 1946 il paese si riavvia alla normalità proseguendo nello sviluppo edilizio anteguerra, attraverso il restauro dei fabbricati danneggiati durante la guerra e nella costruzione di nuovi. La riparazione dei danni materiali procede per fortuna abbastanza spedita e Rocca di Mezzo nel giro di pochi anni completa la sua fase di riavvio. I campi sono riseminati, le case ricostruite, la pastorizia riprende come prima della guerra.

 

Rocca di Mezzo all’inizio degli anni ’50

 

Il completamento della fase di riavvio di Rocca di Mezzo può dirsi completata quando all’inizio degli anni ’50 tornano sull’Altopiano delle Rocche gli sciatori, il cui flusso si era interrotto con lo scoppio della guerra mondiale.

 

Rocca di Mezzo nel 1950 con i primi sciatori che si riaffacciano nel paese marsicano

 

Tuttavia se quanto detto corrisponde al vero è altrettanto vero che Rocca di Mezzo come anche le sue frazioni sono luoghi impervi e difficili in cui vivere a causa del clima rigido  e dell’isolamento in  cui versano e anche il turismo che si era avviato prima della guerra si sta solo ora riavviando, quindi siamo ancora all’inizio di un percorso che si era interrotto, ma se non passano alcuni anni non riprenderà.

Per cui la vita in montagna si fa dura, ma anche la caparbietà dei suoi abitanti è altrettanto dura. Tanto è vero che per tutti gli anni ’40 resistono per cercare di migliorare, ma all’inizio degli anni ’50 la durezza di vita si fa troppo pesante e per nulla remunerativa e molti decidono di andarsene

 

Carrtolina di Rocca di Mezzo degli anni ’50.

 

E’ l’inizio della 2 grande emigrazione di massa che qui nella Marsica sarà purtroppo molto consistente nel corso del tempo. Questa seconda emigrazione di massa, qui in Abruzzo trova purtroppo terreno fertile, con migliaia di giovani che vanno via dai paesi d’origine, specie dai borghi di montagna. A differenza della prima emigrazione però i giovani di Rocca di Mezzo vanno ora in Europa nella Germania ovest, mentre negli altri continenti si espatria in USA, Venezuela e Sud Africa. Secondo le stime del 1951 la popolazione residente a Rocca di Mezzo è di 2976 unità

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve nel 1946

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve non riporta per fortuna danni dalla guerra, ma ha bisogno di restauro, in quanto i restauri effettuati negli anni precedenti dopo il sisma del 1915, pur essendo efficaci non sono sufficienti. Oltre alle scosse vi è l’usura del tempo che comporta un ripensamento della chiesa.

Sul piano sociale la chiesa durante la guerra ha recuperato molto del suo antico ruolo di centro della società rocchiggiana. Sono in molti che durante il periodo della guerra si sono riavvicinati alla chiesa, sia per pregare che per trovare momenti di serenità. Ora la chiesa si proietta a simbolo della rinascita e della voglia di andare avanti nonostante le tante difficoltà ancora irrisolte.

 

 


 

 

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1955-1970

Rocca di Mezzo nel 1954 con i primi sciatori che si riaffacciano nella zona dopo il fermo della guerra

 

Nel 1955 il turismo invernale a Rocca di Mezzo e nell’Altopiano delle Rocche si consolida grazie al nuovo Sci Club Sirente che si rende protagonista come organizzare gare di salto. Purtroppo però l’esperienza di questo club si esaurisce nel 1957, ma comunque il riavvio del motore turistico è riavviato e seppure corre di meno è comunque vivo.  Dopo questa data l’organizzazione di queste gare sono svolte dalla Polisportiva Libertas di Rocca di Cambio mentre a Ovindoli nello stesso periodo si viene costruendo la prima sciovia.

 

Rocca di Mezzo nel 1958

 

Nel corso della seconda metà degli anni ’50 il turismo invernale a Rocca di Mezzo aumenta, non siamo certo ai futuri numeri degli anni ’70 e ’80, ma  sicuramente sta crescendo. Quindi a Rocca di Mezzo come per tutto l’Altopiano delle Rocche si apre una forte riflessione sulla possibilità di trasformare Rocca di Mezzo e tutti i comuni del comprensorio dell’Altopiano elle Rocche in un territorio di divertimento con la speranza che questo settore porti soldi e occupazione.

