CASTELLO DI SAN POTITO

 


 

 

STORIA DEL CASTELLO DI SAN POTITO

 

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X secolo

 

Fondazione del castello di San Potito

Nel X secolo la Marsica si costituisce, sotto la signoria della dinastia Berardi, territorio indipendente dal ducato di Spoleto, al quale era precedentemente soggetto. I Berardi sono una famiglia originaria della stirpe dei Carolingi e insediatasi nel 926 a capo della contea dei Marsi con Berardo I, viene guidata con pugno deciso dai successori di questi.

I Berardi, a cominciare dal mitico fondatore Berardo I, ereggono a difesa del territorio della Marsica un sistema di castelli e torri poste in luoghi incessibili, che fanno buona guardia della contea dei Marsi. I castelli oltre ad essere costruiti in luoghi incessibili sono anche posti a distanza ravvicinata di modo da avere un collegamento visivo in caso di attacco esterno.

Ebbene il castello di San Potito viene con molta probabilità eretto tra fine X e inizio XI secolo, come accade a tutti i principali castelli e torri della zona marsicana. D’altra parte il castello di San Potito fa parte di un complesso sistema di difesa in continuità visiva, che partendo dalla Torre di Santa Jona, prosegue con il castello di San Potito, il castello di Ovindoli, il castello di Rovere e quello di Celano.

Il castello, che viene costruito in questo periodo, è dotato di torre principale e torrette rompitratta, con mura solide di roccia calcarea.

Il castello a sua volta comprende anche un piccolo nucleo abitatitvo comprendente un po’ di case e una chiesa costruita  più o meno nell’XI secolo.

Tuttavia osserviamo che il feudo di San Potito, pur appartenendo alla contea dei Marsi, non appartiene direttamente ai Berardi, che comunque ne sono il terminale politico, ma bensì alla famiglia Bonomo.

I Bonomo per quel che emerge dalle fonti sono una famiglia della piccola nobiltà longobarda, che sono feudatari del borgo già da diverso tempo.

Quindi riassumendo il castello di San Potito viene costruito all’incirca nel X secolo, dai Bonomo, antichi feudatari di San Potito longobardi, ora sottomessi ai conti Berardi di Albe.

Il borgo di San Potito comprende un castello circondato da un recinto di mura, comprendente torrette rompitratta.

All’interno delle mura troviamo il torrione di forma quadrata, che funge contemporaneamente da fortezza e residenza. Oltre a ciò abbiamo una serie di piccole case, che costituiscono il piccolo borgo, insieme alla chiesa di San Nicola posta al centro del paese.

 

 

Castello di San Potito nel X secolo

Al momento non abbiamo informazioni dirette sulla vita del borgo, quindi dobbiamo pensarle in base alla storia locale. Da questa emerge che questa zona vive un periodo di tranquillità sotto i feudatari Bonomi, e più in generale sotto i Berardi.

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XI secolo

 

Dissidi nella famiglia Berardi

Intorno al 1045-1065 nella contea dei Marsi  avvengono importanti dissidi tra i membri della dinastia Berardi, circa la politica dell’attuale conte dei Marsi.

Ciò porta ad un tentativo di divisione del territorio marso da parte di alcuni membri della famiglia comitale, esprimendosi con la nascista di una nuova diocesi, con sede a Celle di carsoli. Il tentativo viene sventato dal conte Berardo IV e dai suoi fratelli, qualche tempo dopo.

 

 

Donazioni all’Abbazia di Farfa

1) In base al documento 1041 del “Regestum Farfense” emerge che i Bonomo, feudatari di San Potito e dipendenti dal conte dei Marsi, cedono nel 1072 all’Abbazia di Farfa una loro chiesa, situata presso Piano de Santi, un territorio limitrofo al castello di San Potito e appartenente a quest’ultimo, e la stessa chiesa di San Potito con tutto quanto essa possedeva, compresa la pertinenza di terra sia in montagna che in pianura.

2) Dal documento 1017 del “Regestum Farfense” veniamo a sapere che un membro della famiglia Bonomo, un certo Nerino, cede in perpetuo all’Abbazia di Farfa tutta la sua porzione del castello di San Potito e altre proprietà presenti nell’ambito di una grossa unità fondiaria, comprendente anche parte della catena del Velino-Sirente:

– Prima proprietà posta tra il Torrente la Foce, lungo le Gole di Celano e Monte Sirente primo lato ad Est di Rovere

– Seconda proprietà posta tra la cima del Monte Magnola e Capo la Maina presso Forme di Massa, secondo lato a Nord

– Terza proprietà posta tra Monte Mallevona, ivi compreso il Monte Uomo (posto a nord di Paterno) e il lago Fucino, terzo lato ad Ovest.

– Quarta proprietà comprendente una porzione di riva sul lago Fucino, quarto lato sud

Secondo quanto riportato nel Chron. Farf,II, 161,10 abbiamo un certo Nerino, figlio di Buonomo, dona nel 1074 all’Abbazia di Farfa la sua sesta parte dei possedimenti presenti presso la chiesa di San Vittorino nel celanese.

– Se a quanto detto uniamo anche una donazione fatta da un certo Berardo, figlio del conte Berardo IV riguardante una grossa porzione di territorio comprendente la stessa San Potito, ne emerge che l’intero territorio attorno al paese di San Potito, venga ad appartenere all’Abbazia di Farfa.

