CASTELLO DI FOCE


TORRI E CASTELLI DELLA MARSICA

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STRUTTURE E MONUMENTI DI AIELLI


 

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STORIA DEL CASTELLO DI FOCE

 

 

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XI secolo

 

– La contea dei Marsi

Nel 1010 muore il conte Rainaldo a cui succede il figlio Berardo IV. Berardo IV appartiene alla famiglia Berardi, che da quasi un secolo regge le sorti della contea dei Marsi.

La contea dei Marsi è un piccolo stato resosi indipendente dal ducato di Spoleto dopo la battaglia di Forca Caruso del 937, per merito del conte Berardo I, che ha saputo sconfiggere in modo esemplare l’esercito ungaro, che era penetrato nella Marsica nel 937 aveva fatto razzie e ucciso chiunque incontrasse, persino dei monaci erano stati uccisi.

Da quel giorno i Berardi si sono fatti voler bene dalla popolazione, riuscendo poi a consolidare  in modo ottimale il loro potere rendendo il territorio marsicano forte e sicuro nei suoi confini e riuscendo ad assicurare ai suoi  abitanti una pace che non avevano da molto tempo. Con Rainaldo I, la contea dei Marsi raggiunge un efficienza totale riuscendo a imporsi anche come forza militare, l’alleanza poi dei conti marsi con la chiesa e la classe monacale fa il resto, riuscendo a insegnare alla popolazione quei mestieri semplici, che consentono alla zona di emergere anche sotto il profilo economico.

 

 

– La contea dei Marsi con Berardo IV

Berardo IV pur non avendo il temperamento e la forza del padre, prosegue la suapolitica di stabilità insegnatagli dal genitore.

In questo modo attraverso un efficiente controllo delle frontiere riesce a tenere a freno gli appetiti normanni che iniziano a farsi largo, mirando ad includere la contea marsicana nel loro territorio. Berardo inoltre riesce a tenere insieme la sua numerosa famiglia riuscendo ancora per qualche tempo a mantenerne l’unità amministrativa. Sotto di lui si continua a rendere efficienti le varie fortezze che compongono il territorio marsicano,  che agiscono da sentinelle in funzione di pericoli esterni.

 

 

– La nascita della Torre di Foce

Come avvenuto per altri luoghi della Marsica, i Berardi proseguono nella loro politica di costruzione di Torri e castelli per il controllo territoriale. In questo quadro troviamo la costruzione di una prima torre di osservazione eretta tra il 1020 e il 1050 sulla cima del Monte Secine, laddove molto tempo addietro vi era una villaggio fortificato attivo in epoca romana.

La torre come detto ha funzione di controllo sul Lago Fucino e comunica a vista con le strutture vicine come la Torre di Aielli e il castello di Celano.

 

 

Dissidi nella famiglia Berardi

Nel 1045 circa muore il conte Berardo IV a cui succede il figlio Berardo V che coadiuvato dai fratelli cerca di reggere e accrescere la contea dei Marsi.Purtroppo però la famiglia comitale nell’arco di alcune generazioni si è molto espansa e c’è chi vorrebbe avere un proprio territorio o feudo da gestire in autonomia. Ciò porta a gravi dissidi tra Oderisio Berardi, fratello del defunto conte, e Berardo V e i suoi fratelli.

I dissidi familiari esplodono presto e intorno al 1045-50 si ha un tentativo di divisione del territorio marso da parte di Oderisio e i suoi figli che si esprime con la nascita della nuova diocesi di Carsoli, che ha la sua sede a Celle presso la chiesa di Santa Maria in Cellis. Questo atto inoltre segnerà in modo irreversibile il definitivo tracollo della vecchia Carsoli romana a favore del nuovo centro.

Tuttavia il tentativo di d’indipendenza di Oderisio viene sventato da Berardo V e i suoi fratelli che salvano per ora la contea da possibili pretesti dei Normanni per penetrare nella zona.

 

 

– Sviluppo del villaggio intorno alla torre di Foce

Resti dell’area dell’antico paese di Foce

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=0XmmZ27Eh-M)

 

Verso la fine del secolo in cima al monte Secine si viene costituendo intorno alla torre eretta anni prima il primo nucleo di un nuovo borgo che viene a chiamarsi Foce. Questo in breve vedrà la costruzione di una prima cinta muraria.

 

 

– Cresce l’influenza normanna sulla Marsica

Alla fine dell’XI secolo i conti Marsi sentono sempre più la pressione dei potenti vicini Normanni che cercano in vari modi di assoggettare la potente contea marsa. Alla fine dell’XI secolo, nel 1090 circa sale al potere il conte Crescenzio, figlio di Berardo V, che riesce con sempre maggiore difficoltà a mantenere la contea marsicana indipendente e allo stesso modo unita.

Questa maggiore difficoltà interna è dovuta agli appetiti di potere di altri membri della famiglia Berardi, che vengono creando dei sottofeudi nell’ambito della grande contea dei Marsi. La contea dei Marsi seppure non è enorme comprende comunque un vasto territorio che corrisponde all’attuale Marsica, parte della provincia di Rieti e parte dell’aquilano.

 

 

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XII secolo

 

 

– Torre e paese di Foce a inizio XII secolo

La Torre di Foce a inizio XII secolo continua a rappresentare una sempre maggiore attrazione per la popolazione che nonostante la forte altitudine viene a vivere in questo borgo, dove si sente protetta e sicura. Ciò porta ad un aumento delle abitazioni presenti nel giovane borgo.

 

 

– I Berardi si sottomettono ai Normanni

All’inizio del XII secolo la forza normanna è andata aumentando e nonostante la grande tenacia dei conti marsi nel difendere il loro territorio, essi non riescono più a competere con i Normanni. Per cui gli ultimi conti Berardi, Berardo V e Rinaldo II nel 1143 si sottomettono ai Normanni, in cambio di una loro continuità di potere locale nell’ambito della Marsica. I Normanni accettano l’accordo e accorpano la Marsica nel regno di Sicilia. Ora la Marsica costituisce il confine nord del regno siciliano con i territori del Papa.

 

 

– Nascono le contee d’Albe, Celano e Carsoli.