Alla fine si decide di puntare sullo sviluppo del turismo, per cui si procede ad un a nuova fase edilizia che dia maggiore spazio al turismo di montagna. Sul piano sportivo sciistico si procede ad investire in modo razionale per cercare di creare delle vere e proprie occasioni di sviluppo locale.

Da qui si ha una ripresa degli investimenti nel settore sciistico con un inizio di ritorno del turismo di montagna vero e proprio dalla fine degli anni ’50, che prosegue e si fortifica negli anni ’60 e ’70, per continuare poi nei decenni successivi, insieme a nuovi investimenti con l’ammodernamento degli impianti.

 

Carrtolina di Rocca di Mezzo del 1957

 

Come detto alla fine degli anni ’50 il turismo è già una discreta realtà che però vede il territorio non ancora abbastanza organizzato e seppure ci si mette qualche anno per aggiustare il tutto i sacrifici alla fine ripagano. I primi risultati giungono a partire dal 1964, allorquando si costituisce lo Sci Club La Rocca, che segue tutti gli interventi di carattere edilizio, che si vengono facendo con la costituzione degli impianti della Magnolia prima e di quelli di Campo Felice poi.

Allo stesso tempo insieme allo sviluppo degli impianti sciistici il comune di Rocca di Mezzo per incrementare il turismo procede anche ad una nuova fase di sviluppo dell’edilizia residenziale. Nella cultura turistica ci si accorge state, per cui l’edilizia residenziale deve essere consona ad accogliere persone sia d’inverno per la presenza nelle vicinanze degli impianti sciistici della Magnola e di Campo Felice, e poi d’estate per il fresco del clima estivo presente qui, che attrae sempre molte persone, specialmente da Roma.

I primi grossi interventi nell’edilizia residenziale si hanno a partire dal 1959  tra le maggiori imprese che portano avanti questi lavori vi l’impresa di Massimo Del Fante che opera dentro e fuori l’abitato di Rocca di Mezzo.

 

Immagine dei primi anni ’60 delle nuove costruzioni
in centro come la villa “Torre de Fante”, l’Oratorio ecc.

 

All’interno i opera nel 1960 nella zona della piazza principe di Piemonte, dove sorgono su terreni donati dallo stesso Fante, la villa “Torre del Fante”, l’Oratorio con la piazzetta antistante, l’edificio per i bagni pubblici, che più avanti diventerà il nuovo municipio. Oltre a questo nascono nuovi edifici privati e alberghi che vanno ad incrementare l’offerta turistica come il nuovo villaggio di San Leucio eretto a partire dal 1959-60 sul colle “Morrocone, lungo la via per la pineta di San Leucio, praticamente un nuovo quartiere di Rocca di Mezzo, il tutto voluto da una cooperativa di villeggianti abituali.

All’esterno del paese invece si rafforzano nel corso degli anni ’50 le vie di comunicazione con il rifacimento delle vecchie strade e la costruzione di nuove, come la nuova strada per S. Leucio attraverso i terreni della “Cona”, costruita e finanziata dall’impresa di Massimo Del Fante all’inizio degli anni ’50.

 

Rocca di Mezzo all’inizio degli anni ’60.

 

Sicuramente all’inizio degli anni ’60 abbiamo un grosso sviluppo di Rocca di Mezzo sul piano turistico residenziale, che porta il paese ad essere all’avanguardia nel settore del turismo di montagna.  Però ricordiamo che essendo ancora all’inizio degli anni ’60 siamo ancora in fase di lancio, per cui Il vero ritorno economico arriverà negli anni avvenire, ma nel frattempo bisogna pensare a campare e spesso l’economia attuale non è sufficiente.

Rocca di Mezzo all’inizio degli anni ’60.

 

Di conseguenza sono molti i giovani che preferiscono emigrare, ma ora a differenza di quanto accaduto  all’inizio degli anni ’50, la maggior parte dei giovani marsicani, compresi quelli di Rocca di Mezzo, emigrano verso il Nord Italia o verso Roma, realtà che sono ora nel pieno di un forte boom economico e quindi bisognose di mano d’opera, ma soprattutto più vicino rispetto ai propri paesi.

