CAPPADOCIA – CHIESA DI SAN BIAGIO


STRUTTURE E MONUMENTI MEDIEVALI – CONTEMPORANEI

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CHIESE DELLA MARSICA


 

 

 

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POSIZIONE

 

 

 

 

 

 

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STORIA

 

 

 

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VIII- IX secolo

 

– Fondazione presunta della 1 chiesa di San Biagio

 

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

Presumendo che la zona di Cappadocia risale all’epoca romana, stabiliamo che i primi villaggi che poi hanno dato origine alla Cappadocia moderna siano stati generati in epoca carolingia quindi più o meno tra il 774 e 850. Sappiamo da bolle successive che i villaggi della zona che hanno dato poi origine a Cappadocia sono i borghi di Vallefredda e San Biagio con le rispettive chiese di Santa Margherita e San Biagio. La zona di Cappadocia e quindi i due villaggi in questione sono soggetti dall’epoca carolingia al Monastero di Montecassino.

Il monastero di Montecassino costruisce nella Valle di Nerfa presumibilmente in epoca carolingia due monasteri uno dedicato a San Tommaso e l’altro a San Pietro. I due monasteri oggi sono solo ruderi senza linearità strutturale e sono situati l’ex monastero di San Tommaso sopra le sorgenti del Liri, mentre il monastero di San Pietro si trovava in località la Sponga nei pressi di Petrella Liri.

Presumiamo che le varie chiese della zona (compresa la chiesa di San Biagio) facessero riferimento ai due monasteri che rispondevano all’Abbazia di Montecassino. 

 

 

– La Valle di Nerfa soggetta al monastero di Montecassino

Diciamo che in questa zona almeno nell’VIII e IX secolo allorquando non vi è ancora un’autorità feudale stabile l’area è solo di pertinenza cassinese, visto che qui i monaci anche con una certa difficoltà sono riusciti a divenire i principali referenti della popolazione.

 

 

 

– La Contea dei Marsi in età carolingia e le invasioni barbariche

Nel 820 circa la Gastaldia dei Marsi diventa contea dei Marsi attraverso una riforma carolingia. Per il territorio la dicitura di contea non cambia il suo status di territorio inserito nel ducato di Spoleto, dove il duca nomina a sua
volta il conte dei Marsi.

Dall’840 circa fino alla fine del secolo IX abbiamo l’attacco continuo e sistematico dei Saraceni (Arabi) nei confronti dell’Italia che cercano d’invadere e in mancanza di ciò di saccheggiare. I Saraceni colpiscono ovunque con violenza e inizialmente i Carolingi non riescono a bloccarli trovandosi scoperti e senza difese. Ciò porta le popolazioni saccheggiate a soccombere facilmente, quindi cresce in questo periodo la consapovolezza dei singoli territori che cercano come possono di difendersi e ciò è quanto capita anche alla Marsica.

I primi conti marsi che si succedono alla guida del territorio marso insieme al duchi di Spoleto a cui appartengono cercano di organizzare resistenze agli invasori, ma per un bel po’ di tempo le varie resistenze si tramutano in sconfitte. Anche qualche conte dei Marsi perde la vita in battaglia nello scontro con i Saraceni.

Gli effetti dei saccheggi, omicidi, stupri alla popolazione sono tremendi e umilianti e nulla possono le povere preghiere o tentativi di difesa nei loro confronti. Tra l’840 e il 900 la situazione fatto salvo qualche vittoria arride sempre ai Saraceni. La popolazione della Marsica esce martoriata da questi lunghi anni di barbarie.

 

 

– La Valle di Nerfa nei secoli bui

Panoramica degli anni ’50 su Cappadocia e la Valle di Nerfa.

 

In questi secoli bui la Valle di Nerfa come il resto del territorio marsicano subisce le barbarie dei Saraceni che ne invadono il territorio distruggendo e ammazzando le persone. Nello specifico non abbiamo testimonianze dirette di passaggi saraceni qui. Ma supponendo che questi selvaggi sono entrati ovunque è possibile che nelle numerose incursioni fatte in 60 anni nella Marsica siano passati anche di qui.

Certo è che anche senza il passaggio di questi barbari la vita in questo periodo è sicuramente poco sicura e quindi molto difficile.

 

 

 

 

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X – XI secolo

 

– L’arrivo di Berardo

Nel 926 dopo anni di invasioni straniere da parte saracena e di profonde umiliazioni nei confronti del clero e soprattutto della popolazione civile, massacrata dagli stranieri diventa conte dei Marsi Berardo il Francioso, discendente di Carlo Magno e soprattutto capitano al servizio di Ugo di Arles nuovo re d’Italia. Ugo di Arles divenuto sovrano d’Italia ricompensa i propri capitani nominandoli feudatari di varie zone. A Berardo tocca la contea dei Marsi, luogo selvaggio e affascinante al tempo stesso con l’immenso lago a farla da padrone

Berardo capisce fin da subito le potenzialità dell’area e inizia a strutturarla per controllarne il territorio e renderla sicura per gli abitanti e inaccessibile per gli intrusi.

Vengono costruite numerose fortezze composte da castelli e villaggi inglobati nelle mura esterne. Poi ci sono le torri di vedetta che completano il sistema di sicurezza che s’intermezzano alle fortezze che poste a breve distanza l’una dall’altra controllano il territorio. Fortezze e torri sono poste in alto in montagna in posti molto alti e ben difendibili da attacchi esterni.

In breve tutta la Marsica diventa un vero e proprio territorio fortificato. A questo fa seguito la costituzione di un poderoso esercito locale a cui si dedica Berardo. Il primo banco di prova della nuova struttura militare avviene nel 937 allorquando gli Ungari osano entrare e saccheggiare la Marsica. Essi penetrano nel territorio marsicano distruggendo alcuni borghi nella Piana del Cavaliere e poi attaccando e distruggendo Trasacco e altri territori limitrofi.

Ebbene l’esercito di Berardo affronta loro presso il valico di Forca Caruso dove vengono sterminati. L’accadimento della sconfitta ungara e la ferocia imposta agli sconfitti da parte dei Marsi è tale che la vittoria si espande nel centro e sud Italia e nei paesi di provenienza degli Ungari. Nessuno straniero ritorna nella Marsica e a ciò si aggiunge la meritata conquista dell’indipendenza del territorio marsicano che si enuclea dal decadente ducato di Spoleto per divenire un grande territorio indipendente incuneato tra il sud Italia e lo stato pontificio.

Dopo questa vittoria tutta la popolazione della Marsica giura fedeltà a Berardo e alla sua stirpe grati a loro per averli riscattati da tante privazioni e umiliazioni

 

 

– I borghi di Vallefredda e San Biagio

Come tutti gli altri borghi dell’area marsicana anche Vallefredda e San Biagio avranno avuto i loro momenti bui a causa dell’invasioni barbare dei Saraceni e probabilmente anche i due monasteri di San Tommaso e San Pietro si saranno pesantemente deteriorati in questo periodo buio. Ma ora con i Berardi e l’indipendenza marsa tutto cambia.

 

 

– La vita nella Contea dei Marsi

La contea dei Marsi nata nel 937 con la vittoria di Forca Caruso si proietta come stato indipendente per ben 200 anni e solo nel 1143 solo dopo un lungo periodo di assedio i conti marsi cederanno sfibrati ai Normanni che a più riprese hanno cercato senza riuscirvi di prendersi il territorio.

Ebbene in questo lungo arco di tempo fra X e inizio XII secolo la Marsica, o meglio la Contea dei Marsi vive sotto i discendenti di Berardo I un lungo periodo di pace e prosperità che con molta astuzia e forza i conti Marsi riescono a mantenere, barcamenandosi benissimo fra lo stato pontificio e i vari grandi feudatari del sud Italia.

I conti Marsi oltre a garantire sicurezza interna favoriscono lo sviluppo del territorio attraverso la nascita e sviluppo dei monasteri benedettini e poi francescani affinchè con la loro opera sociale possano riuscire a seguire più da vicino la popolazione locale, che grazie alla ritrovata sicurezza e all’aiuto dei monaci riescono a crearsi dei lavori e migliorare la loro condizione sociale.

Il sistema monasteriale sottomesso alle grandi abbazie e al forte potere comitale dei Berardi garantisce un valido sistema di sviluppo territoriale.

 

 

– La Valle di Nerfa con i Berardi

Con i Berardi anche per la valle di Nerfa e i suoi centri molto piccoli di Vallefredda e San Biagio la situazione pur nella condizione tormentosa del luogo montanaro diventa comunque più piacevole grazie ad un governo quello dei Berardi non sempre efficace, ma sicuro e forte capace di garantire la giusta tranquillità sociale per far emergere la forza economica innescata dai consigli e aiuti dei monaci dei vari piccoli e grandi monasteri diffusi nella Marsica. Qui nella valle di Nerfa i piccoli monasteri di san Tommaso e San Pietro diventano importanti punti di riferimento capaci di dare il giusto sostegno alla popolazione.

Nel corso del tempo, anche quando viene meno la forza degli inizi dei Berardi, la contea dei Marsi nel suo periodo d’indipendenza continua ad avere una situazione sociale stabile e complessivamente sicura.

 

 

 

 

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XII secolo

 

 

– La sottomissione ai Normanni (1143)

Dopo un continuo respingimento durato almeno 60 anni da parte dei Berardi della forza normanna, i conti dei Marsi decidono di sottomettersi ai Normanni più forti in cambio della garanzia di continuare a gestire il loro contado sotto il cappello normanno. I Normanni accettano e i conti Berardi si dichiarano vassalli del regno normanno. La contea dei Marsi diventa perciò territorio normanno e cessa di esistere come area indipendente.

Tuttavia la contea marsa è molto grande e lasciare tutto questo territorio nelle mani di una sola persona o comunque di poche persone è troppo rischioso per il nascente regno di Sicilia. Per cui si decide di dividere la contea in tre sottocontee – La contea di Carsioli, la contea di Alba Fucens e la contea di Celano.

A Carsioli diventano conti gli eredi di Oderisio Berardi. colui che era stato alla base del conflitto familiare a metà XI secolo, mentre Celano va a Rinaldo II conte dei Marsi e Alba a Berardo V, ultimo conte dei Marsi.

Tra il 1143 e il 1189 le contee di Alba e Celano camminano parallelamente seguendo ognuna un proprio percorso. In questo periodo il regno Normanno si consolida e riesce a far fronte a numerose necessità locali.

 

 

– La Valle di Nerfa dopo la fine della contea dei Marsi (1143-1189)

Panoramica degli anni ’50 su Cappadocia e la Valle di Nerfa.

 

La Valle di Nerfa nell’ottica della divisione della contea dei Marsi avvenuta nel 1143, sembrerebbe appartenere alla contea d’Albe e in questo senso è retta dapprima dal vecchio conte dei Marsi Berardo V, che dopo la sua deposizione avvenuta nel 1160, a causa del suo voler ingrandire il territorio, la contea viene presa dal Demanio. Successivamente il figlio di Berardo Pietro riesce con la sua abilità diplomatica a farsi riassegnare la contea d’Albe che regge in modo encomiabile fino al 1189. Egli è una persona estremamente capace sul piano politico con un enorme ambizione.

Nello specifico della Valle di Nerfa non è facile da attestare come appartenente alla contea albense, in quanto potrebbe appartenere anche alla contea di Carsioli retta in prima battuta dai discendenti di Oderisio Berardi che aveva già cercato qualche decennio prima di creare una diocesi indipendente dalla diocesi dei Marsi.

Per il momento non avendo indizi certi circa la storia locale collochiamo il territorio della Valle di Nerfa nella contea di Alba Fucens.

Al momento sappiamo che esistono nel 1143 diversi villaggi nella Valle di Nerfa che sono confermati dal documento del 1188 relativamente alle chiese presenti. Di questo territorio esistono i villaggi di Valle Fredda, San Biagio, Petrella Liri (anche se in questa fase ha un altro nome), Verrecchie e Cacume e Morbano e Castellafiume.

Basandoci sul documento del 1188 si ha la conferma dell’esistenza delle parrocchie di San Biagio e Santa Margherita appartenenti ai villaggi di San Biagio e Vallefredda presenti nella Valle di Nerfa.

Il tutto come detto è scritto nel primo documento storico che cita Cappadocia, che è la bolla del 1188 di Papa Clemente III, che elenca le chiese di San Biagio e Santa Margherita, che sorgevano nella località Vallefredda la seconda e San Biagio la prima, tutte e due in prossimità del Liri. Tuttavia nonostante la citazione del nome Cappadocia pensiamo che ancora il paese vero e proprio non si sia ancor formato e che ciò avvenga più avanti diciamo verso la fine del XIII secolo.

Quindi i due villaggi continuano ad essere indipendenti l’uno dall’altro. Le popolazioni della Valle di Nerfa sono perlopiù pastori, tagliatori di boschi, qualcuno artigiano e commerciante, ma non certo agricoltore, fatto salvo un po’ agricoltura di sussistenza e ciò è da ricercare nella natura del terreno che è argilloso, tufaceo, pietroso e ponendosi in alto è molto soggetto all’intemperanza del clima assai variabile in questo luogo. Non dimentichiamo che uno dei due villaggi che costituirà Cappadocia si chiama Vallefredda, che sta appunto ad indicare la natura climatica del luogo, non adatto all’agricoltura.

E gli altri borghi della Valle di Nerfa?

La Valle di Nerfa si trova in qualche modo al centro di un groviglio di situazioni, in quanto sappiamo che la zona di Verrecchie, Morbano e Cacume viene assorbita già alla fine del XII secolo dalla nuova contea di Tagliacozzo, mentre degli altri centri di Vallefredda, San Biagio e Petrella non si hanno indicazioni nette e ciò farebbe propendere per una loro appartenenza alla contea albense.

Oltre a ciò bisogna aggiungere che la Valle di Nerfa è in qualche modo soggetta anche all’abbazia di Monte Cassino che con i suoi conventi più piccoli di San Pietro e San Tommaso giocano anche un ruolo politico.

 

 

– La riunificazione di Albe e Celano e l’ascesa di Pietro Berardi

Nel 1189 muore senza eredi il conte di Celano Annibale Berardi. Pietro Berardi cugino di Annibale, rivendica per se la contea celanese e attraverso un abile politica riesce a farsela assegnare dal governo normanno. In questo modo Pietro riunisce i 2/3 del vecchio territorio marsicano. Obbiettivo politico di Pietro è a far riemergere il proprio territorio come area indipendente dal regno normanno. Pietro è un abilissimo politico e riesce nel giro di alcuni decenni a essere ben visto dal Papa ed entrare nelle sue grazie. Nel frattempo troviamo una situazione politica assai fluida nel regno normanno.

Federico Barbarossa riesce a far sposare il proprio figlio ed erede con Costanza d’Altavilla erede del regno normanno. Ebbene tra il 1190 e 1194 si crea una crisi dinastica nel regno normanno, Enrico VI divenuto imperatore del S-R-I rivendica per se e la moglie il trono normanno.

Con la forza delle armi riesce ad imporsi come re di Sicilia, facendo entrare il regno normanno nell’orbita tedesca. Fin qui i fatti generali, da ora iniziano una serie di vicende che capovolgono l’intera situazione.

Pietro Berardi nel contesto dei nuovi sovrani viene crescendo politicamente alla corte normanna e allorquando muoiono quasi contemporaneamente Enrico VI e la moglie Costanza, che lasciano un neonato come erede, si pone da subito la questione della direzione del regno. Costanza prima di morire lascia il neonato nelle cure del papa Innocenzo III  che ne diventa il tutore e quindi il reggente per il regno di Sicilia.

Il papa che non può occuparsi a tempo pieno del regno siciliano delega alcune funzioni ad alcuni importanti feudatari di sua fiducia tra cui Pietro Berardi. Nel 1199 troviamo Pietro Berardi pienamente inserito nella direzione del regno siciliano.

 

 

– L’emergere della famiglia De Pontibus e la loro signoria altomedievale

I De Pontibus sono originari di Terni dove possiedono all’inizio del X secolo diversi territori. Un loro parente Pietro Castelli sposa con Romana Berardi figlia di Berardo II conte dei Marsi (950-970). Dall’epoca di questo matrimonio e per tutto il periodo della contea dei Marsi (X-XII secolo) i De Ponte crescono di potere diventando feudatari di diversi paesi marsicani nella Marsica occidentale. Nel 1143 la contea dei Marsi finisce in mano ai Normanni che la spezzano in tre contee, la contea di Carsioli, la contea d’Albe e la contea di Celano.

La contea di Carsioli che comprende la parte occidentale della Marsica viene data agli eredi di Oderisio Berardi. All’interno di questa cornice della contea di Carsioli troviamo i De Ponte che sono cresciuti in forza e potenza e che partiti dall’avere una parte di Scurcola ora possiedono nel 1150 diversi piccoli centri o parte di essi tra cui Pereto.

Tra i vari componenti della famiglia Berardi colui che sembra emergere sugli altri è Bartolomeo De Ponte o De Pontibus.  Bartolomeo De Ponte era rispetto ad altri suoi congiunti, che possedevano diversi centri limitrofi, quello più ricco.

Bartolomeo infatti possiede i feudi di Oricola, Celle (la futura Carsoli), Pereto e soprattutto metà di Tagliacozzo, un paese in piena ascesa all’interno della contea di Carsioli. Bartolomeo I signore di metà Tagliacozzo e di altri centri muore nel 1190. A lui succede il figlio Oderisio che governa vari territori marsicani, tra i quali sembrerebbe anche alcuni paesi della Valle di Nerfa, ovvero Verrecchie, Morbano e Carcume. Oderisio a sua volta muore nel 1196 e a lui succede il figlio Bartolomeo II  che governa fino al 1238.

In questo lungo l’asso di tempo Bartolomeo II emerge sugli altri signori di Tagliacozzo e attraverso alcune situazioni di cui non siamo a conoscenza, diventa all’inizio del XIII secolo unico signore di Tagliacozzo.

Tagliacozzo sotto Bartolomeo emerge come centro più importante della Marsica occidentale e la contea o perlomeno la cornice della Marsica occidentale, viene ora anche nominata contea di Tagliacozzo e non più contea di Carsioli. Carsioli in quest’epoca viene via via abbandonata in favore del nuovo centro di Celle, meglio difendibile come posizione, che con il tempo acquisirà il nome definitivo di Carsoli.

 

 

 

 

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XIII secolo

 

 

– Pietro e Tommaso: il ritorno dei Berardi e della contea dei Marsi (1200-1223)

All’inizio del XIII secolo Pietro Berardi controlla quasi tutto il territorio dell’ex contea fatta eccezione per la contea di Tagliacozzo che si trova sotto gli Orsini. Egli è una persona assai ambiziosa e muove tutte le sue pedine per accrescere il suo potere. L’obbiettivo di Pietro è semplice ricostituire la contea dei Marsi ma stavolta allargandola dalla Marca d’Ancona e Civitate in Puglia

Dapprima amico del papa e suo fedele servitore riesce a crescere d’influenza e potere nel contesto del regno di Sicilia quale rappresentante del Papa nella gestione amministrativa e di riflesso del giovane Federico II. Nello stesso contesto di fare della Marsica il perno di un importante stato indipendente e grande lungo l’Adriatico si pone il matrimonio fra Tommaso figlio di Pietro e Giuditta del Molise, erede del padre Ruggero conte del Molise.

A cominciare dal 1208 con l’assassinio di Filippo di Svevia e il venir meno della forza sveva in Germania, Pietro inizia il suo gioco per rendere definitivamente libera e grande la Marsica. Nel 1210 Ottone IV discende in Italia per rivendicare i ducati di Puglia e Calabria da Federico. Pietro approfitta della discesa dell’imperatore per imporre il suo gioco e rendere esecutivo il suo sogno. Pietro rinnega il supporto a Federico e si schiera con Ottone che gli concede in cambio la Marca di Ancona e la nomina a capitano e maestro giustiziere del Regno.

Il papa reagisce scomunicando l’imperatore e cresce in Germania il malcontento verso Ottone che si occupa più dell’Italia che del paese tedesco. Nel 1211 a causa di ciò Ottone torna frettolosamente in Germania dove cerca di riparare con i nobili tedeschi sobillati dal papa. Pietro I conte di Celano muore nel 1212 e a lui succedono i figli Riccardo a Celano e Tommaso ad Albe. Tommaso però si sente il vero erede del padre e si fa chiamare anche conte di Celano scatenando le ire del fratello Riccardo. Nel 1213 Tommaso diventa anche conte del Molise rafforzando con ciò la sua posizione.

In Germania la situazione di Ottone si complica con la nomina di Federico a re di Germania da parte di Innocenzo III. Le fortune di Ottone hanno poi fine con la sconfitta nel corso della battaglia di Bouvines del 1214  in cui attacca il Regno di Francia che sostiene Federico; Ottone a questo punto abdica ed esce di scena. A questo punto Federico è incoronato anche imperatore del S-R-I.

Per Tommaso la caduta di Ottone è una vera iattura ma decide di proseguire nel sogno del padre attraverso la forza delle armi. Tommaso perde la Marca d’Ancona a cui rinuncia per non inimicarsi ancora più il papa e si concentra nel fortificare la Marsica e il Molise. In pratica sono rafforzate le fortezze di Celano, Ovindoli, Bojano e Roccamandolfi.

In tale contesto tuttavia gli attriti sorti con il fratello Riccardo tengono costantemente impegnato Tommaso. Nonostante questi fosse riuscito a scacciare l’avversario dalla contea di Celano, di cui Riccardo mantiene la titolarità e il controllo del paese di Tocco, le scaramucce tra i fratelli cominciano a preoccupare il papato, dove il nuovo Papa Onorio III sollecita più volte la riappacificazione tra i due, coinvolgendo nella diatriba anche Federico II, al quale viene suggerito di accettare le proposte di Tommaso.

Federico guarda però con fastidio l’operato di Tommaso, in quanto contrario alla sua politica accentratrice dell’amministrazione del Regno e di riduzione del potere dei feudatari locali, e fra questi Tommaso è il più forte. Inoltre in occasione dell’incoronazione di Federico ad imperatore nel 1220 a Roma nella Basilica di San Pietro, abbiamo l’assenza di Tommaso alla cerimonia. Qui è presente solo Riccardo, a capo di una delegazione di baroni locali, che dona al nuovo sovrano costosi cavalli da guerra e porta a lui le sua lagnanze contro il fratello.

Federico, preoccupato dal potere sempre maggiore di Tommaso nell’area marsicana e molisana, che risulta strategica per lui, decide d’intervenire. Inizialmente contesta a Tommaso i suoi diritti su Albe e Celano; Tommaso in risposta manda il proprio figlio Ruggero a Roma presso l’imperatore per rimediare all’incidente diplomatico e avanza delle richieste che Federico gli rifiuta.

A questo punto Tommaso , certo dello scontro con Federico II e forte di 1500 soldati, si ritira a Roccamandolfi, mentre la moglie Giuditta ed i figli rimangono a comandare la resistenza presso la rocca di Bojano. Nel frattempo nel 1221 muore Riccardo, il legittimo conte di Celano e gli succede in modo formale il fratello Tommaso.

Come da copione tra Tommaso e Federico scoppia una guerra che coinvolge tutta la Marsica mettendola a ferro e fuoco su entrambi i fronti. La guerra fra i due due anni dal 1221 al 1223, portando a tanti colpi di scena con Tommaso assai abile nel riuscire a muoversi anche in condizioni molto drammatiche e Federico II, il quale pur mobilitando il suo esercito non riesce ad avere la meglio sull’orgoglioso conte e solo attraverso un accordo con la moglie Giuditta del Molise alla fine ottiene la resa di Tommaso.

Subito dopo la presa della Marsica, Federico II esilia Tommaso e la moglie e passa a distruggere Celano e Ovindoli, ovvero i feudi che hanno maggiormente sostenuto Tommaso e ostacolato Federico. Poco prima di distruggere i due centri fortificati la popolazione viene fatta uscire e poi esiliata tra Malta e la Sicilia. Questi torneranno in Abruzzo nel 1227 per intercessione papale.

 

 

– La Valle di Nerfa sotto Pietro e Tommaso

Nel periodo di governo delle contee di Celano e Albe sotto Pietro, la Marsica conosce un momento di benessere economico che viene scemando poi sotto Tommaso. Sicuramente con entrambi la Marsica conosce un periodo di centralità politica mai avuta prima, neppure quando esisteva la contea dei Marsi il territorio risulta così importante politicamente. Sia Pietro che Tommaso si rivelano due autentici strateghi politici riuscendo a gestire bene il potere che hanno.

La Valle di Nerfa in questo contesto appare un po’ defilata in quanto non si conoscono al momento eventi particolari che inducono a ritenere che la zona sia stata toccata dal confronto militare tra Tommaso e Federico II.

Inoltre ricordiamo che la Valle di Nerfa sembrerebbe appartenere per metà alla contea di Tagliacozzo con i centri di Verrecchie, Morbano e Carcume, mentre il resto della zona con i paesi di Petrella, San Biagio e Vallefredda sembrerebbero ancora essere sotto Albe.

Per cui per ora andiamo avanti a parlare della storia di Albe e Tagliacozzo insieme in funzione di questa divisione di appartenenza, che comunque si ricompone in qualche modo in favore di Tagliacozzo alla fine del XIII secolo.

 

 

– Il governo di Federico II (1223-50)

La sconfitta di Tommaso, che si ripropone anche più avanti con nuovi tentativi andati male per riprendersi la Marsica, aprono la strada alla consacrazione di Federico II il quale guida con mano ferma un territorio che va dalla Sicilia all’intera Germania. Il potere degli Svevi in questa fase è al culmine.

Riguardo alla Marsica rimasta divisa nelle tre contee originarie, dopo la caduta dei Berardi, vengono date a uomini di fiducia dell’imperatore i quali però non prendono a cuore il territorio e dopo qualche anno di dominio lo danno via trovando validi altri feudi.

In questo modo sia la contea d’Albe che la contea di Celano s’impoveriscono. A Celano con il ritorno della popolazione originaria viene imposto loro di ricostruire un nuovo centro abitato in un luogo diverso dal precedente dandogli il nome di Cesarea. Pure così comunque la popolazione si sente comunque a casa e il ritorno alla situazione precedente e per molti solo una questione di tempo.

Con il passare del tempo è Ruggero Berardi figlio di Tommaso a prendere le redini dei beni di famiglia e a lavorare per il ritorno della sua famiglia, nonostante i divieti dell’imperatore. Nel frattempo la vita nella Marsica è assai complicata sia per i capricci del lago che spesso si agita e tracima nei paesi rivieraschi, sia per le difficoltà del periodo. In questo periodo emerge come nuovo centro feudale l’Aquila che viene creata dal niente intorno al 1250 e viene fondata dai centri più piccoli che si aggirano attorno al nuovo centro. La nascita della nuova città viene vista anche come baluardo nei confronti della nobiltà feudale specie marsicana per le sue mire regionale.

Nelle intenzioni di Federico infatti questo centro dovrà salvaguardare la pace nella regione non permettendo più concentrazioni di potere come quelle di Tommaso Berardi. Anche per questo motivo viene istituito nel 1233 il Giustizierato d’Abruzzo presso Sulmona che diventa quindi la città più importante d’Abruzzo. Successivamente la regione viene divisa in due provincie Abruzzo ulteriore con capoluogo L’Aquila e l’Abruzzo citeriore quello della costa facente capo alle città di Teramo e Pescara.

 

 

– Il presunto passaggio della Valle di Nerfa sotto l’amministrazione di Tagliacozzo (1223-50)

Sotto Federico II, diciamo nel periodo 1223-1250 si avrebbe per ragionamento il passaggio della Valle di Nerfa alla contea di Tagliacozzo, che comunque esercita già da tempo su quest’area una certa influenza. Chiaramente quanto detto è da prenderlo con il beneficio del dubbio non avendo trovato al momento certezze storiche in merito. Il fatto di collocare a questo periodo il definitivo passaggio della Valle di Nerfa a Tagliacozzo lo si spiega con l’idea del tipo che in questa fase si ha un rimescolamento totale della geografia di potere locale. 

Essendo la Valle di Nerfa già parzialmente sotto la direzione dei De Ponte di Tagliacozzo ed essendo loro in piena ascesa, ma fedeli al potere centrale non resta che ammettere che anche gli altri borghi della zona passino sotto il loro controllo.

Nella Marsica avviene un nuovo scontro nel 1229 fra Federico II e Tommaso Berardi, che ritenta tramite l’esercito papale di riprendersi i suoi antichi territori, ma che viene nuovamente sconfitto dall’imperatore. Lo scontro produce disastri nella zona, poichè diversi paesi risultano danneggiati. Ebbene Federico ordina che siano riparati i vari borghi e castelli.

La riparazione dei diversi manieri e torri è affidata ai signori locali, che in questo caso sono i De Ponte che ritroviamo nel restauro anche dei manieri della Valle di Nerfa e viene da se che se essi si occupano dell’intera zona è perchè questa ricade sotto il loro dominio.

Un nuovo scontro militare che avviene nel 1240 viene a  coinvolgere l’area marsicana, soprattutto con la Piana del Cavaliere, la Valle di Nerfa e altre aree limitrofe. Lo scontro di Federico II sconvolge nuovamente l’area marsicana  e di questa e altre zone d’Abruzzo, poste al confine con lo stato Pontificio, l’imperatore ne ordina il restauro, ma anche l’edificazione di nuovi castelli.

Come nel caso del restauro del 1232 anche ora sono i signori locali, che si devono occupare della riparazione dei paesi e castelli del posto. Nella Marsica occidentale compiaiono ancora i De Ponte che guidati ora da Andrea De Ponte dal 1238, vengono a ristrutturare borghi, castelli e torri della zona. Non solo ma Federico ordina che siano edificate nuove strutture militari nei borghi di confine per meglio controllare il territorio.

Fra i nuovi castelli che sono edificati in questa fase troviamo il castello di Verrecchie, che altro non è che una piccolo maniero posto a difesa, ma soprattutto a guardia della zona. Il nuovo castello si viene ad ergere a 1100 m di quota sopra l’attuale paese, nella località chiamata Monte a corte.

Ora poichè il territorio è ristrutturato dai De Ponte viene da se come si accennava prima che essi siano i diretti responsabili dell’area. Da questa circostanza veniamo a sapere che in questo piccolo territorio esistono già da tempo piccole fortezze che controllano il territorio, oltre al già citato castello di Verrecchie, abbiamo anche i castelli di Girofalco, Castellafiume, Cappadocia, Morbano, Petrella e Castellafiume.

 

 

– I De Ponte e la presunta presa sulla valle di Nerfa 1238-1268

Il quadro descrittivo sui De Ponte a questo punto è quanto mai significativo, meritando un approfondimento su questa famiglia negli anni successivi alla morte di Bartolomeo II.

Nel 1238 muore Bartolomeo II De Ponte, forse il membro più importante della storia di questa famiglia della piccola nobiltà feudale. Alla sua morte la famiglia De Ponte controlla molti feudi della Marsica occidentale tramite i vari membri della famiglia e Bartolomeo riassume in se la figura di guida familiare. Quindi dire che nel 1238 la famiglia De Ponte guida la contea di Tagliacozzo o comunque la Marsica occidentale è assolutamente corretto.

Tagliacozzo alla morte di Bartolomeo è appartenente interamente ai De Ponte. Ma fatto più importante è che il paese grazie ai De Ponte si è ormai imposto come il centro più importante della zona, quindi colui che guida il paese è in pratica il punto di riferimento politico amministrativo dell’area.

A Bartolomeo succedono i figli e tra questi emerge  il primogenito Andrea, che eredita diversi paesi e soprattutto Tagliacozzo. Andrea però a differenza del padre non ha il controllo netto di Tagliacozzo in quanto si trova a doverlo condividere con l’ingombrante cognato Napoleone Orsini, che rivendica per se un parte del paese, come quota ereditaria della moglie Isabella De Ponte e figlia di Bartolomeo. Così facendo si genera una controversia con Andrea De Ponte e gli altri suoi fratelli circa la proprietà del paese.

Napoleone per rafforzare il controllo su Tagliacozzo si fa nominare conte di questo dal papa nel 1255, ma in questa fase nonostante che a Napoleone sia riconosciuta una parte del paese, è sempre Andrea che comanda e per il momento gli Orsini devono accettare questa situazione per non perdere tutto.

Andrea I signore di Tagliacozzo esercita un controllo indiretto, ma forte su tutti gli altri suoi congiunti e quindi indirettamente è signore di tutta la Marsica occidentale, o comunque su quella parte di Marsica controllata dai vari membri della famiglia De Ponte. Detto ciò Andrea dopo il 1240 per rafforzare il proprio potere fa costruire un primitivo maniero in cima al paese di Tagliacozzo. Ciò non infastidisce Federico II in quanto sicuro della lealtà di Andrea. Andrea e la sua famiglia, come detto prima, procedono anche nel restauro delle altre fortezze della zona soprattutto del carseolano e della Valle di Nerfa.

Ciò ci fa  ritenere che il crollo dei Berardi nel 1223 nella guida di Albe e Celano abbia portato ad un rimescolamento del sistema politico locale, che ha avvantaggiato alcune famiglie tra cui i De Ponte. In altre parole sembrerebbe che territori come la Valle di Nerfa, siano finiti nelle mani di alcuni uomini vicini all’imperatore. Essendo i De Ponte in piena ascesa non è difficile immaginare che la Valle di Nerfa sia finita sotto il controllo diretto di questa famiglia.

Quindi osservare come Andrea De Ponte proceda nella riparazione delle fortezze della zona, sembrerebbe una prova consistente di come la zona sia ora in qualche modo divenuta territorio di Tagliacozzo. Per quanto inteso dalle fonti storiche riteniamo che i De Ponte riparino i castelli di Girifalco, Verrecchie, Petrella, area di Cappadocia, Morbano e Castellafiume.

Negli anni successivi alla morte di Federico II si assiste a Tagliacozzo alla sempre maggiore presenza degli Orsini nella zona a discapito dei De Ponte, che piano piano si vedono insidiati nel controllo territoriale. Crescono infatti negli anni 1250-60 numerosi attriti fra i fratelli De Ponte e Napoleone Orsini che desidera avere un controllo sull’area di Tagliacozzo. Tuttavia la ferma opposizione di Andrea De Ponte riesce a contenere gli Orsini, che per qualche tempo ancora si devono accontentare di una posizione subalterna.

 

 

– L’area di Cappadocia nel 1223-50

Cappadocia ancora in questa fase non sembra essersi sviluppato come un’unico centro abitato. L’area sarebbe comprenderebbe due minuscoli villaggi vicini ma distinti, ovvero Vallefredda e San Biagio, ognuno con le rispettivhe chiese di Santa Margherita e San Biagio

 

 

– Il ritorno dei Berardi (1250-68)

A questo punto seguendo il filone storico appena descritto e immaginando che i fatti siano più o meno questi cerchiamo di allargare ancora un po’ il raggio di azione tornando un attimo sulla storia di Albe e Celano poichè questo fa comprendere meglio il clima che precede il grande conflitto del medioevo della famosa battaglia di Tagliacozzo o dei Piani Palentini, dove poi è realmente avvenuto il conflitto.

Partiamo dalla morte di Federico II che avviene nel 1250. A lui succede in Germania e Sicilia il figlio Corrado IV, il quale è una persona molto decisa, che vuole continuare l’opera del padre sia dominando in Germania che in Sicilia. Purtroppo però egli muore presto e questo segna il tramonto degli Svevi in Germania, in quanto l’unico figlio di Corrado, Corradino è un giovanissimo fanciullo, troppo giovane per regnare.

In Sicilia invece la situazione è diversa, il partito svevo può fare affidamento su un valido uomo come Manfredi di Svevia, il quale essendo zio del fanciullo in quanto fratello di Corrado IV si proclama tutore del nipote in Sicilia. Due anni dopo nel 1258 con un colpo di mano Manfredi dichiara la morte di Corradino e la sua conseguente salita al trono come Manfredi re di Sicilia.

Il nuovo re nel pieno dei suoi poteri vuole giungere alla pace con le grandi famiglie nobili, tra cui i Berardi, ora rappresentati da Ruggero Berardi, figlio di Tommaso morto nel 1254. Nel caso specifico Manfredi cede a Ruggero la piena sovranità sulle contee d’Albe e Celano, mantenendo saldo il potere sulla contea molisana. In cambio Ruggero promette la totale fedeltà alla casa Sveva.

Il ritorno al potere di Ruggero nella Marsica riapre i giochi in questo territorio. Ruggero da realista qual’è, capisce che non ha chance di rendere di nuovo indipendenti i suoi feudi e accetta di servire Manfredi.

Gli anni di Manfredi si rivelano tranquilli per la Marsica e sanno ricreare la giusta sintonia fra popolazione e conte. Ruggero Berardi è una persona schietta e decisa e riesce negli anni di Manfredi a stabilire una certa connessione con gli abitanti del posto.

 

 

– La Valle di Nerfa

Panoramica degli anni ’50 su Cappadocia e la Valle di Nerfa.

 

In questa fase di mezzo tra il 1250 e il 1268 la Valle di Nerfa continua ad essere sottoposta alla completa signoria dei De Pontibus con Andrea De Ponte il quale nel momento in cui arriva Carlo D’Angiò nel sud Italia fin dal 1266 egli si schiera con lui contro gli Svevi. Ciò lo pone in una chiara scelta di campo in pieno contrasto con Manfredi di Svevia e il partito svevo in generale. Egli sostiene pienamente l’ascesa di Carlo attraverso validi aiuti a lui.

Tornando all’area della Valle di Nerfa notiamo come questa continua ad essere composta da diversi borghi, alcuni dei quali nettamente fortificati. La popolazione in questa fase si dedica alla caccia, alla pastorizia locale e al taglio della legna nei fantastici boschi vicini. Completano il quadro l’artigianeria che qui è ben presente.

 

 

– La chiesa di San Biagio nella seconda metà del XIII secolo

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

In questo periodo la chiesa di San Biagio nonostante il clima non proprio adatto, continua ad essere aperta a chiunque. Parliamo chiaramente di una piccola chiesa di paese.

 

 

– La discesa di Carlo I, la disfatta degli Svevi (1266-68)

La battaglia dei Piani Palentini è il culmine dello scontro fra la casata  sveva uscita sconfitta e gli Angioini rappresentati da Carlo I, il quale con questa battaglia consolida definitivamente il suo potere e quindi il cambio di regime. Ma facciamo un passo per capire meglio lo svolgersi dei fatti e gli effetti di questo sulla Marsica.

Nel 1268 sulla Sicilia regna Manfredi di Svevia ormai da 8 anni, il papa Clemente IV e prima di lui Urbano IV non hanno mai visto di buon occhio la casa sve va in Sicilia, per questo per disarcionare questa dal regno si rivolgono a vari pretendenti, trovando infine in Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, un valido paladino per la loro causa.

Carlo d’Angiò ingolosito dai papi accetta la corona di Sicilia e viene giù in Italia con un esercito poderoso. Manfredi dal canto suo non vuole perdere il trono faticosamente conquistato e cerca di bloccarlo costruendosi un altrettanto valido esercito. Carlo sceso in Italia e incaricato dal papa si appresta a scendere nel meridione per prendersi il trono. Carlo e Manfredi dopo una serie di circostanze si affrontano presso Benevento. Qui è  l’esercito di Manfredi a perdere e quello di Carlo a vincere. Carlo batte Manfredi, il quale trova la morte in battaglia, ponendo così fine al periodo svevo in Italia.

Carlo I asceso al trono siciliano inizia ad esercitare il suo potere sul regno elevando anche le tasse locali, che vengono pagate anche dalla classe nobiliare. Nei due anni successivi molti feudatari del regno non sono affatto contenti di come vanno le cose e decidono di appoggiare le aspirazioni di Corradino al trono siciliano, consci che un re ragazzino è più facile da influenzare rispetto a Carlo. La nobiltà siciliana insieme a molti altri nobili sparsi in altre parti d’Italia chiedono a Corradino di scendere in Italia e lottare per il trono siciliano.

Corradino ormai ha 15 anni e nonostante la sua giovane età è considerato adulto e quindi adatto ad imporsi. Corradino precedentemente aveva cercato appoggi per reclamare il trono tedesco, ma senza successo, per cui decide di andare in Italia.

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Qui in Italia viene accolto festosamente nelle città del nord e infine dopo un lungo viaggio arriva in Abruzzo dove viene accolto festosamente sia dalla nobiltà locale che dalla popolazione. A Corradino viene dato un esercito numeroso e forte che deve vincere se vuole vivere.

Tra la nobiltà di appoggio a Corradino vi sono anche i Berardi, nella fattispecie Ruggero Berardi conte d’Albe e Celano che sostiene il tentativo del giovane nella speranza di trarne poi ampi benefici. Corradino giunto nella Marsica staziona presso Scurcola Marsicana. Invece Carlo giunto anch’egli nella Marsica (agosto 1268) si appoggia ad Ovindoli.

La strategia di Carlo è avanzare in prima battuta e poi sorprendere il nemico con un’imboscata e così avviene.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

L’esercito di Corradino dal colle di Scurcola Marsicana aspetta che l’esercito di Carlo per poi procedere ad attaccarlo presso Magliano dei Marsi.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Arrivati in prossimità dell’esercito avversario si ha lo scontro tra i due eserciti presso i Piani Palentini. Qui lo scontro sembra arridere a Corradino che sembre battere l’avversario avendo ucciso un uomo vestito come il re.