I Normanni dopo la fine della contea dei Marsi, suddividono questa in tre tronconi, affidandone le sorti a membri della vecchia famiglia comitale. Foce ricade nel territorio della contea di Celano retta da Rinaldo Berardi.

 

 

– La torre di Foce diventa un piccolo castello

 

Resti del castello di Foce sul Monte Secine

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=0XmmZ27Eh-M)

 

Vista l’importanza che viene assumendo Foce come centro abitato, si decide di fortificare più o meno nel 1150 circa la torre primitiva, trasformandola in un piccolo castello con proprie mura perimetrali. Chiaramente una struttura presente a questa altezza con uno sguardo assoluto sul lago Fucino è appetibile per qualsiasi feudatario governi in ambito locale.

 

 

– Annibale Berardi

Annibale Berardi è il secondo conte di Celano che succede al padre Rainaldo nel 1165 circa. Di Annibale non si hanno molte informazioni, si sa comunque che sotto di lui la contea di Celano continua ad essere uno dei principali feudi del centro Italia e quindi continua ad essere vista come un centro di ragguardevole importanza. Annibale governa fino al 1189 allorquando morendo senza eredi viene succeduto dall’ambizioso cugino Pietro d’Albe.

 

 

– I Berardi di nuovo una grande potenza

Pietro Berardi, figlio del conte Berardo V d’Albe, si riprende la contea d’Albe, persa dal padre nel 1160 dopo che gli era stata requisita in seguito ad una sua insurrezione nei confronti dei Normanni.

Pietro è un personaggio molto ambizioso che vuole riunire la Marsica sotto di lui e renderla di nuovo indipendente come un tempo. Per ottenere ciò però si muove in modo circostanziato seguendo una precisa linea politica che gli deve consentire di crescere senza muovere eserciti, o comunque usarli il meno possibile.

La prima occasione di crescita gli viene nel 1189, allorquando la morte del cugino Annibale di Celano senza eredi, rende possibile la riunificazione del vecchio potere comitale. Egli infatti riesce senza colpo ferire riesce a farsi riconoscere conte di Celano, riunendo nella sua persona entrambe le contee. Ciò lo porta a controllare un territorio vasto che seppure mancante dell’area di Carsoli è comunque importante come area.

Da ora Pietro si muove con grande abilità per crescere politicamente alla corte normanna. La sua grande abilità di politico lo porta a divenirealla fine del XII secolo un esponente importante della nobiltà siciliana. Quando poi il regno di Sicilia passa alla dinastia Sveva nel 1194 egli si conferma grande feudatario presso i nuovi sovrani.

Nel 1198 muoiono nel giro di pochi mesi i sovrani svevi, e rimane come unico erede al trono siciliano l’infante Federico di Svevia figlio di Enrico VI e Costanzaù d’Altavilla. Il bambino è affidato da Costanza prima della sua morte a papa Innocenzo III, affinchè vegli sul bambino e preservi la sua eredità

Dopo la morte di Costanza, Innocenzo III prende il giovanissimo Federico sotto la sua tutela e agisce per lui come reggente del regno siciliano. In questo ambito politico troviamo Pietro di Celano, che godendo di grande autorità e prestigio presso il papa, viene coinvolto direttamente nella gestione del regno di Sicilia.

 

 

– Il castello di Foce diventa una grande fortezza

Resti del castello di Foce sulla cima del Monte Secine con lo sfondo del Fucino

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=0XmmZ27Eh-M)

 

Secondo il quadro descritto Pietro Berardi è un abile politico che si muove con disinvoltura tra la realtà politica del tempo. Pietro però sa bene che senza il suo contado il suo potere è nullo, quindi egli deve avere il maggior controllo possibile sulla Marsica. Per questo decide di rafforzare i principali castelli della zona, quelli che egli giudica di grande importanza e tra questi vi è il piccolo castello di Foce.

Foce alla fine del XII secolo è ormai un centro di ragguardevole interesse, soprattutto per la posizione che occupa. Da ciò scaturisce l’idea di Pietro di renderlo una vera e propria fortezza a uso e consumo di Pietro. L’impianto militare creato da Pietro e rafforzato poi da Tommaso. figlio di Pietro, prevede il rafforzamento delle mura esterne con la costituzione di ben 16 torrette rompi tratta “a scudo”, una porta obbliqua che siapre sul versante nord.

Nella parte interna relativa al paese Pietro, conte di Celano, crea un lungo e longitudinale muro a “spina” che delimita a nord gli alloggiamenti modulari “a spina di pesce” posti sul crinale con vicine cisterne per la raccolta dell’acqua piovana.

Il castello viene a comprendere ben tre torri strutturate in modo diverso. La prima quella sghemba centrale (la più antica), quindi la torre-mastio a base pentagonale posta sull’altura maggiore) difesa ad est da un antemurale, infine troviamo la terza torre a base triangolare costruita sull’apice ovest.

Oltre al castello e agli alloggi militari e civili troviamo le scuderie e difese interne per l’accesso al mastio. Questo documenta la complessità della fortezza medievale che difende l’accesso fucense alla contea di Celano, da attacchi provenienti dall’altopiano delle Rocche, tramite la via “Romana” proveniente a sua volta dalla Val d’Arano di Ovindoli.

 

 

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XIII secolo

 

 

– La politica del conte Pietro da Celano a inizio XIII secolo

Il  conte Pietro, dopo aver riunito nel 1189 le contee di Albe e Celano tenta di ampliare i suoi domini oltre l’Abruzzo con lo scopo di creare


un forte stato cuscinetto tra il nord ed il sud. Con l’avvento degli Svevi la
situazione politica della contea celanese subisce un radicale mutamento. Il conte Pietro, in un primo momento avverso agli Svevi, passa dalla parte di Federico II posto sotto la protezione del Papa Innocenzo III. Grazie a questa politica Pietro riesce a conquistare la fiducia del papa e questo lo ricompensa nominandolo maestro capitano del regno svevo con giurisdizione su Puglia e Terra di Lavoro e più avanti anche sul Principato di Capua.