 

Rocca di mezzo nel 1962

 

Il risultato maggiore è quindi un lento spopolamento dei borghi, come accade anche a Rocca di Mezzo, dove si passa dai 2976 residenti del 1951 ai 2632 abitanti del 1961 che continuano a scendere per tutto il decennio 1960-69

 

 

– Restauro della chiesa di Santa Maria della Neve nel 1960 

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine person ale)

 

Nel 1960 contemporaneamente ai grandi lavori di edilizia residenziale presenti a Rocca di Mezzo, si ha pure il rifacimento della chiesa di Santa Maria della Neve. Da tempo infatti si auspicava un restauro più completo rispetto a quelli passati per la chiesa parrocchiale. Poi certo bisogna vedere in che cosa consiste questo restauro e se il risultato finale premia le aspettative.

 

L’edicola della Madonna del Confalone con sullo sfondo la chiesa di Santa Maria della Neve. (Immagine personale)

 

Con il restauro del 1960 la chiesa subisce una vera rivoluzione stilistica che la porta ad essere così come la vediamo oggi. In questo restauro troviamo  demolite diverse vecchie parti come la cappella del Gonfalone,  dove però viene salvato “per fortuna” il bellissimo dipinto del XVI secolo della Madonna del Confalone, che verrà poi inserito in un’edicola che lo protegge ancora oggi.

 

L’attuale facciata neoromanica della chiesa figlia del restauro del 1960. (Immagine personale)

 

Demoliti sono pure, il corpo di fabbrica prospicente l’attuale facciata e la manticeria dell’organo. Riguardo al vecchio corpo di fabbrica prospicente la facciata attuale, abbiamo che su questo era collocato l’antico portale rinascimentale in pietra finemente scolpita, che è stato poi rimontato come pale d’altare.

 

La chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La cupola viene invece scoperta e rivestita con lastre di piombo. Mentre viene rifatta completamente la facciata della chiesa, che viene ora ad assumere uno stile neoromanico con il nuovo rivestimento in pietra bianca di Manoppello.

All’esterno della chiesa sono invece demolite le antiche mura che collegano la chiesa con l’antico campanile e che in parte erano già state distrutte qualche anno prima per fare spazio alla nuova casa canonica.

 

 


 

 

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1970-90

Rocca di Mezzo alla fine degli anni ’60

 

Alla fine degli anni ’60 Rocca di Mezzo prosegue nell’adeguamento del paese come centro turistico di montagna. L’adeguamento avviene sia al livello residenziale con la costruzione di nuovi alloggi e alberghi per i turisti sia attraverso un sempre maggiore sviluppo degli impianti sportivi.

Nel 1970 poi intervengono due novità importanti e attese da tempo al livello locale e regionale, che portano sviluppo sia nella Marsica che in tutto l’Abruzzo. Parliamo cioè al livello regionale  della nascita delle nuove autostrade abruzzesi A24 e A25, inaugurate nel dicembre 1970, mentre al livello locale si ha la nascita nel gennaio 1970 della nuova stazione sciistica di Campo Felice che ricade nei territori di Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio.  In questo caso non vi è da aggiungere che la nascita di questa stazione sciistica incrementa e non di poco la presenza turistica nell’Altopiano delle Rocche.

 

Inaugurazione dell’uscita autostradale di Carsoli dell’A24 nel 1970

 

Riguardo le autostrade vediamo che L’A24 è l’autostrada che collega Roma con L’Aquila, (il collegamento con Teramo avverrà solo più avanti), mentre l’A25 è l’autostrada che collega Roma con Pescara. La Marsica in questo senso essendo territorio di confine viene interessata da entrambe le autostrade e nel caso di Rocca di Mezzo è l’A25 a riguardare il paese con le uscite a Magliano dei  Marsi e Celano

Con la nascita delle autostrade sono due gli impatti diretti sul paese marsicano, ovvero il turismo e un più veloce contatto con gli emigranti presenti a Roma. Riguardo al turismo sicuramente un collegamento più veloce con Roma e con le altre realtà del centro Italia favoriscono e di molto la presenza di più visitatori sia d’inverno che d’estate.