 

Immagii di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Ma poco dopo dalla vicina collina di Magliano dei Marsi emerge il resto dell’esercito di Carlo che sorprende l’avversario più numeroso e lo distrugge. Corradino a questo punto fugge precipitosamente verso il Lazio. Prima tenta di trovare sostegno a Roma, dove però nessuno se lo fila.

 

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Quindi fugge verso Nettuno per imbarcarsi e andarsene. Qui però è riconosciuto e arrestato.

Immagini di Corradino di Svevia prese dal Libro di Enzo Biagi “Fumetti d’Italia

 

Condotto poi a Napoli viene giustiziato nella piazza del Mercato il 29 ottobre 1268.

 

 

– La vendetta di Carlo verso i feudatari che hanno sostenuto Corradino

Carlo I dopo la vittoria nei Piani Palentini si appresta a mettere ordine nei feudi a lui sfavorevoli. Carlo sostituisce i baroni ribelli con nobili francesi a lui fedeli, confisca i loro beni e li da a questi ultimi.

In questa sete di vendetta i primi ad essere colpiti sono i Berardi, con Ruggero Berardi che avendo dato il suo sostegno a Corradino perde tutti i suoi feudi, ovvero le contee di Albe, Celano e Molise. Nel contesto della vendetta di Carlo contro i Berardi e la popolazione marsicana egli procede nella distruzione del principale feudo e capoluogo della zona ovvero Alba Fucens. Alba Fucens viene dapprima svuotata della popolazione che viene fatta emigrare nelle zone intorno, mentre la città viene messa a ferro e fuoco e distrutta compreso il primitivo castello.

Successivamente per completare l’opera attacca alcuni borghi limitrofi tra cui Pietraquaria che in quest’epoca è uno dei centri fortificati di maggior rilievo delterritorio della contea berardiana, che ha sede presso il Monte Salviano. La popolazione del borgo subisce la stessa sorte di quella di Alba Fucens che cerca riparo nei borghi limitrofi. In questo caso è il minuscolo villaggio di Avezzano che si trova ad accogliere la maggior parte degli abitanti di Pietraquaria

 

 

– La Valle di Nerfa alla fine del XIII secolo

Al contrario di quanto accaduto ai Berardi, i feudatari a lui vicini come i De Ponte, che non lo hanno abbandonato, ricevono consistenti vantaggi fiscali e allo stesso tempo gli viene confermato il loro il potere sui territori a loro già soggetti compresa la Valle di Nerfa. Gli Orsini nel frattempo si fanno largo nella contea tagliacozzana, comprando via via alcuni piccoli centri.

 

 

– La nascita di Cappadocia nella seconda metà del XIII secolo

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

Nel contesto della storia della Valle di Nerfa si osserva come più o meno poco dopo il 1268, i due borghi di Vallefredda e San Biagio si uniscano per fondare il paese di Cappadocia. Chiaramente questa ricostruzione è figlia di un ragionamento storico, che potrebbe anche essere errato in alcune sue parti. Il ragionamento si basa sul fatto che ci sono attestati storici che indicano in modo chiaro l’esistenza di un unico borgo definito Cappadocia.

I documenti storici di cui parliamo sull’esistenza chiara di Cappadocia, come centro abitato si riferiscono al registro del 1277-79 della Cancelleria angioina in cui compare chiaro il nome di Cappadocia come borgo fortificato. Il prezioso documento che è giunto fino a noi è stato trovato nei registri del Regno di Napoli nel 1866. La scoperta di questo documento è stato il frutto di un grosso lavoro di ricerca storica, operato da Riccardo Filangieri insieme ad altri archivisti napoletani, nello studio di tutti i registri del Regno di Napoli.

In questo documento compare una citazione, seppure piuttosto scarsa di informazioni:

“Arnulfus de Stipe assecuratur ab hominibus castru Cappadocie de Iustitiariatu Aprutii (Reg. 33, f52 t)”, tradotto significa “Arnolfo di Stipe viene assicurato dagli uomini del castello di Cappadocia riguardo al Giustiziariato dell’Abruzzo”.

Ignota però rimane la figura di Arnolfo di Stipe, probabilmente funzionario degli Angioini.

Comunque siano andate le cose diciamo che Cappadocia si formerebbe (il condizionale è d’obbligo) nella seconda parte del XIII secolo, comparendo come unico centro abitato dotato di due parrocche la chiesa di San Biagio e la chiesa di Santa Margherita.

 

 

– La chiesa di San Biagio alla fine del XIII secolo

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

Alla fine del XIII secolo la chiesa di San Biagio risulta come la seconda chiesa del nuovo paese di Cappadocia, in quanto l’altra è la chiesa di Santa Margherita del precedente borgo di Vallefredda. Entrambe le chiese risultano attive, accompagnando la vita del piccolo borgo.

 

 

– La Marsica alla fine del XIII secolo

Alla fine del XIII secolo dopo alcuni anni di esilio Ruggero Berardi ritenta il re di Sicilia Carlo I nel ridargli gli antichi possedimenti. Dopo diverse insistenze Carlo I decide di restituire la sola contea di Celano al Berardi, in cambio però di una forte somma di denaro. Ruggero Berardi paga il riscatto di Celano e torna dopo 4 anni al governo della città. La contea del Molise invece viene inglobata nel demanio.

La contea d’Albe è data in dote a Filippa Berardi figlia di Ruggero che la dovrà trasferire al marito e poi ai di lui figli in caso essi nascano. Ma la situazione non procede così lineare, la contessa Filippa non ha figli e gli muore dopo qualche anno il marito, costringendo se stessa a dirigere in prima persona la contea d’Albe. Filippa dirige Albe con mano ferma per circa 40 anni dal 1272 al 1308 anno della sua morte.

Nella Marsica occidentale invece troviamo diverse nuove signorie, di cui però qui non parliamo, citando solo quella dei De Ponte, in quanto controllano la fetta maggiore di territorio sottoposta alla signoria di Andrea De Ponte. Negli stessi anni però in cui Andrea De Ponte consolida la sua posizione in quanto rimasto sempre fedele al re Carlo, soprattutto dopo la battaglia dei Piani Palentini, si ha la sempre maggiore invadenza degli Orsini, che minacciano da vicino la signoria di Andrea e della sua famiglia.

Andrea De Ponte per meglio tutelarsi dall’ingombrante presenza degli Orsini fa sposare due suoi figli con due membri delle più importanti famiglie di Roma ovvero i Colonna e gli Orsini stessi (qui bisogna ricordare il detto che dice “tieni gli amici vicini, ma i nemici ancora più vicini” ). Sibilla figlia di Andrea sposa nel 1271 Orsillo, figlio di Matteo Orsini, mentre Andrea sposa Cecilia Colonna nel 1278.

Quindi con Andrea De Ponte i De Ponte riescono ancora a mettere in ombra gli Orsini ed evitare una loro presa sui possedimenti De Ponte. Andrea per mantenere questa posizione di forza continua a servire fedelmente re Carlo dimostrandogli una chiara sudditanza. Una nuova occasione di questo tipo si presenta nel 1269 Allorquando il giustiziere dell’Abruzzo Landolfo Franco di Capua, portavoce del re, chiede ad Andrea e agli altri feudatari della zona, l’invio di molti cavalieri e faggi da usare per l’assedio di Lucera, dove si trovano asserragliati i Saraceni, ostili a Carlo I, già da quatro mesi.

In questa circostanza il re fa sapere che s accontentava anche di soldati armati di sole vanghe, falci o picconi, purchè siano in gradi di vettovagliarsi autonomamente. Da Pereto e dagli altri borghi soggetti ad Andrea partono alcuni militi che per spirito di sacrificio e abnegazione si distinguono per valore tanto da entrare in grande considerazione dal re. Questi come riconoscimento fa diverse elargizioni ai paesi di provenienza di questi militi. Per esempio a diversi borghi marsicani tra cui Pereto viene concessa la “carta libertatis”.

Andrea muore nel 1278 e a lui succedono il figlio maggiore Andrea II con i fratelli Pietro e Francesco. Con loro la famiglia De Ponte si avvia alla decadenza in quanto gli Orsini diventano sempre più agguerriti e nonostante qualche resistenza vengono perdendo feudi in favore loro a cominciare da Tagliacozzo che perdono nel 1294.

Andrea II De Ponte è il maggiore dei figli di Andrea I e vive fino al 1296. Egli è stanco di competere con gli altri per difendere il proprio potere locale e quindi abbandona la partita. Nel 1294 Andrea II cede il controllo di Tagliacozzo in favore di Giacomo Orsini (il cugino). Giacomo viene poi riconosciuto da re Carlo II come unico signore di Tagliacozzo in cambio di 40 once d’oro l’anno da versare nelle casse dello stato.

Da questo momento gli Orsini si fanno sempre più spregiudicati e iniziano un assorbimento dei vari borghi che riuniscono mano a mano intorno a Tagliacozzo. La maggior parte dei borghi iniziali appartenenti ai De Ponte, vengono via via assorbiti dagli Orsini che ad un certo punto iniziano anche una penetrazione economica nella vicina contesa.

 

 

 


 

 

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XIV secolo

 

 – Italia nel 1300

Italia nel 1300

 

 

– La contea di Tagliacozzo nel XIV secolo (1300-1349)

La famiglia Orsini promittenti conti di Tagliacozzo. (Immagine da internet)

 

Gli Orsini nel corso del Trecento dopo la conquista piena di Tagliacozzo nel 1294 iniziano una penetrazione politica dell’intero territorio della Marsica occidentale, diventando padroni dei vari paesi che i De Pontibus piano piano vendono ritirandosi sempre più solo in alcuni di essi.

Mano a mano che gli Orsini acquisiscono il controllo del territorio iniziano ad organizzarlo di modo da renderlo sicuro, ma soprattutto conveniente per le loro casse. Allo stesso tempo però sia Tagliacozzo che i territori via via acquisiti si vengono trasformando grazie ai cambiamenti apportati dagli Orsini sia ai castelli che ai borghi in essi contenuti, a cominciare da Tagliacozzo che viene cambiando sotto il profilo urbanistico.

 

 

 

– Cappadocia all’inizio del XIV secolo

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

Cappadocia è in questa fase solo un piccolo borgo che faticosamente cerca di sostentarsi senza cedere alla paura. Al livello di vita pratica la popolazione continua a sopravvivere facendo i lavori tradizionali, ovvero i pastori, i piccoli artigiani, i tagliatori di legna ecc.

 

 

– La chiesa di San Biagio all’inizio del XIV secolo

 

La chiesa di San Biagio di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del XIV secolo la chiesa di Sant’Egidio di Cappadocia è un luogo assai frequentato dalla popolazione, qui si svolgono numerose manifestazione religiose. Lo stile della chiesa dei primordi è romanico in linea con il periodo.

 

 

– La peste del 1348

La situazione della Marsica e più in generale dell’Europa cambia improvvisamente a causa del sopraggiungere della Peste Nera. Un autentico morbo che si presenta in modo virulento nel 1348 in tutta Europa producendo moltissimi morti e poi a distanza di qualche anno ritorna falcidiando ancora la popolazione. Anche la Marsica viene colpita in modo forte dal morbo e qui interi paesi scompaiono o rischiano di scomparire a causa dei tanti morti che si verificano. Al momento non abbiamo elementi precisi circa i decessi nella Marsica. Sicuramente però la zona è stata colpita pesantemente.

 

 

– Il terremoto del 1349

Nella notte tra il 9 e 10 settembre 1349 una violentissima scossa pari a 7 Mw si verifica sul Gran Sasso. In pratica nel 2021 è stata fatta una scoperta eccezionale, ovvero gli esperti hanno ricostruito in modo preciso la sorgente sismica del terremoto individuandola nella faglia del Gran Sasso. La scossa sismica del 9 settembre 1349 si sente indistintamente in tutto il centro Italia causando gravi danni in moltissime zone a cominciare dall’Abruzzo e da Roma.

A Roma la scossa è stata talmente violenta da provocare il crollo di una parte del Colosseo. Molte chiese sono o crollate o hanno riportato danni ingenti. Ma è l’Abruzzo la zona più colpita dal sisma a cominciare dall’Aquila che viene distrutta provocando 800 morti. Altra zona severamente colpita è la Marsica, dove sono molti i paesi che riportano danni gravi con diversi morti.

La scossa del 9 settembre è rimasta famosa per essere un vero rompicapo geologico, poichè come da cronaca locale sembrebbe non essere stata l’unica, in quanto ve ne è un’altra verificatasi quasi insieme alla precedente. probabilmente anche prima. La nuova scossa si è verificata presso Venafro il 9 settembre di giorno producendo danni enormi in tutta la Campania, nella zona di Sora e di nuovo la Marsica . La scossa di Venafro è stata pari a 6.8 Mw, quindi poco inferiore alla successiva che si ha in notturna. Ci vorranno anni per riprendere una vita normale e scordarsi di questo tremendo terremoto.

 

 

– Effetti del sisma del 1349 nella Marsica

Nella Marsica le due forti scosse sismiche di Venafro (6,8 Mw) e del Gran Sasso (7 Mw) toccano tutti i paesi della zona appartenenti alle tre contee di Tagliacozzo, Albe e Celano, che vengono duramente colpiti. I vari paesi della zona riportano tutti danni più o meno significativi con una conta di morti non piccola. Al livello storiografico le testimonianze dell’orrore sono diverse, ma spesse volte confuse e contrastanti, che non riescono cioè a dare l’esatta cifra dei danni e dei morti.

Sicuramente sappiamo che il paese di Avezzano viene duramente colpito con danni rilevanti e la prima collegiata di San Bartolomeo viene distrutta. Altri danni significativi si registrano nel monastero di Santa Maria della Vittoria presso Scurcola Marsicana eretto alla fine del XIII secolo dagli Angioini per celebrare la vittoria sugli Svevi e divenuto per volere dei sovrani Carlo I e Carlo II un vero e proprio feudo monacale con tanto di zona di pertinenza nella Marsica occidentale.

Con la scossa di Venafro di 6,8 Mw nella Marsica sono la Valle Roveto e le zone di Pescasseroli e Opi a risultare le più colpite con ricadute importanti sia sulla popolazione che sul patrimonio edilizio. Tanto per citare un esempio grave ad Alvito (un piccolo comune posto al confine fra Lazio e Abruzzo) muore Adenolfo II d’Aquino con tutta la famiglia nel crollo del castello seguito al terremoto di Venafro.

 

 

– Effetti dei terremoti del 1349 su Cappadocia

Come detto sopra spesso i dati specifici dei danni dei sismi del settembre 1349 sui paesi sono o assenti o confusi e nel caso di Cappadocia sono per ora assenti. Per deduzione immaginiamo che le scosse si siano sentite molto distintamente e abbiano arrecato gravi danni al piccolo centro abitato e chiaramente a tutti i centri della Valle di Nerfa. Oltre questo non andiamo per mancanza di notizie più sicure.

 

 

– La battaglia dei Piani Palentini del 1363

Nell’ambito dello scontro di potere per il regno di Napoli presente fra le varie componenti della famiglia D’Angiò, abbiamo che feroci compagnie di ventura angioine e ungheresi che parteggiano per due opposte fazioni arrivino a scontrarsi proprio nella Marsica, per essere più precisi presso i Piani Palentini, laddove un secolo prima si era svolta la battaglia che aveva decretato il successo dei D’Angiò sugli Svevi. Ebbene durante questo scontro una parte delle forze in campo si danno al saccheggio della zona circostante i Piani Palentini. In pratica i 12000 scorridori della banda milanese di Ambrogino, bastardo di Casa Visconti, al servizio di Francesco Del Balzo saccheggia i paesi di Avezzano, Magliano, Alba Fucens, Antrosano, ecc.

 

 

– Il ritorno della Peste (1363)

Nel 1363 anno nero fa ritorno la Peste che come un’onda gigante travalica i paesi della Marsica, uccidendo tantissime persone, tanto da lasciare alcuni paesi spopolati per molto tempo

 

 

– L’invasione delle cavallette (1365)

A completare la situazione già gravemente compromessa, ci pensa infine un’invasione di cavallette, che nel 1365 distrugge i raccolti lasciando sull’astrico e alla fame migliaia di famiglie. A causa di ciò sono i bambini a rimetterci di più. Infatti sono proprio questi le principali vittime delle cavallette e di un impoverimento generale

 

 

– La carità di Papa Gregorio XI nel 1372

A causa della tragicità della situazione presente nella contea di Tagliacozzo Papa Gregorio XI, dalla sua sede scismatica in Francia ad Avignone, conferma ai paesi Tagliacozzo, Castelvecchio, Scanzano, Celle (Carsoli), Verrecchie e altri della zona la concessione di Giovanna II di Napoli di versare alla Camera Regia solo la metà della colletta consueta

 

 

– Gli Orsini e la nascita della contea di Tagliacozzo (1380)

Nella terra di Tagliacozzo e della Marsica occidentale gli Orsini vengono estendendo mano a mano il loro potere su tutta l’area. All’inzio ci sono forti resistenze da parte dalle famiglie nobili locali come i De Ponte e i Da Montagna proprietari di feudi minori che gli Orsini cercano di assoggettare. I De Ponte in fase declinante lasciano nel corso del tempo i loro feudi in mano agli Orsini. Fino al 1360 è Orso Orsini a comandare ed egli riesce seppure tra le tante sciagure appena descritte a mantenere ferma la mano della sua famiglia sull’area marsicana. Nel 1360 Orso Orsini muore e gli succede il figlio Rinaldo, gran cavaliere dalle forti ambizioni, aiutato nella gestione dei feudi dal fratello Giovanni.

Rinaldo Orsini tra il 1360 e il 1380 viene completando l’acquisto dei vari feudi indipendenti ancora i mano ai De Ponte. Nel 1373 i De Ponte cedono Oricola e Pereto agli Orsini (Rinaldo e il fratello Giovanni). Allo stesso tempo gli Orsini rinnovano la fedeltà al papa Gregorio XI che nel 1376 riporta la sede papale a Roma dopo 70 anni di assenza. L’assenza del papa a Roma ha prodotto la caduta della città di Roma nelle mani di poche famiglie nobili, ognuna delle quali in contrasto con l’altra. Tra queste ci sono gli Orsini e i Colonna le due più importanti storiche famiglie rivali di Roma che tanto seguito di scontri avranno anche nella Marsica in avvenire.

Tornando a Rinaldo Orsini la sua politica filo papale e filogovernativa gli procura nel 1380 la nomina a conte di Tagliacozzo da parte della regina Giovanna II. Giovanna II anche grazie alla fedeltà orsina conserva il trono di Napoli nel suo scontro con la controparte familiare rappresentata da Carlo D’Angiò che cerca di sfilarle il regno di Napoli. Nello scontro tra le due fazioni è la parte di Giovanna ad avere la meglio e questo è anche merito di Rinaldo Orsini. Come ringraziamento dei servigi resi Giovanna II riconosce il 25 luglio 1380 a Rinaldo il titolo di conte di Tagliacozzo. Questa nomina è importante in quanto riunisce tutti i paesi marsicani in mano orsina all’interno della struttura della contea di Tagliacozzo.

Rammettando che gli Orsini erano già conti di Tagliacozzo dal 1255 e che comunque il territorio della Marsica occidentale era in qualche modo chiamato contea di Tagliacozzo già da molto tempo c’è da fare a questo proposito un approfondimento. La nomina di Rinaldo a conte di Tagliacozzo sancisce in qualche modo una situazione già in essere con il predominio degli Orsini nella zona suddetta e nel circondario di molti paesi.

Gli Orsini hanno sostituito i De Ponte nel ruolo di signori del posto già dalla fine del XIII secolo a partire da Tagliacozzo, ma non hanno il controllo diretto di molti paesi essendo essi ancora sotto i De Ponte che però ormai in piena decadenza vengono cedendo a loro via via nell’arco del XIV secolo i vari paesi ancora in loro possesso. Tagliacozzo ha da tempo sostituito Carsioli come sede della contea, poichè inizialmente era questo il primo capoluogo della zona rivestendo questo ruolo dal 1143, ovvero dal momento della divisione della grande contea dei Marsi.

Quindi in qualche modo abbiamo Carsioli sede di contea dal 1143 al 1170 circa e Tagliacozzo che la sostituisce dal 1170 in avanti, essendo cresciuta per importanza rispetto agli altri centri della Marsica occidentale. La crescita  di Tagliacozzo va di pari passo con l’emersione della famiglia De Ponte che emerge prepotentemente al livello locale nell’arco di poche generazioni. Tagliacozzo in prima battuta è un centro che si trova diviso come altri piccoli centri dell’epoca fra vari signori fino a quando Bartolomeo II De Ponte non riunisce l’intero centro sotto di se.

A questo punto vengono gli Orsini che notata la crescita dei luoghi mirano a metterci le mani e attraverso un matrimonio di convenienza mettono un piede nella zona. Ebbene dopo un primo periodo di convivenza con gli eredi De Ponte che hanno primeggiato a lungo nella Marsica occidentale diciamo almento fino al 1280, hanno poi pian piano preso piede gli Orsini arrivando infine con Rinaldo a divenire conti di Tagliacozzo. La precedente nomina a conti di Tagliacozzo nel 1255 fatta dal papa dell’epoca non era stata riconosciuta dai reali svevi e quindi non aveva molta importanza, poi la Marsica non è territorio papale, ma fa parte del regno di Sicilia e poi di Napoli.

 

 

– La Valle di Nerfa sotto Rinaldo Orsini

Panoramica degli anni ’50 su Cappadocia e la Valle di Nerfa.

 

Al momento della nomina di Rinaldo a conte di Tagliacozzo troviamo solo Cappadocia inserita stabilmente nel territorio tagliacozzano, gli altri paesi seppure ricadenti nell’area di Tagliacozzo sembrerebbero soggetti ai Da Montagna, un’altra piccola famiglia baronale che venuta su con i De Ponte, erano rispetto a questi in posizione subalterna. Nel corso del XIV secolo mentre gli Orsini si vengono affermando, i Da Montagna provano a crescere nella Marsica occidentale riuscendo “sembrerebbe” a insignorirsi alcuni paesi e contrastare per qualche tempo la crescita ursina. Uno dei luoghi a maggiore presa dei Da Montagna è proprio l’alta valle del Liri o valle di Nerfa.

Lo scontro fra i Da Montagna e gli Orsini non viene giocato in modo diretto, ma in modo indiretto anche per la notevole differenza di potere fra le due famiglie. Rinaldo è infatti un gigante rispetto a questa piccola famiglia. Egli nel 1380 a parte Tagliacozzo, controlla buona parte della fascia centrale della penisola. Rinaldo o in qualità di governatore o tramite alleanze locali controlla Spoleto, Orvieto, Narni, Foligno e Corneto all’interno dello Stato della Chiesa, invece in Abruzzo (regno di Napoli) controlla L’Aquila e Pescara. 

Quindi Tagliacozzo che si trova al centro di questi territori è di fondamentale importanza. Egli prova anche ad unificarli politicamente, ma il tentativo fallisce.

Nel contesto marsicano troviamo Rinaldo che per affermare il suo potere locale deve lottare negli anni 1370 – 82 con i Da Montagna e scontrarsi nel 1378-81 con le dispute fra le dispute delle famiglie aquilane dei Camponeschi e Pretatti che estendono il loro campo di battaglia ai territori della Marsica occidentale. In questa situazione egli allunga la sua presa sui territori di Pereto e Oricola ceduti dagli ultimi De Ponte nel 1373 alla famiglia degli Orsini.

 

 

– La guerra fra Carlo di Durazzo e la regina Giovanna. La Marsica occidentale e il ruolo di Rinaldo Orsini 1378-82

All’interno  di un gioco più grande che è quello che vede opposti Carlo di Durazzo contro la regina Giovanna II troviamo tanti episodi nei quali le opposte fazioni si misurano scontrandosi ora in quello ora in un altro territorio e spesso anche il solo passaggio di truppe tende a creare gravi problemi nei territori attraversati, a causa di omicidi e saccheggi perpetrati dalle truppe di passaggio. Questo gioco è tanto più vero se si considera che Rinaldo Orsini è in questi anni il capitano militare più forte del momento che sorregge Giovanna II, trovandosi così all’interno di uno scontro militare forte. Per cui per Carlo di Durazzo distruggere o comunque danneggiare i territori soggetti a Rinaldo è un modo per contrastare anche la regina Giovanna. All’interno di questi giochi si scontrano poi interessi locali dove ogni fazione locale per contrastare l’altra tende ad appoggiare questo o quell’altro pretendente in un gioco di specchi che a volte si rivela positivo e altre assai dannoso.

Per fare un esempio concreto torniamo nelle dispute delle famiglie aquilane dei Camponeschi e Petratti che hanno coinvolto la Marsica occidentale tra il 1378 e 1390. Ebbene la catena dei monti della Duchessa non riesce ad arginare le dispute fra le due famiglie nobili, che vengono a coinvolgere i territori di Rinaldo. Essi scendono lungo la Valle del Salto per i confini settentrionali della neonata contea che sono messi a ferro e fuoco. Non dimentichiamo che Rinaldo è in questo momento anche signore dell’Aquila.

Nell’estate del 1381 una parte degli Aquilani e la Compagnia di S. Giorgio, sotto il comando di Francesco Petratti, schierato con Roma, attacca la contea di Rinaldo Orsini e prende il castello di San Donato. Tuttavia in un successivo scontro violento con le truppe di Orsini avvenuto tra Corvaro e Torano, il comandante Francesco Antonio Petratti viene battuto e preso da Rinaldo Orsini.  Francesco Antonio Petratti viene imprigionato nel castello di Tagliacozzo e poi condotto all’Aquila dove viene decapitato.

 

 

– La diocesi di Tagliacozzo (1380-1390)

All’interno di quel gioco di specchi politico di cui abbiamo accennato, troviamo che Tagliacozzo negli anni 1380-90 diventa sede della diocesi di Tagliacozzo, ritagliandosi un ruolo politico rispetto al resto della Diocesi dei Marsi con sede a San Benedetto dei Marsi. In pratica si ha una frattura vescovile che ricorda la precedente nascita poi abortita della diocesi di Celle nel 1050 e sempre il tutto avvenuto per un gioco di potere.

In questo caso troviamo che nel gioco politico religioso tra papi e antipapi abbiamo la nomina a vescovi di Tagliacozzo di  Pietro e Giuliano Orsini, da parte dell’antipapa Clemente VII. Questo stato di cose dura fino al 1390 allorquando la diocesi di Tagliacozzo muore spontaneamente dopo le pressanti richieste da parte della Diocesi dei Marsi intevenuta con il nuovo vescovo riformatore Giacomo. Giacomo è nominato da Urbano VI nel 1384 vescovo dei Marsi e tramite lui si cerca di portare all’obbedienza un territorio la Marsica da sempre problematico. Urbano VI è parte del partito di Carlo di Durazzo che lotta contro Giovanna II.

Giacomo riforma negli anni 1390-1400 la geografia della diocesi dei Marsi riuscendo ad opporsi con risolutezza alla nuova diocesi di Tagliacozzo che però come detto già dal 1390 era rientrata nei ranghi.

 

 

– Cappadocia nella seconda metà del XIV secolo

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

Come detto sopra Cappadocia risulterebbe uno dei pochi centri della Valle di Nerfa inseriti stabilmente nella contea di Tagliacozzo. Gli altri centri diventeranno stabilmente tagliacozzani tra il 1390 e il 1400. 

Cappadocia rimane un piccolo centro dove la popolazione è dedita ad un po’ di agricoltura locale, alla raccolta della legna  e soprattutto al lavoro del pastore di pecore che però per la maggior parte svernavano in ambito locale. Ancora non c’erano i tratturi in quest’epoca.

 

 

– La chiesa di San Biagio a fine XIV secolo

La chiesa di San Biagio di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

All’interno di questo grande quadro politico la chiesa di San Biagio rimane punto di riferimento religioso per la piccola comunità di Cappadocia. Non sappiamo se la chiesa avesse riportato danni dal terremoto del 1349 e quindi se fosse stata riparata, ma crediamo che questo sia avvenuto dato il forte sisma. Quindi in qualche modo la popolazione locale è riuscita a far ripartire questo luogo religioso.

 

 

– L’assassinio di Rinaldo Orsini (1390) e l’ascesa di Giacomo Orsini

Nel 1390 Rinaldo Orsini viene ucciso all’Aquila nell’ambito di un complotto locale ai danni degli Orsini. Anche il fratello Giovanni Orsini viene ferito, ma si salva. A questo punto diventa nuovo conte di Tagliacozzo Giacomo Orsini figlio di Giovanni e quindi nipote di Rinaldo.

Giacomo è un uomo intrapendente che sa far valere i propri interessi e questo lo dimostra riuscendo da fine politico qual’è a muoversi in mille traversie , riuscendo ad ingrandire e potenziare il proprio contado e ad opporsi alla discesa dei Colonna nella zona.

 

 

– La Valle di Nerfa e il consolidamento della contea di Tagliacozzo 

Giacomo Orsini fin da subito dimostra di essere un abile politico mirante a potenziare il suo potere nella Marsica occidentale. Nel 1391 Giacomo consolida il suo potere locale riuscendo ad avere la meglio sulla famiglia Da Montagna che tramite una soluzione concordata mette fine ad una disputa di potere durata 50 anni intorno ai paesi della Valle di Nerfa e altri li attorno.

In pratica la Valle di Nerfa ricadeva ai tempi dei De Ponte nell’ambito del tagliacozzano, ma quando questi iniziano a ritirarsi i Da Montagna iniziano ad occupare i territori dei De Ponte che però ricadono nel circondario di Tagliacozzo soggetto agli Orsini. Iniziano così dispute, depredazioni, incendi, rapine ecc, volte a contrastare il potere orsino su questi territori da parte dei Da Montagna e il tutto più o meno va avanti dal 1340 al 1391.

Con questo concordato gli Orsini sborsano 5000 ducati ai Da Montagna che in cambio cedono alla contea di Tagliacozzo i paesi di Judano, Spedino, Marano, Poggio S. Biagio, Le Cese, Cappadocia e Petrella, inserendo nel territorio orsino anche tutti i territori attorno ai suddetti paesi quindi anche i pascoli, boschi montagne ecc. Tuttavia ancora per qualche tempo i Da Montagna mantengono la proprietà di una parte del paese di Cappadocia e la totale roprietà di Verrecchie e Castellafiume quindi hanno ancora influenza diretta sulla Valle di Nerfa che si rivela difficile per gli Orsini acquisire.

Però anche qui nulla può la forza di questa famiglia nei confronti di Giacomo Orsini troppo ricco e forte per loro, che alla fine devono cedere a lui nel 1399 anche la proprietà dei restanti paesi. In questo caso il contezioso fra i Da Montagna e gli Orsini si avvita più sui pascoli che sui paesi, essendo questi molto più remunerativi che possedere un unico paese.

 

 

 


 

 

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XV secolo

 

– Il dominio di Giacomo Orsini si allarga

All’inizio del ‘400 il dominio di Tagliacozzo si allarga nuovamente venendo a comprendere dapprima nel 1401 i feudi di Rocca di Cerro e di Marano e poi nel 1404 i paesi della Valle Roveto di Capistrello, Pescocanale, Canistro, Civitella Roveto, Civita d’Antino e Meta.

L’acquisto di questi ultimi paesi porta la contea di Tagliacozzo a comprendere anche buona parte della Valle Roveto. A ciò bisogna aggiungere che la contea d’Albe che era indipendente da Tagliacozzo non aveva da molto tempo un reale feudatario poichè apparteneva o al Regio Demanio o a membri della famiglia reale. Ebbene questo suo stato d’impotenza fa comodo agli Orsini i quali iniziano già dal 1390 circa una certa penetrazione economica e sociale esercitando una sorta di attrazione di benessere.

Giacomo Orsini continuando a destreggiarsi in modo egregio fra le opposte fazioni politiche comprese quelle presenti a Roma presso la corte ponticia, mantiene fermo il suo controllo sul contado riuscendo ad ottenerne l’ingrandimento territoriale e una sostanziale influenza economica sulla contea d’Albe.

Mano a mano che il potere di Giacomo si rafforza anche Tagliacozzo cresce d’importanza diventando la naturale sede di governo locale. Nel corso degli anni Giacomo acquista sempre più esperienza e fiuto politico, consentendogli in molte circostanze di salvare il proprio dominio abruzzese di Tagliacozzo a cui dimostra essere particolarmente legato.

Nonostante la grande abilità politica di Giacomo, l’antipapa Alessandro V non fidandosi di lui decide di controllare meglio il contesto territoriale della contea di Tagliacozzo, chiedendo e ottenendo al re di Napoli che i territori di questa siano uniti allo Stato della Chiesa. Ciò avviene nel 1409 e per un anno fino al 1410 la suddetta contea appartiene al papa. In ricordo di questo breve periodo ci rimane una moneta fatta fare da Giacomo Orsini, il Bolognino. Il bolognino riporta su un lato l’effige di Alessandro V insieme al fiordaliso dei D’Angiò e la rosa degli Orsini. La zecca di Tagliacozzo rimane attiva per tutto il XV secolo, arrivando a coniare ben 7 monete.

 

 

– Cappadocia all’inizio del XV secolo

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del ‘400 Cappadocia è un piccolo villaggio fortificato in collina, composto da povera gente dedita alla pastorizia locale, il taglio degli alberi, un po’ di agricoltura, che però risulta scarsamente sviluppata vista l’astiosità del territorio.

A questo si aggiungono un piccolo numero di artigiani. Quindi un paese piccolo con poche attività di sostentamento. Il paese come espresso più volte conta due chiese la chiesa di Santa Margherita e la chiesa di San Biagio.

 

 

– La chiesa di San Biagio ad inizio XV secolo

La chiesa di San Biagio di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio ha inizio ‘400 continua ad essere ben presente all’interno della piccola comunità del villaggio di Cappadocia. San Biagio continua ad essere venerato dagli abitanti del piccolo borgo esattamente come nei secoli passati.

 

 

– Tagliacozzo nello  Stato della Chiesa (1409)

Nonostante la grande abilità politica di Giacomo, l’antipapa Alessandro V non  fidandosi di lui decide di controllare meglio il contesto territoriale della contea di Tagliacozzo, chiedendo e ottenendo al re di Napoli che i territori di questa siano uniti allo Stato della Chiesa. Ciò avviene nel 1409 e per un anno fino al 1410 la suddetta contea appartiene al papa. In ricordo di questo breve periodo ci rimane una moneta fatta fare da Giacomo Orsini, il Bolognino.

Il bolognino riporta su un lato l’effige di Alessandro V insieme al fiordaliso dei D’Angiò e la rosa degli Orsini. La zecca di Tagliacozzo rimane attiva per tutto il XV secolo, arrivando a coniare ben 7 monete.

 

 

– La terribile esperienza di Braccio da Montone, la sconfitta di Giacomo Orsini e l’arrivo dei Colonna ad Albe (1423-25)

Nel 1417 viene eletto Papa Oddone Colonna con il nome di Martino V. Questo papa si preoccupa di riportare Roma e lo Stato Pontificio a condizioni economiche e sociali migliori. Lo stato in cui versa Roma in quel tempo è miserevole la città conta circa 40.000 abitanti ed è divisa al suo interno dal potere di diverse famiglie. Il papa pur comportandosi in modo nepotista elevando la sua famiglia al grado principesco e macchinando per svilupparla sul piano sociale, si occupa attivamente di Roma, avviando una forte restaurazione della città dopo un lunghissimo periodo di crisi seguita agli anni bui del XIV secolo.

Tuttavia Martino V da valido uomo politico qual’è capisce il grave pericolo che corre lo stato pontificio a causa delle mire indipendentiste di Braccio Fortebraccio da Montone. Egli è un nobile italiano che ha negli anni conquistato grande potere in Umbria e Marche e che ora mira all’Abruzzo, forte della propria nomina a Governatore degli Abruzzi e dell’appoggio del conte di Taglliacozzo. Egli immagina di  esportare nel regno la sua signoria allargandola all’intera area centrale e magari creare un grande feudo indipendente in questa zona. Il suo disegno politico si scontra con i piani di papa Martino V e soprattutto la regina Giovanna II.

Lo scontro è inevitabile. Si crea attorno a lui e al conte di Tagliacozzo una grande coalizione composta dall’esercito papale, l’esercito dei Colonna, l’esercito napoletano, la ribellione della città dell’Aquila, guidata da Antonio Camponeschi, e da una potente cavalleria di capitani di ventura guidata da Jacopo Caldora e dai fratelli  Francesco e Muzio Attendolo Sforza. La grande coalizione sconfigge inevitalmente nel 1424 Braccio da Montone nella piana di Bazzano presso l’Aquila.

Tuttavia l’appoggio di Giacomo Orsini al Montone porta anche alla sconfitta del conte proprio presso i suoi possedimenti abruzzesi di Tagliacozzo. I Mercenari con il loro esercito per indebolire Braccio da Montone prendono di mira i possedimenti del suo valido alleato Orsini, depredando con ferocia la contea di Tagliacozzo nel 1424. 

Questa viene completamente devastata soprattutto nella zona dei Piani Palentini e presso Tagliacozzo. Scurcola Marsicana in questa circostanza viene distrutta e il suo castello espugnato. Per la prima volta nella Marsica abbiamo il primo scontro fra le truppe orsine e colonnesi.

I Colonna per il loro aiuto dato a Giovanna II chiedono alla regina un compenso di feudi in Abruzzo. La decisione di Giovanna ricade sul feudo di Albe da tempo sprovvisto di una valida signoria. Nel 1425 Antonio Colonna con il beneplacito del fratello Papa Martino V, diventa conte d’Albe. Martino V per fronteggiare le mire degli Orsini procede a una pacificazione con Giacomo Orsini attraverso  il matrimonio dell’erede Orsini Giovanni Antonio con Agna Colonna. L’anno prima Martino V riesce nel capolavoro di far sposare il suo giovanissimo nipote Edoardo Colonna con Jacovella Berardi, ultima erede del glorioso casato abruzzese e proprietaria della contea di Celano ereditata nel 1423 dal fratello Pietro IV, che morendo senza eredi maschi aveva nominato la sorella più giovane sua erede universale.

Gli Orsini si trovano così in casa l’odiata famiglia Colonna con cui per il momento a causa della presenza del papa devono accettarne l’ingrombrante presenza senza reagire.

 

 

– Giacomo e Antonio Caldora conte d’Albe e Tagliacozzo (1436-41)

Nel 1431 muore Papa Martino V e alla sua morte si scioglie come neve al sole il matrimonio fra Jacovella Berardi ed Edoardo Colonna. Jacovella grazie all’aiuto della madre e di poche altre persone fugge da Palazzo Colonna di Roma e ritorna a Celano, accolta felicemente dai suoi sudditi. Jacovella tornata a Celano chiede al papa di annullare le nozze con Edoardo. Il papa poco tempo dopo accorda a Jacovella l’annullamento del matrimonio e lei si sente finalmente libera di poter amministrare il suo contado senza dictat da alcuno. I Colonna risentiti con Jacovella provano a farla tornare sui suoi passi, ma niente da fare.

Successivamente vediamo come Giacomo Caldora conquisti senza colpo ferire la contea di Tagliacozzo e poco dopo fagocita anche la contea d’Albe, lasciando nella disperazione le persone che vi vivono, ma allo stesso tempo i grandi feudatari come i Colonna e gli Orsini rimangono senza. Caldora inoltre per consolidare il suo potere sulla Marsica sposa  Jacovella da Celano nel 1439. Jacovella è ben disposta a sposare Caldora perchè sa che con lui a fianco nessuno oserà rubargli nulla. Purtroppo però il matrimonio dura poco per la morte dopo soli tre mesi di Caldora ormai anziano. Alla sua morte le contee di Albe e Tagliacozzo sono ereditate dal figlio Antonio.

Antonio Caldora è un capitano di ventura come il padre ma non ha le qualità paterne, tuttavia per circa tre anni egli tiene le redini del grande feudo. Nel 1441 Caldora muore senza figli e per evitare che le due contee possano andare vengono ricedute agli Orsini nella persona di Giovanni Antonio Orsini figlio del vecchio conte tagliacozzano Giacomo.

 

 

– Il ritorno degli Orsini (1441-56) e l’unificazione di Albe con Tagliacozzo

 

Stemma della famiglia Orsini conti di Tagliacozzo.
(Immagine da https://www.cognomix.it/stemma-famiglia/orsini)

 

Nel contesto del regno di Napoli è in atto dal 1435, ovvero dalla morte senza eredi di Giovanna II, una guerra di successione fra un altro ramo della famiglia d’Angiò e gli Aragona che si sono messi in testa di conquistare il regno di Napoli. Giovanni Antono si trova a combattere le truppe del re di Napoli Alfonso d’Aragona. Entra nel regno di Napoli con il legato pontificio, il cardinale di Taranto, alla testa di 1000 uomini. Non è compiuta dagli assalitori alcuna cosa di rilievo. Successivamente Giovanni Antonio Orsini si riconcilia con il re di Napoli, che lo perdona e gli restituisce la contea di Tagliacozzo. donandogli però la contea d’Albe, insieme alla baronia di Corbara e Paterno.

La contea di Tagliacozzo allargata con Albe viene a formare uno dei più grandi feudi del regno napoletano con i suoi 3363 fuochi per un totale di 16.000 persone fra le contee di Albe e Tagliacozzo. Negli anni del regno di Alfonso I re di Napoli le tasse erano di molto cresciute sia per sostenere le spese della corte che soprattutto l’esercito. Certo era che per non deprimere troppo lo stato c’era bisogno anche di sostenerlo. Per questo si cercava di sostenere in modo deciso la lavorazione della lana che si rivela essere uno dei maggiori entroiti dello stato.