A questo proposito ricordiamo che tutti i territori ceduti dai Berardi, conti dei Marsi, e da altri possidenti locali ai vari monasteri e abbazie, non escono comunque dal controllo della contea stessa, che rimane comunque controllore di questi territori presenti nel suo ambito territoriale.

In altre parole i vari monasteri e abbazie esercitano un controllo diretto sui territori ceduti a loro, ma rimangono soggette all’autorità civile dei conti marsi, che esercitano un controllo indiretto su questi ambiti territoriali.

 

 

Cresce l’influenza normanna sulla Marsica

Alla fine dell’XI secolo i conti Marsi sentono sempre più la pressione dei potenti vicini Normanni che cercano in vari modi di assoggettare la potente contea marsa. Alla fine dell’XI secolo, dal 1090, abbiamo al potere il conte Crescenzio, figlio di Berardo IV, che riesce con sempre maggiore difficoltà a far rispettare la sua autorità centrale nell’ambito della contea.

Questo avviene per la crescita di potere locale di altri membri della famiglia Berardi, che vengono creando dei sottofeudi nell’ambito della grande contea dei Marsi, in questa fase molto estesa, comprendente tutta l’attuale Marsica, parte della provincia di Rieti e parte dell’aquilano.

 

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XII secolo

 

Il castello e il paese di San Potito ad inizio XII secolo

Il paese di San Potito si conferma all’inizio del XII secolo un importante punto di controllo dell’area della catena del Velino – Sirente e il castello è ancora parte integrante del sistema difensivo di questa zona, comprendente anche la torre di Santa Jona, il castello di Ovindoli, il castello di Rocca di Mezzo e il castello di Rovere.

 

 

I Berardi si sottomettono ai Normanni

All’inizio del XII secolo la forza normanna è andata aumentando e nonostante la grande tenacia dei conti marsi nel difendere il loro territorio, essi non riescono più a competere con i Normanni.

Per cui gli ultimi conti Berardi, Berardo V e Rinaldo II nel 1143 si sottomettono ai Normanni, in cambio di una continuità di potere locale nell’ambito della Marsica.

I Normanni accettano l’accordo e accorpano la Marsica nel regno di Sicilia. Ora la Marsica costituisce il confine nord del regno siciliano con i territori del Papa.

 

 

Nascono le contee d’Albe, Celano e Carsoli.

I Normanni dopo la fine della contea dei Marsi, suddividono questa in tre tronconi, affidandone le sorti a membri della vecchia famiglia comitale.

San Potito al livello amministrativo ricade nella contea d’Albe con a capo il vecchio conte Berardo V e costituisce uno dei confini con la nuova contea di Celano.

 

 

Riunificazione delle contee di Albe e Celano sotto i Berardi.

Pietro I conte d’Albe succede al padre nel 1160 circa e circa 30 anni più tardi riesce a succedere al cugino Annibale, conte di Celano, morto senza eredi. In questo modo Pietro riunifica sotto di lui il controllo del cuore della vecchia contea marsa. Da ora egli si muove con grande abilità politica per crescere d’importanza alla corte normanna.

La sua grande abilità di politico lo porta a divenire alla fine del XII secolo il più importante feudatario del regno siciliano. Quando poi il regno di Sicilia passa alla dinastia Sveva nel 1194 egli si conferma grande feudatario presso i nuovi sovrani.

Nel 1198 muoiono nel giro di pochi mesi i sovrani svevi, e rimane come unico erede al trono siciliano il giovanissimo infante Federico di Svevia figlio di Enrico VI e Costanza d’Altavilla. Il bambino è stato affidato da Costanza prima della sua morte al papa Innocenzo III, da poco eletto, affinchè vegli sul bambino.

Dopo la morte di Costanza, Innocenzo III prende il giovanissimo Federico sotto la sua tutela e contemporaneamente egli agisce anche come reggente del regno siciliano.

In questo ambito politico troviamo Pietro di Celano, che godendo di grande autorità e prestigio, viene coinvolto dal papa nella gestione diretta del regno di Sicilia in sua vece, probabilmente insieme a qualche altro grande feudatario.

 

 

San Potito alla fine del XII secolo

Alla fine del suddetto secolo il feudo di San Potito è ancora soggetto alla gestione dell’Abbazia di Farfa.

Ma nonostante ciò il feudo viene a ricadere dal 1143 nell’ambito territoriale di Albe e poi dal 1189 nell’ambito della più vasta contea d’Albe e Celano riunificate da Pietro Berardi. Questo esercita su San Potito un influenza indiretta sul feudo montano.

All’interno di questo quadro vediamo che il castello di San Potito, con tanto di prigioni, risulta in questo periodo pienamente funzionante.

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XIII secolo

 

I Berardi all’inizio del XIII secolo

All’inizio del XIII secolo i Berardi, dopo un periodo di decadenza, sono tornati una famiglia importante nell’ambito locale, ma soprattutto hanno aumentato il loro potere su scala nazionale nell’ambito del regno di Sicilia, attraverso l’abile politica del conte Pietro Berardi, divenuto un vero dominus politico.

Pietro in questa fase agisce quasi come un primo ministro nell’ambito del regno siciliano e ciò grazie alle condizioni di vuoto politico seguite alla morte dei sovrani, alla minore età dell’erede e alla forte fiducia che Papa Innocenzo III ripone in lui.