 

Rocca di Mezzo dell’inizio degli anni ’70

 

Per tutti gli anni ’70 la domanda turistica presso l’Altopiano delle Rocche è in costante crescita e con ciò anche tutti gli adeguamenti di carattere turistico e culturale tendono a crescere e a uniformarsi con le esigenze dei turisti.

Di riflesso però c’è anche da considerare che la crescente edilizia residenziale mostra un impatto negativo sull’ambiente naturale e sulla qualità di vita dei residenti, seppure poi si recupera con la generazione di reddito e occupazione per quanti decidono di rimanere qui. Certo è che questo aumento di reddito e occupazione non incoraggia molte persone, soprattutto giovani, che preferiscono lasciare il paese.

Così osserviamo una costante decrescita della popolazione sia nel 1971 con una discesa dei residenti che cala a 2032 unità che poi nel corso di tutto il decennio 1970-79. C’è anche da notare comunque che la nascita delle nuove autostrade permette un maggiore e più veloce collegamento con Roma portando con ciò un maggiore contatto con gli emigranti romani e ciò non è cosa da poco. Insomma un trend molto negativo di persone in fuga dalla montagna, addolcito da un maggiore contatto con gli emigranti presenti a Roma.

 

Il Massiccio del Velino oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio degli anni ’70 assistiamo all’avvio di una nuova iniziativa a sostegno dell’Altopiano delle Rocche e della zona di montagna del Sirente – Velino. Parliamo cioè della nascita del parco regionale del Velino Sirente che importanti ricadute avrà negli anni avvenire.

S’inizia a parlare del nuovo parco alla fine degli anni ’60 e già nel 1970 si avvia un primo progetto in questo senso grazie alla creazione della Riserva naturale del Sirente con 2000 ettari per merito del ministero dell’agricoltura e foreste. Successivamente nel 1971 in occasione della XX Festa Nazionale della Montagna organizzata dal ministero dell’agricoltura e foreste si parla della creazione di un parco regionale.

 

Il Parco Regionale del Sirente – Velino nell’area dell’Altopiano delle Rocche visto da Terranera.

 

Nel 1972 si fa un passo ulteriore con la creazione dell’Oasi di protezione della fauna stanziale e migratoria in località Sirente” che interessa 12 comuni per 16000 ettari. Nel corso degli anni ’70 a prendere l’iniziativa è la comunità locale che spinge tramite la Comunità Montana Sirentina la creazione per un Parco Naturale Regionale Sirente – Velino.

Siamo quindi agli anni ’80 e per tutto il suddetto decennio è un braccio di ferro continuo fra comunità locali con associazioni ambientaliste e la Regione Abruzzo che frena e rimanda l’istituzione del parco. Solo nel 1989 dopo una dura lotta le comunità locali possono finalmente gioire con l’Istituzione del Parco Regionale Sirente – Velino il 13 luglio 1989 con la legge Regionale 13 luglio 1989 n. 54. La sede del Parco viene da subito riconosciuta a Rocca di Mezzo che diventa così il centro istituzionale del Parco.

 

Il Parco Regionale del Sirente – Velino nell’area  del Monte la Serra. (Immagine personale)

 

L’istituzione del parco viene poi ulteriormente rafforzarta con decreto del ministero dell’ambiente il 15 settembre successivo con la creazione di un parco naturale nel parco stesso con la dicitura “Individuazione come zone di importanza naturalistica nazionale ed internazionale delle aree denominate Monte Sirente-Anatella-Valle Cordora ricadente nel comune di Rocca di Mezzo per un estensione di circa 2200 ha.

La lotta per la costituzione del parco del Velino-Sirente occupa la scena politica locale per tutto il decennio 1980-89. Contemporaneamente assistiamo al definitivo consolidamento del turismo montano a Rocca di Mezzo con le stazioni di Campo Felice e Magnola e ciò attraverso la creazione di numerose iniziative culturali che portano lustro e pubblicità alla zona come lo svolgimento di numerosi film di commedia all’italiana in cui troviamo numerose scene girate tra Ovindoli e Rocca di Mezzo.