Alfonso I cerca di rafforzare come può il controllo sulle terre di confine con lo Stato della Chiesa, migliorando il sistema stradale e soprattutto assicurando allo Stato napoletano il controllo dei passi di confine, cercando di sottrarli al controllo baronale. In questo contesto il lavoro di Giovanni Antonio Orsini si rivela efficace in quanto riesce bene ad amministrare questo pezzo di Marsica rendendolo ancora sicuro nei passaggi di merci e uomini.

Negli anni di Alfonso I e più ancora il figlio Ferdinando incentiveranno come meglio possono lo sviluppo delle fiere sia come mercato generale che soprattutto come mercato per la lana. In questo senso vediamo che tra il 1448 e il 1460 si moltiplica lo sviluppo delle Fiere, come per esempio a Tagliacozzo che diventa la maggiore città marsicana per commercio di vari prodotti tra cui la lana

Grazie a ciò a cascata ne viene che in questo periodo comincerà a svilupparsi in modo deciso il fenomeno della Transumanza che prenderà un deciso sviluppo in tutta la Marsica.

 

 

– La Valle di Nerfa e Cappadocia nel 1450

Panoramica degli anni ’50 su Cappadocia e la Valle di Nerfa.

 

A metà del XV secolo lo sviluppo della lana come prodotto d’eccellenza consente un salto di qualità anche all’Abruzzo divenendo uno dei più importanti poli di lavorazione della lana e di allevamento di pecore. Il fenomeno della lana da pecora porta inevitabilmente dei cambiamenti d’abitudine nei vari paesi del territorio, come appunto a Cappadocia e all’intera a Valle di Nerfa.

Qui l’allevamento delle pecore è già da molto tempo una realtà però sviluppata solo al livello locale. Ora con l’apertura di fiere come a Tagliacozzo, il settore fa un deciso salto di qualità, così come fa un salto di qualità il fenomeno della Transumanza.

Per Cappadocia e tutti gli abitanti della Valle di Nerfa questo significa un cambio di  vita deciso, poichè con la Transumanza si affaccia la questione che coloro che portano le pecore per farle svernare in territori più caldi devono stare via di casa per molto tempo, in quanto si segue il fenomeno delle stagioni. Se si percorre la via transumante che va da Celano a Foggia (la principale italiana di smercio della lana di pecora) ci si impiega molto tempo a percorrela con tutte le conseguenze a cui può essere associato tutto ciò come l’essere costantemente alla mercè dei briganti, fenomeno questo appena agli inizi, rispetto ai secoli successivi.

Quindi concludiamo dicendo che a partire dal 1450 circa il fenomeno della Transumanza porta ad un notevole cambio di abitudini al livello locale e tutte le famiglie subiscono cambiamenti importanti a cui però si adattano bene.

 

 

– L’Italia della pace di Lodi (1454)

L’Italia dopo la pace di Lodi del 1454

 

Sul piano politico nazionale abbiamo la firma a Lodi di un trattato di pace che pone termine ad una guerra fra i vari staterelli italiani nella lotta alla supremazia sovraregionale nella penisola italiana. Il trattato di pace sancisce sostanzialmente una parità fra i vari principati e una impedenza da parte di ognuno di riuscire ad assoggettare ulteriormente gli altri.

L’accordo di pace firmato a Lodi e raggiunto grazie ai buoni uffici di Cosimo dei Medici signore de facto di Firenze dal 1434. Questo accordo di pace fra i vari staterelli italiani sancirà un’oggettivo equilibrio di potere per 40 anni assicurando all’Italia un lungo periodo di pace e prosperità.

 

 

– La contea di Tagliacozzo e Albe passa al Demanio (1456-64)

Nel 1456 muore senza eredi il conte di Tagliacozzo e Albe Giovanni Antonio Orsini. Ciò porta inevitabilmente a dei seri problemi per il rischio che questo importantissimo feudo di confine possa finire in mani ostili. A causa di ciò il re Alfonso assorbe nel Demanio le due contee di Albe e Tagliacozzo. Il periodo successivo vede quindi Albe e Tagliacozzo divenire territori dello stato, con tutte le conseguenze positive e negative della questione.

Nel 1456 a causa di un violentissimo terremoto esploso in Irpinia si hanno notevoli danni ai centri abitati circostanti il sisma. Purtroppo queste conseguenze importanti vi sono anche nella Marsica dove sono diversi i paesi colpiti in modo tragico dal sisma di cui ci occuperemo a breve.

A parte il forte sisma del 1456 e poi anche quello del 1461 il cosidetto periodo demaniale 1456-64 favorisce di molto l’economia di Tagliacozzo in quanto città demaniale aveva diritti che altre città non avevano. E’ noto infatti che le città regie si ritengono fortunate di dipendere dalla corona e sono guardate con rispetto ed invidia per i privilegi di cui godono, come l’essere affrancati dalle angherie baronali, per la maggiore prosperità economica e per una maggiore libertà di azione dei suoi rappresentanti, forse più presunta che reale, vista la totale dipendenza dall’autorità regia.

Inoltre, laddove in qualche università vicina il dominio feudale fosse divenuto asfissiante, si sarebbe determinato un esodo di perseguitati dall’ira baronale verso la città demaniale, alla ricerca di protezione verso la città demaniale, alla ricerca di protezione e difesa all’ombra del potere regio.

 

 

– Il terremoto del 1456

Il terremoto del 1456 si sarebbe verificato nella zona dell’Irpinia, manifestandosi con una forza importante, più o meno dovremmo essere sui 6.6-6.7 Mw. L’area più a ridosso del sisma quella campana è stata colpita con grande durezza, ma anche il resto del centro Italia ne ha risentito molto. Sono molte infatti le fonti in proposito che dicono i gravi danni arrecati dal sisma a città e luoghi anche molto distanti.

Riguardo la Marsica sappiamo che il sisma si è sentito distintamente e fortemente in tutta l’area provocando in quasi tutti i paesi danni e crolli, ma l’area più colpita in questo caso è stata la Piana del Cavaliere. Paesi come Pereto, Oricola, Celle-Carsoli sono praticamente distrutti e i morti per  questo sisma sono sulle centinaia. Quindi sicuramente della Marsica è la zona che riporta i maggiori danni. Ma scendendo al livello di danni anche i paesi fucensi e rovetani hanno avuto i loro danni, qui però le cronache non sembrano parlare di morti.

L’area di Tagliacozzo è stata sicuramente scossa dal sisma in modo importante, basta immaginare che nei pressi di Scurcola, l’Abbazia di Santa Maria della Vittoria è semidistrutta e quindi anche Scurcola ha riportato danni importanti. Quindi tenendo conto dei dati del carseolano e di quelli dell’abbazia essendo a metà strada tra i due paesi. 

 

 

– Cappadocia e la valle di Nerfa dopo il sisma del 1456

Chiaramente la tragicità di questo sisma come dell’altro dell’Aquila del 1461 hanno lasciato effetti anche qui. Ebbene sembrerebbe che tra gli effetti più evidenti ci sia la distruzione completa o semicompleta dei paesi di Morbano e Carcume. I resti di questi due villaggi si ravvedono ancora oggi e sono situati tra Verrecchie e Pereto. Ora ben sapendo che il sisma del 1456 ha avuto il suo maggiore impatto nella zona della Piana del Cavaliere dove sorge anche Pereto è facile immaginare che anche la Valle di Nerfa abbia risentito fortemente del sisma. Sappiamo che storicamente i due villaggi ad un certo punto della loro storia sono stati abbandonati. C’è chi immagina come periodo l’inizio del XVI secolo, noi diremmo la metà del XV secolo. Ma può anche essere che inizialmente le persone sopravvissute al sisma non abbiano voluto lasciare subiti i loro paesi di origine, ma che lo abbiano fatto nei successivi decenni.

Sicuramente però gli abitanti di Morbano e Carcume abbandonano questi paesi tra il 1456 e il 1550, vi sarebbe una data risalente al 1525 anno della fondazione della campana della chiesa del paese di Morbano che indicherebbe che il paese è ancora in vita.

La campana è ora presente nella chiesa del paese di Verrecchie. Comunque siano andate le cose vediamo come poi questa gente venga a spostarsi nei villaggi limitrofi di Verrecchie, Cappadocia e Pereto. Quindi questo sisma ha avuto come effetto la distruzione di questi due paesi e l’innesco del loro lento abbandono.

 

 

– La chiesa di San Biagio dopo il sisma del 1456

La chiesa di San Biagio di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

Al momento non conosciamo gli effetti del sisma del 1456 così come quello del 1461 dell’Aquila sulla chiesa di San Biagio, ma sicuramente ci sono stati e sono stati anche importanti vista la posizione del paese.

E’ probabile che la chiesa sia stata inaccessibile per molto tempo fino a quando non si è proceduto ad un suo restauro seppure parziale. Ma parliamo di paesi poveri di montagna, quindi qualsiasi cosa di buono sia avvenuta non può che esserlo nell’arco di molto tempo.

 

 

– Il terremoto dell’Aquila del 1461

Come abbiamo accennato nel 1461 un nuovo forte terremoto interessa la Marsica, seppure meno intensamente rispetto al sisma di 5 anni prima. Parliamo del sisma dell’Aquila del 1461 che si è manifestato con una potenza di 6.5 Mw che ha devastato la città e tutti i paesi a ridosso di questa. Ma il sisma ha colpito violentemente anche Sulmona e i centri limitrofi così come la Valle dell’Aterno e l’Altopiano di Navelli.

E la Marsica?

Sicuramente anche la Marsica ha vissuto questo sisma con scuotimenti importanti, tuttavia qui gli effetti sono stati molto minori. Certamente ci sono stati danneggiamenti importanti e anche crolli.  La zona che ne ha risentito di più è stato l’Altopiano delle Rocche con i paesi di Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo e Ovindoli e questo perchè più vicini all’area sismica. Comunque tutti questi paesi sono stati restaurati e sono andati avanti nella loro storia.

 

 

– I fratelli Napoleone e Roberto Orsini diventano conti di Tagliacozzo e Albe
(1464-80)

 

Napoleone e Roberto Orsini dipinti nella scena della Natività nel Palazzo Ducale di Tagliacozzo

 

Nel 1464 i fratelli Napoleone e Roberto Orsini, come scritto nel testamento di Giovanni Antonio, sono riconosciuti conti di Tagliacozzo e Albe. Le due contee tornate sotto gli Orsini vengono potenziate nell’aspetto militare diversi castelli sono riparati e molte strade vengono riparate. Tuttavia il potere esercitato dai due fratelli, ma soprattutto da Roberto, visto che era lui che si è occupato maggiormente e in prima persona dell’area marsicana soggetta alla famiglia, si concentra sul lato economico. Roberto, infatti incentiva di concerto con il re, l’industria della lana, portando così alla nascita di alcune importanti industrie locali. Su questo filone Roberto Orsini cerca di dare il giusto sostegno alla transumanza, migliorando i tratturi e assicurando altri favori per l’allevamento, le carni, il trattamento e il commercio delle pecore e della loro lana.

Roberto Orsini ha come area di competenza Napoli e l’Abruzzo (le contee di Albe e Tagliacozzo) e si da fare anche come uomo di cultura promovendo l’arte e il riassestamento dei paesi dopo i terremoti di metà secolo. Sicuramente è Tagliacozzo il posto dove maggiormente interviene sul piano urbanistico a partire dal 1467, essendo questo il capoluogo generale di entrambi i feudi. Albe ormai è ridotto a poca cosa ed è solo un piccolo villaggio molto diverso dalle grandezze del passato. Fatto è comunque che egli si adopera come può per migliorare sia nell’ambito della tassazione che in altri settori l’economia dei due feudi e quindi anche la vita dei suoi cittadini.

Nel periodo di governo di Roberto e Napoleone Orsini abbiamo comunque numerose seppure piccole scaramucce con i Colonna che desiderosi di mettere le mani sulla Marsica non esitano dall’interno o dall’esterno a mettere in difficoltà la signoria orsina sulla Marsica. Negli anni precedenti all’ascesa di Roberto e Napoleone a Tagliacozzo, gli Orsini si sono fatti valere agli occhi del re e del papa in numerose occasioni come nel 1462 anno della defenestrazione degli Acclozamora da Celano e la successiva ascesa l’anno successivo di Alfonso Piccolomini nipote del papa. Il papa approfittando della guerra intestina fra Jacovella contessa di Celano e il figlio prepotente Ruggero IV riesce con abilità a far cacciare (grazie all’abilità militare di Roberto Orsini) Ruggero IV, che aveva arrestato la madre per prenderne il posto e allo stesso tempo con buona pace della contessa a sottrarle l’amata contea per darla al nipote Alfonso.

Anche se praticamente è Roberto ad occuparsi della Marsica, sul piano nominale è anche Napoleone responsabile del territorio marsicano. Ne viene con se che qualunque cosa faccia uno l’altro tacendo approva e così accade qui nella Marsica.

Tra il 1479 e il 1480 sia Roberto che Napoleone muoiono ed essendo entrambi nominalmente conti di Tagliacozzo il successore naturale è Virginio unico figlio di maschio di Napoleone e riconosciuto da tempo quale erede del casato dallo zio Roberto

 

 

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Cappadocia e la valle di Nerfa intorno al 1480

Panoramica degli anni ’50 su Cappadocia e la Valle di Nerfa.

 

Alla morte di Napoleone Orsini nel 1480 la situazione della Valle di Nerfa sembrerebbe andare un po’ meglio vista l’economia abbastanza dinamica degli ultimi anni. Cappadocia rimane un piccolo villaggio fortificato, avente cioè delle mura difensive. Il paese è dedito alla pastorizia transumante delle pecore, continua ad essere presente una certa agricoltura di sussistenza, la raccolta della legna e così via. La popolazione locale è ampiamente cattolica e la vita della piccola comunità segue il ritmo delle feste religiose.

 

 

– La chiesa di San Biagio intorno al 1480

La chiesa di San Biagio di Cappadocia oggi.   (Immagine personale)

 

Non sappiamo se nel 1480 la chiesa sia stata restaurata dal sisma del 1456, che sicuramente visto quello che ha prodotto nella zona l’ha sicuramente colpita anche violentemente. Probabilmente è stata restaurata e continua a fornire il servizio di luogo di preghiera, consolazione e meditazione al piccolo villaggio di Cappadocia insieme all’altra chiesa di Santa Margherita.

 

 

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Virginio Orsini nuovo conte di Tagliacozzo (1480-97)

Virginio Orsini conte di Tagliacozzo. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1480 Virginio Orsini, figlio di Napoleone, diventa nuovo conte di Tagliacozzo e Albe. In questa veste prosegue quanto fatto dallo zio Roberto ovvero continuare sul piano edilizio a migliorare Tagliacozzo, specie il palazzo Ducale, facendone divenire una grande residenza. Allo stesso modo vengono avviati dei lavori di per ristrutturare alcune rocche presenti nel territorio di Albe e Tagliacozzo in quanto giudicate valide come posizione che possono tornare utili in caso di attacco o organizzazione territoriale. Le rocche principali che vengono ristrutturate sono i castelli di Albe, di Scurcola e di Avezzano, più altri castelli minori. Il castello di Albe viene completamente ricostruito essendo da tempo  in completo abbandono da molto tempo.

Il castello viene però ricostruito seguendo la base precedente, quindi si parla sempre di una rocca rettangolare con 4 torrioni laterali. Altra modifica segue invece il castello di Scurcola che viene completamente stravolto per renderlo più valido sul piano militare. La rocca di Scurcola è pensata infatti più in chiave militare che in chiave residenziale e sulla base di ciò è modificata profondmente. La piccola rocca esistente ad Avezzano viene invece resa più grande e imponente per renderla un degno palazzo principesco in stile rinascimentale. La rocca deve essere sia un castello residenziale che militare.

Quanto al lato economico Virginio prosegue nel rafforzamento complessivo del settore della lana da pecora, continuando a migliorare i tratturi e la sicurezza di questi oltre che altri aspetti pratici. Soprattutto però Virginio dedica gran parte dei primi anni di governo nel consolidarsi nei suoi feudi, in quanto i Colonna si sono rifatti avanti e a causa di situazioni interne al regno napoletano Virginio è divenuto nemico del re e al contrario i Colonna sono divenuti filoregi. Ciò consente loro di recuperare prima Albe nel 1481 e poi anche Tagliacozzo tolta a Virginio dal re in quanto divenuto suo nemico. All’interno poi di un conflitto più grande che riguarda i vari stati italiani, al livello locale le due famiglie rivali degli Orsini e Colonna arrivano a fronteggiarsi a viso aperto prima a Roma mettendola a ferro e fuoco nel 1482 e poi anche nei territori abruzzesi che sono teatro di alcune lotte cruente fra le due famiglie e i loro due capi, Virginio Orsini e Fabrizio Colonna.

I due si guerreggiano in tanti modi sia al livello politico, che militare che privato provando a uccidersi a vicenda coinvolgendo in ciò anche altri  membri delle loro famiglie. Per esempio nel 1482 all’inizio dello scontro fra le due famiglie è l’uccisione di Prospero Colonna da parte dei Riario, amici degli Orsini, a scatenare grossi conflitti in città fra le due fazioni. Ad un certo punto della storia a quanto pare tra il 1482 e il 1484 i Colonna riescono ad avere la contea di Tagliacozzo.

Ma gli Orsini sono pronti a muovere un tremenda guerra ai Colonna purchè riescano a recuperare Tagliacozzo e Albe. La reazione orsina esplode nel maggio 1484 allorquando le truppe di Girolamo Riario, capo delle guardie papali, viene assalito insieme alle truppe dei Colonna, dalla furia di Virginio Orsini. 4000 uomini degli Orsini mettono a ferro e fuoco Roma, uccidendo e saccheggiando la città, arriva ora ndo a catturare Loreno Oddone Colonna. Virginio Orsini oltre ad essere riuscito a mettere sotto chiave il suo rivale ora punta anche ad eliminarlo fisicamente per mandare un messaggjo forte alla sua famiglia.

 

 

– La reazione dei Colonna (1484)

Oddone Lorenzo Colonna viene decapitato nel carcere di Napoli e poco tempo dopo i Colonna devono cedere alle richieste orsine di cessione dei feudi abruzzesi.  Nel frattempo Virginio si preoccupa di consolidare il proprio potere riappacificandosi con il re di Napoli stesso attraverso vari atti compiuti da Orsini in sudditanza al re. I Colonna però non rinunciano al loro sogno di possedere i due feudi abruzzesi di Albe e Tagliacozzo e si preparano a dare battaglia agli Orsini.

Per questo arruolano giovani atti alla guerra trovandoli nelle campagne abruzzesi e li preparano per un ipotetica rivincita. Molti di questi mercenari vengono presi come detto dai luoghi d’origine e fatti diventare guerrieri senza sapere dove andranno.

Nel 1484 il papa ormai prossimo alla fine riconsegna le due contee di Tagliacozzo e Albe agli Orsini mentre il popolo invoca la pace  Successivamente il papa muore e a Roma deve essere eletto il nuovo pontefice, ebbene i Colonna mettono a ferro e fuoco Roma per fare pressione sul conclave affinchè sia eletto il loro canditato.

Nello stesso tempo gli Orsini rientrano a Tagliacozzo e ottengono il giuramento del popolo nei loro confronti. Il nuovo pontefice è Innocenzo VIII Cibo e non è nessuno dei canditati proposti, e questo porta malanimo in tutti, in quanto tutti vogliono una parte di potere. Il nuovo pontefice finisce per essere fortemente influenzato da Lorenzo dei Medici, il più importante personaggio politico dell’Italia di allora. Lorenzo ottiene molto da questo papa e lo guida in qualche modo riuscendo ad influenzarlo nelle sue scelte politiche.

Tornando alla situazione politica del tempo abbiamo che re Ferrante sentendosi forte decide di provare a tagliare con una mossa i legami d’influenza che lo stato pontificio ha sul regno di Napoli. Innocenzo non può permettersi questo e spinge per una guerra. La guerra che ne viene fuori e una totale rivolta dei baroni contro il re napoletano. Nella Marsica il conte Virginio Orsini rinnova la sua fedeltà al re, mentre i Colonna approfittando della situazione sorreggono il papa e provano sotto le insegne papali a conquistare la Marsica togliendola a Virginio. I Colonna inizialmente riescono ad occupare il territorio marsicano, ma la forza militare di Orsini riesce a recuperare il territorio sottratto da loro e a sconfiggere i Colonna e ciò nonostante che Virginio risulta impegnato su più fronti militari.

Infine nel 1485 dopo diversi mesi duri combattimenti la rivolta dei baroni è sconfitta da re Ferrante anche grazie al sostegno militare di Virginio Orsini. Virginio riesce a far pace con il re che gli restituisce le contee di Tagliacozzo e Albe.

 

 

– Il governo di Virginio Orsini

Virginio Orsini conte di Tagliacozzo. (Immagine da Wikipedia)

 

Dopo la rivolta dei Baroni, Virginio Orsini esce rinato da questa guerra in quanto vede consolidare il suo potere sui suoi feudi abruzzesi e tutto a discapito dei Colonna. Ma nonostante ciò Virginio sa bene di non poter stare tranquillo e quindi approfitta di un certo periodo di tranquillità per rafforzare le proprie fortezze nel territorio marsicano e ciò di più rispetto allo zio Roberto.

Ebbene viene ultimata la ricostruzione del castello di Alba Fucens, seppure ormai questo sia considerato un maniero secondario. Tra i castelli ricostruiti, ma comunque molto rimaneggiati vi sono il castello di Avezzano e il castello di Scurcola, che vengono completamente ripensati in funzione miliitare. Ma anche alcuni castelli più piccoli vengono potenziati come il castello di Tagliacozzo che diventa una base di controllo del territorio sottostante. Oltre ai castelli vi sono anche le torri di Pescina, Venere e Trasacco che sono restaurate e potenziate in chiave difensiva.

Purtroppo come vedremo a breve il rafforzamento delle fortezze da parte orsina non servirà a nulla in quanto loro verranno defenestrati definitivamente dalle contee abruzzesi a tutto vantaggio dei Colonna.

 

 

– Cappadocia nel 1490

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

Alla fine del XV secolo Cappadocia rimane un piccolo villaggio di confine fra il regno di Napoli e lo Stato della Chiesa. I suoi abitanti continuano le attività di sempre dalla transumanza delle pecore, alla raccolta della legna, a una semplice agricoltura di sussistenza in una delle zone più difficili della Marsica sul piano climatico.

 

 

– La chiesa di San Biagio nel 1490

La chiesa di San Biagio di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

A Cappadocia abbiamo sempre detto che esistono due chiese la chiesa di San Biagio molto antica e la coeva chiesa di Santa Margherita. Entrambe le strutture sono sempre piene dei cittadini di Cappadocia, i quali seguono con scrupolo le pratiche religiose. D’altra parte in questi paesi di montagna la chiesa e il clero sono figure di riferimento culturale molto importanti, in quanto con le loro feste e celebrazioni religiose scandiscono il tempo che passa e i fatti che avvengono quotidianamente. Spesso il clero locale si trova a fare da arbitro in situazioni familiari o di affari locali.

 

 

– La caduta degli Orsini e l’ascesa definitiva dei Colonna

Il simbolo dei Colonna. (Immagine da Wikipedia)

 

Siamo all’inizio del 1494 e re Ferrante muore in gennaio. La sua morte porterà in breve alla deflagrazione del regno napoletano e alla sua sottomissione alle potenze straniere. Ma andiamo con ordine la successione del regno va al figlio primogenito Alfonso II, d’indole crudele, egli risulta odiato dalla popolazione. Con l’ascesa di Alfonso II, Virginio Orsini si dichiara fedele al re e anche al papa Alessandro VI. Questo frutta ad Orsini la su nomina a Gran Connestabile del regno napoletano. Poco dopo Virginio Orsini fa incontrare il papa Alessandro con Alfonso II nel suo castello di Vicovaro, dove questi stringono un alleanza militare.

Ludovico il Moro a Milano vuole insediarsi come duca, ma deve far fuori o deporre il piccolo Gian Galeazzo. Alfonso II saputo del piano si scontra contro Ludovico, poichè è il suocero del figlio di Giangaleazzo. Poco dopo il reggente Ludovico il Moro fa scendere in Italia Carlo VIII di Francia, il quale vorrebbe riprendersi l’intera penisola e inizia una penetrazione militare diretta verso Napoli.

Mentre Carlo VIII scende in Italia riuscendo a non incontrare particolare resistenza. Carlo dopo aver viaggiato per tutta Italia con il suo forte esercito, incontrando poca resistenza, giunge a Roma dove viene accolto dalla folla festante che per paura di una rappresaglia sulla città si schiera con lui.

Fra coloro che lo accolgono vi è anche Virginio Orsini che con un grande voltafaccia si schiera con Carlo, abbandonando sia il re napoletano che il papa. Tuttavia ciò sarà ricordato a lungo dal papa e costerà caro a Virginio. Nel frattempo i Colonna con a capo Fabrizio scendono le Alpi e si recano a dare manforte a re Carlo che nella sua discesa verso Napoli di cui rivendica il trono, incontra una forte resistenza nei pressi della Marsica. Qui giunto Fabrizio Colonna che sconfigge le resistenza marse, viene investito sul campo da Carlo VIII delle contee di Albe e Tagliacozzo e delle baronie di Carsoli e Corvaro, in pratica Fabrizio sostituisce Virginio nei suoi territori.

Successivamente una lega di stati italiani caccia Carlo VIII dall’Italia e le contee marse vengono affidate a Fabrizio Colonna nella loro difesa dagli Aragonesi, ma Fabrizio con classico voltafaccia si fa perdonare dal nuovo re napoletano Ferdinando II (succeduto al padre dopo la sua abdicazione), che gli conferma le contee abruzzesi. Virginio Orsini dopo l’epilogo avuto con la perdita delle sue contee, si riassocia al re francese che vuole ritornare in Italia.

Nell’ottobre 1495 le truppe francesi giungono nella Marsica per giungere poi a Napoli. Qui il re priva Fabrizio Colonna dei feudi marsicani e li affida nuovamente a Virginio Orsini, che nel frattempo ha sconfitto le forze colonnesi e si è ripreso i suoi feudi. A causa però di questi continui passaggi di fronte la Marsica con le sue tre contee è continuamente messa a ferro e fuoco venendo continuamente saccheggiata, con gravissimo disagio per le popolazioni locali.

La situazione di restauro di Virginio Orsini al comando delle contee marsicane è però di corta durata. Papa Alessandro VI memore del tremendo voltafaccia di Virginio nel 1494 lo scomunica il conte Orsini insieme al figlio e al cugino dichiarandoli ribelli della chiesa e confiscando loro ogni bene nello stato pontificio. Inoltre il papa scioglieva da ogni giuramento Tagliacozzo e le altre università dal vincolo di vassallaggio agli Orsini.

Il re nuovo re di Napoli Federico (succeduto al nipote morto) d’accordo con il papa sconfigge nel giugno 1496 le forze orsine e fa arrestare il conte Virginio imprigionandolo a Castel dell’Ovo. In agosto Federico di Napoli affida a Fabrizio Colonna il compito di riconquistare le contee di Tagliacozzo e Albe e le baronie di Corvaro e Carsoli. Fabrizio Colonna con i suoi uomini mette a ferro e fuoco la Marsica riuscendo a riconquistare in ottobre i territori di Albe e Tagliacozzo e Carsoli. Immediatamente dopo aver ricondotto i suddetti territori sotto la corona di Napoli, re Federico investiva Fabrizio Colonna con la nomina a conte di Tagliacozzo. A Tagliacozzo inoltre viene assegnata la possiilità di emettere soldi tramite l’istituzione di una zecca di stato

Nel gennaio 1497 Virginio Orsini viene avvelenato in carcere morendo poco dopo e qualche mese dopo re Federico in un diploma reale assegna a Fabrizio Colonna la titolarità delle contee di Tagliacozzo e Albe e delle baronie di Corvaro e Carsoli. A questo punto concludiamo che i Colonna ormai consolidatisi nei territori abruzzesi, tranne che per alcuni momenti ed eventi particolari rimarranno stabilmente feudatari della Marsica occidentale.

 

 

 – Gli Orsini tornano all’attacco (1498)

Nel 1498 Gian Giordano e Carlo Orsini figli di Virginio tentano un assalto con loro uomini per riprendersi i territori marsicani, ma le milizie di Fabrizio Colonna li sconfiggono gravemente presso Tivoli. Qui perde la vita anche Carlo Orsini. Pochi mesi dopo Gian Giordano è costretto a firmare una pace con i Colonna riconoscendo indirettamente il loro dominio sui territori abruzzesi. Il riconoscimento di Fabrizio Colonna quale nuovo conte di Tagliacozzo e di Albe è confermato anche dal papa che in accordo con il re Federico I accetta implicitamente la nomina di questo.

 

 

– Il diploma reale del 1499

Nel 1499 un nuovo diploma reale di Federico riconferma i territori abruzzesi a Fabrizio Colonna, nominandolo anche Gran Connestabile del Regno. Inoltre Federico I dona a Fabrizio lo splendido palazzo napoletano di via Mezzocannone che diventerà la residenza dei Colonna a Napoli.

 

 

– La Valle di Nerfa e Cappadocia a fine XV secolo

Cappadocia e la Valle di Nerfa nel 1959.

 

Alla fine del secolo abbiamo quindi il cambio della guardia nella proprietà delle contee di Tagliacozzo e Albe che passano dagli Orsini ai Colonna e tali rimarranno per i tre secoli successivi, assicurando con ciò una stabilità politica di rilievo. Il cambio di proprietà per Cappadocia e il  territorio della Valle di Nerfa non produce miglioramenti economici, anzi il passaggio di proprietà è stato un duro momento che ha portato devastazione, fame e lutti. Ma questa è la situazione. Cappadocia rimane un piccolo paese del territorio marso, che però essendo un territorio di confine è conosciuto da molte persone.

 

 

– La chiesa di San Biagio

La chiesa di San Biagio oggi, (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio considerando per veritiera la data di fondazione nel periodo carolingio (774-850) abbiamo una chiesa assai antica che ha attraversato molti scossoni, alcuni dei quali diretti altri invece meno importanti, ma rimane una struttura centrale nel piccolo villaggio di Cappadocia, insieme all’altra chiesa di Santa Margherita.

 

 


 

 

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XVI secolo

 

 

– Il regno di Napoli diventa viceregno di Spagna

Nel 1501 re Federico I di Napoli viene destituito dal papa e il trono di Napoli rimane vacante. I due contendenti principali ovvero Spagna e Francia si lanciano alla conquista del regno napoletano, ognuno accampando diritti sul trono. Alla fine di una sanguinosa lotta è la Spagna ad avere la meglio insieme ai loro sostenitori, fra cui i Colonna che hanno impegnato molte risorse per sostenere le pretese al trono degli Spagnoli.

Fatto è comunque che nuovo re di Napoli diventa Ferdinando V di Castiglia – Spagna. Il nuovo re non vuole avere una nuova corona, ma semplicemente una colonia e per ottenere questo abbassa il regno di Napoli a Vicereame. Questo fatto arriva alle persone così da farle esplodere di rabbia contro gli Spagnoli, ma loro ormai sono i padroni e sono troppo forti per metterli in discussione.

 

 

– Il nuovo ducato di Tagliacozzo (1504) e il grande condottiero Fabrizio Colonna

Il re riconosce che la forza dei Colonna è stata importantissima nel conquistare il trono spagnolo. Per questo motivo Ferdinando eleva con un diploma reale, Fabrizio Colonna a I duca di Tagliacozzo (includendo in questa cornice anche la contea di Albe). Oltre a questi territori Fabrizio è confermato barone di Carsoli, Corvaro e della Valle Roveto.

 

 

– Gli anni del duca Fabrizio (1504-20)

Fabrizio Colonna I duca di Tagliacozzo. (Immagine da Wikipedia)

 

Fabrizio Colonna è sicuramente fra tutti i Colonna colui che in qualche modo ha fatto fare un grosso salto sociale alla famiglia da lui rappresentata. Nel contesto di Duca di Tagliacozzo si adopera direttamente e indirettamente nel rafforzare la propria posizione anche nei confronti della popolazione che dopo molti anni di guerre si sente tradita dai propri governanti.

In questo senso la possibilità per Tagliacozzo di emettere soldi avendo una propria zecca si rivela di buon auspicio sotto il piano economico. Nel 1505 Fabrizio per poter avere un controllo totale sul proprio territorio e facendosi forza per il gran numero di privilegi avuti dal re, tra i quali anche il titolo di Gran Connestabile, con un atto di forza assorbe al ducato il feudo dell’Abbazia di Santa Maria della Vittoria.

L’Abbazia di Santa Maria della Vittoria eretta a Scurcola dal re Carlo I D’Angiò l’indomani della vittoria su Corradino era a capo di un piccolo feudo monacale che comprendeva diversi paesi della Marsica tra cui  Scurcola e una parte del territorio lacustre. L’abbazia già in crisi da tempo per l’abbandono dei monaci viene ora cancellata. La stessa sorte tocca sempre nel 1505 all’Abbazia di S. Maria di Luco, che appartiene al monastero di Monteccassino, che tramite questa abbazia controlla una parte di territorio marsicano. Ebbene d’ora in avanti questo territorio facente capo all’abbazia viene assorbito dal ducato di Tagliacozzo.

Fabrizio con l’aquisizione dei due feudi monacali assicura al ducato di Tagliacozzo un completo e uniforme controllo territoriale. Fabrizio volendo poi assicurarsi una definitiva mano libera nei suoi territori abruzzesi ma anche laziali tramite l’aiuto del papa stipula nel 1511 una pace con la famiglia Orsini, che si trova costretta così a riconoscere il suo dominio sui territori marsicani.

Come si comanda a un duca c’è bisogno di un valido palazzo di rappresentanza, che assicuri e faccia emergere la potenza della famiglia ducale. In questo senso Fabrizio procede fin da subito diciamo a partire dal 1507-08 a un generale restauro del palazzo comitale di Tagliacozzo, che viene fin da subito cambiato d’aspetto per renderlo più importante rispetto a prima. Da subito vengono rimossi i simboli della signoria orsina e sostituiti con quelli dei Colonna, ma soprattutto vengono chiamati artisti napoletani importanti per il restauro del palazzo affinchè sia reso più elegante e signorile secondo i canoni dell’epoca.

In generale le condizioni economiche del ducato non sono buone vista la continua presenza di eserciti di passaggio che hanno gravemente ferito il territorio con veri e propri assalti ai poveri feudi della zona. Fabrizio inaugura a partire dall’inizio del ‘500 una consietudine di casa Colonna, ovvero la concessione di affitto a un qualche potentato di sua scelta che deve rappresentarlo in lavori particolari. In questo senso si viene definendo nel corso del tempo la figura del luogotenente in una sorta di governo viceducale.

Nel 1516 abbiamo la morte di re Ferdinando di Spagna e la successione del giovane nipote Carlo d’Asburgo che presto sarebbe diventato anche imperatore del S-R-I. Ebbene Carlo tra i primi atti di governo procede alla conferma, tramite diploma reale, dei beni feudali e patrimoniali a Fabrizio Colonna.

Con Fabrizio fino alla sua morte avvenuta nel 1520 la Marsica gode di un periodo di relativa tranquillità, che serve al territorio per riprendersi dai duri anni di guerra d’inizio secolo. In questa fase si assiste a un miglioramento seppure minimo della situazione economica. Un dato positivo di questa situazione è la crescita della popolazione che andrà avanti con alterne fortune fino alla fine del secolo. Nella Marsica fra il 1505 e il 1545 anno dei due censimenti voluti dai Colonna si ha un incremento della popolazione di 17.000 unità, facendo passare la popolazione complessiva del ducato di Tagliacozzo dalle 25.931 unità del 1505 ai 42.870 del 1545.

In generale la crescita si ha sia sotto Fabrizio che sotto il figlio Ascanio, nonostante che questo sarà coinvolto nelle guerre del periodo che coinvolgeranno nuovamente anche i feudi abruzzesi. Negli anni di governo di Fabrizio è la moglie Agnese a curare tutti gli affari del marito a Tagliacozzo e Roma essendo lui spesso occupato in guerra. Lei qualche modo si rende capace di gestire bene tutti i beni di famiglia, mostrando una certa scioltezza nella cura del restauro del palazzo ducale, ma anche del castello di Avezzano che viene completato in questi anni sia sottoforma di castello militare che come palazzo rinascimentale.

 

 

– Cappadocia all’inizio del ‘500

Come detto quindi gli anni di Fabrizio sono anni di calma che consentono al territorio di riprendersi economicamente, ma soprattutto digerire il passaggio amministrativo ai nuovi padroni. In questi anni si vengono ridefinendo confini e rapporti di forza tra i vari paesi-feudi della zona. La stessa cosa avviene ai paesi della Valle di Nerfa con i singoli paesi che litigano fra loro su problemi di selve e confini. Questa sarà una costante durante tutti e tre i secoli di governo dei Colonna.

Cappadocia negli anni iniziali del ‘500 vede un certo aumento di popolazione, ma sotto il profilo economico la situazione sembra ancora arrancare, seppure si nota un migliore sviluppo. Le attività della popolazione sono sempre quelle della pastorizia, della raccolta del legname e di quel minimo di agricoltura presente in loco. La vita nel piccolo paese così come nella Valle di Nerfa continua ad essere scandita dai tempi religiosi fatti di feste e messe.

 

 

– La chiesa di San Biagio all’inizio del ‘500

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

In questo quadro appare evidente l’importanza delle chiese locali come l’antica chiesa di San Biagio, che seppure non brillante d’aspetto vista l’età, risulta ancora pienamente attiva nel contesto di Cappadocia, esattamente come l’altra chiesa di Santa Margherita.

 

 

– Ascesa di Carlo I d’Asburgo

Il giovane Carlo V

 

L’impero di Carlo V nel 1530

 

Carlo I d’Asburgo nel 1516 eredita dal nonno materno il regno di Spagna e nel 1519 dal nonno paterno la dignità imperiale nonchè l’arciducato d’Austria, territorio enorme all’interno dell’impero. Egli si adopera per rafforzare la sua autorità in ogni angolo dei suoi domini e allo stesso tempo per imporre una certa filosofia di vita.

 

 

– Da Fabrizio ad Ascanio: il 2 duca di Tagliacozzo

Nel 1520 muore Fabrizio Colonna e a lui succede il figlio Ascanio che diventa anche capo della casata per la morte della madre nel 1523. Ascanio seguendo fedelmente la politica paterna è devoto al governo spagnolo seguendone le sorti nel bene e nel male.

Ebbene negli anni successivi a causa del gravissimo e sacrilego sacco di Roma da parte dei Lanzichiencchi nel 1527 seguiranno anni di grande crisi sia per i territori abruzzesi che per casa Colonna che si è dimostrata complice del saccheggio di Roma, ovvero della città di origine della famiglia in cui loro appaiono come i signori della città.

Ma andiamo con ordine negli anni 1520 a Roma regnano i papi medicei tra feste e lussuria sono giudicati molto male all’estero, in quanto rappresentanti di una chiesa corrotta e sporca che andrebbe ripulita. In questi anni gli Spagnoli dominano la scena italiana, ma la penisola rimane ancora mira della Francia che non rinuncia del tutto al voler sostituire gli Spagnoli nel controllo dell’Italia. Gli Spagnoli  ormai direttamente o indirettamente controllano l’Italia, che però risulta ancora non del tutto accettata come presenza da parte di diversi stati italiani tra cui lo Stato della Chiesa.

Per cui si creano coalizioni fra stati volte alla cacciata o al ridimensionamento spagnolo. Ascanio trovandosi fedele alleato degli Spagnoli deve intervenire in proprio favore riuscendo più volte a sconfiggere questi eserciti. Ma una svolta triste arriva nel 1527 con il sacco di Roma

 

 

– Dispute e litigi tra i paesi

Sotto Fabrizio Colonna i paesi del ducato di Tagliacozzo si sono in parte riassestati dopo i conflitti dell’ultima parte del secolo XV e primi anni del XVI, però con la nuova amministrazione Colonna si vengono creando i presupposti per quelle che chiamo liti condominiali.

In altre parole se con Fabrizio la situazione di relativa tranquillità ha sopito tanti malumori e una leggera ripresa economica ha permesso a molti di rialzarsi così non è con Ascanio dove complice una crisi economica, la crescita della popolazione e altri fattori spingono i vari paesi del ducato a litigare fra loro per il possesso delle terre confinanti di pascoli e selve, in quanto questo significa poter dar da mangiare ai propri figli. La gelosia dei paesi per la terra unita agli affitti dei pascoli per il mercato delle pecore producono diverse frizioni locali, in parte regolamentate da leggi emanate dal governo spagnolo emanate però solo nel 1536 e nel 1540 dal governo di Carlo V.

Di situazioni di disagio di discussioni pubbliche fra paesi confinanti è piena la storia locale e ciò chiaramente avviene anche nella valle di Nerfa. Ma chiaramente ciò che influisce è la situazione generale legata ai rapporti di forza fra stati. Come accennato sopra il duca Colonna segue fedelmente il governo spagnolo che ad un certo punto si lancia con i Lanzichinecchi nel sacrilego sacco di Roma

 

 

– I fatti antecedenti il sacco di Roma

Sotto Clemente VII i rapporti fra Francia, Spagna, Stato pontificio e altri staterelli italiani si erano fatti difficili e sempre più si paventava un rischio di guerra o comunque di situazioni eclatanti. In questo quadro il duca Ascanio essendo legato all’imperatore non poteva che seguire questo anche per riuscire a mantenere il proprio dominio abruzzese.