La politica di Pietro porta con se la Marsica al centro della scena politica, comportando una certa dinamicità economica al livello locale.  Pietro è molto attaccato al suo territorio e desidera fortemente staccare questo dal regno siciliano riportandolo ad una condizione d’indipendenza.

 

 

– Il castello di Foce sotto Pietro Berardi

 

Resti del paese di Foce sulla cima del Monte Secine (1600 m)

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=moVIDkwY5Ss)

 

Il castello di Foce è ormai una vera e propria fortezza militare e un centro abitato di una certa importanza pur stando a 1600 m di altezza. Qui i suoi abitanti pur essendo in altitudine si sentono protetti e sicuri.

 

 

– Cambio di politica di Pietro Berardi

Nel 1209 le condizioni politiche sembrano cambiare con la morte di Filippo di Svevia, zio di Federico e canditato al soglio imperiale. Dal confronto fra Filippo e Ottone emerge vincente quest’ultimo che diventa il nuovo imperatore con il nome di Ottone IV. Ottone dopo aver avuto la corona imperiale, punta ora alla corona siciliana e per questo scende ad accordi con il papa, che in cambio della promessa di non unire mai le corone di Sicilia e Impero, lo riconosce sia come imperatore che come re di Sicilia

Pietro vuole creare il suo stato e per questo si allea con Diopold Von Schweinspeunt, uno dei capitani di Ottone IV in Italia. Questi è una sorta di plenipotenziario in Italia dell’imperatore. A sua volta Diopoldo intuisce la forza di Pietro e decide di appoggiarlo nominandolo capitano con giurisdizione anche sul Principato di Capua. Diopold in pratica appoggiando Pietro nei suoi sogni di gloria ha la possibilità di consolidare meglio Ottone come re di Sicilia, perciò convince Pietro a seguirlo. Pietro si lascia convincere e decide di prepararsi a lasciare il partito svevo.

Ottone scende in Italia ed è nominato dal Papa imperatore del Sacro Romano Impero. Nello stesso tempo Pietro dapprima consolida il suo controllo sui suoi territori nel passaggio dalla Marsica alla Terra di Lavoro e Capua, quindi forma un esercito, reclutando uomini dalle sue terre, compresa la Valle Roveto che è il luogo su cui maggiormente si concentra l’azione di consolidamento di Pietro.

Successivamente Pietro insieme a Diopold Von Schweinspeunt convince Ottone IV ad abbandonare l’accordo con il papa e puntare a riaffermare l’autorità imperiale sull’Italia quindi sulle terre del papa e sul sud Italia.

 

 

– La reazione del Papa al tradimento di Pietro Berardi

La reazione papale al tradimento di Pietro è assai forte e porta alla rottura totale delle relazioni fra i due. Pietro aveva messo in conto tutto ciò, ma per realizzare il suo sogno di uno stato marsicano indipendente si rende conto che deve appoggiare Ottone.

 

 

– Pietro diventa capo di uno stato feudale vastissimo

Pietro  cerca di convincere Ottone ad abbandonare gli accordi con il papa e restaurare l’autorità imperiale sulle terre papali e il sud Italia. Pietro prova a convincerlo concedendogli un esercito formato apposta per lui e garantendogli il passaggio senza incidenti per le terre reatine e marsicane, in direzione della Val Comino e Capua. Pietro e Diopoldo capiscono che devono insistere con Ottone e per questo si recano a Pisa dove incontrano di nuovo l’imperatore. Qui Ottone dopo aver riparlato con Pietro conte di Celano e Diopoldo conte di Acerra si convince infine ad abbandonare gli accordi con il Papa e a ristabilire il potere imperiale in Italia. Ottone decidendo di appoggiare Pietro si sente più sicuro di realizzare il suo sogno di diventare re di Sicilia e di conservare questa corona a lungo.

Ottone IV abbandonati gli accordi con il Papa e con il sostegno di Pietro di Celano e Diopoldo di Acerra sbaraglia le truppe papali da Ancona a Spoleto restaurando il territorio come feudo imperiale.

Ottone in cambio dell’aiuto datogli da Pietro nomina lui marchese di Ancona, capitano e maestro giustiziere del regno di Sicilia. Ora Pietro è l’uomo più potente del sud Italia e il contado della Marsica risplende ora di luce propria.

 

 

– Ottone cerca di conquistare il regno di Sicilia

Ottone dopo aver preso i territori papali passa a conquistare i territori del regno siciliano. Dapprima chiede a Federico quale erede di Sicilia di cedergli la Calabria e la Puglia. Quando Federico rifiuta, Ottone confisca i due ducati al giovane svevo, inoltre intima ad Innocenzo III di annullare il concordato di Worms e riconoscere il diritto dell’imperatore a nominare i vescovi. Innocenzo reagisce scomunicando Ottone. Questi forte del sostegno di Pietro e Diopoldo invade il sud Italia.

 

 

– Fallimento della politica di Ottone e morte di Pietro di Celano

Ottone alla fine del 1210 sembra ormai padrone assoluto di tutto, ma nel volgere di un anno cambia di nuovo tutto, portando con se al fallimento del progetto di Pietro. I duchi tedeschi scontenti della politica di Ottone troppo concentrata sull’Italia si riuniscono a Norimberga con il re di Francia e depongono Ottone. Questi tenta di ritornare in Germania per riparare alla situazione, ma non riesce a convincere nessuno e nel breve volgere di alcuni mesi scompare politicamente abbandonato da tutti.

Ciò porta di riflesso Pietro da Celano a rimanere solo in Italia senza l’appoggio dell’imperatore che ora si profila essere Federico, il giovane svevo. Pietro purtroppo non ha il tempo di riorganizzarsi perchè muore nel 1212. A lui succede il figlio Tommaso che memore dei limiti della politica paterna adotterà una nuova tattica per realizzare i sogni del padre.

 

 

– Tommaso Berardi

La morte del padre Pietro e la deposizione di Ottone pongono Tommaso di fronte al dilemma se continuare con il sogno del padre di rendere di nuovo indipendente la Marsica o lasciar perdere rimanendo in tal modo un grande feudatario del regno siciliano.