 

Avezzano negli anni ’80.

 

Per la Marsica gli anni ’80 sono il periodo del boom economico, che esplode a metà anni ’80 dopo un lungo periodo di preparazione andato avanti dagli anni ’70 nei quali gli indici economici dell’Abruzzo, ma soprattutto della Marsica erano sempre in forte crescita. Ebbene con lo sviluppo economico tutti i territori della Marsica ne beneficiano e testimonianza di ciò è lo sviluppo delle seconde case per i numerosi emigrati degli anni precedenti che pur di tenere un collegamento diretto con i paesi natii decidevano di erigere delle seconde case. Anche questo boom edilizio ha favorito la crescita vertiginosa della Marsica del tempo, sancita in modo indelebile dalla visita di Papa Giovanni Paolo II ad Avezzano nel 1985.

 

DIpinto di Papa Giovanni Paolo II posto davanti il Santuario della Madonna di Pietraquaria in ricordo della sua visita ad Avezzano nel 1985 (Immagine personale)

 

Questa visita ha favorito in modo forte il riconoscimento alla Marsica della sua rip resa socioeconomica dopo la tremenda esperienza del sisma del 1915 e della guerra nel 1944. Questo grande papa era molto amante della montagna marsicana venendo spesso in incognito per poter sciare liberamente presso gli impianti di Ovindoli e Rocca di Cambio.

Quindi era solito capitare anche a Rocca di Mezzo e qui lo conoscevano bene tutti. Questo è stato sicuramente un grande ritorno d’immagine, che ha poi favorito il grande avvenimento dell’epoca ovvero il raduno nazionale degli Scout dell’AGESCI presso i Piani di Pezza del 9 agosto 1986.

In questa circostanza il Papa Giovanni Paolo II è venuto per la prima volta in visita ufficiale a Rocca di Mezzo in occasione del raduno nazionale degli Scout dell’AGESCI.

 

Il papa ai Piani di Pezza nel 1986 in occasione del raduno nazionale degli Scout dell’Agesci.

(Immagine da https://www.ilcentro.it/l-aquila/papa-wojtyla-con-gli-scout-al-raduno-ai-piani-di-pezza-1.2969606)

 

Il raduno Scout presso i Piani di Pezza a cui ha partecipato il papa.

(Immagine da https://www.google.com/search?sca_esv=d8934033fdc41234&q=giovanni+paolo+ii+rocca+di+mezzo+1986&tbm=isch&source=lnms&sa=X&ved=2ahUKEwjPwc3Y0q6EAxW6SfEDHR_pDYsQ0pQJegQICxAB&biw=1707&bih=737&dpr=0.8#imgrc=p_hjoiXB4KMAOM&imgdii=7ij1ezxSDOgq6M

 

 

Il  9 agosto 1986 l’elicottero del Papa atterra nel piazzale dell’aia della fonte intorno alle 16 e fra due ali di folla e in tripudio di bandiere bianche e gialle benedice tutti in Piazza. Poco dopo si raccoglie in preghiera presso la chiesa di San Michele, pronuncia poi un breve discorso per i turisti e per “la cara popolazione dei monti” quindi raggiunge in elicottero i Piani di Pezza. Arrivato ai Piani di Pezza celebra la Santa Messa alla presenza di 13.000 scout. Un vero gigante!!!

Quindi Rocca di Mezzo anche grazie a questi eventi, diventa negli anni ’80 una grande meta turistica al livello interegionale. La presenza del turismo a Rocca di Mezzo mostra come questo rappresenti già dagli anni ’80 un valido antidoto all’abbandono del paese da parte dei giovani. Purtroppo però questo non è ancora percepito in modo chiaro e pur intravedendo diverse forme di lavoro da questo bellissimo settore la popolazione più giovane continua ad andarsene, facendo calare la popolazione presente.

 

Rocca di Mezzo all’inizio degli anni ’80

 

In generale il decollo turistico di Rocca di Mezzo così come quello di Ovindoli, contribuisce al decollo industriale della Marsica, che nei primi anni ’80 vede un vero e proprio boom economico con numeri importanti.