La guerra puntualmente scoppia nel 1526 fra la Lega Cognac (il duca di Milano – il Papa – Francesco I di Francia –  Firenze – Venezia) e le truppe imperiali. Scopo della lega è liberare l’Italia dagli imperiali. I confederati si obbligano a mettere insieme 2.500 cavalieri, 3.000 cavalli e 30.000 fanti; Francesco I avrebbe dovuto mandare un esercito in Lombardia e un altro in  Spagna, mentre i veneziani e il pontefice avrebbero dovuto invadere il regno di Napoli con una flotta di ventotto navi. Cacciati gli spagnoli da Napoli, il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano un principe italiano, che avrebbe dovuto pagare al re di Francia un canone annuo di 75.000 fiorini.

Francesco I però non tiene fede ai patti e per tutto il 1526, non partecipa alle operazioni, preferendo trattare direttamente con Carlo V il riscatto dei suoi due figli, dati in ostaggio a seguito del  Trattato di Madrid (1526). Il papa, vedendo che gli alleati non rispettano i patti, conclude una tregua separata di otto mesi con l’imperatore. Scaduti gli otto mesi, l’imperatore riprende la guerra. Il suo esercito, comandato da Georg von Frundsberg e Carlo III di Borbone non riesce a forzare le difese milanesi.

Le truppe, esasperate per la mancanza dei pagamenti, minacciano più volte i loro comandanti, i quali si risolvono a rinunciare a Milano e a dirigersi verso il centro Italia in cerca di bottino.

Il 7 marzo von Frundsberg, colpito da infarto, deve abbandonare il comando, che passa interamente a Carlo III di Borbone. Il 31 marzo 1527 l’armata passa il Po, scende verso Bologna e attraverso l’Appennino giunge in Toscana. Le truppe della Lega Santa, comandate da  Francesco Maria Della Rovere e dal marchese di Saluzzo si accampano  vicino a Firenze per proteggere la città dall’esercito invasore, ma questo effettua una manovra aggirante: attraversa il territorio di Arezzo, quello di Siena poi si dirige verso Roma. Lungo il tragitto gli imperiali devastano Acquapendente e San Lorenzo alle Grotte, occupando Viterbo e Ronciglione.

 

 

– Il sacco di Roma e il ruolo dei Colonna

Il sacco di Roma nel 1527. (Immagine da http://retedisapere.blogspot.com/2018/04/1527-il-sacco-di-roma.html)

 

Il 5 maggio gli invasori giungiro sotto le mura di Roma, difesa da una milizia piuttosto ridotta comandata da Renzo da Ceri (Lorenzo Orsini). A fianco agli Imperiali ci sono I Colonna con  Ascanio e il cugino Sciarra e l’esercito colonnese che sferrando l’attacco sulla città pur essendo male armati e non preparati ma profondamente arrabbiati per molte ragioni alla fine hanno la meglio sull’esercito papale ed entrano dentro Roma.

Gli imperiali riescono a penetrare dentro la città dalla sponda nord del Tevere. Sono assalite le mura del Borgo ed entrano a Roma la mattina del 6 maggio 1527 concentrandosi tra il Gianicolo e il Vaticano. Carlo III loro comandante è tra i primi ad attaccare, ma rimane ucciso da una palla d’archibugio. La sua morte accresce l’impeto degli assalitori che a prezzo di gravi perdite entrano in città. La morte del Borbone porta al comando delle truppe di Filiberto di Chalons, principe d’Orange.

 

Il sacco di Roma nel 1527. (Immagine da http://www.illustratori.it/home/oneArt?artID=11946)

 

Le soldataglie fuori controllo devastano e saccheggiano completamente la città di Roma uccidendo e stuprando la popolazione e distruggendo in generale la città. Durante l’assalto Clemente VII, che non si è arreso al loro arrivo, si ritira in preghiera nella cappella privata.

Quando capisce che la città è perduta, si rifugia a Castel S’Angelo insieme ai cardinali, agli altri prelati di Curia e ad alcuni domestici e Sediari, grazie al sacrificio della Guardia Svizzera, che lo protegge a prezzo della vita. Nella medesima occasione si sacrificano superiori e alunni del Collegio Capranica che, da allora, acquisì il titolo di “Almo”.

 

Il sacco di Roma nel 1527.

(Immagine da https://www.oggiroma.it/eventi/visite-guidate/il-sacco-di-roma-la-calata-dei-lanzichenecchi-del-1527/58139/)

 

In nove giorni  Roma viene gravemente sfregiata mettendola a ferro e fuoco. Molte parti della città vengono incendiate i cittadini grandi e piccoli, maschi e femmine, vengono stuprati e uccisi. Alla fine di 9 giorni  il saccheggio Roma riduce la città a un cumolo di macerie sia dentro che fuori nelle campagne circostanti.

I Colonna si macchiano in questo frangente di gravi crimini. Il papa è costretto a revocare con la forza la scomunica contro i Colonna che aveva fatto qualche tempo prima.

Questa vicenda è tristemente nota come il “sacco di Roma. Il saccheggio è reso più crudele dall’appartenenza degli assalitori alla religione luterana, tanto che lo stesso imperatore ne rimane addolorato (forse per questo motivo la sua incoronazione, qualche anno dopo, viene celebrata a Bologna (seconda città dello Stato Pontificio) temendo la reazione dei romani).

 

 

 

– La Peste dei Lanzachinecchi e dei Francesi (1527-1532)

Succcessivamente al sacco di Roma i Lanzichinecchi ritornano in Germania, alcuni di loro però hanno contratto precedentemente la Peste prima dell’arrivo a Roma e la diffondono nella città saccheggiata.

Però nel loro passaggio verso la Germania passano per Tivoli e qui si crea un focolaio che raggiunge attraverso la Via Valeria la Marsica. Dapprima si diffonde a Oricola, quindi raggiunge Carsoli e da qui penetra nelle campagne di Tagliacozzo. Non solo i Lanzachinecchi ma anche l’esercito francese presente nel napoletano per conquistare il sud Italia, portava con se il terribile morbo e questi anzichè conquistare Napoli vengono decimati dalla Peste.

Il tremendo morbo si ramifica così tra Roma e Napoli e nel centro Italia, quindi anche nella Marsica. Questo dura più o meno 5 anni dal 1527 al 1532 producendo nel centro Italia Roma e Napoli comprese 30.000 morti.

 

 

– La Peste nella Valle di Nerfa

Anche se tale notizia non è stata trovata in alcuna fonte, risulta verosimile che anche nella Valle di Nerfa la Peste si sia diffusa, producendo anche qui morti e disperazione. Probabilmente qui con l’aria fina può aver prodotto meno danni che altrove, però è molto probabile che anche qui si siano avuti diversi casi negli anni 1527-1532.

 

– La pace con Carlo V

Carlo invia un’ambasciata presso il papa per fare ammenda dell’episodio. Clemente alla fine, non ritenendolo direttamente responsabile, lo perdona. Dopo questi accordi, il giugno 1529, viene stipulata la Pace di Barcellona, tra Papato e Impero. Secondo gli accordi Carlo V riceve la corona imperiale dalle mani del papa il 24 febbraio 1530 e in cambio l’imperatore restituisce Firenze ai Medici sciogliendo la repubblica fiorentina nel 1532.

 

 

– La vendetta del papa contro i Colonna

Se il sacco di Roma ha prodotto tali danni era anche a causa dei Colonna, che avrebbero dovuto avere nei confronti della loro città maggiore riguardo. Il papa passa a vendicarsi di loro nel 1528 non appena tornato a Roma. Clemente VII aveva già precedentemente scomunicato Ascanio Colonna e la sua famiglia subito dopo il loro coinvolgimento nella vittoria di Carlo V contro la Lega di Cognak (1526) privandoli subito dopo di tutti i loro beni nel Lazio. Oltre a questo il papa manda contro i Colonna un esercito di 6000 fanti con a capo Renzo Orsini.

Questi giunto in Abruzzo devasta i territori marsicani del duca e poi rientra a Roma. Ora però i Colonna sono accusati di aver aiutato in modo importante i Lanzichinecchi e di aver avuto una parte importante nel saccheggio di Roma. Questo il papa non può accettarlo, così subito dopo essere ritornato a Roma conferma la scomunica ad Ascanio e la sua famiglia e conferma la confisca di tutti i beni di casa Colonna. Poi oranizza un esercito e lo spedisce in Abruzzo per colpire il duca Ascanio nelle sue terre marse.

Il papa per completare la sua vendetta richiama in servizio gli Orsini nella persona di Napoleone Orsini e subito dopo gli affida l’esercito papale con il preciso di colpire i Colonna in Abruzzo. Napoleone Orsini non se lo fa ripetere e desideroso di vendicare la sua famiglia per i danni arrecati procede con l’esercito ad occupare la Marsica. Napoleone passando per la Valle del Salto giunge nei Piani Palentini presso Magliano e qui affronta il nemico, l’esercito colonnese che viene duramente sconfitto dagli Orsini, è praticamente una strage.

Tra i morti dei Colonna vi è il card Scipione Colonna che rimane ucciso in battaglia. A questo punto le truppe orsine si danno al saccheggio della zona. Qui le truppe orsine saccheggiano i paesi vicini ai Piani Palentini a cominciare da Magliano e Albe le cui cinte murarie vengono in parte distrutte, ma anche casolari e ville indifese vengono rase al suolo. Insomma la Marsica viene di nuovo saccheggiata. Dopo il saccheggio dei paesi intorno ai Piani Palentini gli Orsini tornano verso Roma.

Ma lungo la via Valeria le truppe orsine si fermano nella Piana del Cavaliere ritrovandosi vicino Oricola. Qui il paese viene preso di mira, dove viene dapprima distrutta la cinta muraria e poi viene orrendamente saccheggiato. In pratica a Oricola Napoleone con le sue truppe, abbatte le mura del feudo marso e poi fa razzia dentro il paese compiendo una vera strage. La popolazione cerca rifugio nel castello che però non può far entrare non più di 300 persone. Le altre provano a rifugiarsi in chiesa, ma qui sono raggiunti dalle truppe orsine che fanno strage di tuttti. Gli Orsini pare si riprendano per qualche tempo la Piana del Cavaliere.

 

 

– Il duca Ascanio

Ascanio e la sua famiglia, colpiti da scomunica e da una forte inimicizia con i vari papi a causa del loro ruolo nel sacco di Roma del 1527, perdono per molti anni molti dei loro beni nel Lazio. Sotto Ascanio il recupero dei loro beni a Roma e nel Lazio è molto difficoltoso e spesso inesistente.

Ci vorranno molti anni e anche il cambio di potere nella famiglia Colonna affinchè questi recuperino in pieno la loro forza. Tuttavia seppure Ascanio perde Roma e il Lazio acquisisce potere nel viceregno di Napoli proprio grazie alla sua devozione con Carlo V. Non solo ma grazie ad alcune sue iniziative in campo economico, fa ripartire di slancio l’economia del ducato di Tagliacozzo e allo stesso tempo consolida se stesso e la sua famiglia presso la popolazione del ducato che ora guarda ai Colonna in modo diverso dai primi anni del ‘500.

 

 

– La Marsica nei primi anni 1530

Alla fine del sacco di Roma tra la peste degli anni 1527-1532 e la distruzione perpetrata dagli Orsini nel 1528 la Marsica si ritrova un’altra volta colpita al cuore con un grave danno economico che ne segue. Nonostante però i gravi danni subiti la Marsica riesce a riprendersi grazie ad alcuni accorgimenti tecnici di Ascanio. Anzi gli anni successivi saranno a differenza del resto del meridione italiano anni di boom economico.

 

 

– La ripresa economica nel ducato di Tagliacozzo

Tagliacozzo tra XV e XVI secolo

 

Ascanio Colonna per motivi pratici si ritrova spesso a soggiornare nelle terre fucensi e quindi ad essere ben presente a Tagliacozzo presso il palazzo ducale. Egli nonostante non fosse un buon amministratore dei suoi beni cerca comunque di rilanciare l’economia del ducato. Nel 1529 il duca compie un atto rivoluzionario che riesce a rilanciare l’economia del suo ducato.

Egli tramite la moglie, provvede a rilanciare la transumanza fra i pascoli romani e quelli abruzzesi, lasciando transitare senza impedimento e pagamento i greggi di pecore dei cittadini aquilani e del ducato di Tagliacozzo nel Passo di Tagliacozzo.

L’iniziativa di Ascanio ha l’indubbio vantaggio di dare forte impulso all’economia locale non solo sul piano delle greggi, ma soprattutto sul piano commerciale e di riflesso sul resto dell’economia locale. Grazie a questa decisione il commercio locale si rianima di colpo soprattutto a Tagliacozzo, che diventa tra il 1530 e il 1547 la principale piazza commerciale del centro Italia e ciò ha il suo cuore nella piazza del mercato. Il deciso miglioramento economico diventa tanto più forte soprattutto dopo il 1532 ovvero dopo la fine della Peste. A Tagliacozzo infatti nella piazza del Mercato  tornano a svilupparsi con un vasto raggio di azione i commerci richiamando numerosi mercanri non solo dai centri della Marsica e dell’Abruzzo, ma anche da Roma, Umbria, Sabina e Ciociaria.

Insomma Tagliacozzo diventa in pochissimo tempo la principale città commerciale del centro Italia. Qui si ha una enorme abbandanza di scambi di capre e castrati, pesce e carne, uova e prosciutti, vino e olio, legumi e zafferano e tanti panni di lana e di canapa. E la maggior parte di questi prodotti sono locali, con grande felicità di tutti gli abitanti sia del ducato di Tagliacozzo, ma anche della contea di Celano.

Facendo ciò Ascanio malgrado la scomunica pontificia, la perdita dei suoi averi nel Lazio e l’inasprimento fiscale napoletano, si crea qui nel suo ducato come per magia una grande ricchezza di denaro, che entra nelle sue tasche e in quelle della sua famiglia, con il quale riescono a far fronte ai numerosi debiti contratti con i banchieri tedeschi. Non solo ma questo denaro libera tante famiglie da una crisi endemica e consente a esse di andare avanti senza pensieri. Con la circolazione di questo denaro nascono nuove case per le famiglie che riprendono a crescere e nuove chiese e ciò non solo per esorcizzare la paura della peste, ma anche per tenere viva la fiamma della religione cattolica contro la minaccia luterana.

Siamo in pieno tempo di controriforma e la chiesa di Roma dopo la crisi di costume dei primi del ‘500 e la crisi luterana cerca di rilanciarsi con nuovi strumenti ecclesiastici. L’Abruzzo in ciò segue in modo fermo la chiesa di Roma. Diciamo quindi che il ducato di Tagliacozzo grazie ad Ascanio riesce meglio a configurarsi nella nuova dinastia Colonna che in questi anni consolida se stessa presso la popolazione locale, specie dopo questi anni di boom economico.

Segno inconfondibile di questa ripresa è anche la crescita della popolazione che si evince chiaramente dal censimento del 1542. Qui infatti emerge una crescita importante della popolazione, sicuramente presente in tutto l’Abruzzo, ma qui acquista un significato maggiore grazie alla dinamica economica presente in questi anni. Tagliacozzo è la città più popolosa con 307 fuochi, seguita da Albe con 252, Pereto 195 e Carsoli, Scurcola e Magliano con 150-170 fuochi. Insomma una crescita vigorosa.

L’esplosione economica di Tagliacozzo e la sua particolare situazione geografica e politica rendono un unicum nel regno napoletano in quanto la rendono quasi slegata sia dal contesto dello stato pontificio che di quello napoletano. Questa condizione si cerca di riportarla a una situazione più tranquilla da parte delle autorità civili spagnole.

Però malgrado gli ufficiali di sua maestà Carlo V  tentino senza esiti di fermare il fenomeno e di far rispettare il divieto di sconfinamento fuori dal regno, gli effetti della decisione di Ascanio Colonna sono sicuramente importanti, se è vero che la  Sommaria di Napoli si affretta a denunciare all’imperatore Carlo V che le pecore che un tempo svernavano in Puglia si sono ridotte di due terzi e che quelle mancanti transitano per Tagliacozzo verso la campagna romana. Il fenomeno, se da un lato consente un deciso miglioramento dell’economia di frontiera come è  il caso di Tagliacozzo, arreca comunque non poco danno alle casse del viceregno spagnolo per i mancati introiti fiscali. Forse anche per questo Ascanio Colonna comincia ad essere un problema non solo per il papa, ma anche per la corona spagnola. Ora da Napoli si chiedono interventi contro di lui.

 

 

– I debiti di Ascanio

Ascanio Colonna nonostante la boccata d’ossigeno delle entrate del ducato non riusciva a far fronte a tutti i debiti e ad un certo punto si è trovato costretto a vendere parte del lago Fucino, il feudo di Avezzano, svincolandoli quindi dal resto del ducato e poi il marchesato di Atessa. Il tutto con possibilità di riscatto futura

 

 

– Scontro armato con Papa Paolo III

Ascanio ha un sempre maggiore conflitto con Papa Paolo III fino ad arrivare ad uno scontro armato nel 1541. Questo non consente ad Ascanio di recuperare i suoi possedimenti in terra laziale.

 

 

– La Valle di Nerfa nel 1532-47

La Valle di Nerfa seppure in modo meno pronunciato rispetto al resto del territorio del ducato di Tagliacozzo ha visto un certo sviluppo nel periodo del cosidetto boom economico di questi anni di metà secolo. Anche qui nei paesi della zona si è riscontrata una piccola crescita di popolazione, anche questo segno di un leggero miglioramento economico. Sul piano civile invece la popolazione continua a seguire la Chiesa locale che con le sue pratiche e feste religiose scandisce il tempo che passa. Le piccole parrocchie di paese sono molto importanti in quanto contribuiscono in modo importante a forgiare il carattere delle persone attraverso i suoi dettami.

Se da un lato queste possono essere nocive in quanto influenzano in modo anche distorto la realtà, sono allo stesso tempo fondamentali punti di riferimento civili sia per l’aiuto che può essere dato sul piano pratico e mentale alle persone sia perchè possono in varie occasioni configurarsi come alternativa al potere civile diramando alcune questioni pratiche locali. Insomma il clero locale in questi secoli non ha solo una funzione puramente spirituale, ma anche molto terrena.

 

 

– La chiesa di San Biagio a metà ‘500

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

Come accennato prima il clero locale e le parrocchie presenti nei paesi come Cappadocia, rivestono un ruolo fondamentale in questi e questo si ha anche per la chiesa di San Biagio a cui la popolazione è molto legata.

– I rapporti con tra i papi Colonna Nel 1549 muore Papa Paolo III e gli succede Papa Giulio III. Con il nuovo papa i rapporti con Ascanio sono buoni a tal punto da poter recuperare i suoi averi nel Lazio. Successivamente con la morte di Giulio III NEL 1555 e l’elezione del nuovo papa Paolo IV i rapporti con la curia diventano di nuovo pesanti e il conflitto diventa incandescente.

 

 

– Il nuovo duca Marco Antonio

Marco Antonio II Colonna 3 duca di Tagliacozzo. (Immagine da Wikipedia)

 

Ascanio Colonna in vita sua si è macchiato di ravi colpe per seguire ed essere fedele a Carlo V, questo gli ha consentito di tenersi i feudi abruzzesi e di consolidarsi in questi nonchè migliorare il suo status sociale nel viceregno napoletano, ma ha perduto i suoi feudi a Roma e soprattutto si è macchiato del sacco di Roma del 1527 dove ha avuto parte attiva. I papi tutti non glielo hanno mai perdonata e seppure con sfumature diverse lo hanno sempre perseguito. Ora però il duca è stanco e nonostante mostri ancora  un ardimento importante non è più quello di prima. Alla fine nel 1556 viene anche arrestato e condotto a Castelnuovo dove muore il 24 marzo 1557.

A lui succede il figlio Marcontonio II con cui i rapporti non sono mai stati teneri e spesso padre e figlio si sono trovati in conflitto per tante questioni. Ora sta a Marcoantonio riportare le cose nel giusto ordine. Marcantonio ha 20 anni al momento della sua ascesa al comando e ha preciso il desiderio di far tornare la sua famiglia ai vertici di Roma recuperando l’intero patrimonio familiare quindi sia i feudi venduti dal padre per debiti che i feudi laziali confiscati dai papi.

Nel primo caso non è stato facile il nuovo papa Paolo IV è acerrimo nemico dei Colonna e di Carlo V  ed egli appena eletto restaura la scomunica per i Colonna e la confisca dei loro beni. Inoltre viene a tenere prigioniere la madre, le sorelle Gerolama e Agnese e la moglie del giovane duca Felice Orsini.

Nel 1556 con un’azione rocambolesca le donne Colonna riescono a fuggire da Roma e raggiungere il Palazzo Ducale di Tagliacozzo mettendosi in salvo dal papa e qui rimangono per tutto il periodo di contrasto. Il papa ad ogni modo cerca di contrastare il Colonna cercando di creare un suo possedimento famigliare in Abruzzo e da li attaccare il ducato di Tagliacozzo.

Il nuovo re di Spagna Filippo II succeduto al padre nel 1556 si da da fare per impedire la perdita di Tagliacozzo e salvare il proprio fedele alleato Marcoantonio. Viene creato un esercito con a capo  Colonna e il duca d’Albe. Questi affronta l’esercito papale presso al ponte del Sanguinario vicino Paliano e qui Colonna infligge una dura sconfitta ai papalini. Il papa a questo punto deve firmare una pace a Cave nel 1558 con l’odiato Colonna.

Successivamente Marcoantonio con la forza delle armi si riprende i feudi venduti abruzzesi venduti dal padre, ovvero Avezzano, il pezzo di Lago Fucino e Atessa. Marcoantonio si rivela per Filippo II un ottimo capitano e ammiraglio nelle varie battaglie che egli si trova a comandare e Filippo per questo lo riempie d’onori, nominandolo Vassallo di Spagna e Gran Connestabile del regno napoletano.

Nel frattempo morto Papa Paolo IV è eletto papa Pio IV, appartenente alla famiglia Medici e assai conciliante con Marcoantonio Colonna. Infatti Papa Pio IV perdona Marcoantonio per le colpe paterne e gli restituisce nel 1562 tutti i feudi e palazzi tolti alla famiglia dal precedente ponteficie.

Grazie ancora alla crescita dell’astro di Marco Antonio che ad ogni vittoria per il re di Spagna cresceva la sua fortuna sia da parte papale che del re. Da parte papale veniva nominato nel 1568 Nobiluomo Veneziano con l’intento di rappresentare lo stato pontificio presso Venezia. Nel frattempo anche il re di Spagna dava onori a Colonna concendendo la libera tratta di frumento da tutte le terre del regno. Nel 1570 infine Marco Antonio diventa Principe di Paliano ma soprattutto Ammiraglio della nuova flotta pontificia.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo (1557-71)

Il ducato di Tagliacozzo aveva avuto un forte  impulso migliorativo sul piano economico sotto Ascanio grazie alla decisione di tenere gratuiti i passaggi di confine per i greggi di pecore. Questo aveva innescato un processo produttivo nei commerci locali che sono serviti per rendere ricca Tagliacozzo e tutti i paesi facenti parte del ducato. Tuttavia seppure in tono minore il miglioramento economico e la centralità economica di Tagliacozzo prosegue anche nella seconda metà del XVI secolo, grazie alla forte ascesa di Marco Antonio Colonna data dal suo destro militare.

Grazie a questo estro militare il re di Spagna Filippo II ricompensa il duca concendendo la libera tratta di frumento da tutte le terre del regno. Anche questo privilegio insieme ad atri avuti precedentemente fanno veramente ridere. Ma all’epoca si pensava  in un certo modo e si agiva in quel modo. Comunque siano andate le cose è certo che i massicci guadagni avuti da questa situazione si protraggono ancora per un bel po’ di tempo. Il ducato insomma seppure in posizione più defilata continua a macinare utili, che vengono in parte spesi per migliorare il territorio e le varie comunità.

A questo si aggiunge l’accorta politica Marco Antonio che nel decennio 1562 – 1571 riorganizza i suoi feudi attraverso un ‘intrapendente politica che si giova peraltro dell’enorme retroterra politico che egli è riuscito a conquistare. Per oltre due secoli, fino al 1806, i Colonna garantiscono a Tagliacozzo un periodo di relativa pace e di modesto sviluppo, anche se in un contesto rigidamente feudale e nei termini con cui questo può essere inteso dalla ideologia del tempo come elemento di celebrazione e di prestigio.

 

 

– La Valle di Nerfa e Cappadocia nel 1557-70

Cappadocia nel 1954. (Immagine da internete)

 

La Valle di Nerfa così come l’intero territorio di Tagliacozzo gode di alcuni anni di pace e prosperità, che consentono a tutti i paesi di migliorare o restaurare gli antici edifici. Le popolazioni della zona della Valle di Nerfa però nonostante un certo miglioramento economico rimangono sempre pastori, tagliatori di boschi, artigiani e commeciarnti. Sono invece scarsamente agricoltori a causa della natura del terreno locale, argilloso, tufaceo, pietroso e poi il clima molto freddo della zona che consente solo scarsi raccolti. Tutti motivi che hanno sempre permesso solo un’agricoltura di sussistenza e non di mercato.

In queste terre quindi è invece, più redditizio l’allevamento e il commercio di legname. I numerosi faggeti e castagneti che coprono in estate di un tappeto verde lussureggiante le alture piuttosto brulle, sono da sempre fonte di guadagno e ciò se è vero per i secoli successivi è a maggior ragione valido nel secolo XVI dove l’unica forma di riscaldamento viene dal legname. Questo, però, ha condizionato fortemente gli usi della gente di Cappadocia, come lo è stato per tutti i paesi d’Italia.

In autunno, infatti, quando i pascoli incominciano a non dare più nutrimento, i pastori, prendonoo i loro pochi bagagli e con tutta la famiglia si spostano verso la campagna romana, in luoghi fertili, come la Torre del Padiglione. Cosi fanno i boscaioli e i mulattieri. In pratica si emigra con tutta la famiglia andando a vivere per alcuni mesi in capanne fatte di frasche, vicine a fontanili o ai luoghi di lavoro; mentre i pochi bambini che vanno a scuola devono percorrere molta strada prima di giungere ai centri abitati. 

A Cappadocia nel XVI secolo come anche nei secoli successivi fino ai primi del ‘900 si ritorna verso maggio o giugno, i viaggi avvengono prima a piedi con la durata di circa 3 giorni, poi per via ferroviaria a cominciare dall’inizio del 900 e solo successivamente con i camion. Nella Valle di Nerfa i figli nascono in estate, in genere ogni due anni, poiché la famiglia deve

Ci sono poi molte persone che in questi luoghi duri nel corso dei secoli XVI – XIX non conoscono alcun riposo, dovendo lavorare sui pascoli, magari raccogliendo legna, per gli stazzi o facendo la spola con i muli dai pascoli al paese, portando formaggio e ricotta e rifornendosi del necessario. Per loro la giornata inizia all’alba. Per chi risiede in paese il sacerdote presiede una S. Messa allo spuntar del sole, affinché, poi, ognuno potesse andare a lavoro.

 

Cappadocia e la Valle di Nerfa negli anni ’50


La popolazione di Cappadocia come quella della Valle di Nerfa ha sempre vissuto in uno stato seminomade. Le piccole migrazioni di questa gente, riflesso di quanto nella storia è accaduto tra le popolazioni, hanno permesso, a chi le compie, di uscire, più di altri, dal proprio campanilismo, cosi da creare una mentalità un po’ più aperta rispetto a tanti altri paesi.

D’altra parte però, ciò non ha sviluppato nessun gusto particolare per le costruzioni, assai modeste. Per questo si può accumunare Cappadocia, nel suo status fino al secolo XX, al paese di Fontamara, descritto dall’abruzzese Ignazio Silone nell’omonima opera.

“Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce è cresce il cosmo. L’intera storia universale si svolge: nascite, morti, amori, odi, invidie, lotte, disperazioni”.
 

 

– La chiesa di San Biagio nel 1570

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

Come accennato poc’anzi la chiesa del paese svolge un ruolo centrale nelle abitudini del paese. Per chi vive a Cappadocia come nel resto di questa valle, ma dire della Marsica intera, la mattina ci si alza e poi si va alla messa mattutina che il prete officia.

Poi finita la messa si procede nel fare le faccende giornaliere. La chiesa di San Biagio in questo senso come la chiesa di Santa Margherita, rappresenta per secoli il primo punto di riferimento delle persone una volta usciti da casa. Questo secondo me rende molto bene il senso di attaccamento del luogo sacro alla gente del posto. La chiesa di San Biagio sia alla fine del XVI secolo che successivamente è da sempre un luogo caro e storico per gli abitanti di Cappadocia.

 

 

– La vittoria di Lepanto (1571)

A Lepanto la flotta della Lega Santa composta dallo Stato Pontificio, Spagna, Venezia, Genova, posta sotto il comando di Don Giovanni d’Austria riporta una schiacciante vittoria contro la flotta dell’impero turco. Nella battaglia di Lepanto muoiono 7000 persone della Lega Santa e 25000 della flotta turca. 

Per l’Occidente cristiano questa vittoria ha il sapore di una crociata che vinta consente di liberare per oltre un secolo l’occidente mediterraneo dalla minaccia ottomana. Tra i comandanti della flotta della Lega Santa vi è anche il duca di Tagliacozzo Marcantonio Colonna in qualità di comandante della flotta pontificia partecipando così attivamente alla vittoria di Lepanto.

 

Vincitori della Battaglia di Lepanto: Giovanni
d’Austria – Marcantonio Colonna – Sebastiano Venier

(Fonte Wikipedia)

Battaglia di Lepanto. (Fonte Wikipedia)

Battaglia di Lepanto. (Fonte Wikipedia)

Battaglia di Lepanto (Raffigurazione presente nei Musei Vaticani)

Battaglia di Lepanto (Raffigurazione di artista sconosciuto). (Fonte Wikipedia)

 

 

– Il duca della vittoria di Lepanto

Marco Antonio Colonna al suo ritorno a Roma, ma soprattutto al ritorno nei suoi feudi viene festeggiato come un grande eroe epico e tutta la sua celebrità ricade anche sulla famiglia Colonna che si riscatta in questo modo dall’ignobile saccheggio perpetrato su Roma nel 1527.

La vittoria di Lepanto viene grandemente festeggiata in tutti i feudi colonnesi, che magari appaiono meno fastose che a Roma, ma sicuramente più sincere. Le comunità di Paliano e Marino nel Lazio per esempio organizzano per il loro duca un’accoglienza grandiosa con corti trionfali, di cui ancora si conserva il ricordo con rievocazioni nel mese di Ottobre.

 

E a Tagliacozzo?

 

Be certo anche a Tagliacozzo le feste sono grandi e anche per un particolare locale, ovvero tra i soldati andati in guerra compare anche un capitano Argoli di Tagliacozzo, posto come ufficiale delle truppe del Colonna. Ma non solo lui anche altri cavalieri marsi partecipano a questa impresa come Alfredo Naldi di Rocca di Botte, i fratelli Angelo e Antonio Vendetti di Pereto, l’alfiere Giancarlo Carlucci di Magliano. Riguardo i festeggiamenti a Tagliacozzo questi sono grandiosi e fastosi e l’università di Tagliacozzo decide di aderire all’invito di Papa Pio V di fare canti di ringraziamento per la vittoria e nella chiesa di S. Cosma vengono infatti svolti canti di ringraziamento e processioni per Lepanto. In funzione di questa vittoria nasce a Tagliacozzo la confraternita del Rosario, una delle prime nate dopo la Controriforma.

Inoltre Marco Antonio in persona a ricordo di questa vittoria fa erigere fuori dalle mura di Tagliacozzo la chiesa di Santa Maria delle Grazie, che viene affidata alle cure dell’ordine francescano riformato dei Cappuccini. Addirittura ad Avezzano in una delle sale, ora andata perduta, viene dipinto un arazzo nel quale si raffigura il trionfale corteo romano del 1571 che festeggiava il suo campione Marco Antonio Colonna.

La vittoria di Lepanto in tutto il ducato di Tagliacozzo non fa che elevare ancor di più l’attaccamento dei Marsi per questa famiglia che pur non interessandosi sempre direttamente dei feudi abruzzesi e sempre in qualche modo ben presente nell’immaginario collettivo.

 

 

– Marco Antonio vicerè di Sicilia

Marco Antonio sulla scia dei successi ottenuti viene nominato Vicerè di Sicilia. A questo punto ottenuta la nomina deve recarsi con la moglie i figli a Palermo dove rimane a lungo.

 

 

– Il 4 duca di Tagliacozzo

Marco Antonio Colonna muore nel 1484. A lui succede il giovanissimo nipote Marco Antonio III Colonna. Marco Antonio è molto giovane ha 9 anni all’ascesa del potere e purtroppo non vive a lungo morendo a soli 20 anni nel 1595. Quindi il suo contributo al livello amministrativo è praticamente nullo

 

 

– Il Ducato di Tagliacozzo alla fine del ‘500

Alla fine del secolo il ducato di Tagliacozzo è uno dei 4 pilastri del cosidetto stato colonnese che va dal Lazio all’Abruzzo in piena continuità territoriale. Il ducato di Tagliacozzo continua  a veder crescere la propria economia anche alla fine del secolo.

Nel censimento del 1595 il ducato di Tagliacozzo vede una popolazione residente di 22.500 persone e seppure la cittadina di Tagliacozzo risulta cresciuta di sole 300 unità al livello urbano è comuque in questo momento il maggiore centro commerciale e ammnistrativo della Marsica, volendo anche più grande di Celano. All’interno del ducato è Avezzano il centro che cresce di più, seguito da Albe, Magliano, Scurcola, Luco e Trasacco. Luco addirittura triplica la propria popolazione e ciò è segno che la maggior parte della popolazione si è spostata nel contesto fucense e dei Piani Palentini dove è più facile praticare l’agricoltura.

A partire dal 1595 però la crescita della popolazione si arresta e l’unica a crescere è Avezzano, mentre gli altri paesi hanno una stagnazione in questo senso. Ciò è anche un segno di profondo cambiamento in senso negativo dovuto a diversi fattori in primis negli anni ’90 del 500 al fattore climatico che diventa freddo estremo che si ripete per diversi anni portando con se anni di carestia per i raccolti andati male che genera a sua volta una forte crisi degli allevamenti. Ciò porta ad un calo demografico che inizialmente riguarda i paesi dei Piani Palentini (Scurcola e Magliano) e della Piana del Cavaliere (Carsoli, Oricola). Invece si ha un certo incremento demografico nei paesi di montagna come Cappadocia e Rocca di Botte.

 

 

– I capitoli di spesa del ducato di Tagliacozzo alla fine del secolo

I capitoli di spesa del ducato di Tagliacozzo alla fine del XVI secolo vertono sulle milizie, sulle provvigioni, i salari e le pigioni ecc. Ma un peso rilevante di spesa riguarda i capitoli volti a tenere alto il prestigio della famiglia.

Capitolo a parte è il patrimonio edilizio, che merita un forte approfondimento in quanto riguarda anche la società civile. In questo senso la spesa varia tra i 500 e i 2000 ducati, per esempio a partire dagli anni 1570 si ha la trasformazione del castello di Avezzano in una vera e propria dimora signorile con vista sul lago e la ristrutturazione del Palazzo Ducale di Tagliacozzo. Nello stesso capitolo di spesa abbiamo tra il 1590 e il 1610 il costo di 11000 scudi ripartiti per la maggior parte per l’abbellimento di Palazzo SS. Apostoli di Roma e una piccola parte per la manutenzione dei castelli di Gennazzano e di Avezzano.

Nello stesso capitolo di spesa ci va l’apparato difensivo del Ducato di Tagliacozzo che alla fine del secolo suddivide i piccoli in inutili e utili. Nella lista dei castelli ritenuti inutili per la situazione politica del tempo e quindi abbandonati a se stessi non essendo più importanti ci sono le piccole fortezze di Tremonti, Colli di monti Bove, Verrecchie e Girifalco che sono in stato di abbandono da metà secolo.

Nella lista invece dei castelli utili compaiono la piccola fortezza di Tagliacozzo, e il castello Scurcola Marsicana, il Palazzo Ducale di Tagliacozzo adibito sia ad abitazione per i Colonna, che come ufficio per il luotenetente, un piccolo palazzetto nella Piazza centrale di Tagliacozzo che rappresenta dove si tiene la corte, il castello di Avezzano,  il castello di Rocca di Botte.

Altro capitolo di spesa è il costo di manutenzione degli impianti industriali che sono posti in affitto e che riguardano 10 mulini di cui 5 a Tagliacozzo e i rimanenti a Verrecchie, Tremonti, Sante Marie, Cappadocia e Castellafiume.

Altro capitolo non trascurabile riguarda l’ostentazione del potere familiare. Quindi si parla di spese di rappresentanza e spese per l’acquisto e la manutenzione delle carrozze. Un gran peso sono state le feste organizzate dalla duchessa Felice Colonna anche nel palazzo ducale, dove sono state tenute feste con sontuosi intrattenimenti di ballo, ecc.

 

 

– La dogana di Tagliacozzo

La dogana di Tagliacozzo alla fine del ‘500 costituisce all’interno del cosidetto Stato Colonna un grande territorio demaniale e uno dei più estesi domini demaniali di tipo pascolativo e forestale posti lungo il confine nord-occidentale del Regno la cui costituzione risaliva con ogni probabilità al periodo delle dominazioni normanna e sveva.

La dogana comprende gran parte dei pascoli di altura del Ducato, quelli di Cappadocia, di Roccacerro, di Pereto e di Rocca di Botte, della Baronia della Valle Roveto e di quella Carsoli fino a Serrasecca e Vallepietra. La dogana si estende oltre confine con lo Stato del Papa includendo parte della montagna di Filettino e di Subiaco. Rappresenta perciò quel vasto terrazzamento carsico che per tre secoli ha intrattenuto relazioni di gravitazione e transumanza con la campagna romana tramite l’antico tratturo Orsini lungo la Valle dell’Aniene.

In generale la dogana di Tagliacozzo si distingue per due motivi dal resto dei pascoli marsicani, per prima cosa per la differente destinazione della transumanza  invernale andando dalla terra d’Abruzzo verso la campagna romana e poi come secondo motivo si tratta di “transumanza normale”, ovvero le greggi di pecore appartengono prevalentemente agli abitanti della pianura, agli armentari della campagna romana, ai gargari delle grandi famiglie nobiliari, agli abitanti della montagna, Università e Confraternite religiose. Inoltre la transumanza riguarda soprattutto il ducato di Tagliacozzo a differenza della Dogana di Foggia, dove si richiede il periodico scambio di uomini, beni e animali tra due Stati.

 

 

– Il banditismo nella Marsica

Alla fine del secolo, forse complice una maggiore crisi economica accresciuta dall’enorme imposizione fiscale spagnola che soffoca la crescita delle zone del viceregno napoletano, si ha un certo incremento del banditismo che inizia a creare seri problemi alla gendarmeria napoletana. Tra le alte montagne della Marsica si cominciano a creare piccole bande di malagente che da fastidio ai paesi della zona.

 

 

– Il 5 duca di Tagliacozzo

Marco Antonio III muore nel 1595 a soli 20 anni senza aver avuto il tempo di poter lasciare la propria impronta sul proprio patrimonio famigliare ne soprattutto nel mondo. A lui succede il neonato figlio Marco Antonio IV  che al momento della morte del padre ha solo pochi giorni. Le redini del ducato sono comunque ben tenute dal luogotenente di Casa Colonna Giuliano De Leonibus, mentre a fargli da tutore sono familiari a lui vicini.

 

 

– Cappadocia alla fine del XVI secolo

Cappadocia oggi. (Immagine personale)

Alla fine del ‘500 poi Cappadocia vede un certo incremento demografico che contribuisce a far conoscere il paese che ormai risulta ben conosciuto dai funzionari di corte, che ne debbono annotare i versamenti, ma anche dagli ecclesiastici del Vaticano. Ciò è dimostrato da un interessante documento, questa volta artistico, che conferisce maggiore notorietà al piccolo paese dell’Abruzzo. Cappadocia, infatti, viene riportata sull’affresco di una parete del corridoio delle carte geografiche in Vaticano, dove sono dipinte le varie regioni d’Italia; “Capodocio” è compreso nel territorio della Marsica, e da esso nasce il fiume Liri. Poche case costituiscono il paese nel Rinascimento.

 

 

– La chiesa di San Biagio alla fine del 500

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio continua ad essere pienamente operativa servendo il paese come in passato. La popolazione continua ad essere molto attaccata alla struttura che accompagna questa comunità ormai da molti secoli.

 

 

– Il regno di Spagna nel 1598

 

 

 

 

 


 

 

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XVII secolo

 

– Il ducato di Tagliacozzo 1595-1611

Tra la fine del ‘500 e fino all’inizio del ‘700 abbiamo un grande cambiamento climatico passato alla storia come Piccola Età Glaciale, ovvero estati piovose e freddo intenso d’inverno. Nella Marsica questo si traduce in raccolti scarsi o nulli. 

Non solo ma tra il ‘500 e il ‘600 sono diverse le annate che si ricordano con il lago Fucino completamente gelato d’inverno che assicurava un passaggio comodo per slitte e merci. Il clima rigido porta con se un calo demografico e la concentrazione della popolazione in paesi più facilmente raggiungibili e meno a ridosso della montagna.