Tuttavia il vero scopo politico di Pietreo è far tornare la Marsica una contea indipendente, come lo era stata con i suoi avi e per questo la sua politica tenderà a mutare nel proseguo del tempo.

 

 

San Potito all’inizio del XIII secolo.

All’inizio del XIII secolo San Potito resta soggetta all’Abbazia di Farfa, ma dopo il 1212 con l’ascesa del nuovo conte di Albe e Celano, Tommaso Berardi la situazione cambia.

Tommaso Berardi asceso dapprima come conte d’Albe al padre e poi come conte di Celano allo zio, è il più forte feudatario del regno di Sicilia al tempo dell’ascesa del nuovo imperatore e re di Sicilia Federico II.

Nel 1212 muore il vecchio conte Pietro Berardi che ha portato con se la Marsica al centro del sistema di potere del regno siciliano, ma la sua politica in favore degli Svevi cambia nel corso del tempo in favore dei suoi nemici e ciò per arrivare ad ottenere l’indipendenza del territorio marsicano. Questa politica però fallisce a causa di una serie di circostanze prima fra tutti la morte del conte Pietro.

Tommaso suo successore, divenuto nel frattempo anche conte del Molise, capisce l’inutilità della via diplomatica e decide di muovere guerra al potere centrale, rappresentato da Federico II.

Tommaso tenta di concretizzare il progetto d’indipendenza del territorio marso del padre Pietro, facendo sviluppare molto l’agricoltura nel territorio paludoso fucense, e quando Federico II parte per la Germania, ne approfitta per rivendicare i titoli concessi al padre, scacciando inoltre le truppe sveve dalla contea.

Siamo quindi al 1221 allorquando Federico II, ormai pienamente regnante, avendo saputo delle azioni di Tommaso e non potendo permettersi di perdere i territori abruzzesi muove guerra al conte di Celano.

La guerra fra Tommaso e Federico II inizia nel 1221 e si conclude nel 1223, per poi riprendere nel 1229-30.

Nel biennio 1221-23 tutta la Marsica con parte dell’aquilano e del rietino, sono coinvolti nella guerra fra i due, specialmente i paesi che sono presenti nella catena del Velino Sirente, e tra questi vi è anche San Potito.

San Potito rimane con il suo castello uno dei punti di difesa e controllo più importanti presenti nel territorio della catena del Velino-Sirente, che circondano Celano, capitale dello stato dei Berardi.

La guerra iniziata in una zona diversa da Celano, ha qui poi il suo epicentro. La guerra termina nel 1223 con l’assedio e la successiva espugnazione della città di Celano, capitale dello stato marso.

Il conte Tommaso scappa allora a Roccamandolfi in Molise, seguendo il tratturo Macerone. Successivamente si rimette in viaggio e passando per Pescasseroli,  tenta un contraccolpo tornando ad Ovindoli.

Tuttavia deve nuovamente fuggire, a Roma, mentre gli abitanti di Celano si disperdono nelle campagne, e la città viene bruciata. Dalla distruzione della città rimane indenne la sola chiesa di San Giovanni Battista. Il gesto di Federico II serve a far capire ai Berardi chi comanda ora nel regno siciliano.

I Berardi che governano questi luoghi ormai da molto tempo rappresentano per Federico II un duro antagonista rappresentato proprio da Tommaso, per cui la sua sconfitta è fondamentale per lui.

Il progetto a cui lavora Federico è quello di avere un amministrazione centrale che governa l’Italia meridionale con sede amministrativa in Sicilia. In questo modo le varie baronie e contee che esistono nel regno verrebbero fortemente ridotte

Tommaso cerca comunque di resistere, ma alla fine nel 1223 è costretto ad arrendersi accettando  un duro trattato di pace imposto da Federico II.

La clausola finale del documento prevede che, a garanzia del patto, il conte di Celano e del Molise consegni in ostaggio il figlio, il piccolo Ruggero, nelle mani del Maestro dei Cavalieri Teutonici.

In seguito Federico concede al conte dei Marsi il giustizierato del comitato, ma gli toglie quei poteri, che in virtù delle vecchie leggi franco-longobarde gli ha consentito lo strapotere della provincia Marsicana.

Ora invece in base al nuovo trattato Tommaso dichiarando fedele obbedienza all’imperatore, accetta che qualsiasi avvenimento politico o che avrebbe avuto a che fare con procedimenti giudiziari avrebbe dovuto essere compilato e mandato all’imperatore, che ne avrebbe deciso il verdetto della sentenza.

Federico a questo punto dopo la resa di Tommaso e la distruzione di Celano e qualche altra località decide di punire anche i celanesi mandandoli in esilio in Sicilia, Calabria e Malta.

Con la sconfitta di Tommaso, Federico II unifica tutti i possedimenti normanni dal Sangro all’Aprutium teramano, dalla fortezza di Pescara a Popoli, da Penne a Sulmona, da Lanciano a Vasto. Nel 1233 verrà poi formalizzata la costituzione del Giustizierato d’Abruzzo con città capitale Sulmona.

Anni dopo, nel 1227, i cittadini di Celano vengono fatti rientrare grazie all’intercessione papale e viene permesso loro di ricostruire un nuovo borgo, con la precisa regola di erigerlo non nello stesso luogo del precedente e soprattutto che il nome non sia uguale.

Il nuovo borgo di Celano nasce nel corso del periodo successivo in un luogo vicino al precedente e per i primi tempi viene ridefinito con il nome di Cesarea.