Tommaso si muove per la prima ipotesi, ma decide di cambiare strategia cercando tramite lo scontro con l’imperatore la riuscita dei suoi piani. Per questo motivo inizia a rafforzare tutte le sue fortezze cercando tramite ciò e la conoscenza del territorio a lui soggetto di vincere e rendersi indipendente.

Tommaso ufficialmente è solo conte d’Albe, mentre la contea di Celano è andata in eredità al fratello maggiore Riccardo, mentre gli altri territori di Pietro sono andati perduti con la morte di lui.

A questo proposito dobbiamo registrare la desistenza di Tommaso nel riprendersi la Marca d’Ancona che papa Onorio III assegna ad Aldobrandino d’Este. Tommaso vuole ricucire i rapporti con il papato e rinuncia al territorio marchigiano, ma come detto prima non ha intenzione di rinunciare al suo sogno d’indipendenza e per questo motivo amplia e consolida i suoi possedimenti nella Marsica soprattutto le rocche di Celano, Ovindoli e Foce (Monte Secine).

Tommaso però è anche conte del Molise dal 1213, in virtù del suo matrimonio con Giuditta del Molise ultima erede della sua casata che l’ha ereditata dal padre morto nel 1213.

Ora la contea molisana è un territorio assai vasto che consente a Tommaso d’incidere in modo forte nella politica del regno imponendosi come il più importante feudatario. Per questo motivo fra le rocche che vengono rafforzate figurano anche Bojano e Roccamandolfi

Tommaso si firma anche come conte di Celano, mandando su tutte le furie il fratello Riccardo che non condivide la politica guerrafondaia del fratello e si sente di sottomettersi a Federico.

Gli attrici tra Tommaso e il fratello Riccardo ad un certo punto esplodono allorquando Tommaso scaccia Riccardo da Celano nel 1217 circa . Riccardo mantiene comunque il possesso di Tocco.

Tuttavia le scaramucce tra i fratelli cominciano a preoccupare il papato, dove il nuovo Papa Onorio III sollecita più volte la riappacificazione tra i due, coinvolgendo nella diatriba anche Federico II al quale suggerisce di accettare le proposte di Tommaso.

Federico di Svevia nel frattempo è cresciuto ed è divenuto un uomo riconosciuto da tutti come imperatore del S-R-I e re di Sicilia. Federico guarda con fastidio l’operato di Tommaso, in quanto contrario alla sua politica accentratrice dell’amministrazione del Regno e di riduzione del potere dei feudatari locali, tra i quali Tommaso era il più forte.

Inoltre in occasione dell’incoronazione di Federico ad Imperatore, avvenuta nel 1220 a Roma nella Basilica di San Pietro Tommaso non presenzia alla cerimonia, mentre Riccardo, a capo di una delegazione di baroni locali, dona costosi cavalli da guerra e porta le sue lagnanze contro il fratello al cospetto dell’Imperatore.

Federico sa che per poter governare i suoi domini deve affrontare Tommaso riducendo i suoi sogni di gloria. Lo scontro è dunque inevitabile, anche in virtù della sua ascesa a conte di Celano nel 1221, per la morte senza eredi del fratello Riccardo.

 

 

– La rocca di Foce sotto Tommaso Berardi

 

Resti del castello e del borgo di Foce sul Monte Secine (1600 m)

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=moVIDkwY5Ss)

 

 

Il castello di Foce è tra i principali castelli del territorio marsicano a cui Tommaso dedica particolare cura nella ristrutturazione in vista di un possibile scontro con Federico.

Al momento non abbiamo prove dirette di questa ristrutturazione operata da Tommaso sulla rocca, ma vista la posizione centrale che ricopre nella contea di Celano e la poca distanza dalla rocca del Monte Tino, va con se che anche questa rocca venga sicuramente interessata da Tommaso nella fase di ristrutturazione

D’altra parte il feudo di Foce nei primi decenni del XIII secolo è un borgo di discrete proporzioni per l’epoca con molta gente che nonostante l’altitudine vive qui. La rocca ponendosi a difesa e controllo del Lago Fucino fa buona guardia su gran parte della contea di Celano.

Che il paese di Foce sia un borgo di una certa importanza lo sappiamo anche dal fatto che questo è circondato di chiese. Precisamente nelle vicinanze del paese compaiono ben cinque chiese tutte appartenenti all’abitato di Foce, ovvero la chiesa di San Donato, la chiesa di S. Barbara, la chiesa di Santa Maria, la chiesa di San Pietro e la chiesa di San Nicola.

Di queste cinque sappiamo che la chiesa di Santa Maria situata sopra la Fonte degli Innamorati nel territorio di Celano diventa più avanti il monastero celestiniano di San Marco in Foce.

 

 

– Federico di Svevia

Federico di Svevia nel 1220 è ormai un uomo, che da erede di un grande impero continentale ne è divenuto ora il capo, l’imperatore. Federico è un ragazzo molto colto e molto accorto che si accorge da subito che se vuole mantenere il potere sul regno siciliano deve muovere guerra a Tommaso Berardi riconducendolo all’obbedienza. Ma non è così facile vista l’estrema convinzione di Tommaso nel mantenersi indipendente. Tommaso Berardi si rende ormai conto di essere vicino al momento del confronto con Federico e cerca per questo di organizzare la resistenza riorganizzando il territorio e l’esercito.

Federico dall’altra parte è per indole un riflessivo e sa bene che la conoscenza del territorio è di fondamentale importanza, in caso di guerra contro Tommaso, ma sa anche di poter contare su un numero largamente superiore di uomini. Per cui non avendo altra scelta procede nello scontro.

 

 

– Guerra fra Federico di Svevia e Tommaso Berardi (1221-1223)

Il primo ad attaccare è Federico che nel 1221 guida personalmente l’attacco a Bojano. La cittadina si consegna presto alle truppe imperiali, ma Giuditta, donna energica e moglie devota di Tommaso, resiste con grande forza nella rocca, certa dell’intervento del marito in suo soccorso. Allo stesso tempo i soldati di Federico con il sostegno di baroni locali a lui fedeli attaccano tutte le roccaforti di Tommaso, tra cui soltanto Celano ed Ovindoli riescono ad opporsi con successo all’Imperatore.