Per esempio è in questo periodo che si ha il quasi completo abbandono di Albe e la maggiore presenza di persone nei piccoli centri a ridosso del paese albense. Tra questi vediamo un certo incremento demografico ad Avezzano, che per la sua posizione strategica al centro del Fucino e a ridosso del lago ne fanno il luogo ideale dove abitare in quanto comunque la presenza del vicino lago assicura un certo clima mite di più che se si sta in montagna.

Nel periodo 1595-1611 la mancanza di un padrone forte di Casa Colonna porta a un certo decadimento famigliare. Tuttavia nel ducato di Tagliacozzo la forte mano di Giuliano De Leonibus, in qualità di Luogotenente di Casa Colonna, riesce a tenere ben salda la situazione amministrativa del ducato. Egli grazie alla sua perseveranza riesce a far entrare stabilmente nelle casse di Casa Colonna ben 3000 scudi l’anno fino al 1605 anno della sua morte. Dopo di lui diventano luogotenenti  Marzio Fellio e Gaspare Resta che pone per la prima volta alla ribalta la sua famiglia.

La famiglia Resta diventa in breve una delle famiglie più in vista del ducato, scatenando molta invidia nel paese natale. Questa invidia si moltiplica nel corso del tempo portando addirittura all’omicidio di Giuseppe Resta nel 1606, fratello di Gaspare. Negli anni di governo di Giuliano De Leonibus il territorio ducale viene frazionato per meglio avere afflussi di cassa. In pratica nasconoo le baronie di Magliano, Scurcola e Corvaro che si aggiungono a quelli esistenti di Carsoli e della Valle Roveto.

In generale però questo  periodo d’incertezza di guida di Casa Colonna, pur con i fattori climatici di persistente freddo e gli alti e bassi dovuti alla gestione dei vari amministratori di Casa Colonna, non mostra segni di particolare crisi. Il ducato di Tagliacozzo  rispetto ad altri feudi importanti sia laziali che abruzzesi va discretamente. In pratica l’economia del ducato prosegue abbastanza bene, manifestando questa crescita fino al 1640. Tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 emergono nel ducato nuove famiglie baronali sulla scia della politica delle deleghe di incarichi e sotto incarichi che la famiglia Colonna distribuisce per gestire il ducato di Tagliacozzo.

Tra le nuove famiglie emergenti nel ducato ricordiamo gli Argoli, i Resta, i Mastroddi, i Mattei, i Gentile, i Blasetti, i Grosso, i Bontempi, i Luzzi, i Maglieri, i Rota, gli Amicucci, gli Ercolini, i Capoccio ecc. Questi figurano secondo i catasti come una gamma di proprietari terrieri. case, botteghe in piazza, selve e prati. Questo nuovo gruppo emerge in due modi da un lato tende ad accaparrarsi tutti i posti di priori e membri nelle cariche elettive delle varie università e cerca di acquisire meriti presso i Colonna

Anche al livello religioso tra fine ‘500 e inizio ‘600 si hanno dei buoni vescovi dei Marsi capaci di amministrare bene la diocesi marsicana assicurando buona convivenza civile e pur tra alti e bassi dovuti alla cruda gestione patrimoniale degli Spagnoli che con le loro tasse soffocano l’economia, la situazione economico-sociale del periodo si rivela accettabile.

 

 

– Il 6 duca di Tagliacozzo

I Colonna si trovano tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 senza una vera e propria guida in quanto Marcantonio III muore 20 enne nel 1595 ed essendo sempre stato di salute cagionevole e molto giovane non ha mai veramente esercitato un potere di fatto. A lui poi succede un bambinetto di pochi giorni come Marco Antonio IV. Anche qui questo giovanissimo erede di casa Colonna si mostra di salute cagionevole morendo appena sedicenne nel 1611, a cui succede lo zio Filippo I, fratello del padre. Filippo I si mostra come una guida forte e sicura per la famiglia e lo rimarrà fino alla sua morte avvenuta nel  1639.

Filippo, ultimo uomo d’armi di Casa Colonna si dedica alla riorganizzazione delle milizie colonnesi e alla ricotruzione delle fortune familiari, puntando su  un’attenta gestione del patrimonio, attraverso una forte eliminazione degli sprechi e un ripianamento dei debiti. Chiaramente Filippo non ha mai rinunciava allo sfarzo della sua casa come ci si attendeva da un uomo del suo lignaggio, tuttavia una politica assai più decisa nell’attenzione al patrimonio familiare consentiva ai Colonna di attraversare l’inizio del ‘600 in una maggiore tranquillità.

Certo essendo una famiglia importante le spese erano tante e poi Filippo ha molti figli e questo anche significa molte spese. Tuttavia la sua politica attenta e parsimoniosa riduce i debiti familiari e aumenta le riserve monetarie familiari.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo sotto Filippo I (1611-39)

Come accennato il nuovo duca Filippo è un uomo d’armi e una persona assai concreta che cerca di persona di controllare tutto e tutti e ciò per evitare fughe in avanti dei suoi vassalli. Filippo dimostra fin da subito di essere capace di gestire il tutto e persegue con determinazione l’obbiettivo di rendere più efficienti i suoi feudi compreso chiaramente anche il ducato di Tagliacozzo. Sotto Filippo il ducato di Tagliacozzo continua ad andare abbastanza bene sul piano economico, nonostante i molteplici segnali di crisi che sono ben presenti e che dipendono da fattori esterni.

Infatti nel periodo di Filippo si accentua un calo generalizzato della popolazione, dovuto anche ai raccolti poco brillanti per il clima notelvolmente più freddo che si ha dalla fine del secolo precedente e persiste in questo secolo.

Il problema climatico purtroppo accentua molte situazioni di carattere economico che portano a cadute in diversi settori come nell’allevamento dove si registrano anche diverse morti bestiame. Per Filippo non è facile gestire questi problemi in quanto ben pressato dalle banche per i debiti famigliari accumulati in passato e dalla forte pressione fiscale spagnola che strozza l’economia generale. In questo quadro Filippo dimostra di avere buone capacità di governo e di saper ballare bene nella tempesta del tempo cercando di frenare al massimo le perdite di denaro e di aumentare il capitale famigliare.

Filippo realizza ciò attraverso un controllo molto ferreo sul suo patrimonio, controllando da vicino le spese di entrata e uscita e frenando in più occasioni gli eccessi dei suoi vassalli e delle varie famiglie emergenti, evitando così mancanze grosse di questi nei confronti della popolazione.

D’altra parte c’è anche da dire che Filippo una cosa asciutta, ma vera ovvero che il controllo ferreo serviva anche per far andare nelle casse famigliari piuttosto vuote quanti più soldi possibili baipassando gli intermediari, cercando però di sfruttare al massimo la popolazione locale con tasse e altre diavolerie feudali.

Un esempio lampante di ciò riguarda un caso del 1631 dove Filippo dimostra risolutezza sulle spese del ducato di Tagliacozzo. Qui Filippo da istruzioni molto precise al gestore dell’erario di Tagliacozzo Marino Fallaci, fresco di nomina, stilando una lista delle spese di entrata del ducato che il gestore doveva esigere dalla popolazione in merito come imposte. La lista in questo enso è piuttosto lunga riguardando l’elenco di tasse, gabelle e la tassa per mantenere la cavalleria leggera del ducato.

Il tutto veniva riscosso in tre rate in prossimità della Pasqua e del Ferragosto e del Natale giusto in tempo per rovinare le feste alla popolazione. Facendo così però nella crisi generale del vice regno napoletano egli riesce ad assicurare ai propri domini un governo stabile e capace rendendo più facile attraversare questi decenni e frenare la caduta economica, che altrimenti sarebbe stata peggiore.

Altra nota importante della politica di Filippo è l’incremento dell’affitto degli uffici pubblici e dei diritti feudali già avviata dal suo predecessore Giuliano De Leonibus. In pratica le nuove famiglie emergenti nella loro ascesa pubblica, una volta raggiunti gli uffici più importanti sia al livello d’incarichi che di nomine feudali, per esempio la baronia di Corvaro o di Civitella Roveto devono sborsare per mantenere quelle cariche diversi quattrini, altrimenti devono dimettersi e cedere il posto ad altri.

Le entrate che Filippo riesce a far arrivare alle casse della famiglia servono a pagare gli alti debiti famigliari che diminuiscono molto con lui, a pagare le alte spese di vita lussuosa che una famiglia così importante deve avere se vuole stare al passo con gli altri e mirare ad altre fortune, sia a pagare le alte spese di miglioria dei palazzi di famiglia dislocati nei suoi feudi.

Filippo quindi anche in conformità con la forte tassazione spagnola, deve tenere sempre aggiornata la situazione dei feudi, per questo vengono redatti dei catasti nel ducato di Tagliacozzo il primo è del 1609 e il secondo è del 1635. Da questi emergono chiaramente le nuove ricche famiglie del territorio ducale. Su questo facciamo un piccolo sunto.

 

 

–  Le famiglie emergenti nel ducato di Tagliacozzo sotto Filippo I

Dal catasto del 1635 emergono diversi dati dalle nuove famiglie aristocratiche di Tagliacozzo. Per esempio sappiamo che i Resta e gli Argoli le due nuovi potenti famiglie di Tagliacozzo nel ‘600 sono di antico lignaggio francese. Di recente nobiltà abbiamo i De Leonibus e i Capoccio, entrambe fedeli amministratici dei Colonna. Quindi ci sono i Rota, i Rosa e gli Spina che sono ormai ben impiantate a Tagliacozzo, ma che provengono dal napoletano. Quindi abbiamo diverse famiglie venute su come notai e dottori come gli Ercolini, i Cocco, i Maglieri, i Campora, i De Franciscis, i Gentile,  i Fallaci, i Ciamei, i Guidarelli, ecc.

Altre famiglie come i Mastroddi, i Fallaci e i Fantozzi sono di recente nomina regia, altre provengono dall’arrichimento nel commercio da alcuni villaggi intorno a Tagliacozzo e cresciute poi nel corso del tempo nel processo di refeudalizzazione della terra come i Grosso di Sante Marie, gli Amicucci da Torre di Tagli e i Bontempi da Scurcola.

Ad Albe troviamo i già citati Capoccio che sono ad inizio ‘600 ben consolidati amministratori dei Colonna. A fianco a questi emergono i Blasetti, provenienti dai villaggi di Massa e Corona che ad inizio ‘600 compaiono con due loro esponenti, Vincenzo dottore in Filosofia e Marco Antonio affarista. Quest’ultimo fa affari con l’incetta, il commercio a grande scala e il contrabbando dello zafferano.

Tutte queste famiglie sono e saranno coloro che nel ducato comanderanno accedendo a tutti gli incarichi presenti nelle università dei paesi e allo stesso tempo accedendo ad alcuni incarichi amministrativi del ducato. Questi figurano nel catasto del 1635 come proprietari beni urbani composti da case in Tagliacozzo o nei centri limitrofi e botteghe di piazza, o di beni rurali come terre, vigne, canapine, selve e prati.

Filippo pur avendo tanti figli, riesce a diminuire il debito famigliare e aumentare il capitale di soldi in suo possesso.

 

 

– Tagliacozzo e Avezzano ad inizio ‘600

Nell’ambito dei feudi colonnesi che posto occupava il ducato di Tagliacozzo per i Colonna?

Diciamo secondario, almeno giudicando ciò dalla consistenza delle migliorie dei Colonna verso i propri palazzi, che si concentrano di più sui palazzi dei feudi laziali e poco su quelli abruzzesi, giudicati quasi più colonie che altro. Ciò è indicativo di un atteggiamento che i Colonna avranno sempre più nei confronti della Marsica e degli altri feudi abruzzesi. Questo viene detto anche in base alle loro visite in Abruzzo che nell’arco del tempo perlomeno nel ‘600 saranno piuttosto poche rispetto al periodo cinquecentesco, dove fino alla morte di Marco Antonio IV (1611) vuoi per situazioni contingenti ai rapporti con i papi, che per altri motivi i Colonna hanno soggiornato a lungo a Tagliacozzo e ad Avezzano.

Concentriamoci ora su queste due località. Tagliacozzo con il suo Palazzo Ducale rimane per tutto il periodo feudatario il centro amministrativo del ducato, ma Avezzano per la migliore posizione geografica acquista nel corso del tempo una notevole centralità e ciò è confermato dalle spese che i Colonna dedicano al castello di Avezzano.

Infatti nel corso del ‘600 la residenza del castello avezzanese diventa la più frequentata nei soggiorni estivi dei Colonna, malgrado Tagliacozzo continui a svolgere il ruolo di capoluogo e sede dei principali uffici del Ducato.

 

 

 – La Valle di Nerfa all’inizio del ‘600

La Valle di Nerfa negli anni 50′

 

Nel prima prima parte del ‘600 diciamo fino al 1640, l’attività economica non subisce particolari tracolli, tuttavia la crescita del periodo precedente si viene arrestando in modo via via più significativo e ciò è dato in primis  dal clima che qui è sempre stato rigido, ma nel Seicento lo è ancora di più. Ciò lo si vede dall’agricoltura di sussistenza che qui non ha mai trovato terreno adatto, ma che con il clima duro di questo ciclo si dimostra ancora più scarsa.

Cappadocia,  così come Petrella e gli altri paesi della zona dopo aver registrato una certa crescita di popolazione vengono a diminuire piano piano. L’alta tassazione spagnola poi fa il resto strozzando una qualsiasi attività economica. Ciò purtroppo induce alcune persone a diventare briganti quasi per necessità. Poi certo le bande criminali del tempo sono formate anche da membri dell’aristocrazia che certo non ha motivi economici per diventare criminali, ma solo per una sorta di sfacciataggine sociale.

 

 

– La chiesa di San Biagio all’inizio del ‘600

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio in questa prima metà del XVII secolo appare come una chiesa malconcia sul piano architettonico apparendo ormai vecchia, logora e decadente che in qualche modo nonostante diversi piccoli restauri ha fatto il suo tempo.

 

 

– Il 7 duca di Tagliacozzo (1639)

Alla morte nel 1639 di Filippo I Colonna gli succede nella carica di 7 duca di Tagliacozzo il figlio Federico, aiutato però nella gestione patrimoniale dal fratello più grande Girolamo, che però essendo cardinale non poteva ereditare terre e titoli. Però è lui il vero comandante di Casa Colonna dopo la morte del padre Filippo.

 

 

– L’8 duca di Tagliacozzo (1641)

Nel 1641 tuttavia Federico muore in battaglia, ed essendo privo di figli maschi, è un altro fratello Marco Antonio V ad ereditare beni e titoli famigliari. Ma pur essendo Marco Antonio un buon mecenate e amante delle arti è scarso nella gestione del patrimonio famigliare, per questo lascia il tutto nelle mani del più navigato fratello Girolamo. Girolamo Colonna è quindi il vero duca di Tagliacozzo negli anni ’40 e ’50 del secolo XVII e saranno anni duri e poveri.

 

 

  • I primi anni da duca in pectore

Girolamo Colonna per meglio controllare il ducato di Tagliacozzo usa spesso il Palazzo Ducale come sua residenza personale e i primi tempi si rivelano ancora piuttosto tranquilli se nel 1642 viene data una gran festa con partecipazione popolare per l’onomastico di Pietro Colonna altro cardinale di famiglia. A prescindere dai festeggiamenti quelli sarebbero stati fra gli ultimi eventi felici del ducato prima del grande periodo di terrore che sarebbe sopravvenuto da li a poco tempo.

 

 

– Il clima impazzito

La rigidità del clima si manifesta lungo tutto l’arco del secolo, ma alcune annate registrano particolari freddi intensi, specie quelle fra il 1645 e il 1650. In questi anni la rigità del clima porta ad avere vini privi di sapore, la stessa cosa vale per gli alberi da frutto che si rivelano con scarsi e privi di sapore.

 

 

– La Valle di Nerfa negli anni 1640

La Valle di Nerfa con Cappadocia oggi. (Immagine da Wikipedia)

 

A causa del clima rigidissimo nella Valle di Nerfa le rocche secondarie di  Tremonti, Girifalco, Verrecchie e Roccacerro sono ormai completamente disabitate e gli stessi piccoli centri vedono un calo drastico della popolazione che a causa di questo clima così duro è costretta a spostarsi per buona parte dell’anno verso la campagna romana con le loro greggi.

 

 

– Il banditismo politico del 1646

Girolamo Colonna, cardinale e duca di fatto, è coinvolto nelle lotte più o meno sotterranee fra Papato e Corone francese e spagnola. Queste lotte vedono protagonisti sia poveri miserabili asserviti per fame al potere criminale che soprattutto uomini esponenti delle famiglie baronali del posto che per cupidigia si danno al brigantaggio, sicuri di non essere mai presi e poter fare quanto vogliono.

Emblematico intal senso è il caso di Giulio  Pezzola, di estrazione nobile locale in quanto proveniente da una famiglia della Valle del Salto. Pezzola per anni compie efferratezze di ogni genere nelle terre di confine e poi viene reclutato dagli Spagnoli per umiliare Papa Urbano VIII Barberini o per sostenere la guerriglia nelle terre papali o usato per riportare l’ordine spagnolo nelle rivolte del 1646-48.

Un esempio lampante di quanto detto si verifica proprio nel 1646 allorquando Pezzola su ordine dello spagnolo Raimondo Zagariga, presidente dell’Udienza Provinciale  di Aquila assale una banda di ventisei fuorilegge, comandati  da Marco Antonio Sebastiano, il cardinale Gerololamo Colonna da Tagliacozzo si oppone alla richiesta spagnola di sostenere con i suoi uomini l’azione repressiva, dimostrando indirettamente che i banditi erano suoi protetti.

Gli uomini di Pezzola dopo aver appicato un incendio nelle case di Magliano, dove la banda si era nascosta, questi si rifugiano presso la chiesa di Santa Lucia. Qui il Pezzola entra con i suoi e senza  troppo scomporsi uccidono 12 membri della banda fra cui lo stesso Sebastiano, e poco dopo Pezzola uccide altri 6 membri della banda di Sebastiano che aveva arrestato poco prima decapitandoli. Alla fine saccheggia il paese di Magliano ottenendo un bottino di 3000 scudi.

 

 

– La rivolta di Masaniello del 1647-48

La rivolta di Masaniello. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1647 una tremenda rivolta popolare comandata dal popolano Masaniello partendo da Napoli mette in scacco le truppe spagnole occupandole per più di un anno con continue rivolte in tutto il territorio del sud Italia, Marsica e Abruzzo compresi. I motivi di questa rivolta popolare sono la fame e le troppe tasse sia feudali che centrali di Napoli. Le tasse feudali troppo alte per il popolino lo offendevano con tassazioni ridicole tese solo ad umiliarlo. Le rivolte in tutto il sud Italia si risolvono con scontri armati e omicidi anche di persone altolocate, giudicati dal popolo delle veri serpi.

La rivolta però dopo un anno viene duramente sedata dall’esercito spagnolo che intervenuto con durezza in tutto il territorio vicereale riporta la calma della popolazione con la violenza delle armi.

 

 

– La rivolta di Masaniello nella Marsica (1647-48)

Nella Marsica come in tutto il territorio napoletano la grande ribellione si accende. Centro di questa rivolta è Celano che con il barone Quinzi dell’Aquila abbatte il potere del conte Peretti di Celano e s’instaura nel castello da dove viene guidata la rivolta. La rivolta nella Marsica dilaga dalla contea di Celano, al vicino ducato dei Colonna, riguardando tutti i centri della zona da Scurcola, ad Avezzano fino a Tagliacozzo e altri centri ancora. Il popolo prende di mira le famiglie baronali locali e gli si rivolta contro come capita a Tagliacozzo e questo in quanto spinto dalla miseria e disperazione per il moltiplicarsi delle gabelle e per lo strozzinaggio fiscale che Corona spagnola e Colonna impongono in ambito locale e che vengono perpetrati dai loro luogotenenti come gli Argoli e i Resta.

Qui a  Tagliacozzo i primi tafferugli della rivolta si verificano davanti al forno baronale di Porta da Piedi dove per la carestia il pane è dimezzato di peso. Le poche milizie dei Colonna presenti in paese vengono prese alla sprovvista  e  distrutte dai rivoltosi, quelli che rimangono preferiscono non prendere parte alla rivolta.

Successivamente i rivoltosi stanchi dei sorprusi degli Argoli, luogotenenti dei Colonna, li prendono di mira. Gli Argoli presi di mira vengono assaltati e alcuni loro esponenti vengono uccisi. Poco dopo lo stesso palazzo Argoli posto nella piazza centrale del paese viene assalito e saccheggiato duramente.

Poco dopo però intervengono in tutta la Marsica le milizie di Giulio Pezzola, incaricato dal governatore d’Abruzzo Pignatelli di riportare l’ordine. Pezzola al comando di 1500 uomini esegue l’ordine, ma la notizia della fine della rivolta a Napoli, porta molti paesi ad arrendersi spontaneamente. A Tagliacozzo invece accade un miracolo la popolazione saputo di un gruppo di milizie che stava arrivando nel paese prega S.Antonio affinchè li salvasse e pare che il santo sia intervenuto manifestandosi davanti le milizie e queste vedendolo abbiano fatto retromarcia. Da allora il santo è acclamato protettore di Tagliacozzo e gli sono state affidate le porte della città.

In pochissimo tempo si ha  lo spegnimento della rivolta marsicana. Segno di ciò è la cacciata di Quinzi dal castello di Tagliacozzo e la ripresa di questo da parte del conte Peretti.

 

 

– Terremoto di Cerchio del 1648

Mentre nella Marsica erano in corso le azioni di Pezzola volte al ristabilimento dell’ordine spagnolo, si verifica il 19 gennaio 1648 un forte terremoto nella zona di Cerchio. Il terremoto colpisce in primo luogo il piccolo paese che viene duramente provato dalla scossa. Ci sono macerie ovunque e nella scossa muoiono 150 persone. La scossa si fa sentire un po’ in tutta la zona fucense, ma al momento non abbiamo informazioni maggiori sugli effetti del sisma negli altri paesi marsi.

 

 

– L’Europa dopo la guerra dei 30 anni (1648)

L’Europa nel 1648 (Immagine da Wikipedia)

 

 

– Terremoto di Sora del 1654.

Un forte terremoto pari a 6,3 Mw si verifica nella zona di Sora producendo danni ingenti in tutta la zona di Frosinone – Cassino – Sora. Il sisma vista la vicinanza produce danni ingenti anche nella Marsica concentrati soprattutto nelle zone della Valle Roveto, dell’alto Sangro e della Valle di Nerfa.

 

 

– Effetti del terremoto di Sora sulla Valle di Nerfa.

Seppure non riportato da alcuna fonte trovata al momento siamo portati a credere che questo sisma abbia prodotto danni anche nei paesi della Valle di Nerfa. Si sa infatti che diversi centri della Valle Roveto riportano danni importanti conseguenti questo sisma. Essendo la Valle di Nerfa attigua a questa è possibile che vi siano stati danni per questo sisma anche qui.

 

 

 – La Peste del 1656

La Peste del 1656. (Immagine da https://www.darapri.it/immagini/nuove_mie/apprsecoli/peste1656.htm)

 

Nel 1656 una tremenda Peste colpisce Napoli e da qui dilaga in tutto il viceregno raggiungendo in breve tutto il territorio compreso l’Abruzzo dove ci sono  focolai ovunque. La Peste dura dal 1656 a buona parte del 1657 poi improvvisamente la pestilenza scompare.

 

La Peste del 1656. (Immagine da Wikipedia)

 

Durante il periodo 1656-57 la Peste uccide moltissime persone, nella sola Marsica interi paesi praticamente scompaiono o si riducono a minimi termini, mentre altri miracolosamente non ne sono colpiti. In Italia al termine di tutto la pestilenza uccide centinaia di migliaia di persone tra Napoli e Milano. Come detto ci sono anche zone dove la Peste non arriva o arriva con il contagocce, ma nelle immediate vicinanze ci sono paesi praticamente scomparsi, che per ripopolarsi ci metteranno se va bene almeno 50 anni.

 

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo e la Marsica durante la Peste (1656-57)

Il ducato di Tagliacozzo così come tutta la Marsica sono colpiti duramente dalla pestilenza che qui uccide 4000 persone. Ma la peste non incide in modo uniforme nella Marsica in quanto ci sono aree più colpite di altre come l’area di dove il paese di Scurcola è colpito duramente passando da 200 a 136 fuochi in pochissimo tempo o come nei villaggi vicini come San Donato, Poggio Filippo e Gallo dove il il 90 % di persone risultano morte nel giro di poco tempo.

Ma ci sono anche paesi meno colpiti come a  la Peste come a Tagliacozzo dove muoiono soltanto 170 persone, che pur essendo un numero alto non è altissimo come in altri centri, qui la maggior parte della popolazione sopravvive. Ci sono altri centri marsi dove la sorte è molto più dura come nella Piana del Cavaliere dove la popolazione è colpita duramente, ma anche qui in modo in modo non uniforme a Rocca di Botte muoiono 370 persone, mentre a Oricola nessuno viene colpito. A Pereto 30 famiglie si estinguono per Peste ecc. 

 

 

– La Valle di Nerfa nel 1656

Nella Valle di Nerfa sembrerebbe che i morti per peste siano stati pochi, sia per la minor  popolazione presente in loco, sia per il fattore climatico che qui garantirebbe un ottimo ricambio d’aria.

 

 

– Il IX duca di Tagliacozzo

Nel 1659 muore Marco Antonio V Colonna a cui succede il figlio Lorenzo Onofrio. Lorenzo Onofrio ancora per qualche anno lascia la gestione del ducato nelle mani sicure dello zio Girolamo, ma in generale come reggente del ducato e degli altri feudi di famiglia non è mai stato uomo attento in quanto dissoluto, amante della bella vita, molto avvezzo alle armi e gran donnaiolo. Egli mantiene bande armate di bravacci e frequenta banditi con cui s’intrattiene in scorribande.

 

 

– Il banditismo politico cresce

Nel ducato di Tagliacozzo dall’ascesa di Lorenzo Onofrio si ha una recrudescenza del banditismo politico, ovvero esponenti di famiglie baronali locali si muovono pesantemente nei confronti di famiglie rivali e contro la popolazione locale, in quanto ruotando intorno al duca si sentono da esso protetti. All’interno di questa situazione vi sono numerosi scontri di potere e scorribande contro la povera gente.

Nel primo caso abbiamo diversi esempi di scontri di potere come l’omicidio di Francesco Resta da parte di uomini del barone Cappelletti suo rivale in affari, oppure come l’omicidio del marchese di Ortona Francesco Antonio Paolini di Magliano da parte dello stesso Colonna nel 1666. Il Paolini lavora da tempo per lo stesso Colonna eppure questi per qualche motivo lo fa uccidere. Comunque siano andate le cose la figlia di tre anni Petronilla eredita il cospicuo patrimonio familiare e poichè femmina viene giudicata un ottimo partito per le famiglie romane quasi tutte indebitate che non aspettono altro che mettere le mani sul suo patrimonio. 

La piccola Petronilla grazie ad un accordo generale finisce per andare in sposa al più vecchio e dispotico Francesco Massimi, parente del papa e del vescovo dei Marsi Lorenzo Massimi. Questi diventa padrone del patrimonio della giovanissima moglie disinteressandosi completamente dei suoi feudi abruzzesi. La moglie dopo aver sopportato con cristiana rassegnazione il marito dispotico trova la sua libertà in convento anni dopo.

 

– Morte di Girolamo Colonna

Nel 1666 muore il vecchio cardinale Girolamo Colonna l’ultimo vero signore del ducato, che avendo abitato a lungo a Tagliacozzo, conosceva bene i problemi e i vantaggi del suo territorio e pur con una morale assai discutibile, era comunque riuscito a mantenere presente la famiglia sul posto, riuscendo a porre un freno alla cupidigia delle famiglie baronali locali. Ora tutto il potere passa al nipote Lorenzo Onofrio che mostra sempre più disinteresse per il territorio abruzzese giudicato problematico e trattato solo come colonia.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo sotto Lorenzo Onofrio

Negli anni di “governo”  di Lorenzo Onofrio Colonna il ducato vive anni difficili e di crisi senza una valida guida. Lorenzo è un uomo libertino che si disinteressa completamente sia del governo di Tagliacozzo che degli altri feudi. A lui piace solo apparire e tende a vivere perlopiù nei suoi feudi laziali. In questa situazione sono le famiglie baronali che spadroneggiano accaparrandosi tutto il potere, mantendosi però al di sotto del duca che se irritato può far loro male come successo al Paolini.

Il ducato di Tagliacozzo a causa del clima freddo e della decadenza di popolazione avuta con la peste del 1656, non riesce a risollevarsi economicamente. Lo stesso capita anche alla contea di Celano che con Tagliacozzo condivide il territorio della Marsica, assai ricco in natura, ma mancante di guide forti capaci di riscattarlo.

Nel caso di Celano i continui passaggi di mano non conentono un governo locale stabile, mentre nel caso di Tagliacozzo la cattiva conduzione di Lorenzo Onofrio comporta vari disastri. Tuttavia grazie ad un’efficace repressione locale del brigantaggio da parte delle autorità spagnole si ha un forte arresto del fenomeno negli anni 1683-87

Tuttavia forse per uno scatto d’orgoglio o qualcos’altro Lorenzo Onofrio alla fine della sua vita mostra una certa attenzione verso il feudo marsicano, andando a concentrarsi sul ripristino di un’importante struttura presente proprio nella Valle di Nerfa, ovvero il canale Aurunzio, antico acquedotto romano che viene ora ristrutturato dal duca negli anni 1685-89.

 

 

– Il restauro del Canale Aurunzio e la Valle di Nerfa

La Valle di Nerfa fino al 1685 non va bene al livello economico seguendo le sorti in ciò dell’intero ducato di Tagliacozzo. Pur essendo un territorio di confine, ma risultando appartato rispetto agli altri territori si trova in posizione defilata, che ne segna lo sviluppo.

Se poi ci si mette il clima rigido si ha anche un brusco calo di popolazione in quanto costretta ad emigrare in posti più caldi e accogliente. I villaggi della zona come Cappadocia si ritrovano semideserti e deserte sono ormai le varie rocche presenti in quanto giudicate ormai inutili e superate.

In tutto ciò troviamo la notizia del restauro del canale romano dell’Aurunzio tra il 1685 e il 1689 avviato dal duca Lorenzo Onofrio. Il restauro del canale serve per dirottare verso i Piani Palentini le acque di una delle sorgenti dell’alta Valle del Liri o Valle di Nerfa assai ricca di sorgenti. Il restauro affidato all’architetto Girolamo Fontana viene ultimato nel 1689 poco tempo prima della morte del duca Lorenzo.

 

 

– Cappadocia nel 1680

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

Come accennato Cappadocia alla fine del secolo diciamo nel 1680, si presenta come un villaggio di montagna semideserto a causa del rigido clima invernale, che spinge parte della popolazione locale a trasfersi per forza nelle campagne romane assai più calde e accoglienti. Nonostante ciò il paese continua a vivere per quel che può seguendo i tempi religiosi che scandiscono l’arco dell’anno. A emergere come notizia del periodo è la ricostruzione della chiesa di San Biagio, che essendo assai antica e malandata viene completamente restaurata.

 

 

– La nuova chiesa di San Biagio

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

Pur non essendoci al momento fonti che indichino il momento esatto della ricostruzione della chiesa nel Seicento, siamo portati a credere che la ristrutturazione sia avvenuta negli anni 1680. In questo periodo la chiesa subisce una completa ristrutturazione che cambia profondamente la struttura del bene storico.

La struttura subisce un forte ampliamento nello stile barocco dell’epoca e ancora oggi nonostante le diverse ristrutturazioni se ne ammira la trasformazione avvenuta in quest’epoca. La nuova struttura sostituisce il vecchio e decadente edificio medievale.

 

 

– Il X duca di Tagliacozzo

Filippo II 10 duca di Tagliacozzo. (Immagine personael)

 

Morto Lorenzo Onofrio nel 1689 è il figlio Filippo II ad ereditare l’intero patrimonio famigliare, compreso il ducato di Tagliacozzo. Filippo II non s’interessa molto del ducato che continua ad essere in crisi per tutto il resto del Seicento. Successivamente nei primi anni del nuovo secolo i spaventosi  terremoti dell’Aquila e della Maiella lasciano tracce evidenti anche nel ducato di Tagliacozzo.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo alla fine del Seicento

Alla fine del secolo il ducato di Tagliacozzo soffre della crisi di stagnazione seguita alla Peste che oltre ad aver ridotto la popolazione ha inferto un duro colpo alla già malandata popolazione duramente provata dalla mancanza di prospettive e dalla continua crescita del banditismo che mina completamente la struttura sociale.

I Colonna che si sono succeduti negli ultimi 50 anni si sono rivelati incapaci di gestire il grande feudo e spesso sono stati conniventi con il crimine locale. La guerra poi fra le varie famiglie emerse ad inizio secolo porta a continui colpi di coda locali, dove spesso piccole milizie locali si affrontano per arginare il potere delle famiglie rivali.

 

 

– La Valle di Nerfa alla fine del secolo

Alla fine del secolo i villaggi della Valle di Nerfa escono duramente provati da questo secolo di crisi. Segno evidente di questa situazione è la crisi demografica presente in tutti i villaggi, che genera sfiducia e rassegnazione in chi rimane.

 

 


 

 

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XVIII secolo

 

 

 

– La guerra di Successione Spagnola (1700-14)

Il nuovo secolo si apre con la guerra di Successione Spagnola che porta danni consistenti anche in Italia. Anche nel napoletano si vengono affrontando gli Spagnoli e gli eserciti che vorrebbero disarcionarli a cominciare dalla Francia.

In generale la guerra di Successione spagnola vede opporsi due schieramenti quello capeggiato dalla Francia che difende gli interessi di Filippo di Borbone e quello austriaco che difende gli interessi di Carlo d’Asburgo. Alla fine di un decennio di guerre perpetrate da entrambi gli schieramenti, si giunge ad un  accordo sancito a Utrect nel 1714.

L’Europa riconosce Filippo di Borbone, quale nuovo re di Spagna. In cambio gli Spagnoli sono costretti a cedere una parte consistente del proprio patrimonio europeo a cominciare dal sud Italia, che viene ceduto all’Austria e ai Savoia che divengono per breve tempo re di Sicilia.

 

 

– I terremoti d’inizio secolo L’Aquila (1703) e Sulmona (1706) e gli effetti su Balsorano

A inizio ‘700 l’Abruzzo viene gravemente colpito da due forti terremoti che hanno epicentro nella regione.

– Sisma dell’Aquila (1703):

Sisma dell’Aquila in una litografia.

(Immagine da https://www.ilcapoluogo.it/2021/02/02/laquila-2-febbraio-1703-il-grande-sisma-della-candelora-che-distrusse-la-citta/)

 

Il primo è il sisma dell’Aquila che distrugge la città e tutto il suo circondario, producendo molti danni anche nella Marsica. Qui diversi centri abitati marsi risultano duramente colpiti con feriti e morti,  al livello edilizio si registrano molti crolli e danni a case e chiese. I danni del sisma nella Marsica sono molti, seppure non gravi come quando ci sarà il terremoto del 1915. Allo stato delle cose i danni sono ingenti, ma non gravissimi che comunque come sisma produce un blocco nella crescita della popolazione.

– Danni a Cappadocia. Anche Cappadocia come il resto della Marsica registra diversi danni per il sisma dell’Aquila con crolli di abitazioni e danni alle chiese di San Biagio e Santa Margherita. Al momento però non sappiamo della consistenza dei danni.

 

– Sisma della Maiella (1706):

Terremoto della Maiella del 1706.

 (Immagine da https://www.meteoweb.eu/2016/11/3-novembre-1706-terremoto-della-maiella-sconvolge-appennino-centrale-ricordare-prevenire/778024/)

 

 

Un secondo sisma molto forte avviene pochi anni dopo nel 1706 sempre in Abruzzo ma con epicentro sulla Maiella. Il terremoto della Maiella  si manifeta con una potenza imponente pari a 6,7 Mw. Questo sisma provoca la distruzione di Sulmona e dei suoi centri limitrofi.

Molti centri dell’aquilano risentono del sisma, ma essendo già distrutti dal precedente terremoto non subiscono vittime. Nella Marsica il sisma si sente distintamente ovunque, producendo ancora danni ai paesi. Un effetto collaterale di questo sisma è un discreto calo della popolazione locale, forse dovuto alla paura del futuro.

– Danni a Cappadocia: Su questo sisma non abbiamo al momento alcuna notizia circa i danni avuti a Cappadocia e sulle due chiese del paese.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo a inizio ‘700 (1700-14)

A inizio ‘700 a causa del cambiamento politico in corso che mette in discussione la permanenza di Napoli e la Sicilia sotto la bandiera spagnola e soprattutto i terremoti d’Abruzzo d’inizio secolo, si registra un periodo molto cupo della storia abruzzese e marsa.

In questo periodo chiaramente anche a causa dei sismi del 1703 e del 1706, dei danni e i lutti derivati da questi si ha un certo calo demografico che va in controtendenza con il dato nazionale dell’Italia.

 

 

  • Il vice regno di Napoli sotto l’Austria (1714-34)

Il vice regno di Napoli divenuto territorio austriaco nel 1714 lo rimane fino al  1734 e in questo periodo si ha una forte ripresa economica dell’intero meridione italiano. Ciò lo si deve a vari fattori al deciso cambio di politica gestionale perpetrata dal governo di Vienna, al netto e migliore cambiamento climatico che favorisce una forte ripresa dei raccolti, ecc.

Conseguenza netta del miglioramento economico registrato in questo periodo è una forte crescita demografica che va pian piano a rimpiazzare i vuoti di  popolazione avutisi dopo la Peste del 1656.

 

 

– Crisi generale nel ducato di Tagliacozzo nel 1700-14

Come già accennato sopra nel ducato di Tagliacozzo a causa dei terremoti d’inizio secolo al contrario di quanto inizia a manifestarsi nel resto del viceregno napoletano, prosegue qui la crisi economica e sociale del Seicento. Abbiamo quasi tutti i paesi del ducato in una fase stagnazione demografica se non addirittura di crisi. La stessa Tagliacozzo nel 1714 registra un leggero calo della popolazione. E’ pur vero che viene migliorando il clima che porta con questo migliori condizioni ambientali, ponendo così le basi di una ripresa economica.

Anche dal punto di vista della sicurezza non ci siamo per niente a causa di un rafforzamento del brigantaggio che proprio a inizio secolo spadroneggia nella Marsica. Qui infatti spadroneggia incotrastata la banda di De Santis che commette molte atrocità nella zona, tra cui l’omicidio del governatore di Luco e Trasacco Felice Antonio De Angelis. Per questo atto il vescovo dei Marsi Corradini denuncia pubblicamente il bandito, che risponde al vescovo minacciandolo di morte.

 

 

– L’assalto ad Avezzano del bandito De Santis

Avezzano medio paese della Marsica a ridosso del Lago Fucino, si trova in una posizione di collegamento molto vantaggiosa per chi viene da fuori o si muove all’interno del territorio ducale. Questo vantaggiosa posizione consente al paese, eretto tra IX e X secolo di crescere nel tempo, divenendo un’importante centro cittadino che arriva a essere a fine XV secolo il borgo più importante della contea d’Albe. Il suddetto centro cresce ancora sotto i Colonna nel XVI e XVII secolo, che ne sviluppano il castello facendolo divenire un’importante residenza signorile.

A inizio ‘700 il piccolo borgo diventato ormai una piccola cittadina continua la sua ascesa seppure acciaccata dai terremoti d’inizio secolo che lo hanno in parte danneggiato. Avezzano appare agli occhi dei briganti una valida piazza da cui prelevare soldi e rifornimenti. Il bandito Felice Antonio De Santis, che è il più grosso malvivente locale del periodo prende di mira Avezzano decidendo di assaltarla il 9 luglio 1707. Egli forte di 200 uomini assalta la cittadina di Avezzano difesa da una compagnia di Dragoni, la polizia spagnola.

Gli avezzanesi dinnanzi a questo assalto fuggono dalla città e dopo aver saputo che la polizia spagnola si era arresa a De  Santis, sono costretti a sborsare 1500 ducati per evitare il saccheggio della città stessa. Durante questa fase di confusione alcuni cittadini debitori con il comune di Avezzano, spalleggiati dallo stesso De Santis, danno fuoco a gran parte dell’archivio comunale (D’Amore, 1998, 63-64).

 

 

– L’assalto al vescovo nel 1707

Subito dopo De Santis sorretto da soldati austriaci, prova ad  uccidere il Vescovo dei Marsi mons. Corradini che però si salva (ADM, B/57/168-173). L’atto non passa inosservato arrivando al culmine di tante atrocità.  

 

 

– Il ritorno degli Spagnoli nel 1707

A questo punto il governo spagnolo si trova costretto ad intervenire in modo fermo e risoluto. Gli Spagnoli tornano a Napoli dove vi sono stati fatti cruenti e la città è sottosopra , anche in virtù della guerra di successione spagnola. Qui gli Spagnoli riprendono in pieno il controllo della città e poi si spostano ad Avezzano.

Qui la polizia spagnola rioccupa il territorio e cerca vendetta per i fatti di Avezzano. La polizia spagnola vuole catturare De Santis e mandarlo a morte, ma De Santis fugge per un periodo a Roma protetto dal cardinale Grimaldi, filo-austriaco.