Tuttavia in poco tempo i rapporti fra il Papa e Federico II si vengono raffreddando fino a sfociare in lotta aperta.

Il papa gravemente offeso dal comportamento di Federico II, si vuole vendicare di lui e organizza un esercito per avere la meglio sull’imperatore. In questa circostanza il papa pone a capo dell’esercito Tommaso Berardi, che riesce in questo modo ad avere una nuova occasione di lottare contro l’imperatore. Egli dapprima torna nella Marsica riprendendosi i feudi di Albe e Celano e poi muove guerra gli imperiali.

Federico per nulla intomorito, gli lancia addosso il suo esercito e nell’arco dei mesi fra il 1229-30 sconfigge nuovamente Tommaso, che a questo punto si ritira a vita privata in modo definitivo.

Anche in questo caso sono diversi i feudi danneggiati nei combattimenti fra imperiali ed esercito papale, di cui diversi sono proprio nella Marsica. Potrebbe essere che fra questi possa esserci anche San Potito, quest’ultima affermazione è una congettura puramente personale che si basa sull’assunto che i paesi coinvolti riguardano un ‘area piuttosto vasta.

Fatto è comunque che molti dei suddetti paesi colpiti dalle violenze della guerra vengono nel giro di poco riparati per ordine di Federico II (1232).

 

 

San Potito e Il ritorno dei Berardi a Celano

Negli anni successivi sembrerebbe, ma la notizia va ulteriormente indagata, che Tommaso si rappacifichi con Federico e che questo riprometta al conte la restituzione di Celano, rinunciando però ai castelli di Ovindoli, San Potito e al controllo diretto del castello di Celano, e alle torri di Serra e Santa Iona. 

Celano nel frattempo continua a subire l’onta di chiamarsi “Cesarea” e non Celano, e ciò dura fino  al 1250, anno della morte di Federico.

Nel 1247 il papa aveva accordato al conte Ruggero Berardi, figlio di Tommaso, il suo assenso al ritorno al potere in Albe e Celano, ma questo si contretizza solo con la morte di Federico e del suo successore Corrado IV.

Infatti Manfredi, figlio di Federico II e reggente del nipote, riconsegna ufficialmente le due contee a Ruggero, in cambio però della sua obbedienza alla casa Sveva.

Manfredi per consolidare il suo trono scende a patti con le più
importanti famiglie del regno siciliano, compresi i Berardi, che in cambio della loro fedeltà a lui, vengono reintegrati delle contee di Albe e Celano.

Nel 1254 Ruggero I conte d’Albe e Celano ritorna finalmente negli antichi territori familiari e riprende da qui la sua politica, questa volta filosveva.

In tutto ciò abbiamo che San Potito, continuando ad essere gestita dall’Abbazia di Farfa, ritrova nel nuovo contesto politico una maggiore serenità.

 

 

Il castello di San Potito durante il declino degli Svevi e l’ascesa di Carlo I

Nel 1266 Carlo d’Angiò su invito del papa scende in Italia per contendere il trono a Manfredi di Svevia attuale sovrano del regno siciliano dal 1258. Lo scontro tra i due avviene a Benevento, dove Manfredi viene sconfitto morendo in battaglia. Carlo a questo punto diventa nuovo re di Sicilia. Nei successivi due anni Carlo alza le tasse nei confronti della piccola e grande nobiltà, che a malavoglia lo ha accettato come re.

Ruggero conte di Celano e Albe ha un grosso debito di 3000 once d’oro con Carlo I d’Angiò. Ruggero per riuscire a onorare il suo debito e avere tempo di estinguerlo è costretto a dare in pegno al sovrano ben sei castelli appartenenti a lui.

Tra i feudi ceduti temporaneamente a Carlo vi sono anche Ovindoli e San Potito. La consegna dei castelli a Carlo I d’Angiò avviene tramite il templare Goffredo “Provisor castrum” e Guglielmo Figerio “Capitaneus militum in Aprucio”.

Nel 1268 una parte della grande e piccola nobiltà a causa anche della pressione fiscale messa in piedi dal nuovo sovrano, decide di rivoltarsi contro di lui sostenendo le pretese al trono di Corradino di Svevia che in quanto figlio di Corrado IV è il legittimo erede di Sicilia.

In questo contesto troviamo Ruggero Berardi conte di Celano e Albe, schierato con Corradino di Svevia e con lui molti altri nobili importanti. Ruggero insieme ad altri nobili, ma anche a gente comune sostiene il piccolo re e crea per lui un esercito.

In poco tempo Corradino decide di accettare l’invito della nobiltà del regno di Sicilia a riprendersi il trono. Quindi scende in Italia accolto in grande stile in diverse città italiane. Alla fine di un lungo viaggio arriva in Abruzzo, dove è ospite di diversi nobili tra cui i Berardi grandi feudatari della zona.

Carlo saputo della discesa di Corradino muove il suo esercito per affrontare il giovane svevo in battaglia. Carlo giunto nella Marsica si accampa con il suo esercito sull’Altopiano di Ovindoli.

 

 

La battaglia dei Piani Palentini e le conseguenze per la Marsica

Lo scontro fra Corradino e Carlo avviene nell’agosto del 1268 presso i Piani Palentini. I due eserciti si affrontano in un battaglia campale che dura diverso tempo. Alla fine della tremenda battaglia che lascia molti morti sul campo troviamo Carlo vittorioso e Corradino sconfitto.