Il conte con una manovra a sorpresa torna con le proprie truppe a  Bojano dove sorprende i soldati imperiali, mettendoli in fuga, liberando la moglie ed il figlio Ruggero dall’assedio della rocca. La città di Bojano viene però incendiata per punirla per il suo tradimento. Giuditta segue il marito a Roccamandolfi.

Federico, saputo della sorte toccata a Bojano, invia uno dei suoi migliori capitani, il conte Tommaso d’Aquino, maestro giustiziere di Puglia e Terra di Lavoro, ad assediare le roccaforti di Bojano, che cade sotto gli attacchi, e Roccamandolfi.

Ma Tommaso è un cavaliere molto avvezzo ai combattimenti e per la seconda volta in poco tempo riesce a mettere in ridicolo le truppe imperiali. Tommaso infatti riesce nottetempo a fuggire da Roccamandolfi e, con l’aiuto di Rinaldo d’Anversa, raccoglie nuove forze e sbaraglia nuovamente  le truppe imperiali, spesso in superiorità numerica, in varie aree del contado grazie a veloci scorrerie.

I paesi che si erano consegnati a Federico o che gli avevano dato sostegno vengono saccheggiati, tra questi vi sono Paterno, San Benedetto dei Marsi e l’abitato di Celano. Quest’ultimo venne raggiunto con una mossa a sorpresa passando per i tratturi del Macerone e poi di Pescasseroli che permette a Tommaso di liberare i celanesi rimastigli fedeli, che si erano asserragliati nella rocca di Celano sul Monte Tino.

 

Ricostruzione di Celano all’inizio del XIII secolo ai piedi del
Monte Tino.

(Immagine da https://www.marsica-web.it/2019/09/18/celano-caput-marsorum-il-nuovo-libro-di-giancarlo-sociali/)

 

Le vittorie di Tommaso hanno breve durata; le truppe imperiali ricevono nuovi rinforzi da Stefano di Montecassino e da Rainaldo Gentile, arcivescovo di Capua, che riescono ad accerchiare il conte.

Anche Giuditta asserragliata nella rocca di Celano comincia a patire il lungo assedio quando i viveri a disposizione degli assediati diventano scarsi. Pressato da simili disordini in Sicilia e desideroso di porre fine alle lotte con Tommaso, Federico in persona cerca di persuadere Giuditta ad indurre il marito alla resa offrendole un salvacondotto: questa accettò l’offerta per lei e la sua gente della rocca di Celano, ma non riuscì a far capitolare il conte.

La soluzione all’intricata vicenda arriva tuttavia poco dopo la dipartita dell’Imperatore dalla sua ambasciata con Giuditta, nel 1223. Il 25 aprile i rappresentanti imperiali, tra cui il gran maestro dell’Ordine teutonico Ermanno di Salza propongono un accordo a Tommaso Berardi, che accetta. L’accordo viene garantito dal Papa e dai cardinali che partecipano alla trattativa.

L’accordo prevede che Tommaso consegni all’Imperatore. Celano, Serra di Celano, Ovindoli, San Potito e Foce (Monte Secine), conservando la contea di Molise a beneficio della moglie e del figlio.

A Tommaso viene imposto un esilio di tre anni a Roma, mentre l’intero apparato militare del conte deve essere smantellato. A Tommaso viene conferito il giustizierato nel territorio della contea, ma l’imperatore si riserva il diritto di distruggere i suoi castelli, per evitare possibili rivolte.

A tutela dell’accordo preso, Tommaso invia suo figlio Ruggero assieme al figlio di Rinaldo d’Anversa (anch’esso ambiva al recupero dei territori persi a favore dell’Impero) presso Ermanno di Salza; questi avrebbe consegnato i due fanciulli a Federico nel caso il trattato non fosse stato rispettato.

 

 

– La distruzione di Celano e Ovindoli

Nel 1223 poco dopo la partenza del conte celanese, Federico da ordine di evacuare Celano e Ovindoli e una volta evacuati procede alla distruzione dell’abitato di Celano, fatta eccezione per la Chiesa di San Giovanni, e di quello di Ovindoli. Non contento di ciò Federico ordina l’allontanamento dei celanesi, che vengono mandati in esilio in Sicilia, Calabria e Malta.

 

 

– L’esilio di Tommaso

Secondo gli accordi Tommaso si trasferisce per un po’ a Roma, mentre Giuditta viene rimandata in Molise, in attesa che anche il figlio Ruggero usato come garanzia per il padre Tommaso, possa tornare in Molise. In Molise Giuditta agisce da reggente per conto del figlio ancora bambino.

Tommaso negli di esilio a Roma fra il 1223 e il 1227 medita sempre di poter far ritorno nei suoi territori e riprendere il controllo dei suoi feudi. Federico II per arrivare a distruggere i feudi di Celano e Ovindoli si era reso conto del forte legame che vi era fra il conte Tommaso e i suoi sudditi, e ciò era per lui un pericolo, che andava eliminato attraverso la distruzione delle due rocche e il successivo esilio della popolazione.

La popolazione negli anni di esilio soffre molto e non riesce ad adattarsi al nuovo corso nonostante tutto.

 

 

– Il ritorno dei Celanesi e la ricostruzione di Celano

Nel 1227 per intercessione  del Papa Onorio III, Federico permette ai celanesi di tornare in patria e costruire un nuovo borgo. Il nuovo paese viene a sorgere ai piedi del Monte Tino e per ordine di Federico II questo viene chiamato Cesarea, e solo dopo la morte dell’Imperatore nel 1250 il borgo tornerà a chiamarsi Celano.

 

 

– Il tentativo di rivincita di Tommaso

Nel 1227 diventa Papa Gregorio IX che si mostra fin da subito untenacie avversario dell’imperatore Federico II. Federico II s’impegna in una nuova crociata richiesta dal papa. Egli andato a Gerusalemme ottiene che la città torni cristiana, ma non attraverso un conflitto con i Turchi, ma invece tramite un accordo e questo delude fortemente il papa che non prende bene l’episodio e alla prima mancanza scomunica Federico. A questo si aggiunge che il papa deve difendersi nel 1228 dagli attacchi dal reggente dell’imperatore Rainaldo di Spoleto.