 

 

– Arrivano gli Austriaci (1714-34)

Europa 1714 (Fonte Wikipedia)

In base al trattati internazionali di Utrecht e Rastadt (che pongono termine alla guerra di successione spagnola) il sud Italia (e quindi anche l’Abruzzo) passa con l’esclusione della Sicilia, a far parte dello stato austriaco.

 

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo diventa austriaco 1714

L’episodio del 1707 del bandito De Santis e del suo assalto ad Avezzano è emblematico di un’intera stagione perchè consente di capire come questi banditi non agissero da soli, ma protetti in alto e allo stesso modo fossero in qualche modo spinti a commettere alcune atrocità dalle persone influenti, che poi li avrebbero protetti in caso le cose fossero andate male.

Il tutto ricade nella stagione della guerra di successione spagnola che si combatte in modo sottile, anche in quel della Marsica. Comunque siano andate le cose nel 1714 si ha un rivoluzionario cambio di regime politico.

In pratica il regno di Napoli cessa di essere spagnolo dopo due secoli e diventa austriaco, dopo che l’Austria insieme ad altre potenze ha battuto le forze borboniche che volevano sommergere l’Europa. Da ciò ne consegue che anche il ducato di Tagliacozzo cambi regime pur rimanendo saldamente nelle mani della famiglia Colonna.

D’altra parte un cambio di regime feudale locale non conveniva agli Austriaci, i quali avrebbero dovuto interagire in modo fermo anche con lo stato pontificio visto il confine ducale con lo stato del Papa. Quindi il cambio politico non comporta in quasi nessun feudo un cambio feudale.

 

 

– L’ascesa dell’XI duca di Tagliacozzo

Fabrizio II Colonna. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1714 muore il duca di Tagliacozzo Filippo II che aveva governato da lontano il ducato di Tagliacozzo, delegando sempre più la gestione del ducato alle varie famiglie baronali locali che vengono crescendo a scapito dei Colonna sempre più lontani da Tagliacozzo e dai suoi problemi. A succedergli è il figlio Fabrizio II Colonna sotto il quale il ducato tornerà a crescere in modo sostanziale.

Complice infatti un miglior governo locale, ma soprattutto un miglior clima e una ritrovata crescita demografica il ducato di Tagliacozzo tornerà ad essere ricco. Fabrizio asseconda questa crescita con un governo locale stabile e ciò anche nel caso del cambiamento politico del 1734 che vedrà la restaurazione del regno di Napoli sotto la nuova dinastia dei Borbone. Con Fabrizio insomma, complici anni più fortunati, il ducato di Tagliacozzo conoscerà una forte ripresa economica e sociale che non si vedeva ormai da molto tempo.

 

 

– Miglioramento economico sotto il regime austriaco

Con gli Austriaci la situazione generale del vice regno di Napoli inizia a migliorare grazie a un migliore gestione della cosa pubblica. Però ancora per qualche anno fino al 1727 la situazione climatica è ancora difficoltosa con risultati assai scoraggianti sul piano agricolo e dell’allevamento del bestiame. In Abruzzo negli anni 1716 e 1726 si registra una forte moria di bestiame a causa del clima rigido e della scarsezza di cibo.

Dal 1727 finalmente il clima torna mite e i raccolti divengono abbondanti e sia gli allevamenti che le persone tornano a nutrirsi decentemente. A partire da questa data fino al 1734 anno della fine del dominio austriaco, la Marsica torna a crescere anche sul piano demografico riuscendo a superare bene la fase di crisi seguita alla Peste del ‘600.

 

 

– Cappadocia sotto gli Austriaci (1714-34)

Cappadocia rimane ad inizio 700 un piccolo villaggio e fino al 1727 ovvero fino a quando non è stata superata la crisi climatica dell’ultimo secolo non era più molto popolato e a ciò andavano aggiunti alcuni danni dei sismi d’inizio secolo.

Dopo il 1727 complice un significativo miglioramento climatico e delle condizioni generali si è ripreso anche un po’ demograficamente vedendo più gente nelle proprie strade e tutte le attività economiche hanno ripreso vigore, pur nella difficoltà di paese di montagna e di asprezza del territorio.

 

 

– La chiesa di San Biagio a inizio 700

La chiesa di San Biagio di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

Il borgo di Cappadocia anche nel ‘700 continua a servirsi della chiesa di San Biagio che essendo stata praticamente ricostruita e aggiornata neanche un secolo prima è una struttura nuova che nonostante  qualche acciacco dovuto alle scosse di terremoto d’inizio 700 e qualcuna locale di anni addietro ha resistito tutto summato bene e ora è bene frequentata dalla popolazione locale di Cappadocia.

 

 

– L’ascesa dei Borbone a Napoli (1734)

Re Carlo IV di Napoli (1734-59). (Immagine da Wikipedia)

 

In Europa è in corso la guerra di successione polacca, che direttamente e indirettamente coinvolge anche l’Italia dove l’estinzione di alcune famiglie regnanti apre dei troni vacanti, magari piccoli stati, ma che vengono usati dalle grandi potenze europee per creare un nuovo equilibrio. Ebbene tralasciando la guerra polacca e gli altri giochi politici vediamo come il nuovo equilibrio europeo che verrà sancito formalment nella pace di Vienna del 1738, vede la riformazione del regno di Napoli in un contesto d’indipendenza dopo 230 anni di sottomissione allo straniero spagnolo e poi austriaco.

In un contesto di nuovi equilibri di potere i Borbone di Spagna ottengono di poter occupare il trono di Napoli mandando su questo Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna. Carlo di Borbone diventa dunque il primo re di Napoli dopo 230 anni di colonialismo estero. Carlo fonda in tal modo una nuova dinastia che tra gli alti e bassi della storia governerà il sud Italia fino al 1860.

 

 

– La crescita del ducato di Tagliacozzo sotto Carlo VII (1734-59)

Sotto Carlo di Borbone il ducato di Tagliacozzo mostra finalmente una crescita costante che iniziata sotto il governo austriaco, prosegue ora in modo più forte sotto il nuovo governo napoletano. Di questa ritrovata crescita indirettamente e direttamente ne beneficiano tutti sia la popolazione che il regime nobiliare locale che la famiglia Colonna sempre più distante dal ducato di Tagliacozzo. Fabrizio II pur assicurando una certa stabilità continua ad affidare alle famiglie baronali di sua fiducia il vero governo locale. Questo comporta una maggiore capacità di controllo.

In generale infatti si nota come sia il governo centrale di Napoli che le famiglie baronali locali cerchino di avvantaggiarsi con vari espedienti di questo momento favorevole.

Il governo centrale lo fa con l’imposizione fiscale e la maggior parte della ricchezza e dei benefici derivanti da questa situazione favorevole viene filtrata dalla rete delle famiglie baronali e di un ristretto ceto burocratico e mercantile, abituati entrambi a sperperare più di quanto ottenessero con sfruttamenti da rapina. All’interno di questo quadro anche le istituzioni ecclesiastiche hanno un ruolo non secondario nella polarizzazione del benessere.

 

 

– La guerra di successione austriaca (1740-45)

Tra il 1740 e il 1745 in Europa esplode la guerra di successione austriaca che termina dopo anni di guerre e colpi di scena con l’ascesa di Maria Teresa d’Asburgo al trono viennese come arciduchessa d’Austria e regina d’Ungheria e come imperatrice consorte sul trono del S-R-I, ormai solo una confederazione di stati senza più alcun vincolo effettivo.

Il principale antagonista di Maria Teresa in questa guerra  giocata tutta in territorio tedesco è Federico II di Prussia che consolida il suo stato in modo forte affermandosi tra le grandi potenze europee

 

 

– La pace di Aquisgrana (1748)

L’Europa del 1748. (Immagine da Wikipedia)

 

La pace di Aquisgrana firmata nel 1748 sancisce la fine della guerra di successione spagnola e nel caso italiano riconferma l’equilibrio italiano uscito fuori con la pace di Vienna.

 

 

– L’Italia e il regno di Napoli dopo la pace di Aquisgrana (1748)

L’Italia e del regno di Napoli nel 1748

 

– Le riforme di Carlo VII

Tra i primi importanti provvedimenti di Carlo furono quelli volti a riformare l’ordinamento giuridico attraverso la soppressione di organi istituiti nel periodo vicereale, inadatti per uno stato indipendente quale era diventato il Regno di Napoli. Con una prammatica sanzione datata 8 giugno 1735 il Consiglio Collaterale fu abolito, e sostituito nelle sue funzioni dalla Real Camera di Santa Chiara.

A partire dal 1739 furono varati diversi progetti per il riordino del complesso legislativo napoletano, reso caotico dalla coesistenza di undici legislazioni: romana, longobarda, normanna, sveva, angioina, aragonese, spagnola, austriaca, feudale ed ecclesiastica. Il più ambizioso era quello che prevedeva non solo la consolidazione e la raccolta delle prammatiche, ma la redazione di una vera e propria codificazione, il Codice Carolino, a cui lavorò una giunta composta, tra gli altri, dai giuristi Michele Pasquale Cirillo (che ne fu il principale promotore e artefice) e Giuseppe aurelio di Gennazaro e dal principe di San Nicandro Domenico Cattaneo . L’opera rimase per lungo tempo incompiuta e fu pubblicata per intero solo nel 1789.

Un’altra importante riforma fu quella del sistema fiscale, attuata attraverso l’istituzione del catasto onciario, col real dispaccio del 4 ottobre 1740 e la prammatica de forma censuali seu de capitatione aut de catastis del 17 marzo 1741.

Il catasto, detto onciario perché i beni da tassare erano valutati in once, nelle intenzioni del re avrebbe dovuto rendere più equa la distribuzione del carico fiscale, facendo in modo «che i pesi sieno con eguaglianza ripartiti, che ‘l povero non sia caricato più delle sue deboli forze ed il ricco paghi secondo i suoi averi». Tuttavia, la sua poca efficacia nell’alleviare il peso fiscale gravante sui ceti più umili e gli abusi della sua applicazione furono criticati da alcuni economisti.

Ad ogni modo tutti i vari paesi facenti parte del regno di Napoli hanno l’obbligo di rendere pubblica la propria situazione sia in merito alle famiglie presenti e i loro componenti che sul piano della proprietà.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo e la riforma del Catasto

La riforma del catasto è più o meno degli anni 1737-40 e ogni paese deve rendere pubblica la propria situazione allestendo un proprio catasto e ciò vale per i paesi più grandi come Tagliacozzo che per quelli più piccoli come Cappadocia, Petrella Liri, Verrecchie ecc.

A Tagliacozzo il primo catasto viene pubblicato nel 1748 e questo nella sua formazione non è soltanto un procedimento pubblico finalizzato a misurare e tassare la ricchezza della Comunità, ma anche un momento di confronto sociale, di scontro e di identità collettiva. Gli annunci del banditore, le pubbliche misurazioni, le delazioni, le pressioni sugli agrimensori, le denuncie, le polemiche, le discussioni in consiglio finiscono con un documento ufficiale che bene o male rappresenta la realtà economica del paese rispetto al fisco.

Anche in questo caso emergono bene le varie discordie e gelosie fra le famiglie più in vista del paese, pronte a prendersi questo o quel bene. Una sorta di lupi famelici.

 

 

– Cappadocia sotto Carlo VII

Cappadocia nel 1959

 

Cappadocia è a metà ‘700 un paese di frontiera fra regno di Napoli e stato papale. Qui come nel resto dei paesi di frontiera riprende in modo vigoroso il contrabbando e la corruzione dei controllori dei passi, mai debellati dallo stato napoletano nonostante i vani tentativi di contrastarla. 

I prodotti che sono interessati dal contrabbando riguardano i beni legati alla pastorizia come lana, latticini, formaggi, carne e bestiame vivo, ma anche frutta e grano, quantunque quest’utlimo prenda più facilmente la strada del commercio interno lungo la Valle Roveto in direzione della capitale per il rifornimento dell’Annona.

Sul piano sociale Cappadocia continua ad essere un paese di povera gente, che però in modo dignitoso riesce ad andare avanti, nonostante i tanti problemi presenti in questa parte di Marsica.

I paesi come Cappadocia, Petrella Liri, Castellafiume, ecc tendono a ripopolarsi, anche se non  come prima. Questi piccoli paesi di montagna proprio per la loro posizione vedono il riaffermarsi della transumanza e del pascolo delle pecore, dove però a parte l’uso domestico il resto è in mano a pochissimi proprietari che gestiscono per loro conto e per i Colonna il mercato di queste e dei prodotti derivati, in primis la lana.

 

 

– La chiesa di San Biagio a metà ‘700

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio a metà ‘700 continua ad essere il principale punto di riferimento sociale del piccolo paese di Cappadocia. I tempi delle feste patronali ed ecclesiastiche in genere continuano a scandire come nei secoli precedenti la tempistica della popolazione che vede in ciò un elemento di stabilità. Il ruolo della clero locale continua ad essere prioritario nella vita dei paesi come Cappadocia, in quanto visto e giudicato come una persona saggia e quindi meritevole di attenzione.

 

 

– Il XII duca di Tagliacozzo (1755)

Muore nel 1755 il duca Fabrizio II dopo circa 40 anni di governo ducale. Gli succede nella gestione dei feudi il figlio Lorenzo che diventa il XII duca di Tagliacozzo. Lorenzo come suo padre delega della gestione del feudo abruzzese le famiglie baronali a lui devote. In questo modo si accentua il distacco dei Colonna dalle terre abruzzesi dove solo qualche volta essi giungono per un brevissimo soggiorno.

 

 

– Arriva Ferdinando (1759)

Ferdinando IV di Napoli nel 1759. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1759 in seguito alla morte senza figli di Ferdinando VI di Spagna, diventa re Carlo di Napoli, che diventa Carlo III re di Spagna. A causa di ciò viene scelto come suo successore a Napoli il giovanissimo secondogenito maschio Ferdinando, che diventa Ferdinando IV re di Napoli a soli 9 anni.

Il suo sarà uno dei regni più lunghi di tutta la storia napoletana ed europea, seppure intervallato dalla parentesi napoleonica. Egli infatti dominerà la scena napoletana fino alla morte avvenuta nel 1825.

 

– Il ducato di Tagliacozzo nel 1760-80

Durante questo periodo prosegue ancora per qualche tempo la crescita economica che ha contraddistinto il governo ducale di Fabrizio II. Tagliacozzo nonostante sia sempre centrale nel contesto marsicano viene perdendo centralità politica a favore di Avezzano che diventa sempre più un borgo importante che si pone in antagonismo con Tagliacozzo.

Purtroppo la situazione pur essendo ancora fiorente inizia a declinare a causa dell’esosità degli scambi commerciali imposti da Napoli. Il mercato clandestino sicuramente aggira i vari problemi ma non risulta sufficiente per dare sicurezza economica alla popolazione che si ritrova con molta merce da vendere, ma fatica a farlo per le stupide tasse di frontiera.

Cresce quindi il malcontento che viene aumentando il brigantaggio che diventa sempre più endemico e pericoloso, specie per i piccoli paesi di montagna come appunto sono Petrella Liri, Cappadocia e Verrecchie.

 

 

– Arrivano le suore Trinitarie a Cappadocia (1765)

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

A Cappadocia arrivano in quanto sollecitate dalla popolazione le suore Trinitarie che dopo un periodo non facile di stabilizzazione riescono a costruire il loro convento ponendolo a ridosso della porta del paese, che da il nome al rione circostante.

Qui il convento, costruito nel 1765 (rimasto in loco fino al tremendo terremoto del 1915 che lo ha distrutto), si affaccia sulla valle di Nerfa e si presenta con un aspetto austero ed imponenete. Questo monastero rappresenta il secondo convento delle suore Trinitarie nella Marsica, in quanto il primo aveva sede ad Avezzano ed era stato eretto tempo prima.

Qui a Cappadocia la madre fondatrice del nuovo monastero suor Maria Teresa era stata mandata qui dal cardinale Marco Antonio Colonna che conosceva bene lo stato miserevole della zona e pensando di aiutare con questo monastero la popolazione locale specie femminile, manda qui questa suora con l’intento di costruire un nuovo convento su un terreno di proprietà dello stesso cardinale. 

La loro presenza viene accolta subito bene dalla popolazione in quanto assicura loro una assicura assistenza,soprattutto per le donne della Valle di Nerfa, che tramite i loro insegnamenti possono imparare cosse utili o farsi aiutare per problemi vari. Certo il percorso di consolidamento della loro opera di carità si pone subito in salita e ci vorranno diversi anni prima che queste si affermino meglio, ma intanto hanno iniziato.

All’inizio infatti nel 1765 il monastero consiste solo in un semplice accasamento, privo anche di una cappella per la preghiera.

Passano poi dieci anni fatti di sacrifici e grande carità verso la popolazione locale che sempre più spesso si rivolge a loro per aiuto. Quando risulta evidente che la loro opera cristiana si è ormai affermata nel paese Suor Felice supplica il papa Pio VI (1765-90) di concedere loro la possibilità di costruire una chiesa vicino il dormitorio. Il papa accetta di buon grado la loro supplica e da subito il nulla osta papale. La chiesa viene eretta poco dopo. Ma con il tempo l’opera delle suore aumenta presso la popolazione che ha sempre più fiducia in loro.

Ciò porta anche ad una crescita del loro numero, poichè diverse giovani decidono di farsi suora, ma ciò produce diversi problemi organizzativI. Al che le suore chiedono di poter costruire un monastero e una chiesa più grandi. Ciò avviene nel 1789 grazie all’interessamento del cardinale Colonna che dona alle suore 100 ducati per acquistare un terreno più grande. Il terreno viene preso poco dopo e misura di 20 canne quadrate risultando adatto per l’erezione di un convento e una chiesa più grandi.

 

 

– Il tratturo Colonna e la Valle di Nerfa nel 1770

In quest’epoca la Valle di Nerfa come nei due secoli precedenti fa e ha fatto parte del cosidetto tratturo Colonna, che è un percorso che le greggi dei Colonna e di altre famiglie di armentieri percorrono avanti e indietro nell’arco dei mesi estivi ed invernali per sfuggire o al freddo invernale di montagna o alla calura estiva e ciò si svolge tutto all’interno dei domini di Casa Colonna che sono completamente uniti fra loro in quanto ogni feudo è confinante con l’altro.

In Abruzzo abbiamo il ducato di Tagliacozzo che confinante con i ducati Colonna dello stato pontificio fa riferimento ai monti Simbruini e Carseolani. Soprattutto i monti Simbruini fanno da spartiacque fra cinque diverse valli fluviali. Questo territorio si caratterizza per una lunga sequenza di crinali e valloni disposti su file parallele chiaramente orientati nord ovest – sud est. Questo confine se da un lato risulta ben funzionale alla logica del confine e della separazione fra i due stati, dall’altro rende più facile la risalita dalla campagna romana e dalla valle dell’Aniene verso gli altipiani della Valle di Nerfa nella zona di Camporotondo.

Seguendo infatti uno dei quattro valloni paralleli di Campolungo , di Fosso Fojo e del Tagliacozzano e di Camposecco, si sale agevolmente dalla Piana del Cavaliere alla Dogana di Tagliacozzo tramite un cammino di circa dieci miglia che supera un dislivello di settecento metri impiegando mezza giornata.

La Dogana di Tagliacozzo si esplica quasi completamente nella Valle di Nerfa o alta Valle del Liri presentandosi con un enorme paesaggio di pascolo di altura vicino all’antica faggeta fossile, che con il raffreddamento del clima ha  trovato condizioni ottime per espandersi fino al Medioevo.

Grazie alla loro grande forza le faggete della Valle di Nerfa hanno finito per espandersi e conservarsi molto bene tra Camporotondo e Monte Midia. La loro conservazione è talmente buona che sono divenute nel ‘700 folte e impenetrabili sui versanti esposti a nord, i cosidetti appacini, mentre anche a causa di antichi e recenti disboscamenti, ricordati dai toponimi Cesalarga e Pelacosta, la foresta si andata via via diratandosi qua e la in ampie radure o addirittura arretrata in macchie isolate.

Così i tratturi di fondovalle corrono nel mezzo di due fitte quinte boscose, fino ai vasti assolati esposti a mezzogiorno, dove il rigoglioso e tenero erbaggio offre e ha offerto al bestiame un buon nutrimento estivo.

 

 

– Terremoti marsicani nel ‘700

Nel corso del XVIII secolo nella Marsica si avvertono diverse scosse di terremoto concentrate nelle zone di Cerchio e Ortona dei Marsi. Le scosse pur chiaramente avvertibili dalla popolazione, a parte qualche danno superficiale e molto spavento non producono nulla di significativo. Queste scosse sono avvertite anche a Balsorano ma non producono nulla di significativo.

Una delle scosse più significative è un terremoto che sarebbe avvenuto come epicentro nella zona di Cerchio nel 1778, provocando dei danni superficiali sia a Cerchio che alla limitrofa Celano. Sembra che a parte un forte spavento e alcuni crolli verificatisi in abitazioni e in chiese non vi siano stati morti e il numero dei feriti per quel che si è intuito non deve essere stato molto alto.

 

 

– Effetti del sisma del 1778 su Cappadocia

terremoto di Cerchio del 1778 così come è avvenuto non sembra aver creato problemi a Cappadocia dove escluso il grosso spavento il resto sarebbe rimasto integro.

 

 

– Il XIII e ultimo duca di Tagliacozzo (1779)

Muore il duca di Tagliacozzo Lorenzo Colonna a cui succede il figlio Filippo III. Filippo eredita tutti i feudi paterni e ne mantiene la proprietà e la gestione fino al 1806, ovvero fino all’eversione feudale di età napoleonica. Quindi Filippo III è l’ultimo duca di Tagliacozzo e in questa versione nei suoi anni di governo non si discosta per nulla dal padre nella gestione del bene feudale, manifestando un completo distacco dai suoi territori abruzzesi, che sono affidati alle cure delle famiglie baronali locali fedeli a lui.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo e la valle di Nerfa nel 1785

Il disimpegno dei Colonna dagli affari nel ducato di Tagliacozzo si completa con l’ultimo duca Lorenzo Colonna, che a partire dal 1779, anno della sua ascesa nella gestione dei feudi di famiglia, delega di tutte le attività della Dogana di Tagliacozzo fino al 1805 la famiglia degli armentari di Tagliacozzo e Cappadocia Francesco e Giovanni Tocci. Approfondire il lavoro condotto dai Tocci è quanto mai utile per capire la gestione, ma anche la vita nel ducato di Tagliacozzo alla fine del ‘700 ormai al tramonto dell’era feudale.

I due fratelli si ritrovano a gestire una fortuna enorme diventando nell’arco di un ventennio molto ricchi. Diventati infatti i veri organizzatori e gestori dei pascoli estivi, i Tocci assumono le funzioni di procuratori dei proprietari delle masse ovine di Cappadocia, Petrella, Verrecchie, Roccacerro e Tagliacozzo, fra cui figura il barone Alessandro Mastroddi, proprietario di una masseria di 1500 pecore. Con i Tocci devono trattare anche gli armentari della campagna romana ovvero i Zangola, i Torre Stazzi e i Marinucci, proprietari di grandi greggi.

Ai Tocci, che diventano dei giganti economici in questo pezzo di Marsica, è pure affidata dai Colonna la gestione dei contratti d’affitto e degli accordi per l’uso contemporaneo degli stessi pascoli da parte di greggi di diversi proprietari. Dagli atti notarali emerge che il territorio della Dogana viene articolato per tipologia di pascolo in diverse unità di gestione come Montagne, Campi e Ricalate e suddiviso in quarti secondo i tradizionali confini: le montagne di Pereto, i colli della Maddalena, i quarti di Fontecellese, Campogrande, Macchialonga, Campocatino, Camposecco e Serrasecca, e per terminare abbiamo le ricalate di Carsoli e Oricola, intendendosi come pascoli di transito a servizio degli spostamenti della transumanza.

La durata dei contratti di subaffitto varia dai tre ai sette anni e il corrispettivo chiamato estaglio viene di solito versato in scudi romani o ducati e talora comprende il pagamento aggiuntivo in natura di varie decine di forme di formaggio pecorino. L’erario del duca Colonna controlla a priori i rientri dell’intera operazione riservandosi talora compiti complementari come la manutenzione nei suoi feudi dei tratturi, dei ponti e dei fontanili lungo la via Valeria mentre ai vergari spetta il compito di fare accordi con i proprietari per l’uso temporaneo dei riposi lungo la strada.

L’impatto dell’allevamento ovino della Dogana sul centro abitato di Tagliacozzo è piuttosto basso. Se ne avvantaggiano in un’economia di sussistenza solo poche famiglie di pastori e vi si arricchiscono solo pochi armentari, mentre i grossi proventi vanno ai Colonna. Questi soldi che i Colonna acquisiscono vengono solo in minima parte riempiegati nelle attività di manutenzione dei mulini, rocche e palazzi del ducato di Tagliacozzo, dando lavoro ad un piccolo stuolo di artigiani e muratori.

I centri abitati più coinvolti in tutto ciò sono quelli della valle di Nerfa, ovvero Cappadocia, Verrecchie, Petrella e Roccacerro in quanto posti a 1200 m i altitudine sono più prossimi ai pascoli. Il patrimonio armentizio transumante vive sempre in montagna e all’aperto: è perciò un capitale accessorio che  non interessa, se non in minima parte la vita dei paesi sul versante abruzzese dei Simbruini. Mentre maggiore è il disturbo e i danni arrecati ai paesi e alle colture della valle dell’Aniene nei transiti lungo la via Tiburtina al momento della Transumanza.

In sostanza non pare che a Tagliacozzo l’allevamento a fine ‘700 abbia un ruolo centrale come invece accade nei grandi centri della pastorizia abruzzese. Escludendo infatti il ruolo prticolare dei Tocci come armentari e della famiglia del barone Mastroddi, unica proprietaria di una masseria ovina di una certa consistenza sui pascoli di Verrecchie, si registra la presenza diffusa di piccoli allevamenti ovini di tipo stanziale e di uso familiare, mentre i nobili e i possidenti locali, i monasteri e le confraternite sono maggiormente concentrati sulle rendite derivanti dallo sfruttamento agricolo di vigne, terre e selve sui Colli e nel Piano di Tagliacozzo.

Diciamo  quindi che l’area di Tagliacozzo è più un’area commerciale dove a guadagnare di più sono i commercianti, che seppure infilati nelle ristrettezze del tempo e delle regole, riescono maggiormente a guadagnare. Dagli allevamenti i guadagni arrivano dai prodotti degli animali ovvero carni, lane, latte e formaggi che non prendono la via di Roma, ma il tutto rimane in loco avvantaggiando le persone del posto che a loro volta scambiavano questi beni con legumi e cereali in una dinamica locale.

Completiamo questo lungo articolo sull’economia pastorale legata alle greggi di pecore nell’ambito del ducato di Tagliacozzo parlando della lavorazione dei panni di lana. Nel ducato di Tagliacozzo esistono 4 gualchiere, presenti a Cappadocia, Colli di Monte Bove, Tagliacozzo e Carsoli, dove si lavorano i panni di lana e a concia delle pelli. Tuttavia questa lavorazione appare di seconda qualità e per lo più concetrata in ambito locale all’interno del ducato di Tagliacozzo.

 

 

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Cambiamento climatico a fine ‘700.

Il Lago Fucino nel 1795 in un dipinto dell’epoca

 

Alla fine del ‘700 si assiste ad un nuovo cambiamento climatico generale che porta pioggia e freddo seppure non nelle dimensioni presenti nel ‘600. Il picco di questo nuovo ciclo climatico si raggiungerà nel 1816-17 per poi lentamente scemare nel corso dell’800. Ciò comporta raccolti di minore qualità e abbondanza andando così ad alterare una situazione non facile dove i piccoli villaggi di altura sopravvivono con l’agricoltura e allevamento di sussistenza.

A ciò va aggiunto un deciso innalzamento del livello del lago Fucino che lo porta ogni tre-quattro anni ad avere quantità d’acqua tale che viene ad allagare costantemente i centri rivieraschi innescando danni e lutti. In ciò le popolazioni rivierasche lanciano numerose suppliche al re Ferdinando affichè agisca per mitigare almeno in parte gli effetti del lago.

Il re interviene in modo massiccio prima facendo fare studi sulla dinamica del lago nel corso degli anni ’80 e poi provando a ripulire in profondità gli argini del lago, ottenendo con ciò però solo scarsi risultati, che mitigano poco la situazione generale.

 

 

– La rivoluzione francese nel 1789

La grave situazione economica in cui versa la Francia, unito alla disparità sociale, dovuta all’enorme dispendio di soldi della corte e della nobiltà che cerca di occupare tutte le risorse possibili portano all’esplosione sociale che conseguente innesco della rivoluzione popolare contro il re e il governo. La Francia in breve diventa una polveriera che travolge con Napoleone tutta l’Europa compreso il regno di Napoli. 

 

 

– L’arrivo dei Francesi a Napoli (1798)

L’arrivo dei Francesi a Napoli. (Immagine da Wkipedia)

 

Nel 1798 i Francesi invadono il regno di Napoli riuscendo a scalzare il re Ferdinando e la sua corte borbonica che si rifugia in Sicilia sotto scorta degli Inglesi. Il resto del regno è in mano francese che lo governa circa due anni.

Ma  sono due anni assai movimentati per la forte contrarietà della popolazione che si sente invasa e reagisce con continue rivolte e sommosse che alla fine producono la caduta dei Francesi nel 1800 e il ritorno di re Ferdinando a Napoli 

 

 

– I Francesi a Cappadocia (1799) e la fine della 1 occupazione

Cappadocia probabilmente anni 1950.

 

Pur in presenza al momento di una scarsissima documentazione al riguardo possiamo comunque affermare che i Francesi fanno sentire il loro arrivo anche nella Marsica di Cappadocia occupando l’intero territorio. Probabilmente ma questa è una congettura puramente personale, il territorio di Cappadocia ha risentito scarsamente dell’occupazione francese, trovandosi in posizione defilata

Nel corso dei due anni di occupazione francese sono continue le sommosse popolari contro di loro che sono visti dalla popolazioni del sud Itali solo come occupanti e non come liberatori. Per cui il popolo vuole la loro decadenza e il ritorno dei Borbone. Alla fine nel 1800 i Francesi soffocati dalla grandi rivolte locali, decidono di lasciar perdere e tornarsene in Francia.

 

 

 


 

 

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XIX secolo

 

– Il ritorno dei Borbone a Napoli

Dopo il ritiro dei Francesi dall’Italia meridionale, i Borbone tornano a Napoli dove riprendono il controllo del regno. Ferdinando IV torna grazie al suo popolo, ma nei confronti di questo si mostra freddo non mostrando particolare interesse. La popolazione delusa dal re inizia a chiedersi se si può fidare di lui e quando passati alcuni anni le pretese locali  sono disattese

 

 

– Il ritorno dei Francesi (1806)

Nel 1806 i Francesi occupano nuovamente il regno di Napoli cacciando nuovamente il re Ferdinando, che per la seconda volta si rifugia in Sicilia sotto scorta inglese. I Francesi questa volta non incontrano le resistenze della popolazione come nel primo periodo.

 

 

– Le riforme francesi, le loro conseguenze a Cappadocia e l’evoluzione della situazione nell’ex ducato di Tagliacozzo (1806-10)

I Francesi questa volta mantengono come struttura la monarchia sostituendo quella borbonica con i Bonaparte nella persona di Giuseppe, fratello di Napoleone, che dura fino al 1808, per essere poi sostituito dal cognato Gioacchino Murat. I governi di Giuseppe e soprattutto di Gioacchino, ben visto dalla popolazione, si rivelano ricchi di riforme e cesure temporali rispetto al passato regime.

Tra le riforme più importanti vi è l’abolizione dei diritti feudali (1806) che sancisce la fine delle vecchie strutture amministrative feudali. Questo nella Marsica significa la fine del ducato di Tagliacozzo e della contea di Celano.

L’ultimo duca di Tagliacozzo Filippo III, che nella Marsica salvo qualche rara eccezione non mette quasi mai piede nel territorio abruzzese, lascia questo territorio al suo destino . I Francesi intervengono anche in materia religiosa abolendo gli ordini religiosi (1808) e incamerandone i beni che sostanzialmente riguardano i conventi che vengono chiusi. A Cappadocia l’abolizione degli ordini religiosi non pare che porti alla chiusura del convento delle Suore Trinitarie, molto famoso nella zona e molto considerato dalla popolazione.

Con la fine del vecchio sistema feudale Cappadocia viene ridefinito come comune autonomo avente nel suo territorio i paesi di Petrella Liri e Verrecchie.

Tralasciando  qui l’intero discorso burocratico amministrativo è importante notare come la mancanza del sistema feudale e l’introduzione di nuove regole amministrative da parte del governo francese apra la porta ad una classe borghese, che viene occupando come successo precedentemente tutte i posti chiave dell’economia e dell’amministrazione cittadina e sarà la stessa classe amministrativa che saputasi adattare quando torneranno i Borbone sapranno mantenere per diversi decenni il potere in quei paesi dove si affermano.

Così per esempio si nota come nel comune di Tagliacozzo le cariche e rappresentanze provinciali, distrettuali e circondariali le redini siano assunte dai numerosi membri del solito gruppo di famiglie baronali come i Mancini, i Resta e i Mastroddi, la nuova famiglia emergente di Tagliacozzo d’inizio ‘800. I Mastroddi si rendono capaci di esprimere un livello di censo, educazione e cultura riservato a pochi e dimostrano di essere capaci di gestire il potere in modo equilibrato. Questi nel comune di Tgliacozzo saranno protagonisti assoluti della vita cittadina per tutto il periodo borbonico. Allo stesso modo emergono altre famiglie in altri comuni come i Coletti a Tufo e Luppa, i Masciarelli a  Magliano, i Bontempi a Scurcola, i Vetoli a Corcumello, i Pace a Massa d’Albe, i Domenicis a Carsoli, ecc.

Intanto sotto il regime napoleonico di Murat Tagliacozzo perde il ruolo di capoluogo di zona, che passa ad Avezzano giudicata al livello geografico migliore come posizione. Diventa capoluogo di distretto. Questo ci dice che l’asse di potere si sposta verso est nella zona fucense.

 

 

– I Francesi e l’Europa nel 1810

L’Europa napoleonica nel 1810

 

La Francia nel 1810 è all’apice del successo militare e politico dominando tutta Europa come appare dalla cartina.

 

 

– L’Italia napoleonica nel 1810

L’Italia napoleonica nel 1810

 

Come il resto d’Europa anche l’Italia nel 1810 è strettamente in mano francese, con una grossa fetta di territorio annessa direttamente alla Francia. Roma nel 1810 è francese.

 

 

– Il ritorno dei Borbone nel 1815

L’Europa dopo Napoleone (1815). Immagine da Wikipedia

 

Nel 1815 collassa il sistema napoleonico in Europa. Napoleone è sconfitto dagli eserciti della coalizione nella famosa battaglia di Waterloo nel 1815. Con la fine di Napoleone in Francia anche tutti i governi napoleonici presenti in Europa decadono uno dopo l’altro. Accade ciò anche nel regno napoletano dove il governo di Gioacchino Murat cade rovinosamente, determinando tra l’altro l’arresto e la fucilazione dello stesso re.

 

L’Italia nel 1815. (Immagine da Wikipedia)

 

Ferdinando I re delle Due Sicilie 1830). (Immagine da Wikipedia)

 

Il congresso di Vienna ridisegna la struttura politica dell’Europa e dell’Italia. Per il trono di Napoli viene deciso il ritorno dei Borbone con il vecchio re Ferdinando, con la nuova dicitura di Re delle Due Sicilie.

 

 

– Cappadocia e la valle di Nerfa dopo il congresso di Vienna

Cappadocia probabilmente anni 1950.

 

Dopo la fine del regime napoleonico e il ritorno dei Borbone, Cappadocia, come gli altri centri della Marsica, completa il passaggio a una nuova stabilità organizzativa. Cappadocia viene riconosciuta nel 1811 come comune centrale della Valle di Nerfa.

Ad essa sono aggregati i paesi di Verrecchie e Petrella Liri che fino al 1837 ospita la sede municipale. Sul piano prettamente pratico fatta eccezione per la fine del regime feudale vediamo come le principali famiglie baronali seppure in un ordine diverso continuino a guidare la realtà locale negli ambiti già sperimentati con i Colonna.

 

Assalto dei briganti ad una diligenza nel 1817

 

In ambito economico la Valle di Nerfa e Cappadocia con se, proseguono la vita di sussistenza presente a fine ‘700. L’unica cosa diversa da prima è il brigantaggio che nelle montagne della valle di Nerfa peggiora nel corso dell’800 con episodi di recrudescenza forti. La situazione infatti tende a peggiorare in tutta l’area di confine con lo Stato della Chiesa dove la possibilità per questi criminali di non essere presi si gioca proprio sul fatto che essi o hanno forti amicizie che li proteggono o possono di volta in volta varcare il confine e non essere presi dalla polizia borbonica o pontificia a seconda di dove avviene il misfatto.

 

 

– La chiesa di San Biagio a inizio ‘800

 La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

In questo inizio secolo la chiesa di San Biagio continua a rimanere un luogo centrale nell’ambito di Cappadocia. Qui la gente si riunisce, si vede discutendo anche di affari ed è insieme alla chiesa di Santa Margherita il luogo di aggregazione per eccellenza. Anche qui nel piccolo paese di Cappadocia il clero è molto presente non solo in ambito religioso, ma anche politico influenzando di molto le scelte delle persone. Questo avviene in quanto la popolazione è ignorante e anche se molto intelligente, si lascia spesso sedurre dal clero non riuscendo a cogliere le sottigliezze delle sue azioni e parole.

 

 

– La Marsica sotto i Borbone (1815-40)

 

Sia la Marsica occidentale dell’ex ducato di Tagliacozzo che quella orientale dell’ex contea di Celano sono ormai entrate nell’era borbonica e la vita torna ad essere complicata seppure non uguale a prima a causa del cambiamento profondo avviato dal regimi filo-francesi. Parliamo inoltre di una situazione dove il cambiamento climatico raggiunge il suo picco di freddo e pioggia nelle annate 1816-17 ricordate da tanti come le annate senza estate con i raccolti completamente andati a male.

In questo periodo di gravi ristrettezze la parte del leone la fa il Lago Fucino che a causa delle grandi pioggie cresce di livello arrivando a tracimare in diverse occasioni, raggiungendo livelli spaventosi che non si vedevano a memoria d’uomo. Per esempio il paese di Luco dei Marsi, posto sulle sponde di una montagna ma dislocato fino al lago con un proprio porticciolo, viene completamente allagato anche nelle parti alte, segnale del livello forte che le acque del lago raggiungono. A questo proposito segnaliamo dopo il 1816-17 le numerose richieste al re da parte della popolazione rivierasca affinchè si provvedesse al problema. Re Ferdinando a questo proposito riprova come aveva già fatto negli anni 1780 a porre rimedio, ma il problema era ed è enorme anche per il re, che comunque provvede a far ripulire gli argini del lago per meglio controllare le acque che in effetti scendono. Già nel 1821 le acque tornano a livelli più accettabili, quindi temporaneamente il problema si è ridimensionato.

 

Tagliacozzo anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Nel eriodo immediatamente successivo al ritorno dei Borbone vale a dire nel 1815-20 si procede alla riorganizzazione generale del regno borbonico cercando un compromesso tra le nuove regole che non possono essere toccate, vista la profondità da esse raggiunta, e la necessità da parte borbonica di un ritorno alla precedente situazione.

Tradotto sul piano amministrativo troviamo che il circondario di Tagliacozzo è confermato sia nell’ambito della riorganizzazione che nella divisione amministrativa del regno, conseguente alla legge organica del 1 maggio 1816. Quindi si torna alla vecchi condizione di terra di confine fra regno borbonico e stato pontifici. Secondo la nuova condizione il nuovo Riparto territoriale dello stato pontificio, Tagliacozzo viene a trovarsi a contatto diretto con la Delegazione di Roma e la sua Comarca.

 

Tagliacozzo anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Sul piano militare vediamo come la ricostituzione dell’esercito vada avanti nel 1816 nella formazione di nuovi reggimenti di fanteria leggera, uno dei quali chiamato Marsi destinato al controllo dei confini. Sul piano militare la  provincia aquilana  viene dotata di uno Squadrone di gendarmeria con tre luogotenenzze di stanza ad Avezzano, Sulmona e Cittaducale.

 

Magliano anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Celano anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Con la restaurazione dei Borbone si ripristina il vecchio ordine dei rapporti fra Stato borbonico e Chiesa. Nel 1818 segue su questo punto un concordato fra Stato del papa e Regno delle Due Sicilie firmato a Terracina fr Ferdinando I e Papa Pio VII. Il concordato si rivela un compromesso fra vecchie e nuove esigenze. In pratica ci si incardina in una sorta di burocrazia fedele al sovrano, potendo rientrare in possesso delle proprietà espropriate, ma invendute, ripristinare gli ordini regolari soppressi, oltrechè assumere importanti compiti nell’istruzione, nella cultura e in parte anche nella vigilanza politica. Non tutti i religiosi aderiscono a questa normalizzazione. Anche a Tagliacozzo alcuni di loro con don Luigi Vacca.