In generale il boom economico marsicano dei primi anni ’80 risulta legato non solo all’esplosione del turismo di montagna, che riguarda in primo luogo l’area dell’Altopiano delle Rocche, ma anche e soprattutto al settore industriale, che vede la nascita di tutta una serie di nuove e piccole aziende di vari settori, che nascono nell’area marsicana e si sviluppano all’ombra di altre grosse realtà partite in precedenza.

Queste aziende si vengono concentrando in alcuni piccoli, ma ben strutturati centri industriali, come Avezzano, Carsoli, Scurcola con Cappelle, Celano ecc., creando così una vera e propria grande area industriale che pian piano porta ad una grossa spinta occupazionale locale, riuscendo per lungo tempo a frenare in modo forte l’emigrazione del posto.

 

 


 

 

 

– Rocca di Mezzo negli anni ’90

Nel corso degli anni ’90 prosegue la discesa della popolazione residente a Rocca di Mezzo che si  attesta nel 2001 a 1426 unità. In pratica questa cifra rappresenta fino ad ora il record più negativo per Rocca di Mezzo, nonostante l’economia del paese vada bene grazie alla grande spinta turistica, che prosegue e si fortifica nel corso degli anni ’90.

Negli anni ’90 il comune investe ancora molto nella ricettività turistica e consentendo al paese di fare ulteriori salti di qualità. Certo la maggior parte dei visitatori presenti a Rocca di Mezzo, vengono qui soprattutto d’inverno per soggiornare e sfruttare bene le vicine piste da sci di Campo Felice e della Magnola.

Tuttavia grazie al grande lavoro svolto dal comune, che sa bene come muoversi, e più in generale dalla stessa cittadinanza con l’impegno nella Proloco si riesce a migliorare di molto il programma organizzativo degli eventi svolti sia nella fase invernale che nei mesi estivi, dando così ai visitatori una maggiore varietà di eventi e servizi, che spingano a soggiornare più a lungo e a tornare nel corso del tempo.

Con questo lavoro nel turismo di montagna, presente a Rocca di Mezzo e nell’Altopiano delle Rocche, si garantisce al territorio introiti importanti per tutto il decennio 1990-99. Ciò permette al comune di Rocca di Mezzo e agli altri borghi dell’area, di mantenere un livello alto nella ricettività turistica e dare una valida soluzione al lavoro di queste zone.

Gli anni ’90 per Rocca di Mezzo sono un punto di svolta nell’organizzazione turistica in quanto fanno fare al paese ulteriori salti di qualità  facendo percepire ai turisti come un’ambita meta turistica al pari di quelle del nord Italia. In questo decennio crescono moltissimo gli arrivi da Roma e all’estero durante l’inverno, ma nell’estate che si vede un ulteriore cambiamento in quanto le persone che giungono qui rimangono incantate dalla zona e più che soddisfatte dei servizi offerti.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a fine secolo

 

La chiea di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve alla fine degli anni ’90 rimane una struttura religiosa attiva e largamente usata dalla cittadinanza locale. La chiesa nonostante il trascorrere del tempo rimane un punto di riferimento sociale importante per l’intera cittadinanza sia di Rocca di Mezzo che dell’intero Altopiano delle Rocche. Questa è la struttura in cui si tengono le principali funzioni pubbliche religiose della zona, non solo in quanto chiesa parrocchiale di Rocca di Mezzo, ma anche per la sua invidiabile posizione che fa da cornice a numerose cerimonie che si tengono nel paese marsicano.

 

 


 

 

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XXI secolo

 

 

 

– Rocca di Mezzo all’inizio del secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo nel 2008. (Immagine da Googlemap)

 

Come avvenuto negli anni ’90 si prosegue anche negli anni 2000 con investimenti importanti da parte del comue rocchigiano, per migliorare ancor più la ricettività turistica e i programmi culturali. Questo consente una crescita economica importante ancora per tutti gli anni 2000 e ciò vale per tutta la zona dell’Altopiano delle Rocche e quindi per tutti i centri abitati ivi presenti.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo nel 2008. (Immagine da Googlemap)

 