Così il papa decide di formare un nuovo esercito composto da 500 cavalieri dandone il comando a Tommaso Berardi. Tommaso al comando di questi cavalieri riceve l’ordine di attaccare i territori imperiali.

Tommaso senza farselo ripetere punta con questa occasione a riprendersi i suoi antichi domini. Quindi ponendosi alla testa di questi 500 cavalieri, invade la Terra di Lavoro e a sorpresa sbaraglia le difese comandate dal giustiziere della Magna Curia. Enrico di Morra sotto a Montecassino. Questa vittoria permette a Tommaso di riprendere subito possesso della Valle Roveto e da qui penetra nella Marsica che ritorna in breve nelle sue mani (1229).

Successivamente il ritorno in Italia di Federico dalla crociata nel 1229 rimette tutto in discussione. Le forze imperiali intervengono nuovamente nella Marsica  e tra il 1229 e il 1230 hanno la meglio sull’esercito comandato da Tommaso Berardi, Tommaso a questo puto rientra a Roma da sconfitto, avendo dovuto di nuovo cedere all’imperatore i suoi feudi.

La pace infine viene firmata ufficialmente a San Germano nel 1230, in cui vengono temporaneamente risolti i vari dissidi tra papato e impero.

 

 

– La distruzione della fortezza di Foce

 

Resti del castello di Foce

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=0XmmZ27Eh-M)

 

La rocca di Foce negli scontri avvenuti nel 1230 fra Tommaso e Federico rimane distrutta da quest’ultimo, che vede in essa un possibile problema. Fino alla data di distruzione la rocca ha le sembianze di un paese altomedievale grandemente fortificato. Da ora però le cose cambiano.

In altre parole la distruzione del borgo e del castello costringono la popolazione ad abbandonare il paese per rifugiarsi nei borghi vicini. Ciò determina la presenza di nuovi proprietari, ma quando nel 1250 l’imperatore muore, la rocca e il resto del territorio ritorna ai Berardi, nella persona di Ruggero.

 

 

– La rocca di Foce nel corso del XIII secolo

 

Resti del castello di Foce in cima al monte Secine

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=0XmmZ27Eh-M)

 

Nel corso del XIII secolo dalle poche fonti che abbiamo sappiamo che il castello e il borgo vengono ricostruiti. Il borgo viene nuovamente abitato e sembra che questo stato di cose sia stabile per tutto il secolo. La rocca di Foce pur con tutti i suoi difetti rimane una o forse il castello più alto di tutta la Marsica.

Sicuramente la visuale che offre sulla conca del Fucino non ha uguali da nessuna parte e ancora oggi quando si sale di quota sul monte Secine si rimane sbalorditi dalla bellezza del paesaggio e dall’aria pulitissima che si respira.

 

 

– I Berardi ritornano a Celano

Celano continua nel 1240 a subire l’onta di chiamarsi “Cesarea” e non Celano, e ciò dura fino  al 1250, anno della morte di Federico, allorquando Cesarea smette di chiamarsi così per tornare all’antico nome di Celano.

Riguardo ai Berardi sappiamo che nel 1247 il papa accorda al conte Ruggero Berardi, figlio di Tommaso, il suo assenso al ritorno al potere in Albe e Celano, ma questo si contretizza solo con la morte di Federico e del suo successore Corrado IV.

Infatti Manfredi, figlio di Federico II e reggente del nipote, riconsegna ufficialmente le due contee a Ruggero solo nel 1254, in cambio però della sua obbedienza alla casa Sveva. Manfredi per consolidare il suo trono scende a patti con le più importanti famiglie del regno siciliano, compresi i Berardi, che in cambio della loro fedeltà a lui, vengono reintegrati nelle contee di Albe e Celano.

Nel 1254 quindi Ruggero Berardi diventa conte d’Albe e Celano sommando queste due cariche a quella di conte del Molise, permettendo così la totale ripresa dell’antico patrimonio familiare.

 

 

– Foce tra il 1254 e il 1268

Durante la prima restaurazione dei Berardi a conti di Celano, Foce torna ad essere un valido centro che vede la presenza di molte persone a vivere all’interno del borgo. Queste notizie che stiamo scrivendo non sono notificate in chiaro, ma le estrapoliamo dal contesto.

 

 

– Il declino degli Svevi e l’ascesa di Carlo I

Nel 1266 Carlo d’Angiò su invito del papa scende in Italia per contendere il trono a Manfredi di Svevia attuale sovrano del regno siciliano dal 1258. Lo scontro tra i due avviene a Benevento, dove Manfredi viene sconfitto morendo in battaglia. Carlo a questo punto diventa nuovo re di Sicilia. Nei successivi due anni Carlo alza le tasse nei confronti della piccola e grande nobiltà, che a malavoglia lo ha accettato come re.

Ruggero conte di Celano e Albe ha un grosso debito di 3000 once d’oro con Carlo I d’Angiò. Ruggero per riuscire a onorare il suo debito e avere tempo di estinguerlo è costretto a dare in pegno al sovrano ben sei castelli appartenenti a lui.

i feudi ceduti temporaneamente a Carlo vi sono anche Ovindoli e San Potito. La consegna dei castelli a Carlo I d’Angiò avviene tramite il templare Goffredo “Provisor castrum” e Guglielmo Figerio “Capitaneus militum in Aprucio”.

Nel 1268 una parte della grande e piccola nobiltà a causa anche della pressione fiscale messa in piedi dal nuovo sovrano, decide di rivoltarsi contro di lui sostenendo le pretese al trono del giovane Corradino di Svevia che in quanto figlio di Corrado IV è il legittimo erede del trono di Sicilia.

In questo quadro troviamo Ruggero Berardi conte di Celano e Albe, schierato con Corradino di Svevia e con lui molti altri nobili importanti. Ruggero insieme ad altri nobili e a gente comune sostiene il giovane principe e crea per lui un esercito.

In poco tempo Corradino decide di accettare l’invito della nobiltà del regno di Sicilia a riprendersi il trono. Quindi scende in Italia accolto in grande stile in diverse città italiane. Alla fine di un lungo viaggio arriva in Abruzzo, dove è ospite di diversi nobili tra cui i Berardi grandi feudatari della zona.