Corradino tenta allora la fuga verso Roma, ma riconosciuto poco dopo viene catturato e consegnato al re Carlo. Questi lo conduce a Napoli dove lo fa decapitare nella Piazza del Mercato. Ha fine per sempre la dinastia di Svevia. Carlo I rimane unico padrone del regno siciliano. Carlo I a questo punto inizia una dura vendetta contro i nobili che hanno sostenuto Corradino e il territorio che lo ha sostenuto. In cima alla lista ci sono i Berardi.

Carlo confisca la proprietà delle contee di Albe e Celano a Ruggero I Berardi e inizia a prendersela con il territorio marsicano che ha sostenuto Corradino.

Alba fucens, all’epoca capitale dello stato marsicano retto da Ruggero I, viene rasa al suolo, provocando la dispersione della popolazione. Poco dopo è la volta di Pietraquaria, che in questa fase è un grosso centro di controllo della Marsica e probabilmente è il centro civico di controllo dell’area dove è avvenuta la battaglia dei Piani Palentini.

 

 

Il ritorno dei Berardi

Ruggero Berardi non accetta la perdita dei suoi territori e si mostra deciso a riaverli. Quindi tramite una forte somma di denaro ripaga il sovrano angioino del vecchio debito contratto con lui anni prima, riottenendo la riconsegna dei sei castelli ceduti in pegno e allo stesso tempo riottiene la contea di Celano.

Ruggero Berardi, dietro una forte somma di denaro data a Carlo I, rientra in possesso della contea di Celano, ottenendo fra l’altro il possesso del feudo di Rocca di Mezzo. Purtroppo però non riesce a riavere le contee di Albe e Molise.

Carlo I infarti pur restituendo a Ruggero la contea di Celano, si rifiuta di cedergli anche Albe e il Molise per non riavere un domani una nuovo problema con la sempre fiera casa dei Berardi. In questo quadro inoltre osserviamo come la contea di Albe venga girata alla figlia di Ruggero, Filippa Berardi.

La consegna di Albe a Filippa ha lo scopo di trasmettere per via matrimoniale l’importante contea albense a uno dei suoi uomini di fiducia. Infatti Filippa ottiene la contea di Albe da Carlo come dote matrimoniale da trasmettere al marito, un amico fedelo di Carlo una volta sposatisi.

La storia tuttavia prede una piega diversa. Filippa sposa si l’amico nobile di Carlo, ma rimane presto vedova di questi.

Successivamente Filippa, grazie al suo carattere carattere fiero e battagliero, domina da sola la contea albense per i successivi quarant’anni, mantenendo forti legami con la contea di Celano e divenendo nel tempo un grosso problema per la famiglia reale.

La contessa d’Albe porta avanti una sua politica di autonomia della contea albense in parte svincolato dalle direttive reali. Infatti Filippa agisce in aperta concorrenza con i monaci della nuova Abbazia di Santa Maria della Vittoria di Scurcola nel controllo del Lago Fucino.

Ciò spesso si traduce in aperte ostilità fra la contessa e i monaci. Questi ultimi sono presenti a Scurcola nella nuova Abbazia di Santa Maria della Vittoria dal 1268 e qui sono a capo del nuovo feudo monacale di Scurcola Marsicana creato e protetto da Carlo I in persona e dalla sua famiglia.

Tornando alla contea celanese assistiamo al ritorno di Ruggero Berardi a Celano nel 1272. Ruggero però pur diminuito di potere a causa della perdita del feudo di Albe, è riuscito a farsi assegnare da Carlo oltre alla contea di Celano, reintegrata con tutti i vecchi feudi di pertinenza, anche il feudo di Rocca di Mezzo.

L’assegnazione di questo feudo per Ruggero significa la
possibilità di creare una transumanza verticale per le pecore, che partendo dalle rive del lago Fucino si spostano d’estate  presso l’Altopiano delle Rocche e così in senso inverso durante l’inverno.

Ciò significa per la contea celanese sviluppare una fiorente produzione di lana pregiata, all’epoca molto remunerativa e quindi possedere una grossa e sicura entrata economica.

 

 

San Potito e Ovindoli nella contea celanese alla fine del XIII secolo

Come detto sopra l’assegnazione di Rocca di Mezzo ai Berardi, permette a questi di sviluppare una grossa industria manufatturiera come la produzione della lana.

Allo stesso tempo i Berardi con Rocca di Mezzo arrivano a controllare la gran parte dell’Altopiano delle Rocche e ciò grazie sopratutto al ritorno di Ovindoli e San Potito alla contea celanese.

In questo quadro il feudo di San Potito, che veniamo a sapere completamente reintegrato alle dipendenze del conte di Celano, torna a svolgere una funzione di controllo e cerniera fra l’Altopiano delle Rocche e il resto della contea celanese.

Oltre a ciò osserviamo che il feudo di San Potito non è più alle dipendenze di Albe, come sembra fosse all’inizio della creazione delle conte di Celano e Albe. Tuttavia come avvenuto in prcedenza, è di nuovo uno dei confini fra la contea celanese e la contea albense.

In tutto ciò veniamo anche a sapere, seppure indirettamente, della piena funzionalità del castello di San Potito in questa fase.