Nel corso del decennio la buona tavola, i ritmi meno veloci e soprattutto la crescita economica non sfugge a molti, che decidono anche di trasferirsi qui, permettendo ai vari borghi tra cui Rocca di Mezzo, di tornare a crescere per qualche tempo al livello demografico, risalendo demograficamente  a 1468 unità nel 2011. Tra i molti dati in cui si evince il miglioramento turistico per Rocca di mezzo negli anni 2000 è probabilmente quello della percezione da parte dei turisti il dato più significativo che spinge molti a tornare negli anni.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo nel 2008. (Immagine da Googlemap)

 

Il paese viene infatti percepito sia come grande meta turistica, che come nuovo centro abitato in ascesa e ciò non solo per la presenza qui della sede del parco del Velino – Sirente, ma soprattutto in quanto centro abitato dalle molteplici risorse. Qui infatti la presenza di alberghi e attività ricettive è molto alta e insieme a una grande cura nel decoro urbano, la grande qualità dei servizi e cosa più importante il paesaggio all’interno del quale è immersa Rocca di Mezzo permettono al borgo di raggiungere standard elevati al pari dei centri montani turistici del centro nord.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve a inizio XXI secolo

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Per tutti gli anni 2000 la chiesa di Santa Maria della Neve rimane una struttura religiosa di primo piano frequentata dalla popolazione per le funzioni religiose locali, ma anche meta turistica importante per tutti i turisti italiani e stranieri che giungono qui a Rocca di Mezzo.

 

 


 

 

 

 

– Terremoto dell’Aquila (2009)

Terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. (Immagine da Wikipedia)

 

Il 6 aprile 2009 una forte scossa sismica di 6,3 gradi Mw colpisce la città dell’Aquila distruggendola e provocando la morte di 300 persone.

 

Terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. (Immagine da Wikipedia)

 

Il terremoto colpisce tutto il centro Italia, ma è soprattutto nell’aquilano che fa sentire i suoi effetti maggiori. Il terremoto nella Marsica pur sentendosi distintamente produce in linea generale meno danni, la maggior parte dei quali concentrati nelle chiese e monumenti.

Nonostante ciò ci sono comunque alcuni borghi della Marsica che risentono maggiormente del sisma in quanto più vicini all’area sismica principale, riportando danni importanti, come i paesi dell’Altopiano delle Rocche come Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo e Ovindoli.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve dopo il sisma dell’Aquila del 2009

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve riporta danni importanti dal sisma con crolli in varie parti della struttura. Ciò porta ad una immediata chiusura della chiesa e ad un avvio di una lunga stagione di restauro.

 

 

– Terremoto di Amatrice (2016-17)

Terremoti di Amatrice del 2016-17. (Immagine da Wikipedia)

 

Tra l’agosto 2016 e il gennaio 2017 una serie d’importanti scosse sismiche si succedono nel territorio del comune di Amatrice (AQ). Le scosse avvengono in una zona geologicamente distinta dall’area dell’Aquila interessata dal precedente sisma del 2009. La sequenza sismica non avviene in un unica ondata, in quanto dura diversi mesi interessando un settore ampio tra Abruzzo, Umbria, e Marche che viene colpito in più punti.

 

il centro di Amatrice distrutto dal sisma del 24-8-2016. (Immagine da Wikipedia)

 

Ma andiamo con ordine le prima sequenza con le prime scosse avviene il 24 agosto 2016 con un primo terremoto che si manifesta ad Amatrice con magnitudo 6 Mw che distrugge il paese. La seconda segue alcune ore dopo manifestandosi a Norcia con 5,3 Mw, che semidistrugge il paese.

 

Resti della basilica di San Benedetto di Norcia dopo il sisma del 30-10-2016.

(Immagine da https://www.repubblica.it/topics/news/terremoto_norcia_30_ottobre_2016_-151107559/)

 

La seconda ondata di scosse avvengono a ottobre 2016 manifestandosi le prime due nella provincia di Macerata il 26 ottobre con la prima di magnitudo 5,4 Mw a cui segue la seconda poche ore dopo con 5,9 Mw. La terza e ultima scossa di quest’ondata è la più forte in assoluto manifestandosi con 6,5 Mw nuovamente nella zona di Norcia.

 

Resti dell’hotel di Rigopiano presso Farindola (Pescara) dopo la valanga azionata dai sismi del 18 gennaio 2017.