Negli anni 1820 la Marsica vive situazioni di relativa stabilità anche data dall’enorme ignoranza della popolazione che non partecipano per nulla ai fermenti patriottici del periodo e poi l’enorme controllo clericale sulle popolazioni paesane non consentono al popolino di conoscere le novità del periodo. Invece le nuove famiglie emergenti della Marsica seppure tra tante difficoltà riescono comunque a migliorare socialmente consentendo loro di occupare tutti i centri di comando locali dell’epoca sia sul piano civile che religioso.

 

Re Francesco I Due Sicilie. (Immagine da Wikipedia)

 

Re Ferdinando ormai molto anziano muore nel 1825, il suo è stato un regno lunghissimo seppure interrotto dalla parentesi francese. A lui succede il figlio Francesco I che dura solo 5 anni e che non viene ricordato per grandi cose fatte, considerando che la sua opera di governo è stata piuttosto reazionaria e non aperta alle novità.

 

Re Ferdinando II Due Sicilie.  (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1830 Francesco I muore e a lui succede il figlio Ferdinando II, più giovane e aperto del padre alle novità e con molta voglia di fare del bene. Purtroppo questa fase di apertura si rilega solo al periodo iniziale del regno di Ferdinando in quanto in età più adulta egli diventa più chiuso e conservatore, demoralizzato e spaventato dalle tante rivoluzioni presenti in tutta Europa.

Fatto è comunque che anche grazie a Ferdinando II la situazione della Marsica trova una svolta importante. Ferdinando infatti negli anni 1840 s’interessa del lago Fucino e sotto il suo governo viene riaffrontata la questione mettendo ad uno stesso tavolo ingegneri e finanziatori. Gli ingegneri in qualche modo stendono un nuovo progetto di recupero del vecchio canale di scolo romano migliorandolo e poi ci sono i finanziatori che si propongono di sostenere l’opera.

 

Il lago Fucino negli anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Dopo diversi anni di discussioni e un avanti e indietro durato un po’ si arriva al banchiere Alessandro Torlonia che studiata l’opera e i ricavi che questa poteva offrire a se stesso e alla sua famiglia decide di buttarvisi e legarsi ad essa per realizzarla. Ora indipendentemente dai meriti di Torlonia, dei suoi ingegneri e degli operai che l’hanno realizzata, sicuramente anche l’operato del re, magari solo indiretto, ha comunque favorito il suo avvio.

Negli anni 1840 mentre si decide l’operazione più giusta per il Fucino, Tagliacozzo vive la sua discesa finale sul piano centralistico amministrativo a favore di Avezzano che diviene sempre più il capoluogo dell’intera
provincia marsa.

 

 

– I duri anni ’50

Nel regno delle Due Sicilie non erano in tanti i simpatizzanti verso il processo di unione dell’Italia, ma una certa crisi sociale ed economica finiscono per aumentarne il numero. Se a questo ci si mettono i tanti errori di Ferdinando II dopo i moti del 1848 allora il quadro inizia a preoccupare lo stesso re. Fatto è che dopo i moti del 1848 il re cerca di mettere una pezza a queste perduranti moti imponendo un duro regime di polizia. Il duro regime di polizia viene ulteriormente rafforzato nella zona abruzzese al confine con lo Stato della Chiesa.

Qui oltre che temere una possibile invasione da parte di qualche stato straniero vi è il reale pericolo del brigantaggio che nelle zone di frontiera tende a rafforzarsi vista la possibilità di espatriare, senza essere presi, solo che ora il fenomeno è giunto ad un livello insopportabile. Inoltre come se non bastasse una piccola ma significativa quota di persone benestanti, prova a favorire l’unione con il resto d’Italia surriscaldando gli animi. La polizia prova ad arginare il fenomeno mettendo in carcere nel Palazzo Ducale i maggiori capi del momento come Filippo Mastroddi, o don Luigi Vacca di Pereto.

Fatto è comunque che tra patrioti e briganti la polizia borbonica a un bel da fare nel fronteggiare il fenomeno e si trova sempre più spesso in difficoltà. Dal carcere di Palazzo Ducale che è sempre ben pieno di gerdameria riescono a fuggire diverse persone, rendendo in parte vani gli sforzi dei soldati. In più la gendarmeria alla frontiera significa maggiori uomini a Tagliacozzo e Avezzano, i maggiori centri dell’epoca.

Il re per provare ad arginare il fenomeno regola con lo Stato della Chiesa i confini tra i due stati, a maggior ragione che il processo di definizione dei confini fra stato pontificio e regno delle Due Sicilie rimaneva vacante dal 1793. Così nel 1853 vengono definitivamente regolati i confini tra i due stati e per renderli ben osservabili vengono posti dei cippi di confine con sul lato l’immagine del logo pontificio e sull’altro del regno borbonico.

Diversi di questi sono ancora presenti anche a Cappadocia, dove è possibile osservarli poco fuori il paese.

Altra grave tegola che si manifesta in questo periodo è un’epidemia di Colera che colpisce la Valle di Nerfa nel 1854. I primi episodi si verificano a Petrella Liri che diventano tanti nel giro di poco tempo. Al momento non abbiamo notizia di episodi del genere anche a Cappadocia e Verrecchie ma  immaginando l’intensità della malattia quasi sicuramente vi sono stati anche a Cappadocia e probabilmente anche a Verrecchie.

 

 

– La caduta dei Borbone e la nascita del regno d’Italia

Da tempo ormai il regno delle Due Sicile vive una fase di decadenza dove Ferdinando II dopo i fatti del 1848 è divenuto via via sempre più reazionario e antidemocratico portando in questo modo indietro nel tempo lo stato delle Due Sicilie. La borghesia dell’epoca prova inizialmente a far emergere delle riforme, ma la determinazione del re di spegnere le proteste, porta ad un collasso politico o meglio ad uno scollamento tra classe dirigente e sovrano, mentre ancora il popolo minuto grazie alla stretta militare rimane fedele al re.

 

(Immagine da Wikipedia)

 

Ormai però è solo questione di tempo e anche i Borbone cadono. Il momento giunge nel 1860 allorquando Garibaldi prende l’iniziativa per la conquista del regno delle Due Sicilie e partendo da Quarto vicino Genova arriva un modo molto fortunato a Marsala in Sicilia e con l’aiuto di 1000 volontari riesce poco alla volta a convincere la popolazione e la nobiltà siciliana a rivoltarsi contro i Borbone. Il grande genio di Garibaldi ha la meglio sul poderoso esercito borbonico che viene perdendo contro l’esercito garibaldino sempre più numeroso.

 

I Garibaldini entrano a Palermo. (Immagine da Wikipedia)

I Garibaldini prendono Milazzo. (Immagine da Wikipedia)

 

L’esercito garibaldino battaglia dopo battaglia conquista sempre più spazio e terreno contro i Borbone. Dapprima cade la Sicilia e poi via via tutte le altre regioni del regno mano a mano che Garibaldi risale la penisola. All’inizio di settembre Garibaldi arriva in Campania, spingendo così il re Francesco II ad abbandonare Napoli il 6 settembre, permettendo così a Garibaldi di entrare in una Napoli festante il giorno dopo 7 settembre 1860.

 

Francesco II abbandona Napoli il 6 settembre. (Immagine da Wikipedia)

Garibaldi entra a Napoli festante il 7 settembre. (Immagine da Wikipedia)

 

A questo punto Francesco II prova a riorganizzare le sue forze armate e tenta un ultimo assalto ai Garibaldini a fine mese. Così si hanno le decisive battaglie di Garigliano e Volturno che sono vinte dai Garibaldi e dai suoi uomini. Dall’altra parte i Piemontesi scendono di corsa nella penisola per completare l’unione politica. I Piemontesi infatti dopo aver assorbito nei mesi precedenti le regioni del centro nord Italia procedono ad occupare le regioni pontificie delle Marche e Umbria e l’Abruzzo ancora in parte borbonica.

 

Battaglia del Volturno vinta dai Garibaldini il 1 ottobre 1860. (Immagine da Wikipedia)

 

Incontro di Teano il 26 ottobre. (Immagine da Wikipedia)

 

Proclamazione del regno d’Italia (17-3-1861). (Immagine da Wikipedia)

 

Vittorio Emanuele II re d’Italia. (Immagine da Wikipedia)

 

Garibaldi incontra poi a Teano Vittorio Emanuele II consegnandogli idealmente il sud Italia. Da qui a qualche mese le ultime resistenze borboniche sono sconfitte e può nascere finalmente il tanto agognato regno d’Italia il 17 marzo 1861 con la proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d’Italia.

 

 


 

 

– La Marsica nel periodo risorgimentale

Il lago Fucino nel 1860. (Immagine da Wikipedia)

 

Durante il periodo risorgimentale diciamo nel 1860-61 la Marsica vive un periodo di profondo cambiamento climatico e strutturale dato dal prosciugamento del Lago Fucino, portato avanti dal Banchiere Torlonia.

Torlonia riesce con coraggio e molto denaro a portare avanti una maestosa opera idraulica senza precedenti fino a quel momento, riuscendo nell’arco di 20 anni a prosciugare l’immenso lago Fucino, creando dei canali sotterranei che accompagnandosi a quelli romani permettono all’acqua del lago di defluire verso il fiume Liri. Questo cambiamento porta e porterà conseguenze molto importanti per il territorio.

 

Il lago Fucino nel 1863 circa con i lavori di prosciugamento che vanno avanti

 

Nella Valle Roveto e nei posti un po’ più isolati come possono essere Balsorano o Cappadocia gli echi della grande opera idraulica arrivano lontani e distratti non essendo il territorio cappadociano direttamente interessato dall’opera. In questo periodo la vita nel comune marsicano sembra scorrere tranquilla, ma la nascita del regno d’Italia fa sentire i suoi effetti anche qui.

Nella Marsica infatti la popolazione è ancora filo-borbonica e a ciò si aggiunge una possente propaganda messa in piedi dal clero locale che non vede di buon occhio il cambio di regime. Fatto è che la Marsica inizialmente si schiera con Francesco II e la sua idea di ritornare sul trono napoletano. La popolazione rivuole Francesco II a Napoli, e sulla base di ciò Francesco tenta di un accordo con le bande criminali. Va così che diversi uomini di Francesco si rechino dai capi banda per siglare un accordo che alla fine viene raggiunto, ma viene malvisto un po da tutti sia dalla popolazione locale costretta a sorreggere queste bande che dalla stessa monarchia che si sente umiliata.

L’accordo fra le parti prevede per Francesco un suo ritorno sul trono napoletano nel caso di vittoria e per le bande un loro ritorno alla legalità inquadrate nel nuovo esercito regio. L’accordo fra le parti prevede forti rivolte contro il nuovo regime dei Savoia. Il nuovo governo nazionale manda le forze armate nel sud Italia per fermare le ultime sacche di resistenza borbonica e soprattutto la fine del brigantaggio.

In quasi tutti i paesi della Marsica la popolazione accetta seppure malvolentieri l’accordo e inizia una ferma opposizione contro il nuovo regime. Qui e nel resto d’Abruzzo e Appennini dove le bande criminali sono più forti lo Stato concentra le sue truppe e ciò è vero soprattutto nelle zone di confine come Tagliacozzo o Cappadocia, ovvero nei comuni più esposti.

 

 

– Cappadocia nel periodo risorgimentale e la fine del brigantaggio nella Valle Roveto

Rapina da parte dei Briganti a una carrozza nel 1865

 

Cappadocia nel periodo risorgimentale 1860-70 vive una fase di generale ansia a causa dell’instabilità presente al livello generale e soprattutto per la forte presenza di bande di briganti nelle montagne circostanti. L’accordo fra Francesco II e le bande regge per qualche tempo almeno fino all’inizio del 1861 permettendo inizialmente qualche grosso smacco al nuovo governo nazionale.

Tuttavia la forte indisposizione delle bande che mal sopportano questa situazione, le riportano a concentrarsi sui loro tradizionali comportamenti, anche molto violenti, contro le popolazioni locali. Ciò induce dapprima un forte malcontento popolare verso queste bande e poi un vero e proprio odio finendo per far accettare alla popolazione lo status quo e i nuovi governanti, purchè i nuovi padroni eliminino queste bande.

 

Scontro a fuoco tra i Briganti e la polizia italiana

 

Ciò avviene anche nella Marsica, dove si assiste a molti episodi di scontri tra soldati della nuova polizia italiana e i briganti, ma anche con la vecchia polizia borbonica. Fra questi ricordiamo due episodi uno riguarda Cappadocia e un altro un colonello borbonico.

Il caso di Cappadocia ci conferma come in questo territorio di confine la presenza dei briganti sia ricca. In questo caso vengono presi nei dintorni del paese dalla polizia due briganti Antonio Coletti di Cappadocia e Domenico Spacconi di Pietrasecca. Una volta arrestati vengono poi fucilati a Cappadocia dal 1 battaglione di bersaglieri comandati dal luogotenente Staderini il 18 agosto 1861.

L’altro caso riguarda il generale Borjes che è un capo militare borbonico, che per conto dell’ex re Francesco II, si muove lungo l’Abruzzo e gli Appennini come congiuzione fra re e bande di briganti per tentare delle sommosse contro il re savoiardo. Ebbene egli alla fine del 1860 si trova nella Marsica, precisamente a Balsorano il 5 ottobre 1860, in fuga per raggiungere Roma ed inseguito dai militari italiani.

Questo episodio si ricollega alla presenza piemontese nel paese marsicano poichè a Balsorano, paese posto nella parte sud della Valle Roveto, si trovano dalla metà del 1861 i soldati piemontesi che trattano il borgo come una base militare posta negli Appennini nella lotta al brigantaggio. L’occupazione piemontese dura fino al 1868, anno in cui le truppe comandate dal generale Emilio Pallavicini terminano di soffocare tutte le bande di briganti presenti lungo la Valle Roveto.

Tra gli episodi più vivi che ricordiamo di scontro fra ex militari borbonici e truppe italiane vi è la storia di Borjes

 

 

– La storia del generale Borjes nel 1861

Il generale borbonico Borjes in un’illustrazione del 1862. (Immgine da Wikipedia)

 

Il generale Borjes è un grosso militare dell’esercito borbonico e rimasto fedele a Francesco II. Impressionato dall’impresa garibaldina decide di fare la stessa cosa per cercare di riportare a Napoli il suo re, promettendo a chi lo avrebbe aiutato magari di essere inserito nel nuovo esercito borbonico, cambiando per sempre la sua vita misera.

Borjes sbarca tra il 13 e il 14 settembre del 1861 a Brancaleone in Calabria non con 1000 uomini, bensì solo con 20. Il generale si aspetta un’accoglienza festosa che non arriva, restandone deluso. Trova solo una ventina di contadini che si uniscono a lui.

Nonostante questa iniziale delusione il generale arriva all’interno del territorio calabrese; nei pressi di Reggio Calabria si scontra con un plotone della Guardia Nazionale che lo fa fuggire. Agli inizi d’ottobre il generale si unisce con il brigante Mittiga (ex ufficiale dell’esercito borbonico) ed i suoi 120 uomini, ma respinto dal regio esercito italiano a Platì le strade dei due ufficiali si separano.

La permanenza del generale in Calabria si rivela ardua. Egli, dopo tre scontri con l’esercito italiano e le aggressioni inflitte dalle locali popolazioni, lo spingono a scappare in Basilicata. Qui il 22 ottobre incontra un famoso brigante Carmine Crocco: tra i due non corre buon sangue, in quanto sono entrambi uomini carismatici, ma alla fine si crea un sodalizio. I due decidono di marciare verso Potenza (roccaforte tenuta saldamente dall’esercito italiano) con 1200 uomini e attaccano in novembre.

 

Il bandito Carmine Crocco. (Immagine da Wikipedia)

 

Dopo le prime vittore e qualche rappresaglia, le cose si mettono male. La rivolta che doveva esplodere a Potenza non si avvera e questo permette al regio esercito italiano di potersi rafforzare. Cracco stanco dei frequenti scontri con l’esercito italiano, decide di ritirarsi verso i boschi di Monticchio (Potenza) e dopo una riunione con il suo gruppo decide di abbandonare il generale spagnolo e quindi anche la causa borbonica.

Borjes, deluso dal comportamento di Cracco, se ne va con i suoi 22 uomini cercando di raggiungere Roma per informare Francesco II (ex re di Napoli) di quanto avvenuto in Lucania. Egli marcia come un matto, inseguito dai reparti italiani.

 

Fumetti sulla traversata di Borjes nella Marsica.

(Immagini da https://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm

 

Tra novembre e dicembre il generale con i suoi uomini, raggiunge e attraversa la Valle Roveto. L’8 dicembre arriva presso il podere Mastroddi, vicino Tagliacozzo e qui si ferma per riprendere fiato.

 

Fumetti sulla traversata di Borjes nella Marsica.

(Immagini da https://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm

 

Un contadino però lo nota e informa il maggiore Enrico Franchini del regio esercito italiano. A questo punto Franchini giunge con trenta uomini presso il podere Mastroddi, per cercare di arrestare il generale e i suoi uomini

 

Fumetti sulla traversata di Borjes nella Marsica.

(Immagini da https://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm

 

Qui Borjes stanco di essere braccato, si consegna insieme ai suoi uomini, ai gendarmi italiani.

Fumetti sulla traversata di Borjes nella Marsica.

(Immagini da https://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm

 

Questi li conducono a Tagliacozzo, dove dopo aver chiesto e ottenuto una confessione per se e i suoi uomini sono tutti fucilati. Oggi a ricordo di quell’evento vi è una targa commemorativa a Tagliacozzo.

 

 

– Roma diventa italiana

La breccia di Porta Pia l’indomani della presa di Roma. (Immagine da Wikipedia)

 

Italia nel 1870. (Immagine da Wikipedia)

 

Il 20 settembre 1870 in seguito al ritiro del contingente francese da Roma, i bersaglieri invadono Roma e la prendono portando la città eterna e la regione Lazio a divenire italiani. Finalmente!!!

 

 

 

– La fine dell’eterno confine fra stato pontificio e sud Italia e la rivoluzione nella Marsica occidentale

Con la presa di Roma da parte dei Bersaglieri il 20 settembre 1870 e quindi l’annessione di Roma e del Lazio all’Italia, non viene meno solo lo stato pontificio, ma anche il secolare confine fra Abruzzo e Lazio, ovvero fra lo stato pontificio e i vari regni del sud Italia. Tale confine è stato sicuramente uno dei più duraturi di tutta la storia europea essendo venuto a formarsi nel 871 con la nascita del nascente stato papale all’interno dell’allora impero carolingio.

Con questo confine hanno dovuto fare i conti decine di sovrani e papi e allo stesso tempo molteplici generazioni di persone. Ora il venir meno di questo confine sconvolge nel bene e nel male usanze di di paesi che su di esso ci hanno costruito intere economie locali, portando con ciò una rivoluzione economica e sociale nella Marsica occidentale che fino al 1870 è stato confine fra due stati.

Sicuramente il venir meno del confine porta più vantaggi che svantaggi in quanto al livello economico non ci sono più dogane, tasse da pagare ecc e questo porta solo benefici. Quanto agli svantaggi con il tempo sono superati.

A distanza di qualche anno grazie al venire meno di tale confine viene migliorata la strada carrozzabile che unisce Tagliacozzo a Roma migliorando la qualità del percorso che poi era ormai reso sicuro anche dalla scomparsa del brigantaggio.

In più nell’arco di alcuni anni nasce la nuova ferrovia che collega Roma con la Marsica portando con ciò un nuovo sviluppo economico e ciò anche in conseguenza con la ben più rivoluzione socio-economica data dalla scomparsa del lago Fucino a causa degli importantissimi lavori di prosciugamento operati dal banchiere Torlonia.

 

 

– Una nuova normalità a Cappadocia (1870)

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

Cappadocia e tutto il territorio della Valle di Nerfa più o meno intorno al 1868-69 si ritrova in una strana atmosfera, in quanto per la prima volta da secoli non si ha  più il fenomeno del brigantaggio fatto a pezzi dai gendarmi  italiani.

Ciò porta oltre a una certo disagio in quanto qui la popolazione è sempre stata filoborbonica, si ha però anche un certo miglioramento sociale della zona, certo la posizione geografica, il clima rigido rende la zona poco attrattiva e molto isolata, ma comunque non vi è più l’assillo di assalti armati contro i poveri contadini.

In generale i lavori tradizionali a Cappadocia tendono a tramandarsi di padre in figlio, anche se ci sono casi di persone che fanno lavori diversi dai genitori, la tendenza però è quella di ripercorrere le orme paterne.

Al livello demografico l’entrata di Cappadocia nel nuovo regno d’Itali porta il paese e la Valle di Nerfa ad una tendenza incostante. Infatti la popolazione prima diminuisce in pochi anni, passando da 3144 a 3025 nel 1871, per poi risalire decisa a 3282 unità nel 1881.

Aspetto non meno importante è il venir meno di Cappadocia come paese di confine. Infatti dal 1870 il Lazio è unito all’Italia e ciò porta ad uno sconvolgimento sociale importante, in quanto solo sul lato economico il venir meno di tale confine segna la fine di una certa economia di contrabbando. Ma dall’altro lato segna anche un miglioramento economico importante in quanto non ci sono più dogane da pagare al confine ne soldati con cui fare i conti. Inizialmente la popolazione si trova un po’ smarrita dalla nuova realtà, ma nel corso degli anni si adatta bene a ciò.

 

 

– La chiesa di San Biagio nel 1870

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio nel 1870 è un edificio che mantiene intatto il suo fascino e attrattiva sulla popolazione del paese, che profondamente cattolica com’è, nonostante gli sconvolgimenti culturali ed economici di questo periodo, mantiene saldo il suo rapporto con questo bene religioso, giudicato da sempre un punto religioso importante, ma diventato con il tempo un vero e proprio momumento d’identità collettiva.

 

 

– Terremoto di Balsorano del 1873

Una forte scossa sismica si verifica nell’area balsoranese. Il terremoto porta ad alcuni crolli e lesioni e forse qualche ferito, ma per fortuna nulla più. La scossa si risente in tutta la Marsica, producendo però danni gravi in diversi paesi, soprattutto della Valle Roveto.

 

 

– Morte del re (1878)

 

Re Umberto I. (immagine da Wikipedia)

 

Il 9 gennaio 1878 muore re Vittorio Emanuele II. Gli succede il figlio Umberto I.

 

 

– Finiscono i lavori di prosciugamento del Lago Fucino (1878)

 

Il castello Colonna ad Avezzano ad inizio ‘900

 

Il banchiere Torlonia riesce nella storica impresa di prosciugare il Lago Fucino, portando la Marsica a cambiare completamente volto e abitudini. Una vera rivoluzione sociale. Gli ex pescatori divengono agricoltori. La conseguenza forse più pesante di questa grande impresa è il cambiamento del microclima locale che porta alla fine di diverse colture e produzioni locali come la vite o l’olio.

 

Palazzo Torlonia ad inizio ‘900

 

Torlonia per meglio gestire l’enorme carico di lavoro per il prosciugamento del Fucino trasferisce ad Avezzano l’amministrazione principale dei suoi affari ponendola in un enorme palazzo costruito apposta. Così facendo Avezzano si afferma definitivamente come centro della Marsica sul piano amministrativo. Qui dal 1862 è presente anche il tribunale che lavora bene la giustizia locale

 

 

– La nomina a principe (1878)

Alessandro Torlonia 1 principe del Fucino. (Immagine da Wikipedia)

 

Il banchiere Torlonia viene nominato principe del Fucino dal re Umberto I per la straordinaria opera idraulica compiuta in Abruzzo.

 

 

– Cappadocia e la Marsica occidentale: tra povertà e speranza (1880)

Cappadocia probabilmente anni 1950.

 

Nel 1880 Cappadocia come tutta la Valle di Nerfa ma più in generale la Marsica è in piena espansione demografica e questo porta con se vecchi e nuovi problemi.

Nella Marsica occidentale le vecchie dogane non esistono più e nella zona si viene procendendo a rendere più efficienti le vie di collegamento tra Roma, Tagliacozzo, Avezzano, Rieti, Frosinone e gli altri grandi centri del centro Italia. Le vie presenti a Tagliacozzo dalla Tiburtina-Valeria alla  strada di collegamento tra Avezzano e Rieti e altre sono in costante fase di miglioramento. Ciò porta sicuramente benefici.

Diciamo che gli anni 1880 sono anni poveri, ma anche pieni di speranza alla ricerca di un nuovo equilibrio che dia maggiore reddito e una migliore condizione di vita.

Questa speranza seppure continuamente messa alla prova dalle avversità climatiche e altro è ben viva nella cittadinanza dopo l’iniziale delusione della prima fase post unitaria. Le gravose tasse fatte dal governo centrale incidono in modo vistoso sulle condizioni familiari dei più poveri.

Però nonostante tutto la popolazione è positiva. Nel 1889 poi arriva il primo collegamento ferroviario importante che mette in comunicazione Roma con Pescara e Tagliacozzo è una delle stazioni di passaggio di questo importantissimo nodo di comunicazione.

All’inizio degli anni 1880 seppure i prati delle montagnole di Cappadocia e dintorni sono ancora dominati dal pascolo delle pecore, queste cominciano ad essere di meno, si passa infatti dai 35.000 capi dell’inizio secolo ai 15-20.000 capi verso il 1870 presenti nell’area della Marsica occidentale.

Con la diminuzione delle pecore un certo tipo di economia ancora ben presente nella zona inizia a declinare. Allo stesso tempo sorgono nuovi mestieri come il mulattiere che pur essendo un mestiere antichissimo è ora in questa parte d’Abruzzo in pieno sviluppo, a causa dello sfruttamento dei muli per la consegna delle merci che servivano per la costruzione della nuova ferrovia regionale.

Dovendo in molti casi queste merci giungere in luoghi non accessibili altrimenti i muli vengono usati in modo intensivo e di riflesso chi li guida viene molto considerato.

A Cappadocia lo sviluppo del mestiere di mulattiere è negli anni 1880 in pieno boom e tra alti e bassi resterà molto utile fino a tutti gli anni 1960. Questo fa si che questo si aggiunga ai mestieri già presenti dell’epoca. Altro settore in pieno sviluppo è lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio cappadociano soprattutto le faggete intorno a esso.

Per fortuna in questo caso lo Stato non coincide molti permessi per lo sfruttamento delle meravigliose faggete di questa parte d’Abruzzo e visto anche il luogo impervio sono lasciate a crescere e svilupparsi.

Purtroppo però lavori come il mulattiere o la raccolta della legna o anche altri mestieri come l’artigiano, non consentono ancora una sufficiente e dignitosa vita che solo a prezzo di troppi sacrifici si riesce a vivere. Questo genera sconforto, soprattutto vedendo la crescita esponenziale della popolazione, in quanto le risorse non bastano per tutti e per questo si decide di emigrare.

 

 

– Cappadocia e l’emigrazione (1890-1900)

La perdurante povertà della zona inducono molte persone ad emigrare per cercare fortuna altrove. Si genera così nel giro di qualche anno a cominciare dal 1890 un lento ma costante flusso di genti che va via dalla Valle Roveto diretta verso altri continenti soprattutto americano dirigendosi chi a nord in USA e Canada e chi a sud in Argentina e Brasile.

A Cappadocia sono molti i giovani che partono in cerca di fortuna tra il 1880 e il 1890. L’andamento della popolazione alla fine del secolo riflette in qualche modo questo dato, in quanto si registra un deciso rallentamento nella crescita demografica locale. Cappadocia infatti passa dalle 3282 del 1881 ai 2885 del 1901.

 

 

– La chiesa di San Biagio a fine ‘800

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio alla fine dell’800 continua a rappresentare il punto d’arrivo e di partenza di molte problematiche riguardanti il paese. La sua piazza continua ad essere una sorta di scenario d’incontro e scontro di realltà locali che  non esistono più al giorno d’oggi.

 

 

– D’Annunzio a Cappadocia

Gabriele D’Annunzio. (Immagine da https://www.liberliber.it/online/autori/autori-d/gabriele-dannunzio/)

 

 

Nell’estate del 1889 il grande poeta Gabriele D’Annuzio si trova ad andare dalla zia Costanza presso Cappadocia per curare l’asma di cui soffre. Gabriele trascorre a Cappadocia tutta l’estate e qui conosce un paese stupendo, dove trova una buonissima aria che gli giova fin da subito alla salute.

D’Annunzio trascorre qui a Cappadocia un periodo speciale in cui scopre tante bellezze naturali in un colpo solo. Successivamente quando D’Annunzio ritorna a Pescara, scrive una bellissima poesia proprio dedicata alla città che lo ha ospitato, quasi a volerla innalzare ancora.

 

La poesia in cui D’Annunzio cita Cappadocia è “La fiaccola e il Moggio”

 

“Voglio andare a Cappadocia, dalla zia Costanza. Mettimi sul mulo che sa la strada.
Ah! Come si respira nei boschi di castagni!
Voglio ancora il mio schioppo e i miei cani pezzati.
bianchi e neri, bianchi e falbi, e quei belli occhi grandi,
e quelle orecchie molli come il velluto,
e le sorgenti fredde del Liri tra i macigni,
dove scendono e salgono le donne con le conche sul capo,
e quella stanza bianca, dove si dorme in pace tra l’armadio e il canterano
che stanno cheti senza scricchiolare e sanno di lavanda. 
Voglio tornare là.
( … )

Ahimé, nutrice, anche diceva (Donna Monica) quando era l’estate (non te ne ricordi”) “stasera apparecchiate sotto il platano, Ceneremo all’ aperto”,

E veniva dai monti la frescura su la tovaglia, ed era intorno ai lumi un aliare di farfalle, e noi
gittavamo le mandorle novelle contro i pavoni appollaiati, .. Andiamo, Annabella”.

 

 

 

 


 

 

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XX secolo

 

– Morte del re Umberto I

Re Vittorio Emanuele III. (Immagine da Wikipedia)

 

Il 29 luglio 1900 viene ucciso in un attentato il re Umberto. Gli succede il figlio Vittorio Emanuele III

 

 

– Cappadocia all’inizio del 900

Cappadocia nel 1902.

 (Immagine da https://www.freeforumzone.com/mobile/d/10300501/Cartoline-d-epoca/discussione.aspx)

 

 

All’inizio del 900 Cappadocia mostra un vistoso calo demografico rispetto al 1881, arrivando a toccare le 2885 nel 1901, segno anche della posizione appartata del comune che non da opportunità di vita soddisfacenti.

Per questo motivo molti cappadociani abbandonano il paese per trasferirsi fuori all’estero in cerca di fortuna alimentando così l’emigraione. Molti di essi tuttavia semplicemente vivendo costantemente fuori in quanto pastori, probabilmente non vengono conteggiati nel 1901. Fatto è comunque che il calo c’è, tuttavia nel corso del primo decennio del nuovo secolo tra il 1901 e il 1910, come già successo in passato Cappadocia, viva una fase di crescita importante al livello demografico.

Le condizioni economiche del paese continuano ad essere di grande povertà e i lavori presenti nel paese sono quelli di sempre, anche se dalla fine del secolo scorso si è affermato con successo il nuovo mestiere del mulattiere, che viene sempre più richiesto. Al livello sociale le famiglie vivono in povere case a contatto con gli animali, galline, conigli, anche muli a volte. Quindi in una situazione sanitaria veramente difficile. Questa condizione è vera in tutti i paesi della Marsica, fatta eccezione per le famiglie socialmente più elevate che si possono permettere un tenore di vita decisamente più ricco.

La condizione di lavoro delle terre del Fucino non migliora di molto la condizione dei contadini, che anzi spesso vengono resi quasi schiavi nel loro lavoro e tra i contadini del Fucino a volte figura anche qualche cappadociano. Ma i cappadociani sono uomini più di montagna che di pianura, quindi bene si adattano ai grandi percorsi.

 

 

 

– La chiesa di San Biagio a inizio 900

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

Purtroppo al momento non ho foto di questa bellissima chiesa a inizio 900. Al dire il vero non so se esistono. Comunque sia la struttura religiosa in questa fase è sicuramente ben considerata dalla popolazione locale che spesso la frequenta e la cura.

 

 

– Il terremoto di Gioia dei Marsi (1915)

Il 13 gennaio 1915 un tremendo terremoto senza nessun preavviso di potenza 7 Mw si verifica nella Marsica, con epicentro nella Piana del Fucino. Il terremoto si ha la mattina presto verso le 8:00 producendo un’immane tragedia a tutti i paesi che si affacciano sulla piana fucense. Tutti questi paesi vengono rasi al suolo con una conta dei morti spaventosa.

 

Il castello Colonna crollato dopo il sisma

L’antica chiesa di San Bartolomeo venuta giù con il terremoto del 1915

Le rovine di Avezzano dopo il sisma

 

Il maggiore disastro riguarda Avezzano che viene rasa al suolo, con una conta dei morti pari a 10000 su 13000 abitanti totali. Muoiono tutti i maggiorati della città. Il terremoto di Gioia dei Marsi per la sua potenza distrugge tutta la Marsica facendo sentire i suoi effetti in tutto il centro Italia. Persino Roma avverte il terremoto in modo violento riportando diversi danni all’interno dell’abitato. 

 

Il terremoto a Cerchio

Il terremoto a Magliano dei Marsi

 

Tornando alla Marsica oltre al Fucino abbiamo la Valle del Giovenco, la Vallelonga,  la Valle Roveto, i Piani Palentini  e l’Altopiano delle Rocche che sono investiti in pieno dall’onda sismica riportando disastri enormi. Invece la zona occidentale riporta danni molto più contenuti e ciò vale sia per Tagliacozzo che per la Piana di Carsoli.

E Cappadocia?

 

 

– Effetti del sisma di Gioia dei Marsi su Cappadocia (1915)

Il paese di Cappadocia esce devastato dal terremoto, molti edifici crollano e tra questi figura anche la chiesa di Santa Margherita, che sarà ricostruita nel centro del paese negli anni ’30. Oltre ai danni materiali si contano anche diversi morti seppure il numero di questi pur non precisato pare di molto inferiore ad altri paesi. La stessa cosa accade a Petrella Liri dove si ha il crollo di numerose abitazioni e della chiesa di San Giovanni Battista.

 

 

– Effetti del terremoto sulla chiesa di San Biagio

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio a differenza della chiesa di Santa Margherita rimane in piedi seppure scossa in profondità e con numerosi danni e crolli al suo interno, ma ancora in grado di essere riparata e riusata come luogo di culto.

 

 

– Cappadocia e la prima ripartenza – la prima guerra mondiale (1915)

Dopo l’immane disastro a Cappadocia e gli altri paesi della Valle di Nerfa intervengono nel giro di qualche giorno i primi militari e molti volontari, che aiutano i sopravvissuti a ritrovarsi e a riprendersi.

Si costruiscono le prime baracche assegnate ad ogni famiglia, e le prime baracch e per le strutture pubbliche, si cerca insomma di tornare a una lenta normalità. Ma purtroppo la vita prende percorsi che non immaginiamo e spesso sono veri e propri burroni. Dopo il terremoto, avviene la guerra…

I ragazzi Marsi sopravvissuti al terremoto non vengono dispensati, ma vengono richiamati al fronte per l’imminente ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale…

Ciò vale per tutti i paesi comprese Cappadocia, Petrella e Verrecchie. Sono diversi i ragazzi che partono e non fanno più ritorno in paese a causa della morte sopraggiunta in guerra. Negli anni di guerra si procede già dal 1915 a ricostruire le prime case o riparare le prime strutture meno lesionate per il sisma. Ci vorranno anni per riaversi.

 

 

– L’Italia nella grande guerra (1915)

I blocchi degli Imperi centrali contro il blocco
della triplice intesa nel 1914. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1915 l’Italia sigla il cosidetto Patto di Londra con Francia e Inghilterra, nel  quale si parla dei territori che l’Italia acquisirebbe in caso di successo nella guerra contro gli Imperi centrali a cui il paese si è stato legato per molto tempo. Il governo italiano dopo varie riflessioni decide di scendere in guerra a fianco di Francia e Inghilterra. L’Italia dichiara guerra ad Austria e Germania.

Vengono così richiamati al fronte centinaia di migliaia di giovani atti alla guerra. Dalla Marsica partono tutti i giovani maschi sopravvissuti al terremoto di gennaio e atti alla guerra. La tragedia è dietro l’angolo. Di colpo a Cappadocia rimangono solo donne, bambini e anziani lasciati soli nell’immane sforzo di farsi forza a vicenda e ricostruire il paese. Gli altri partono.

 

 

– La ricostruzione di Cappadocia negli anni 1915-18

Dopo l’inizio della prima guerra mondiale nel 1915 la ricostruzione del paese avviene lenta e faticosa, la mancanza di forza lavoro si sente, ma tutto sommato il paese seppure seppure danneggiato non è irrecuperabile per cui il sito del paese rimane invariato nella sua zona originaria. Si creano comitati promotori per la ricostruzione della chiesa di Santa Margherita completamente distrutta dal sisma e per la raccolta fondi per i più bisognosi. Insomma si cerca di reagire e ricominciare e ciò pur con la guerra in pieno svolgimento.

Nel corso degli anni seppure la ricostruzione procede lenta si cerca comunque di snellire al massimo la burocrazia, cercando di porre le basi per la futura ripartenza. Nel frattempo il tempo passa e ogni giorno arrivano notizie dal fronte a volte confortanti a volte meno con la tragedia che entra nelle case per dare notizia delle morti dei poveri giovani morti al fronte.

 

 

– La fine della 1 guerra mondiale e l’arrivo della Spagnola

Siamo nel 1918 e la guerra pur continuando sembra iniziare a spegnersi, perchè spente sono le nazioni dopo  5 anni di orribile conflitto. C’è voglia di pace, ma senza perderci la faccia. Comunque vada la situazione a Cappadocia sembra andare un po’ meglio. Dal fronte le notizie sulle morti dei giovani in guerra si attenuano e la riparaione del paese di Cappadocia sembra procedere. Ma una nuova calamità si affaccia nella Marsica e nel mondo, la Spagnola !!!

A Cappadocia però sembrerebbe che il morbo non attacchi gramchè pur essendoci qualche episodio e sicuramente meno duro che in altre zone.

Passato del tempo l’epidemia inizia a declinare fino a scomparire lasciando molti lutti dietro le spalle, soprattutto nei paesi laddove il morbo si è maggiormente concentrato. La tragedia per fortuna finisce così come l’odiosa guerra che si conclude con la sconfitta degli Imperi centrali e la vittoria delle forze dell’Intesa compresa L’Italia

Qui a Balsorano il 4 novembre 1918 viene festeggiata la fine della lunga e rovinosa guerra mondiale. Ciò avviene con il suono delle campane  ed i reduci che vengono accolti trionfalmente dalla popolazione. Tuttavia l’animo delle donne rimaste nel paese è struggente di dolore per la perdita per i propri cari. Senza alcuna fatica possiamo affermare che i 4 anni dal 1915 al 1918 siano stati tra i più duri e crudeli della lunga storia di
Cappadocia.

 

 

– Cappadocia negli anni ’20 e 30 

Cappadocia negli anni ’40 e ’50

 

Negli anni ’20 Cappadocia e i paesi di Verrecchie e Petrella superata la brutta fase della guerra e della Spagnola procedono nella ricostruzione materiale dei fabbricati distrutti, molte persone all’inizio del decennio vivono nelle baracche venute su alla meglio l’indomani del terremoto. Vengono erette casette asismiche che rimarranno al lungo nel contesto dei paesi di questa parte della Marsica.

A Cappadocia il simbolo del terremoto è il crollo della chiesa di Santa Margherita che viene ricostruita in un luogo diverso dal precedente. La costruzione della chiesa va avanti per tutti gli anni ’20. Allo stesso tempo si registra nel 1921 un forte calo della popolazione residente rispetto al 1911 che passa da 3711 unità a 3339.

 

Cappadocia anni ’20 e ’30.

(Immagine da https://www.freeforumzone.com/mobile/d/10300501/Cartoline-d-epoca/discussione.aspx)

 

In generale a Cappadocia nonostante il tempo che passa non si registrano cambiamenti sostanziali nella tipologia delle giornate della popolazione residente. Le giornate seguono il ritmo delle stagioni, dei tempi del raccolto e dei tempi e festivitè religiose.

La giornata tipo inizia molto presto con la Santa Messa delle 5 del mattino poi s va a lavorare con i pastori impegnati in montagna con i loro greggi o il lavoro di artigiani nel paese o di mulattieri in giro per i paesi per servire qualche cantiere di montagna. Alle 12-13 arriva la siesta accompagnata da un boccone di pane e scandita dal suono della campana che invita i fedeli a fermarsi per l’ “Angelus”.

Poi di nuovo al lavoro, le giovani, al convento trinitario. Cosi nuovamente i rintocchi del campanile che suonano l’ “Ave Maria”, ponendo fine alla giornata lavorativa, allietata dai canti dei braccianti. Una semplice cena, un intrattenimento intorno al focolare con tutta la famiglia e poi a letto, pronti a riprendere il fardello del giorno successivo. 

 

 

 

– La chiesa di San Biagio negli anni 20′ e 30′

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio negli anni ’20 risulta ancora fortemente danneggiata dal sisma, ma poichè non è crollata, si decide di recuperarla restaurandola nel miglior modo possibile, cercando cioè di riparare i danni più gravi.

Teniamo conto che un paese come Cappadocia che già si sta occupando di ricostruire un’altra chiesa di sana pianta, non ha tutti questi fondi per riparare anche la chiesa di San Biagio, che comunque viene restaurata, seppure solo alla fine degli anni ’20 e terminata all’inizio degli anni ’30.

 

 

– L’Italia negli anni 20 e 30

L’Italia nel 1919.