 

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XIV secolo

 

I Feudi San Potito e Ovidoli all’inizio del XIV secolo

 

La contea di Celano con vista sui feudi di Ovindoli e San Potito posti sulla sinistra in alto. (Estratto dalla Stampa Vaticana)

 

Ovindoli e San Potito in evidenza.  (Estratto dalla Stampa Vaticana)

 

All’inizio del XIV secolo i feudi di San Potito e Ovindoli con i rispettivi castelli continuano a essere pienamente attivi.

Il castello di San Potito, insieme alla vicina torre di Santa Jona, continua a controllare il confine tra la contea di Celano e quella di Albe.

 

– I Berardi ancora al comando della contea di Celano

La prolifica famiglia dei Berardi continua a mantenere il controllo della contea celanese dopo quasi quattrocento anni di ininterrotto dominio.

 

 

Terremoto del 1349

Un forte terremoto presente nel centro Italia colpisce in modo duro la Marsica e quindi la contea di Celano.

Al momento non abbiamo dati importanti circa gli effetti del sisma sui borghi della contea celanese. Ciò che sappiamo che il sisma in questa zona si è sentito in modo forte e intenso, quindi è molto probabile che Celano e tutti i borghi della zona abbiano riportato danni importanti dal sisma.

In questo quadro è molto probabile che San Potito e Ovindoli abbiano riportato dei danni importanti. Tuttavia dalle fonti storiche sappiamo che i suddetti borghi vengono riparati negli anni successivi grazie all’opera del conte Ruggero II.

 

– Restauro dei danni del terremoto e rafforzamento delle difese dei borghi della contea celanese

Dalle fonti abbiamo notizia di importanti lavori di rifacimento nel 1360-80 delle difese esterne ed interne dei borghi della catena del Velino-Sirente appartenenti alla contea di Celano.

Sembra infatti che Ruggero II Berardi, attuale conte di Celano, procede al restauro e rafforzamento delle mura, torrette e porte dei borghi di Aielli, Santa Jona, Ovindoli, San Potito e Collarmele, oltre al rafforzamento e abbellimento di Celano, capitale dello stato.

Da ciò si evince che intorno al 1380 i borghi di San Potito e Ovindoli hanno pienamente recuperato nel loro stato edilizio dopo i danni assai probabili del sisma del 1349.

 

 

Il castello di San Potito a fine XIV secolo

Basandoci sulle informazioni trovate sappiamo che il castello di San Potito alla fine del XIV secolo è pienamente funzionante e viene usato anche come carcere per delinquenti o gente benestante.

 

La vicenda di Antonio Berardi

Antonio Berardi è uno dei figli del conte di Celano Ruggero II ed è per volere paterno barone di Carapelle. Antonio nella sua funzione di barone di Carapelle apporta delle modifiche fiscali, che vanno a colpire sia la gente comune che la piccola nobiltà locale. A ciò si aggiungono alcuni comportamenti irruenti dell’uomo nei confronti dei suoi sottoposti o di nobili locali.

Ciò crea scontento e disaffezione tra la popolazione e queste situazioni giungono alle orecchie di Ruggero II che ormai anziano, cerca di gestire i suoi ultimi anni in pace e tranquillità. Le notizie che gli giungono sulla condotta del figlio spingono il vecchio conte ad intervenire e ciò porta a gravi litigi fra padre e figlio.

Antonio, fortemente ostinato si ribella al genitore chiedendo lui dei terreni di confine fra la contea e Carapelle appartenenti a Celano.

Con il tempo i dissidi tra padre e figlio vengono aumentando e sembra da quanto scritto da Antonio di Buccio nel suo “poema delle cose dell’Aquila” ,  che verso il 1375-78 i dissidi tra Ruggero, conte di Celano, e il figlio Antonio siano stati tanto gravi, da spingere Antonio a far incarcerare il padre, per convincerlo a cedergli dei possedimenti appartenenti alla contea, da usare per i suoi affari.

La regina Giovanna I, sapute delle gravi azioni di Antonio Berardi a Carapelle, gli revoca la baronia di Carapelle e la restituisce al padre Ruggero, che viene poco dopo liberato.

Invece Antonio viene arrestato su ordine dello stesso genitore e condotto nel castello di San Potito. Qui nel carcere del castello di San Potito, Antonio sconta la sua prigionia, che si conclude con la sua morte avvenuta nel 1380.

 

 

Il dolore di Ruggero II

Ruggero II gravemente colpito dal lutto del figlio e dalla sua condotta si sente sempre più debole.

Nonostante ciò si ritrova costretto a riparare ai torti fatti dal figlio a Carapelle. Qui egli ratifica una serie di capitolazioni correttive presentategli dai Sindaci delle terre di Carapelle.

Amereggiato e distrutto dal dolore Ruggero II abdica in favore dell’altro figlio Pietro III, ritirandosi poi in un convento dove muore nel 1382.

 

L’allargamento della contea di Celano

Pietro III riesca ad annettere alla contea celanese la proprietà del feudo di Carrito e Ortona dei Marsi, del feudo di Ortucchio e del feudo di Paterno. Quest’ultimo consente a Pietro III di far partecipare Celano all’attività pescatoria nel Lago Fucino.

 

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XV secolo

 

San Potito e Ovindoli all’inizio del XV secolo

All’inizio del XV secolo San Potito e Ovindoli rimangono parte integrante della contea di Celano ancora retta dai Berardi con Nicola I. In ciò si osserva ancora la piena efficienza dei castelli di Ovindoli e San Potito.