Carlo saputo della discesa di Corradino muove il suo esercito per affrontare il giovane svevo in battaglia. Carlo giunto nella Marsica si accampa con il suo esercito sull’Altopiano di Ovindoli.

 

 

– La battaglia dei Piani Palentini e le conseguenze per la Marsica

Lo scontro fra Corradino e Carlo avviene nell’agosto del 1268 presso i Piani Palentini. I due eserciti si affrontano in un battaglia campale che dura diverso tempo. Alla fine della tremenda battaglia che lascia molti morti sul campo troviamo Carlo vittorioso e Corradino sconfitto.

Corradino tenta allora la fuga verso Roma, ma riconosciuto poco dopo viene catturato e consegnato al re Carlo. Questi lo conduce a Napoli dove lo fa decapitare nella Piazza del Mercato. Ha fine per sempre la dinastia di Svevia. Carlo I rimane unico padrone del regno siciliano. Carlo I a questo punto inizia una dura vendetta contro i nobili che hanno sostenuto Corradino. In cima alla lista ci sono i Berardi.

Carlo confisca la proprietà delle contee di Albe e Celano a Ruggero I Berardi, quindi inizia a prendersela con il territorio marsicano che ha sostenuto Corradino. Carlo infatti rade al suolo Alba fucens, all’epoca capitale dello stato marsicano retto da Ruggero I, provocando tra l’altro la dispersione della popolazione. Poco dopo Carlo distrugge anche Pietraquaria che in questa fase è un grosso centro di controllo della Marsica e probabilmente è il centro civico di controllo dell’area dove èavvenuta la battaglia dei Piani Palentini.

 

 

– Le contee di Celano e Albe e il ritorno dei Berardi

Ruggero Berardi non accetta la perdita dei suoi territori e si mostra deciso a riaverli. Quindi tramite una forte somma di denaro ripaga il sovrano angioino del vecchio debito contratto con lui anni prima, riottenendo la riconsegna dei sei castelli ceduti in pegno e allo stesso tempo riottiene la contea di Celano.

Ruggero Berardi, dietro una forte somma di denaro data a Carlo I, rientra in possesso della contea di Celano, ottenendo fra l’altro il possesso del feudo di Rocca di Mezzo. Purtroppo però non riesce a riavere le contee di Albe e Molise.

Carlo è il infatti pur restituendo a Ruggero la contea di Celano, si rifiuta di cedergli anche Albe e il Molise per non riavere un domani un nuovo problema con la sempre fiera casa dei Berardi.

In questo quadro osserviamo come la contea di Albe venga girata alla figlia di Ruggero, Filippa Berardi. La consegna di Albe a Filippa ha lo scopo di trasmettere per via matrimoniale l’importante contea albense a uno dei suoi uomini di fiducia.

Filippa ottiene la contea di Albe da Carlo come dote matrimoniale da trasmettere al marito, un amico fidato di Carlo una volta sposata con lui.

La storia tuttavia prende una piega diversa. Filippa sposa si l’amico nobile di Carlo, ma rimane presto vedova di questi. Successivamente Filippa, grazie al suo carattere carattere fiero e battagliero, domina da sola la contea albense per i successivi quarant’anni, mantenendo forti legami con la contea di Celano e divenendo nel tempo un grosso problema per la famiglia reale.

La contessa d’Albe porta avanti una sua politica di autonomia della contea albense in parte svincolato dalle direttive reali.  Filippa agisce in aperta concorrenza con i monaci della nuova Abbazia di Santa Maria della Vittoria di Scurcola nel controllo del Lago Fucino.

Ciò spesso si traduce in aperte ostilità fra la contessa e i monaci. Questi ultimi sono presenti a Scurcola nella nuova Abbazia di Santa Maria della Vittoria dal 1268 e qui sono a capo del nuovo feudo monacale di Scurcola Marsicana creato e protetto da Carlo I in persona e dalla sua famiglia.

Tornando alla contea celanese assistiamo al ritorno di Ruggero Berardi a Celano nel 1272. Ruggero però pur diminuito di potere a causa della perdita del feudo di Albe, è riuscito a farsi assegnare da Carlo, insieme alla contea di Celano, anche il feudo di Rocca di Mezzo. L’assegnazione di Rocca di Mezzo significa per Ruggero la possibilità di creare una transumanza verticale per le pecore, che partendo dalle rive del lago Fucino si spostano d’estate  presso l’Altopiano delle Rocche e così in senso inverso durante l’inverno.

Questo consente di sviluppare una fiorente produzione di lana pregiata, all’epoca molto remunerativa e quindi possedere una grossa e sicuraentrata economica.

 

 

– Il feudo di Foce alla fine del XIII secolo

Da varie fonti sappiamo che Foce alla fine del XIII secolo eprecisamente nel 1269 esiste ancora come castello e anzi figura nei focularia angioini tassata per ben 73 fuochi. Questo significa che Foce come borgo conta molti abitanti che vivono sulla cima del Monte Secine a 1600 m di altezza.

Anni dopo nel 1273 abbiamo notizia che Foce si trovi inserito insieme a Ovindoli, Aielli e Turris Passarum nella contea di Celano nell’Abruzzo Ultra. Tuttavia sul piano amministrativo ritroviamo  che Foce diventa feudo di Oddone de Tuzziaco, secondo marito di Filippa d’Albe nel 1293.

Probabilmente Carlo I, amico di Oddone, volendo fare un regalo a questi in occasione delle sue nozze con Filippa Berardi d’Albe nel 1293, stacca il feudo di Foce da Celano e lo consegna a lui.

Un anno dopo nel 1294 viene redatto uno Statuto della Ripartizione dei Castelli svevo-angioini. Ebbene troviamo uomini del borgo di Foce che insieme ad altri partecipano alla spartizione del feudo di Ovindoli, che a quanto pare non essere più completamente della Contea di Celano.