 

L’Italia uscita dal 1 conflitto mondiale è un paese vittorioso, ma sprofondato in un enorme crisi sociale e industriale. La crisi dapprima travolge diverse industrie, poi si allarga alle banche che falliscono una dietro l’altra, poi è la volta della gente che vede i propri risparmi andare in fumo.

La crisi divenuta sociale travolge infine il sistema politico che collassa nel 1922. Al suo posto emerge il regime fascista con a capo Benito Mussolini, che prende il potere nel 1922 e lo mantiene per 20 anni. Mussolini sul piano economico e sociale cerca di creare uno stato pienamente indipendente dall’estero applicando perlopiù un ‘economia di stato. Ciò fa risorgere l’Italia che torna dopo diversi anni a una certa tranquillità sociale, ma sprofonda in una dittatura sempre più dura.

 

L’impero coloniale italiano nel 1936 riprodotto su un muro di Aielli Stazione.

 

Sul piano estero l’Italia fascista pur in ritardo rispetto agli altri paesi europei cerca di costruire il suo impero coloniale prima riconquistando il completo controllo della Libia che viene allargata territorialmente (1929-31) e poi conquistando l’Etiopia nel 1936. Ciò sancisce l’apice del regime fascista e del consenso interno. Ma la presa di distanza di Inghilterra e Francia spinge l’Italia nell’abbraccio mortale tedesco e nel conseguente sfacelo del paese che sacrifica se stesso in virtù di consistenti benefici economici e territoriali.

In realtà l’abbraccio mortale dei fascisti con i Tedeschi porta alla vendita dell’anima italiana con le tragiche e stupide leggi Razziali del 1938. Infine la cecità politica del regime ormai completamente asservito ad Hitler porta Mussolini ad entrare nella seconda guerra mondiale nel 1940. Ci si avvia  insomma ad un nuovo sfacelo.

 

 

– L’Italia nella seconda guerra mondiale 1940-43 – Cappadocia

Nel 1940 l’Italia, guidata dal “grande genio Mussolini”, entra in guerra a fianco della Germania pensando di vincere velocemente e mettersi dietro al tavolo dei vincitori per spartirsi i territori ricavati da una guerra veloce. NON E’ COSI’!!!

 

Esercitazione militare fascista a Carsoli nel 1938

 

A Cappadocia come tutti i borghi e città d’Italia l’inizio della guerra significa doversi armare e partire. Da Cappadocia così come da altri centri della Marsica, molti giovani sono costretti a partire per il fronte dopo l’arrivo della cartolina di precetto.

I giovani che partono separano famiglie giovani e famiglie più anziane. Anziane madri che piangono mariti e figli, le donne giovani sposate con figli piangono i mariti in partenza perchè si rendono conto dei gravi patimenti.

 

Manifestazione fascista a Balsorano nel 1941

 

Il regime fascista locale fa sfoggio di sicurezza e fino al 1942 continuano le adunate e le varie manifestazioni fasciste locali. Questi saranno le manifestazioni tragico comiche di un regime ormai morente.

 

 

– La svolta dolorosa – il 1943

Dopo tre anni di guerra l’Italia perde su tutti i fronti e i ragazzi di Cappadocia partiti per la guerra in gran parte non fanno ritorno alcuni muoiono sul fronte greco-albanese, altri cadono per il freddo intenso mentre affrontano con altre migliaia di giovani la campagna di Russia (operazione Barbarossa, che dovrebbe essere ridefinita “operazione suicidio”). Altri ancora sono fatti prigionieri in Africa. Però qualcuno di loro poi riesce a tornare

Siamo al luglio del 1943 e gli Alleati arrivano anche ad invadere l’Italia partendo dalla Sicilia. Ciò porta al crollo diretto del fascismo e più avanti del regime monarchico con la fuga del re. Contemporaneamente, la Germania invade l’Italia da nord fino al basso Lazio (settembre 1943) dove viene instaurata la Linea Gustav fra l’Italia antifascista e l’Italia tedesca.

Nei successivi mesi, tra l’ottobre del ’43 e il giugno del ’44, Tedeschi e Alleati combattono intorno a questa linea. Precisamente intorno all’abbazia di Montecassino. La Marsica sta li vicino e i Tedeschi si accorgono che la zona è al centro dell’Italia e a metà dalla costa adriatica e tirrenica e quindi ottima come base.

I Tedeschi infatti instaurano il loro quartier generale vicino Alba Fucens, perchè si accorgono che questo luogo è il centro d’Italia e da qui si può arrivare ovunque, ma anche fuggire ovunque. Precisamente è Massa d’Albe il quartier generale, mentre l’antico castello di Alba torna fortezza. Qui vi sono inserite mitragliatrici per rispondere alla contraerea alleata. Altra sede importante occupata dai Tedeschi è Avezzano dove anche da qui operano il controllo del centro Italia.

 

 

– Cappadocia: il duro stato di polizia tedesco

A partire da ottobre abbiamo quindi l’occupazione tedesca dell’Italia fino a Frosinone e l’Abruzzo rientra in questo territorio. Il regime tedesco sui territori occupati è molto duro e ciò avviene anche a Cappadocia dove i Tedeschi come in altri borghi instaurano anche qui un regime di paura e sopraffazione.

Ad un certo punto insieme al duro stato di polizia si sommano i bombardamenti alleati che dal novembre 1943 investono la Marsica con lo scopo di danneggiare i Tedeschi.

Ma facendo così danneggiano anche i contadini marsi che per un po’ cercano di resistere, ma poi passato un po’ di tempo con la polizia tedesca divenuta insopportabile e soprattutto i bombardamenti alleati, si preferisce fuggire via o in montagna o riscoprendo i vecchi borghi distrutti dal terremoto del 1915.

Il periodo è durissimo per tutti. Ma i Marsi pur terrorizzati da tutti non  dimenticano la loro gentilezza e decidono pur tra tante privazioni di nascondere coloro che chiedono aiuto, sia che si tratti di stranieri in fuga dal campo di concentramento di Avezzano dove vengono posti in stato di arresto i vari soldati alleati catturati, o fette di popolazione sgradita ai regimi di turno. I mesi di marzo-primi di giugno 1944 sono i peggiori.

I Cappadociani cercano di difendersi dai Tedeschi murando in casa o in altri luoghi i propri pochi averi per impedire che questi se ne impadroniscano, ma invano i Tedeschi sia per necessità che per sopraffazione riescono a scovare i nascondigli dei poveri contadini prendendosi ciò che loro nascondono.

 

 

– Cappadocia:  I Tedeschi autentici aguzzini e lo stato di stress dei fuggitivi (dicembre 1943)

I Tedeschi nel loro comportamento di controllo e polizia del territorio rovetano e marsicano producono molteplici danni alla popolazione divertendosi a stressare questi, ma soprattutto già all’inizio avendo necessità di viveri, uomini e alloggi, non si fanno scrupoli a sacrificare la popolazione.

Dapprima passano per i paesi per catturare uomini adatti ai lavori, poi procedono ad occupare alcune case per la necessità di alloggi. Insomma lo stress e la paura della popolazione è enorme. A tutto questo si aggiungono i primi bombardamenti alleati. Per certi versi sembra quasi che Tedeschi e Alleati si siano messi d’accordo per fare a pezzi la popolazione.

 

 

  •  Cappadocia in guerra (gennaio-aprile 1944)

Tra gennaio e febbraio 1944 i Tedeschi decidono di allestire una seconda linea difensiva parallela alla Linea Gustav. La nuova linea difesiva si allestisce lungo un tratto che, partendo più su di Case Cipriani, scendeva al fondo valle e risaliva verso Sant’Onofrio e monte Cornacchia.

La nuova linea difensiva viene a passare anche al di sopra di Tre Ponti, in località Ciammorrone, dove viene allestito un nuovo fortilizio centrale che nelle intenzioni tedesche dovrebbe fermare l’avanzata degli alleati verso nord. Il nuovo confine difensivo viene ad includere anche un enorme costone roccioso dal quale si domina la valle Roveto, ma anche la valle del Cimino.

Nelle intenzioni del Comando di guerra germanico questa linea difensiva dovrebbe rappresentare una seconda Cassino, ma lo sbarco di Anzio ad occidente e lo sfondamento di Orsogna ad oriente, da parte degli anglo americani, rendono vano il massiccio baluardo. Resta comunque il fatto che questo baluardo viene in parte realizzato e il tutto a spese della popolazione maschile di Balsorano, che con una manovra coercitiva viene in parte catturata e messa a lavorare all’opera.

Nei mesi in cui ciò avviene abbiamo che ad alcuni km di distanza da Cappadocia si combatte la grande battaglia di Montecassino, che coinvolge seppure per fortuna in modo modesto anche il territorio della Valle Roveto.

A Cassino passa la linea Gustav e qui i Tedeschi hanno concentrato molte divisioni di difesa e rafforzato i territori e  colli retrostanti la linea prima, tra cui Balsorano. In questo modo gli Alleati si trovano davanti un muro portentoso che rallenta la loro marcia di risalita. Gli Alleati tentano in tutti i modi di sfondare questa linea tedesca, ma i Nazisti respingono bene i primi assalti alleati, che hanno gravemente sottovalutato il territorio montuoso italiano e la capacità di resistenza tedesca, trasformando quella che doveva essere una facile vittoria in una guerra di logoramento sotto l’Abbazia di Montecassino.

Proprio l’Abbazia di Montecassino diventa l’emblema di questa battaglia, da un lato ci sono i Tedeschi che pur rispettando l’inviolabilità del luogo ne fanno un punto di osservazione e dall’altro gli Angloamericani che pensano di trovarsi davanti una grande fortezza nemica piena di uomini e mezzi di combattimento.

E Cappadocia?

Anche nell’area di Cappadocia vi sono alcuni bombardamenti che però per fortuna pur fra tanta paura non causa grandi problemi e la popolazione pur nascondendosi dai Tedeschi non ha particolare paura di questi. Certo molte persone del paese cercano rifugio in casolari abbandonati o direttamente in cavarne presenti in montagna, per sfuggire all’orrore tedesco si tenta di tutto.

Facciamo ora un piccolo salto temporale giungendo alla alla fine di aprile del 1944 e  mentre si vive in quell’inferno di disperazione e di morte in molti si chiedono: “Quando finirà? Cosa ci riserba il futuro?”

Già, il futuro; una realtà certa ma imprevedibile, un dato di fatto sicuro ed oscuro nelle mani del destino, ma manovrato in modo imponderabile dalla mente scellerata dell’uomo. Nonostante questa situazione di grave stress sboccia anche qualche amore ed alcune donne maritate rimangono incinte. Nacque qualche storiella persino tra fanciulle del luogo e giovani militari tedeschi condannati a morire sul fronte di Cassino.

Già Cassino… il fronte di Cassino continua ad essere caldo ed intenso di scontri armati, con le truppe tedesche che manifestano stanchezza e gli Alleati che ci credono di più specie dopo la fine dell’Abbazia vista come una fortezza inespugnabile.

 

L’abbazia di Montecassino prima del bombardamento alleato del 15 febbraio 1944

 

Inizialmente gli Angloamericani aggirano il luogo sacro dell’abbazia, bombardando massicciamente i luoghi attorno e cercando di sfondare le linee nemiche. Ma alla fine stufi di una situazione stagnante forse anche perchè esasperati, non lo so, bombardano e distruggono la bellissima abbazia (15 febbraio) e poco dopo (15 marzo) la stessa città di Cassino viene distrutta.

 

 

L’abbazia di Montecassino distrutta dal bombardamento alleato del 15 febbraio 1944

 

L’abbazia di Montecassino dopo il bombardamento alleato

bombardamento alleato della città di Cassino il 15 marzo 1944

 

E nel resto della Marsica?

Nel resto della Marsica sono tanti i bombardamenti che i paesi e la popolazione devono subire e come ad Avezzano, la popolazione abbandona precipitosamente le case nei paesi per trovare riparo o sulle montagne o negli antichi borghi venuti giù con il terremoto del 1915.

 

Bombardamento alleato su Avezzano tra gennaio em maggio 1944

 

Crateri dei bombardamenti ad Avezzano (1944)

Carsoli 1944: resti di strutture bombardate.

 

 

– I fratelli Durante (maggio 1944)

Arriviamo così a maggio e i bombardamenti e mitragliamenti sulla Marsica si fanno sempre più intensi.  A Cappadocia cadono alcune bombe che spaventano la popolazione, ma per fortuna non provocano danni importanti.

Allo stesso modo anche molti altri paesi sono soggetti a bombardamenti alleati che provocano però molti danni e vittime. Allo stesso tempo a Cappadocia come in altri paesi diventa sempre più insopportabile il grave stato di polizia dei truci barbari Nazisti. A questo proposito ricordiamo un grave episodio perpetrato da questi barbari nella zona della Valle Roveto.

Il 1 maggio 1944, i fratelli Mario e Bruno Durante, due giovani partigiani originari di Meta di Civitella Roveto sono arrestati dai Barbari Tedeschi e fatti sparire nel nulla, portati probabilmente a Tagliacozzo e qui rinchiusi

I Barbari Nazisti a Tagliacozzo li torturano per fargli rivelare il nascondiglio di un altro loro fratello, Faustino, anch’esso partigiano e coloro che a Meta aiuta i prigionieri alleati evasi dal campo di concentramento di Avezzano e da altri campi di prigionia abruzzesi. I due fratelli vengono torturati per tutto il mese, ma si rifiutano categoricamente di parlare. Alla fine i Nazisti li uccidono e fanno sparire i loro corpi.

 

 

– La fine della 2 guerra mondiale nella Marsica e In Italia (maggio 1944 – aprile 1945)

Arriviamo ora alle battute finali di questa lunga guerra di terra e di trincea. Siamo al 29 maggio e gli Alleati stanno dilagando nel territorio dell’Abruzzo e del Lazio dopo aver avuto la meglio sui Tedeschi che sono ora in fuga ma s’inventano di tutto per rallentare gli Alleati. Da parte alleata s’intensificano i bombardamenti per arrestare la fuga tedesca. In questo gioco al massacro è la popolazione civile a rimetterci con morti e feriti. Massicci bombardamenti si hanno tra il 29 maggio e il 6 giugno, vengono distrutte molte case a Balsorano e frazioni.

L’esatto numero d’incursioni di alleati e tedeschi in fuga non si conosce, ma i danni a persone e abitazioni sono numerosi. Quel che si sa con sicurezza è che le località, densamente abitate in questo periodo sono vicino a Ciammarone, luogo fortemente fortificato dai tedeschi che ha rallentato per diversi giorni gli Alleati e che ora è in mano alleata dopo massicci interventi militari.Alla fine della guerra a Balsorano sono contate una ventina di salme di soldati tedeschi, seppelliti alla meglio nei campi. Qualche decennio dopo le salme sono dissotterrate a cura dell’Ambasciata tedesca a Roma e sepolte nell’apposito cimitero di Cassino.

Dopo accaniti scontri fra Alleati, Antifascisti e Tedeschi vincono i primi che all’inizio di Giugno sfondano la linea Gustav e penetrano nell’interno del Centro Italia liberandola dalla morsa tedesca.

Gli  Alleati raggiungono la Marsica il 4 giugno arrivando a Balsorano. Qui gli Alleati sospendono i bombardamenti sulla zona, dopo aver sentoiti alcuni locali, che l’informano del veloce ritiro tedesco, che ha lasciato o sta lasciando la Marsica.

Lo stesso 4 giugno 1944 gli Alleati raggiungono Roma liberandola definitivamente dai Tedeschi.

 

Liberazione di Roma da parte alleata il 4 giugno 1944

 

Inizialmente però gli Alleati non accettano questi locali credendoli dei nemici travestiti da pacificatori, ma dopo aver accertato le loro identità e vengono sospese le operazioni belliche.

 

Cannone statunitense presente a Balsorano nel 1944,
probabilmente usato nei giorni di giugno 44 per liberare la Marsica dai Nazisti.

 

Nonostante ciò qualcuno verso le 12 del 4 giugno cannoneggia la zona di grotta S. Angelo dove vi sono molti civili che hanno trovato rifugio presso la grotta. Quasi per miracolo le cannonate non producono danni alle persone rifugiate nella grotta (c’era qui mezza Balsorano). Dopo quest’ultimo incidente??? la popolazione di Balsorano capisce che la situazione è cambiata e piano piano ritorna nei paesi di origine a cominciare dalla distrutta Balsorano.

Il giorno 6 giugno 1944 una armatissima pattuglia di soldati neozelandesi, a bordo di camionette, entra nella piazza centrale di Balsorano, accolta con soddisfazione dalla gente, che capisce in modo definitivo che sono terminati i patimenti. Nel frattempo il resto della popolazione rifugiata tra le montagne torna in paese.

Ai bambini che guardano incuriositi i militari neozelandesi, sono dati da questi  tavolette di cioccolata e agli adulti sono regalate un po’ di sigarette. A Balsorano nel frattempo rientra Giuseppe Bifolchi il quale, qualche giorno dopo, occupa la poltrona di primo cittadino.

La Marsica viene poi completamente liberata dai Tedeschi tra il 7 e 12 giugno. E’ l’inizio della rinascita

Nell’arco del 1944 e nella prima metà del 1945 la guerra termina con la definitiva sconfitta dei Nazifasciti. L’Italia è liberata il 25 aprile 1945, Mussolini è preso e fucilato e Hitler muore suicida due giorni dopo. In Agosto anche i Giapponesi si arrendono.

 

 

– La chiesa di San Biagio nel 1945

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La piccola chiesa di San Biagio dopo 5 anni di guerra e di patimenti assoluti riprende in pieno la sua attività pastorale in modo libero e indipendente dal condizionamento tedesco. I parrocchiani sono felici di ritrovarsi sani e salvi nella chiesa per partecipare alle funzioni religiose.

 

 


 

 

– Dalla monarchia alla Repubblica in Italia e la ricostruzione di Cappadocia

Nel 1944 con la liberazione di Roma, anche se l’Italia non è ancora libera dal Nazi-Fascismo, si procede verso un periodo di transizione  secondo l’idea dei governanti italiani, esponenti dei partiti antifascisti. Il primo passo in questo senso è il passo indietro di Vittorio Emanuele III re di un mondo crollato che non rappresenta più nessuno, che però ancora non riesce a distaccarsi dalla sua vecchia concezione di potere.

 

Il vecchio re Vittorio Emanuele III.

(Immagine da https://www.storiologia.it/biografie/vittorioem3.htm)

 

Il passo indietro di cui parliamo è il suo ritiro a vita privata e la nomina del figlio Umberto a luogotenente generale del Regno d’Italia, che in pratica viste le circostanze è più un’abdicazione che altro, ma formalmente salva le apparenze mantenendo se stesso come re.

Non riconoscere i propri limiti significa non avere coscienza di ciò che ha portato all’Italia con il suo modo di fare. Vittorio Emanuele III può in questo momento ancora salvare la monarchia, ma preferisce per egoismo farsi da parte solo praticamente e non formalmente. In questo caso la forma è sostanza, ma ci pensa Umberto a chiarire le cose nella pratica iniziando seppure informalmente il suo ruolo di re d’Italia.

 

Il re-luogotenente d’Italia Umberto II (1944-46)

 

Con l’ascesa di Umberto al potere si avvia anche formalmente il periodo di  ricostruzione istituzionale dell’Italia che terminerà due anni dopo con il referendum. Mentre l’Italia viene via via liberata, le varie zone d’Italia  già libere iniziano dapprima la conta dei danni e poi piano piano la ricostruzione. Ciò è vero anche nella Marsica dove si procede da una parte nella ricostruzone e nell’altra nella ripresa della lotta al principe Torlonia per la questione delle terre fucensi.

A Cappadocia dove la lotta per le terre del Fucino non interessa non riguardando direttamente il suo territorio si procede nell’immediata ricostruzione, a cominciare dalla rete viaria gravemente danneggiata dai Tedeschi in fuga. Come detto sopra nell’aprile del 1945 l’Italia è libera e Mussolini viene trucidato su ordine del Comitato di Liberazione. Pochi mesi dopo la guerra termina.

Infine s’indice il referendum istituzionale per sciegliere lo status istituzionale fra monarchia e repubblica. In questo senso abbiamo l’ultimo atto di Vittorio Emanuele che abdica in favore del figlo Umberto il 9 maggio 1946. Ora Umberto è re anche di nome

 

Umberto diventa re d’Italia in modo formale il 9 maggio 46

Immagini simbolo del passaggio dell’Italia da monarchia a repubblica.

 

Il referendum istituzionale avviene il 2 giugno 1946 tra una grande partecipazione pubblica. I dati del referendum ci mettono diversi giorni per essere accertati, ma infine sono trasmessi e viene sancita la nascita la nascita della Repubblica (12 giugno). Il 13 giugno Umberto II lascia l’Italia che diventa in automatico repubblica, i cui poteri di rappresentanza sono assunti temporaneamente da De Gasperi.

Nel frattempo il paese viene via via ricostruito e la stessa cosa avviene anche nella Marsica dove si cerca il più velocemente possibile di riparare la rete viaria e ferroviaria.

 

 

– Cappadocia tra il 1946 e il 1951

Cappadocia negli anni ’40 e ’50

 

 

Cappadocia nel 1946 è un paese da riparare non da ricostruire, come invece purtroppo accade ad altri paesi della Marsica. Sicuramente la comunità  cappadociana risulta molto provata da 5 anni di guerra di cui due passati sotto controllo tedesco. E’ chiaro che la situazione parte in salita, ma la voglia è tanta e seppure le condizioni economiche e sociali non sono molto diverse dall’800, siamo comunque nel 1946 e lo spirito di ripresa è notevole.

Il paese nonostante la grande voglia di ricominciare si è incamminato ormai da molti anni, già sotto il regime fascista verso una discesa demografica, data principalmente da due fattori. Il primo è l’eterna transumanza di molti pastori della zona che comunque viene scemando.

 

La Valle di Nerfa e Cappadocia negli anni ’40

 

L’altro motivo è proprio il desiderio di una vita migliore che spinge molti giovani del posto in altri luoghi residenziali, ma soprattutto verso altri stati all’estero a cominciare da USA ed Europa del nord come Germania ovest, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. In questa fase comunque il mestiere più ricercato è quello del mulattiere e in questo senso Cappadocia ancora nel 1946 la fa da padrone. Bestie e persone servono come il pane e vengono spesso ingaggiati per lavori pesanti.

Sul piano edilizio già dal 1946 si procede nella ricostruzione materiale sia degli edifici distrutti o comunque danneggiati in periodo bellico sia quelli che ancora hanno bisogno di essere riparati a distanza di 30 anni dal terremoto del 1915.

 

 

– Cappadocia tra il 1951 e il 1961

Cappadocia nel 1954

 

Nel 1951 la popolazione di Cappadocia scende a 2303 unità ovvero ben 400 persone in meno rispetto al 1936. Ciò porta a considerare che dal paese per motivi diversi si sta verificando un vero e proprio spopolamento che viene aumentando nel corso degli anni ’50. Nel 1961 infatti la popolazione residente scende ancora raggiungendo i 1546 individui residenti.

Considerando ora che lo stesso fenomeno avviene in tutti gli altri paesi della Marsica si può parlare di nuova ondata migratoria che si dirige soprattutto all’estero, USA e paesi del nord Europa (Germania ovest, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia) in primis

Le motivazioni di questo esodo volendo rimanere alla sola Cappadocia sono da imputare alla posizione geografica estremamente isolata e montagnosa e quindi difficile da raggiungere e da vivere.

 

Cappadocia nel 1961

 

Alla fine degli anni ’50 tuttavia qualcosa cambia in quanto il flusso migratorio non è più verso i paesi esteri, ma verso le città del nord Italia e rispetto alla vicinanza con l’Abruzzo a Roma che sta vivendo una delle stagioni più dinamiche al livello sociale ed economico.

 

 

 

il Mulattiere di Cappadocia (AQ)

 

Fin verso il 1960 il mestiere di Mulattiere viene sempre più richiesto diventando uno dei vanti di Cappadocia, sia al livello locale che nazionale, ma già alla fine del decennio qualcosa cambia e la situazione diventa stagnante. Il miglioramento della meccanizzazzione porta poi ad ovviare al lavoro del mulattiere, in quanto non serve più come prima. Ciò porta ad un declino inarrestabile di questo mestiere sempre più visto poco attraente e quindi poco remunerativo.

 

 

– La chiesa di San Biagio negli anni 1950

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio nonostante sia totalmente agibile, rimane poco frequentata rispetto al passato, poichè molte persone decidono di trasferirsi all’estero in cerca di fortuna. La chiesa anche ora rimane il posto più importante della popolazione residente, ma certamente il calo della popolazione si fa sentire lasciando un sacco di posti.

 

 

– Cappadocia e la valle di Nerfa nel 1961-81

Cappadocia nel 1962

 

Cappadocia all’inizio degli anni 60 è un paese di montagna dove l’aria è pulitissima, ma purtroppo a causa del continuo spopolmento la città non riesce ad organizzarsi efficaciemente per intercettare la nuova offerta turistica. Nel 1961 troviamo il territorio di Cappadocia spopolarsi sempre più arrivando a contare  1546 abitanti. Nel corso degli anni ’60 la popolazione del paese continua a scendere a causa dell’emigrazione in corso.

Dagli anni ’60 il meccanismo dell’immigrazione cambia in quanto i Cappadociani non emigrano più all’estero, ma in Italia.

Ciò poichè da alcuni anni è in corso il boom economico in tutto il nord Italia e quindi coloro che emigrano scelgono o le città del nord Italia tipo Torino o Milano. A distanza di anni la situazione economica di coloro che sono partiti e rimasti in Italia è molto migliorata a prezzo di grandi sacrifici.

 

Cappadocia nel 1969.

 

Nel 1970 sono inaugurate le nuove autostrade A24 e A25 che collegano l’Abruzzo intero e le principali città del centro Italia. Questo porta un grande sviluppo sia al livello sociale che economico. Certo però.  non è facile in quanto nel corso degli anni bisogna adattarsi a nuovi standard comportamentali.

In Abruzzo si vengono affacciando nuovi settori economiici come il turismo, che porta molto sviluppo alle zone che lo ospitano. Nel giro di pochi anni il comune di Cappadocia investe in impianti sciistici di primo ordine vista la fortuna di avere un certo tipo di montagne a fianco.

Arriviamo così al 1971 anno in cui il censimento rivela un nuovo forte calo di popolazione che si attesta sui 1102 abitanti. Il forte calo in questo caso lo si deve all’emigrazione forzata di giovani da Cappadocia. Nel frattempo forse complice il luogo e lo spirito imprenditoriale di alcuni viene creata una nuova stazione sciistica nelle vicinanze di Cappadocia, precisamente nella zona definita Camporotondo.

Qui nell’arco di alcuni anni viene creato un primo villaggio di accoglienza per i nuovi turisti degli sport di montagna. Ciò funziona tanto bene che si vede come tra gli anni 70 e inizio 80 vi sia un buon flusso turistico, che favorisce una maggiore stazionalità delle persone. Insomma in breve vediamo come quella che doveva essere una semplice stazione di Sci diventi un vero e proprio paese, diventando infine la terza frazione del comune  di Cappadocia.

 

 

– La chiesa di San Biagio nel 1961-81

Chiesa di San Biagio negli anni ’60

 

La chiesa di San Biagio nel corso negli anni ’60 resta il centro del paese, il posto dove avviene questo incontro. La struttura relisiosa per coloro che la visitano rimane un luogo pieno di contatto con Dio, ma soprattutto da qui si gode una vista stupenda su tutta la valle di Nerfa.

 

 

– Cappadocia durante gli anni ’80

Cappadocia negli anni ’80 come tutti i paesi della Marsica se pur di riflesso, vive il boom economico presente a metà anni ’80 nella Marsica a cominciare da Avezzano. La Marsica a metà degli anni ’80 vive infatti un boom economico che permette al territorio marsicano di raggiungere gli standard di vita dei territori del nord Italia. Non tutti i territori della Marsica vivono in pieno questo boom, che però porta comunque beneficio all’intero territorio.

Tra le zone della Marsica dove è meno accentuato il boom economico vi è anche Cappadocia, dove forse la posizione più isolata non consente di raggiungere gli standard delle altre zone come Avezzano o Celano. 

Questo comunque non ferma i piani di sviluppo di Cappadocia che cerca comunque una sua dimensione di turismo e la trova in parte nel turismo di montagna. Questo si presenta come  un ottima opportunità di crescita, che viene strutturato meglio nel corso del tempo, soprattutto consolidando le strutture presenti a Camporotondo, che diventa in modo definitivo negli ’80 un vero e proprio borgo abitativo, con una chiara matrice turistica.

Camporotondo ormai 3 frazione di Cappadocia, diventa un borgo molto turistico per gli sport di montagna e con le sue attrezzature porta di riflesso sia a Cappadocia che gli altri due borghi a una dimensione nuova, basata sul turismo. Ciò comporta una generale ristrutturazione e recupero dei centri storici di questi tre borghi (Cappadocia, Petrella e Verrecchie).

Cappadocia quindi s’impone come comune turistico dove si praticano molti sport di montagna non solo sci.

Questo purtroppo non è sufficiente per impedire l’emorragia di persone che vanno via dal paese. I residenti di Cappadocia scendono nel 1981 a 816 unità. Paradossalmente nonostante questo dato negativo il paese è comunque molto vivo in quanto la quota di 816 unità sono i residenti ma durante il periodo estivo molti paesani che hanno lasciato per lavoro il paese fanno qui ritorno e il paese si accende.

 

 

– Terremoto di Pescasseroli (1984)

Il 7 e 11 maggio 1984 due importanti scosse sismiche si verificano a distanza di pochi giorni nell’area di Pescasseroli e del Parco Nazionale d’Abruzzo. La prima scossa la più forte di 5,9 Mw si ha il 7 maggio e percuote sia la zona di Pescasseroli che tutta l’area attorno a Sora, della Valle Roveto, la zona di Isernia che la Marsica.

I danni maggiori si concentrano nella zona dei comuni attorno a Pescasseroli e nella zona d’Isernia. Nel resto della Marsica si ha solo un grosso spavento. A Balsorano a parte il grosso spavento e qualche danno molto lieve a qualche fabbricato non si registrano danni. Pochi giorni dopo l’11 maggio a pochissima distanza dalla prima scossa si ha la seconda di 5,5 Mw, quindi quasi uguale alla prima. Anche qui i danni maggiori si concentrano nella zona di Pescasseroli e d’Isernia.

A Cappadocia i danni sono quasi nulli, ma la scossa produce comunque molto spavento tra la popolazione.

 

 

– Cappadocia negli anni ’90

Il percorso turistico iniziato a Cappadocia, sia tramite il paese di Camporotondo sia attraverso nuove iniziative culturali viene a consolidarsi negli anni ’90. Allo stesso tempo il paese rimane ancorato al suo passato che lo porta a caratterizzarsi ulteriormente permettendo una maggiore varietà turistica non solo sportiva, ma anche culturale. In questo quadro però continua ad emergere prepotente la costante caduta del numero di residenti che arriva a 660 unità.

 

 

– La chiesa di San Biagio a fine anni ’90

La chiesa di San Biagio di Cappadocia (aq). (Immagine persnale)

 

La chiesa di San Biagio alla fine degli anni ’90 appare come una struttura molto antica che mostra i segni del tempo e quindi bisognosa di alcuni restauri. Ormai da tempo la chiesa di San Biagio ha perso consistenza agli occhi dei suoi stessi concittadini che vorrebbero rivederla rifiorie

 

 

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XXI secolo

 

 

– Cappadocia negli 2000

Negli anni 2000 Cappadocia continua a spopolarsi scendendo a 519 unità nel 2001, vale a dire il numero minimo di abitanti residenti da sempre. Nonostante ciò nel corso degli anni 2000 prosegue a Cappadocia il completamento dell’offerta turistica del paese con il recupero del centro storico e altre iniziative. Tuttavia nel 2009 a causa del terremoto dell’Aquila e complice un certa crisi economica alcune situazioni subiscono una battuta d’arresto.

 

 

– La Strada Statale 690 (Avezzano – Sora)

Nel corso degli anni 2000 è stata inaugurata la nuova strada di collegamento fra Avezzano e Sora. La nuova Strada Statale 690 ha accorciato di molto i tempi di percorrenza fra Avezzano e i vari comuni della Valle Roveto, rendendo più facile i collegamenti sia a nord con Avezzano che a sud con Sora.

 

 

  • Terremoto dell’Aquila (2009)

Una forte scossa sismica di 6,3 gradi Mw colpisce la città dell’Aquila nell’aprile 2009. La città viene distrutta del sisma che produce anche più di 300 morti.

Nella Marsica il terremoto pur sentendosi distintamente produce in linea generale meno danni, la maggior parte dei quali concentrati nelle chiese e monumenti. Nonostante ciò ci sono comunque alcuni borghi della Marsica che risentono maggiormente del sisma e che riportano molti danni, come i paesi dell’Altopiano delle Rocche come Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo e Ovindoli.

 

 

  • Cappadocia e la chiesa di San Biagio: i danni del sisma dell’Aquila del 2009

A parte qualche edificio lesionato e tanto spavento, i danni maggiori si concentrano sulla vecchia e decadente chiesa di San Biagio. Qui tra qualche crollo interno e gravi lesioni alle pareti spingono parroco e sindaco a far chiudere la chiesa in quanto pericolante. La chiesa di San Biagio si trova chiusa e tale rimarrà fino alla conclusione dei lavori di ristrutturazione. Tali lavori iniziano quasi subito

 

 

–  Il monumento al mulo (2009)

Cerimonia d’inaugurazione a Cappadocia del 19 settembre 2009 per il nuovo monumento al Mulo.

(Immagini da https://www.freeforumzone.com/mobile/d/11174350/19-agosto-2009-inaugurazione-del-monumento-al-mulo/discussione.aspx)

 

Il 19 agosto 2009 viene inaugurato con una grande cerimonia il monumento al Mulo posto nella piazza centrale di Cappadocia ai piedi della scalinata della chiesa di Santa Margherita. L’evento molto sentito dalla comunità inaugura in un certo senso la ripresa della comunità cappadociana, dopo la brutta esperienza del terremoto dell’Aquila.

Il monumento del Mulo per Cappadocia è molto importante perchè viene a ricordare un mestiere quello del mulattiere, che nella prima metà del ‘900 ha fatto la fortuna del paese, in quanto il mulo, animale molto resistente alla fatica, era richiestissimo nel centro Italia oltre che in Abruzzo e Cappadocia per un periodo si è specializzata in questo mestiere tanto da censire intorno al 1950 la presenza di circa 3000 muli nel paese.

 

 

 

– Cappadocia negli anni 2010

 

Immagini personali di Cappadocia negli anni 2010

 

Cappadocia nel corso degli anni 2010 vede una leggera ripresa della popolazione residente che sale leggermente a. Negli anni il paese ha cercato di rafforzare ulteriormente la propria offerta turistica con il turismo di montagna, da quello speleologico visto le tante grotte presenti nel territorio comunale, a quello sportivo con le arrampicate sulle pareti scoscese del territorio circostante. L’ulteriore restauro del centro storico seguito al terremoto dell’Aquila.

 

Immagini personali di Cappadocia negli anni 2010

 

Il paese oggi si presenta come un paese moderno dalla forte vocazione turistica, e a fare da capofila a questa situazione è sicuramente il villaggio di Camporotondo seguito dal capoluogo che ha rafforzato negli anni la propria edilizia in funzione dell’ospitalità per vacanzieri invernali ed estivi.

Il turismo è e rimane la forma economica su cui il comune ha maggiormente investito, ma è chiaro che se questo ha possibilità di sviluppo lo si deve in primo luogo al paesaggio naturale, che ha accompagnato da sempre Cappadocia e i vari paesi del comune. Questo paesaggio incontaminato fatto da boschi di faggi anche secolari è sicuramente il miglior biglietto da visita che il comune abbia. La sua aria straordinariamente pulita che regala a chi soffre di malattie respiratorie la possibilità di stare meglio e in alcuni casi anche guarire è un qualcosa di unico.

 

Immagine personale della Valle di Nerfa oggi

 

Negli anni 2010 l’aspetto naturalistico ha fatto sicuramente un passo importante nelle dinamiche delle decisioni comunali. Non è un caso che a Petrella Liri sia stato allestito un centro visite per l’osservazione del grifone, reintrodotto in questo periodo sul Monte Aurunzo, e più in generale sui monti della Marsica.

 

Il mulino di Verrecchie. (Immagine personale)

 

Allo stesso tempo si cerca come può di salvaguardare le proprie radici contadine anche attraverso l’allestimento di un piccolo museo a Verrecchie in quello che è sempre stato uno dei mulini più attivi del vecchio ducato di Tagliacozzo.

 

 

– La chiesa di San Biagio riapre nel 2019

La chiesa di San Biagio oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Biagio viene riaperta al pubblico il 4 agosto 2019, ovvero dopo 10 anni di restauro seguiti al terremoto dell’Aquila. Sono stati Rinaldo e Salvatore D’Innocenzo, due bambini di 10 anni nati nel 2009, accompagnati dalle ultraottantenni Lucia e Cecilia ad aprire la porta della chiesa dove poi è entrata tutta la comunità di Cappadocia insieme al parroco don Renato Ciccarelli e alle statue dei santi patroni Margherita, Biagio e l’Assunta.

Le statue dei santi partite dalla chiesa di Santa Margherita sono passate per le vie del paese attraverso una solenne processione e poi sono entrate nella chiesa restaurata dopo che le porte di questa sono state aperte dai due bambini e le due anziane.

Una volta entrati i santi sono entrati anche tutto il resto della comunità del paese che aspettava questo momento dal 2009. L’edificio è stato  restaurato grazie ai fondi messi a disposizione dal Ministero per i Beni e le  attività culturali, il Mibact, la parrocchia e il comitato per il restauro della chiesa nato spontaneamente in paese.

Sul piano restaurativo gli interventi principali sono stati sul tetto e il campanile che sono stati completamente rifatti.

 

 

– Cappadocia e la Valle di Nerfa nel 2022

Cappadocia nel 2022. (Immagine personale)

 

Dopo due anni di pandemia in cui tutto il mondo è stato praticamente rinchiuso per proteggersi e proteggere dal virus del Covid19, si torna ora finalmente nel 2022 ad avere un minimo di libertà faticosamente conquistata che ora sembra reale.

 

Cappadocia nel 2022. (Immagine personale)

 

La situazione descritta fino al 2019 vedeva una evoluzione della storia dell’uomo con alti e bassi iniziata dopo la seconda guerra mondiale. Ora la pandemia ha riscritto nuove regole e comportamenti che però non sostituiscono le regole precedenti, ma vi si sovrappongono. All’interno di questo quadro si cerca una nuova normalità. 

In questo senso vediamo come piano piano gli antichi borghi della Marsica, così come quelli di altri luoghi iniziano ad essere riscoperti da tanti. Forse questo potrebbe rappresentare una rinascita per i borghi marsicani semideserti. Questo lo scopriremo nei prossimi anni.

 

Cappadocia nel 2022. (Immagine personale)

 

Quello che notiamo ora è che borghi come Cappadocia, che sembrano isolarsi da tutto, in realtà mostrano di essere una risorsa per molti in quanto garantiscono, ma soprattutto portano alle persone che visitano questo luogo una nuova offerta, non turistica, ma di vita più tranquilla che pure fra molti disagi consente una vita serena e più che dignitosa.

 

Cappadocia nel 2022. (Immagine personale)

 

In questo senso vi è l’invito a visitare un posto come Cappadocia e le sue frazioni, ma pensando anche di vivervi poichè quello che sembra essere lontano, in realtà è più vicino di quanto sembri e con un po’ di spirito di adattamento tutto è possibile.

 

 


 

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STRUTTURA

 

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– Facciata

Facciata della chiesa di San Biagio. (Immagini personali

 

La facciata si presenta in pietra conferendole un aspetto austero ed imponente, caratterizzata dall’attacco al cielo che segue il profilo del tetto a due falde. La facciata  è poi valorizzata da lesene con sovastante timpano.

 

Facciata della chiesa di San Biagio. (Immagini personali

 

Il sistema delle bucature è di tipo simmetrico ed è costituito da da due portali d’ingresso caretterizzati da cornici in pietra e da due nicchie.

 

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– Interni

 

Interno della chiesa.

(Immagine da https://www.diciamocisi.it/scheda-chiesa/chiesa-di-s-biagio–2770/abruzzo/1/laquila/cappadocia–7263/)

 

L’interno della chiesa si presenta  con una pianta a forma rettangolare composta da due navate divise da grandi pilastri con arcate. Nelle pareti laterali delle navate sono state realizzate due cappelle.

La struttura della chiesa è in muratura portante di pietrame, con soffitto con volte a crociera e tetto a due falde in legno. Il pavimento della chiesa è in lastre rettangolari in marmo e l’altare principale si presenta rialzato di due gradini rispetto al piano di calpestio generale.

 

 

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– Campanile

Campanile della chiesa di San Biagio. (Immagine personale)

 

Il Campanile della chiesa si presenta come torre campanaria a pianta rettangolare con struttura di pietrame ubicata nel lato destro della chiesa. La cella campanaria appare con monofore nelle facce e tetto piramidale. Le coperture al tetto sono in legno a due falde con sovrastante manto di copertura in laterizio.

 

 

 

 


STRUTTURE E MONUMENTI MEDIEVALI – CONTEMPORANEI

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CHIESE DELLA MARSICA