 

 

La contessa di Celano 1418-1436

Nel 1418 muore il vecchio conte Nicola I e pochi anni dopo muore anche l’unico figlio maschio Pietro IV. Con la morte di Pietro IV si estingue nella linea maschile la grande famiglia Berardi.

A questo punto la contea viene ereditata per volere di Pietro IV dalla giovane sorella Jacovella.

Jacovella al momento della successione al fratello è poco più di una bambina e viene subito adocchiata dal Papa Martino V, che vede nella ragazzina la possibilità di mettere le mani sulla ricca contea celanese.

Per cui il papa porta Jacovella a Roma e organizza il matrimonio di lei con il nipote Edoardo, prefigurandosi con ciò l’accorpamento della contea celanese al patrimonio familiare dei Colonna.

Ma il papa non ha fatto i conti con il carattere fiero e determinato di Jacovella, che come la sua antenata Filippa, contessa d’Albe, è determinata imporsi nel gioco degli eventi poltici. La giovanissima Jacovella poco tempo dopo il matrimonio con Edoardo inizia a dare segnali di fastidio verso il consorte giudicato da lei un inetto, e rifiuta con ogni mezzo di avere rapporti con il marito, adducendo molte false scuse.

Il matrimonio forzato tra Jacovella ed Edoardo Colonna dura fino alla morte del papa. Poi ella fugge  da Palazzo Colonna a Roma con una rocambolesca fuga, raggiungendo dopo diversi giorni Celano, da dove inizia a governare la sua contea.

Poco tempo dopo essere ritornata a Celano, Jacovella capisce bene che nessuno permetterà lei di governare da sola la sua contea in quanto nata donna. Per cui comprende che ha bisogno di un compagno che l’assicuri da altri matrimoni d’affari a vantaggio di altre casate nobili specie quelle romane. Jacovella si offre a al capitano di ventura Giacomo Caldora, in quel momento il più importante generale del meridione italiano. 

Giacomo è una persona avanti con gli anni e comprende i motivi dell’offerta di Jacovella e capendo quale forza deriverebbe da questo matrimonio accetta.

Sapendo bene che egli nell’ultimo periodo è divenuto conte di Tagliacozzo e Albe, che sono gli altri due feudi della Marsica strappati alle famiglie romane degli Orsini e dei Colonna.

Nel 1436 Giacomo Caldora e Jacovella Berardi si sposano. Jacovella diventa oltre che moglie di Caldora, anche contessa d’Albe e Tagliacozzo, titoli del marito, mentre Jacopo si viene a fregiare di conte di Celano. Per qualche tempo le contee di Albe, Celano e Tagliacozzo sono riunite con Celano capitale.

 

 

I feudi di San Potito e Ovindoli durante la discesa di Braccio da Montone

Nel 1423 mentre Jacovella inizia il suo rapporto matrimoniale con Edoardo Colonna, si ha l’invasione dell’Abruzzo da parte dell’esercito di Giovanna II regina di Napoli, comandato da Braccio da Montone. L’Aquila è una città che possiede privilegi fin dalla sua nascita avvenuta due secoli prima nel 1254 per merito dei 99 castelli con relativi signorotti che la governano. Ora rischia di perdere i suoi privilegi, per cui si ribella a Giovanna II. Gli aquilani chiedono aiuto  a Renato d’Angiò diretto concorrente di Giovanna II. Egli manda Jacopo Caldora a sostegno degli aquilani e dei castelli da essa dipendenti.

Nel frattempo Braccio da Montone irrompe in Abruzzo invadendo e distruggendo tutti i castelli che circondano l’Aquila e contemporaneamente ponendo in assedio la città.

Tra i castelli che vengono coinvolti da questa invasione vi sono anche Ovindoli e Rocca di Mezzo che vengono invase e in parte danneggiate da Braccio da Montone. A questo proposito non sappiamo se egli si sia spinto fino a San Potito, nessuna fonte consultata dice nulla al riguardo, però non è escluso visto la vicinanza del borgo fortificato rispetto alle rocche attaccate.

Poco tempo dopo l’invasione di Braccio da Montone, giunge in Abruzzo Jacopo Caldora, potente capitano di ventura e in questo momento comandante di un esercito che corre in aiuto dell’Aquila.

Jacopo libera i borghi occupati da Braccio da Montone e poi irrompe verso l’Aquila liberandola dall’assedio dopo un lungo scontro con le truppe di Braccio da Montone, che viene ferito mortalmente in battaglia.

 

 

La contessa di Celano 1436-56

Jacovella Berardi una volta sposatasi con Jacopo Caldora si sente sicura di riuscire a mantenere il possesso di Celano a cui a era profondamente legata. Tre anni dopo nel 1439 Jacopo muore e Jacovella si riprende la totale autorità su Celano.

Invece le contee di Albe e Tagliacozzo vengono ereditate da Antonio, figlio di Jacopo Caldora. Antonio morirà nel 1441 e le contee saranno date agli Orsini, che sostengono gli Spagnoli di Alfonso d’Aragona, nuovo re di Napoli.

Jacovella nel frattempo ritrovandosi di nuovo sola, ma innamorata di un nipote di Caldora, Leonello Acclozamora, decide di sposarlo, inaugurando così un lungo periodo di pace per se stessa e il suo contado.

Tra il 1442 circa e il 1458 anno della morte di Leonello Acclozamora il contado di Celano torna a fiorire nonostante il terremoto del 1456. In questa fase abbiamo una notevole ripresa dell’attività edilizia consenguente di una certa ripresa
economica.