 

 

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XIV secolo

 

– Il feudo di Foce nel XIV secolo

 

Resti del borgo di Foce sul Monte Secine

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=moVIDkwY5Ss)

 

 

In base alle notizie riportate prima e non avendone altre di confronto, immaginiamo che Foce per buona parte del XIV secolo faccia parte della contea d’Albe, che però trovandosi in altro luogo e quindi non essendo in prosecuzione territoriale con questa, rappresenti un enclave della contea albense.

Fatto sta comunque che la contea d’Albe a differenza della contea di Celano e di quella di Tagliacozzo, dopo la morte senza eredi di Filippa Berardi nel 1308 si trovi senza una guida effettiva e venga più volte a far parte o del Demanio Regio o sia in appannaggio a membri della casa reale dei D’Angiò. Ciò significa che anche sue parti come il feudo di Foce possano essere state soggette a cambi di proprietà.

In effetti sembrerebbe che le cose siano così, poichè troviamo che alla fine del secolo, precisamente nel 1387 figurino come signori di Foce i fratelli Raimondo e Benedetto Berardi. Questi a quanto sembra dalle fonti muoiono quasi contemporaneamente e ad ereditare il feudo sarebbero i figli, precisamente Nicolasia succede a Raimondo e Loisio a Benedetto. Entrambi poi cedono Foce ognuno per la sua parte a Pietro III di Celano.

In realtà i documenti indicherebbero la cessione operata a Ruggero, padre di Pietro III, ma sappiamo con certezza che questi si ritira a vita privata nel 1382 e muore nel 1387. A gestire la contea dunque è il figlio Pietro III. Quindi è questi che diviene il nuovo feudatario di Foce e Monte Secine tra il 1387 e il 1390.

 

 

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XV – XX secolo

 

 

– L’abbandono di Foce

Le notizie su Foce come feudo si concludono con la fine del XIV secolo. In pratica sappiamo che il paese ricade di nuovo nell’ambito della contea di Celano sempre retta dai Berardi. Da qui in poi il nulla.

Quindi volendo fare qualche congiuntura si può dire che le dinamiche storiche cambiano e i paesi posti in cima a una montagna non sono più necessari. Per cui ad un certo punto questi vengono abbandonati, ed è quello che accadrebbe a Foce. Poi il tempo e le vicissitudini fanno il resto trasformando nel corso dei secoli un paese in un cumolo di sassi.

Bisogna anche considerare che come tutte le strutture umane anche Foce è soggetto agli eventi naturali come quello dei terremoti e quindi dei crolli.

 

 

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XXI secolo

 

 

Riscoperta del castello e del borgo di Foce

 

Resti del borgo e castello di Foce

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=0XmmZ27Eh-M)

 

All’inizio del XXI secolo con la riscoperta dei territori regionali, sull’onda dello sviluppo del fenomeno del turismo abbiamo la riscoperta di tutti i borghi e castelli abbandonati.

Questo è il caso di Foce che trovandosi in alta quota a 1600 m è stato per lungo tempo ignorato, poi è stato riscoperto all’inizio di questo secolo ed è oggi tra le mete proposte dal territorio dei comuni di Aielli e Celano come meta per escursioni.

Il sito di Foce trovandosi a ridosso delle gole di Celano è sicuramente una meta ambita per i turisti, che potendo visitare un posto magico come le gole, possono allungare il proprio percorso salendo fino a 1600 m di quota per vedere sia i resti del borgo di Foce che quelli del castello omonimo.

 

 

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STRUTTURA

 

 

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Impianto del borgo fortificato di Foce

 

Sito dell’antico borgo fortificato di Foce e del castello omonimo

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=0XmmZ27Eh-M)

 

 

L’impianto militare creato da Pietro, conte di Celano, alla fine del XII secolo e rafforzato poi dal figlio Tommaso, prevede il rafforzamento delle mura esterne con la costituzione di ben 16 torrette rompi tratta” a scudo”, una porta obliqua che si apre sul versante nord.

 

Impianto del borgo di Foce tra XII e XIII secolo

1) Ingresso alla fortezza medievale sovrapposto a
quello antico italico – romano

2) Mastio sommitale con torre pentagonale
duecentesca e puntone esterno

3) Vecchio ingresso all’ocre italico

4) Torre triangolare ovest

5) Torre sghemba dell’XI-XII secolo

6) Abitato a pettine medievale della guarnigione
interna e cisterna

(Immagine ripresa da https://giancarlosociali.wordpress.com/2017/02/20/castello-di-foce/)

 

Nella parte interna relativa al paese Pietro, conte di Celano, crea un lungo e longitudinale muro a “spina” che delimita a nord gli alloggiamenti modulari “a spina di pesce” posti sul crinale con vicine cisterne per la raccolta dell’acqua piovana.

 

 

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Il castello di Foce

 

Resti del castello medievale di Foce.

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=0XmmZ27Eh-M)

 

 

Pianta del castello di Foce

 

Il castello viene a comprendere ben tre torri strutturate in modo diverso. La prima quella sghemba centrale (la più antica), quindi la torre-mastio a base pentagonale posta sull’altura maggiore) difesa ad est da un antemurale, infine troviamo la terza torre a base triangolare costruita sull’apice ovest.

 

 

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Borgo di Foce

 

Il castello e il borgo di Foce visto con Google Earth

(Immagine ripresa da https://giancarlosociali.wordpress.com/2017/02/20/castello-di-foce/)

 

 

Immagine del borgo di Foce sulla cima del Monte Secine

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=moVIDkwY5Ss)

 

 

Immagine del borgo di Foce sulla cima del Monte Secine

(Fermo Immagine del video Youtube https://www.youtube.com/watch?v=moVIDkwY5Ss)

 

 

Oltre al castello il borgo fortificato comprende anche gli alloggi militari e civili, le scuderie e difese interne per l’accesso al mastio. Questo documenta la complessità della fortezza medievale che difende l’accesso fucense alla contea di Celano, da attacchi provenienti dall’altopiano delle Rocche, tramite la via “Romana” proveniente a sua volta dalla Val d’Arano di Ovindoli.

 

 

 

 


BIBLIOGRAFIA

 

 

 


TORRI E CASTELLI DELLA MARSICA

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STRUTTURE E MONUMENTI DI AIELLI