(Immagine da https://www.adnkronos.com/rigopiano-5-anni-fa-la-tragedia_4CPr4ZB31zttPPnJijQcxi)

 

La terza e ultima ondata di scosse avvengono il 18 gennaio 2017 manifestandosi con ben 4 scosse susseguenti con ciclicità di una ogni 2-3 ore circa comprese tra 5 e 5,5 Mw interessando l’area di Montereale, Capitignano e Cagnano Amiterno. Tra tutte le tragedie avvenute in seguito a questa terza ondata ricordiamo la tragedia dell’hotel di Rigopiano presso Farindola (Pescara) dove un intero hotel in montagna viene travolto nel pomeriggio del 18 gennaio da una megavalanga azionatasi a distanza di qualche ora per i sismi della mattina del 18 gennaio. Per questa sola tragedia muoiono 29 persone e 11 sono miracolosamente uscite vive.

 

 

– Effetti del terremoto di Amatrice su Rocca di Mezzo e le sue frazioni (2018)

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Per il lungo sisma di Amatrice del 2016-17 Rocca di Mezzo e le sue frazioni pare riportino solo pochi danni, che però sommati a quelli precedenti non ancora risolti, siamo nel 2018, portano a una situazione gravosa. La popolazione infatti a causa della di lavori fermi o che vanno troppo a rilento è costretta a una vita difficile, con conseguente risentimento sulle attività economiche che prima del 2009 andavano benone.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve nel 2018

La chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

Nel 2018 la chiesa di Santa Maria della Neve risulta ancora chiusa non solo per il lungo restauro in corso seguito al terremoto del 2009, ma anche per i piccoli effetti avuti sulla chiesa per gli ultimi sismi di Amatrice nel 2016-17. Risultato a distanza di 9 anni dalla sua chiusura la struttura religiosa risulta ancora sotto restauro.

 

 


 

 

 

– Rocca di Mezzo nel 2020-22

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo nel 2020 come tutti i paesi del mondo e della Marsica è investita dal Covid 19, è un periodo brutto fatto di tante privazioni, ma per fortuna con il 2021 la situazione inizia a migliorare e tra la fine di questo anno e l’inizio del 2022 il Covid 19 appare solo un brutto ricordo.

 

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Tuttavia questo brutto periodo lascia una scia di problemi a Rocca di Mezzo e tra questi vi è un’iniziale pesante crisi economica che qui si somma a una situazione critica di un paese in ripresa dopo i terremoti del 2009 e del 2016. Questa crisi economica innescata dalla pandemia del Covid 19 porta a un nuovo calo di residenti che scendono nel 2021 a 1351 unità, la quota più bassa mai registrata.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Questa nuova discesa interrompe la leggera risalita di residenti avuta negli ultimi  due decenni a Rocca di Mezzo e che era in corso un po’ in tutti i borghi marsicani. Sul lato economico invece la pandemia porta a un notevole cambiamento di abitudini, che tende a far riscoprire le zone vicine anzichè quelle lontane e i borghi di montagna come quelli abruzzesi registrano un forte afflusso di turisti.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Il dato della forte crescita del turismo si ripete anche nel 2021 portando con ciò lavoro e un ritorno economico importante, che tuttavia si scontra con il dato oggettivo di discesa del calo dei residenti. Al momento questi dati vanno ancora studiati e bisogna vedere come la rivoluzione sociale seguita alla pandemia che tipo di effetti porterà sul lungo termine.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Un altro dato importante che sembra emergere dalla rivoluzione pandemica è il maggiore attaccamento della popolazione alla religione che si conferma essere un forte tessuto connettivo ed emotivo alla propria terra natia. Ma anche questo dato andrebbe approfondito.

 

 

– La chiesa di Santa Maria della Neve nel 2024

Chiesa di Santa Maria della Neve oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di Santa Maria della Neve ad oggi 2024 risulta ancora chiusa per restauro. Auspichiamo che i lavori in corso finiscano presto e che tale struttura religiosa possa tornare quanto prima agibile, per essere riutilizzata come chiesa.

 

 


CHIESA DI SANTA MARIA DELLA NEVE