San Potito è in questa fase ancora un borgo fortificato, con un castello ancora ben funzionante, che continua a sorvegliare la zona ovest della contea celanese.

In questa fase abbiamo che i conti di Celano vengono a riparare i borghi danneggiati nella passata guerra con Braccio da Montone.

 

Terremoto del 1456

Un grave terremoto avvenuto in Irpinia fa sentire i suoi effetti anche nel centro Italia con parziale o totale distruzione di diversi borghi tra cui ve ne sono diversi anche nella Marsica. Sappiamo infatti che i borghi della Piana del Cavaliere vengono distrutti dal sisma, mentre altri della Marsica più interna sono danneggiati.

A livello locale San Potito e Ovindoli risentono del forte sisma, ma nulla di più sappiamo su eventuali danni.

Tuttavia sapendo di grossi danni subiti da Celano è molto probabile che anche Ovindoli e San Potito abbiano avuto danni.

 

 

La contessa di Celano 1456-62

In seguito al forte sisma Leonello e Jacovella conti di Celano procedono a riparare i danni a Celano e negli altri borghi danneggiati. In questa fase abbiamo una forte attività edilizia avviatasi già negli anni 1448-51 che prosegue decisa anche dopo il sisma del 1456, in cui si vengono riparando i danni del sisma stesso, ma anche con l’obbiettivo di migliorare le difese esistenti dei borghi celanesi.

In questa fase è probabile che San Potito e Ovindoli abbiano anch’essi riparazioni e miglioramenti difensivi.

Negli anni successivi assistiamo all’ultima triste fase di decadenza della famiglia Berardi.

Nel 1458 muore il conte Leonello e Jacovella rimane di nuovo sola a dirigere la contea. Le cose vanno tranquille fino al 1460, allorquando Ruggero, giovanissimo figlio di Jacovella e Leonello, geloso del potere della madre, vuole succederle subito alla guida della contea. La madre e il figlio sono per un lungo periodo in grave conflitto.

La madre non riesce a far ragionare il giovane e si vede in crisi rispetto al suo potere, molto più dei tanti conflitti e sfide che ha dovuto gestire per mantenere in famiglia la contea di Celano.

Ruggero si allea con il giovane e spregiudicato capitano di ventura Piccinino, che capendo la grande ricchezza della contessa, circuisce Ruggero e lo spinge a scontrarsi con la madre.

Jacovella è disperata perchè capisce che il figlio si è inguagliato venendo confuso dal Piccinino e cerca in ogni modo di far intendere ciò a Ruggero, ma senza speranza. Ruggero e Piccinino arrivano a porre in assedio Jacovella, che alla fine deve cedere. E’ la fine dei Berardi.

Jacovella viene imprigionata a Ortucchio, mentre Piccinino fatto diventare conte Ruggero, depreda il patrimonio della contessa e della contea. Piccinino paga rivendendo gli averi della contessa tutti i suoi debiti e paga i suoi uomini.

Ruggero capito il grave errore vorrebbe rimediare, ma è tardi. Il papa saputo del dramma della contessa procede a liberarla da Ortucchio, ma non le restituisce la contea che viene ceduta al di lui nipote Antonio Piccolomini.

Antonio Piccolomini diventa nuovo conte di Celano, Jacovella si rifugia a Venafro dove ne ottiene il contado dal papa come contropartita per Celano. Ruggero invece occupa Balsorano e da li prova senza successo a riprendersi Celano, ormai perduta per sempre.

 

 

Il feudo di San Potito a fine XV secolo

La fine del XV secolo nella Marsica significa grandi battaglie e cospirazioni tra le famiglie Colonna e Orsini per il controllo delle contee di Tagliacozzo e Albe.

Alla fine di questa competizione i Colonna risultano vincenti e inaugurano un lungo dominio di questa parte d’Abruzzo.

L’altro grande feudo della Marsica, la contea di Celano è ormai saldamente in mano ad Antonio Piccolomini, che porta nel suo contado molta ricchezza e pace.

In questo contesto a Celano e nei borghi sotto di esso, tra cui Ovindoli, si ha una forte ripresa dell’attività edilizia che viene a completare l’aggiornamento urbanistico di questi borghi, avviato decenni prima da Jacovella e Leonello.

 

 

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XVI – XVIII Secolo

 

Ovindoli e San Potito a inizio XVI secolo

La rocca di Ovindoli così come quella di San Potito vengono perdendo importanza a causa delle mutate condizioni politiche, che vedono il meridione divenuto colonia spagnola e nella Marsica una grande stabilizzazione politica con l’ascesa dei Colonna a Tagliacozzo e i Piccolomini a Celano.

 

La contea di Celano nel XVI secolo

I Piccolomini fra alti e bassi continuano a governare la contea celanese in modo giusto e dignitoso fino alla fine del secolo. In questo arco di tempo questi riescono a migliorare le vie della transumanza assicurando buoni pascoli per le pecore e per la loro lana pregiata, che assicura un forte introito economico alla contea.

Poi verso la fine del secolo un forte indebitamento famigliare spinge l’ultima esponente dei Piccolomini, la contessa Costanza a vendere il proprio patrimonio, compresa la contea di Celano ai Peretti nel 1591, nella persona di Camilla Peretti, sorella di Papa Sisto V.

 

 

Il castello di San Potito a inizio XVII secolo