TERRANERA – STORIA CHIESA DI SAN LORENZO


CHIESA DI SAN LORENZO


 

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XIV SECOLO

 

– Il piccolo borgo di Terranera a metà del XIV secolo

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera a metà del XIV secolo è un villaggio dell’Altopiano delle Rocche, situato vicino il feudo di Rocca di Cagno (oggi Rocca di Cambio). Terranera si è originato come casolare di pastori di pecore nell’XI secolo, divenendo poi in breve tempo un vero e proprio paese, anche grazie alla lunga presenza dei monaci templari, che ne hanno garantito la sicurezza militare tra la fine del XII e l’inizio del XIV secolo.

Terranera in questa fase è un piccolo villaggio parte integrante del territorio di Rocca di Mezzo, a cui è stato unito tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, allorquando comincia a declinare il dominio dei monaci templari, che ora a metà del XIV secolo sono ormai in fase totalmente declinante.

Sul piano edilizio Terranera fino al terremoto del 1349 si presenta come un villaggio privo di mura difensive e di una rocca, come invece si presentavano i borghi vicini di Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo. Probabilmente questa strutturazione priva di mura la si deve alla presenza dei monaci templari, che come detto dominano a lungo il paese ed essendo ottimi soldati non hanno ritenuto di dover costruire mura attorno al villaggio. A sua volta il villaggio di Terranera possiede una chiesa dedicata a San Nicolò, che viene poi distrutta nel 1349 dal sisma del Gran Sasso.

 

 

– Il terremoto del 1349

 

Il 9 settembre 1349 un fortissimo sisma con epicentro sul Gran Sasso si verifica in Abruzzo arrecando danni ingenti in tutto il centro Italia, a cominciare dalla Marsica e dall’aquilano, dove colpisce con violenza.  Il sisma del Gran Sasso segue ad un altro importante sisma avvenuto poco tempo prima a Venafro, altrettanto forte e distruttivo. Il sisma del Gran Sasso del 9 settembre è stato quasi sicuramente di grado 6,8 – 7 Mw e ha portato morte e distruzione in modo consistente in tutto il centro Italia.

L’Aquila vede crollare quasi tutte le sue mura perimetrali e diverse porte. Rocca di Cagno viene colpita duramente dal sisma, dove diverse strutture del paese sono semidistrutte, come la chiesa di San Pietro e il castello.

Il sisma si è sentito fortemente in tutto l’Altopiano delle Rocche e tutti i paesi qui  presenti riportano danni molto gravi, compreso il piccolo borgo di Terranera.

 

 

– Il piccolo borgo di Terranera dopo il sisma del 1349

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera come borgo viene distrutto dal sisma del 1349 dove molto probabilmente sono morte diverse persone. Chiaramente non abbiamo dati precisi al riguardo, ma le deduciamo dal contesto locale e generale degli altri borghi limitrofi e dal fatto che nei pochi attestati storici del borgo, non si fa più menzione della chiesa di San Nicolò, ma solo della chiesa di San Lorenzo che come attesterebbe un documento sarebbe stata fondata nella seconda metà del XIV secolo. Da ciò ne deduciamo che il piccolo borgo sia stato o distrutto o gravemente danneggiato dal sisma del 9 settembre 1349.

 

 

– Ricostruzione di Terranera e Fondazione della chiesa di San Lorenzo (1360-70)

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Terranera verrebbe ricostruita nella seconda metà del secolo XIV insieme alla nuova chiesa del paese dedicata a San Lorenzo. La veridicità della fondazione della chiesa di San Lorenzo a questo periodo sta nella documentazione della “Villa de Terra Negra” . In questo documento viene citata l’edificazione della chiesa parrocchiale di San Lorenzo nella seconda metà del XIV secolo.

 

 

– Litigi di confine 1360-74

Al livello politico verso la fine del secolo l’Altopiano delle Rocche è diviso tra la contea di Celano, retta ancora dai Berardi, e la contea dell’Aquila, gestita da un’oligarchia di famiglia nobili.

I feudi di Rocca di Mezzo e Rocca di Cagno litigano furiosamente per molti decenni per i confini fra essi. Nel 1374 per far terminare la disputa fra i due feudi, la regina Giovanna I di Napoli manda in Abruzzo il nobile Tommaso degli Obizi con l’incarico di risolvere il problema fissando i confini fra i due paesi.

Dopo una serie di sopralluoghi Tommaso fissa i confini fra Rocca di Mezzo e Rocca di Cagno risolvendo così un contenzioso che si trascinava da molto tempo. Questi confini rappresentano da ora anche i confini fra le contee di Celano e L’Aquila. L’atto dei confini viene infine definitivamente reso esecutivo con un diploma della regina Giovanna.

In questo contesto troviamo il piccolo paese di Terranera all’interno della contea di Celano in quanto appartenente al paese di Rocca di Mezzo, a cui sarebbe stato unito un secolo prima.

 

 

– Terranera a fine XIV secolo

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Immaginando che la storia di Terranera sia stata più o meno come l’abbiamo fin qui descritta, aggiungiamo a questo altre considerazioni.

In primo luogo che il paese di Terranera, pur immaginando che sia in questa fase parte della contea di Celano per la sua appartenenza al territorio di Rocca di Mezzo, rimane un territorio di confine con l’Aquila e quindi con il feudo di Rocca di Cagno (ora Rocca di Cambio).

Quindi immaginando che il paese di Terranera sia ricostruito nell’arco dei 30 anni successivi al sisma del 1349, ne viene che il suo territorio sia per tutto questo periodo oggetto di gravi scontri fra Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo. Ovvero fino al 1374 allorquando sono fissati i nuovi confini fra i due paesi e di riflesso fra le contee dell’Aquila e di Celano.

Inoltre la ricostruzione del paese avviene trattando questo come semplice borgo, quindi privo di mura difensive.

 

 

 


 

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XV SECOLO

 

 

– Terranera a inizio XV secolo

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Non abbiamo notizie dirette su come fosse Terranera in questa fase, per cui ci rifacciamo al contesto locale per dedurre la situazione del paese in questo periodo.

Riguardo al contesto amministrativo il piccolo paese fa parte del territorio della contea di Celano, in quanto parte integrante del feudo di Rocca di Mezzo, a cui appartiene dalla fine del ‘200, che è a sua volta parte della contea celanese sempre dalla fine del XIII secolo.

Sul piano economico e sociale gli abitanti del piccolo villaggio sono dediti principalmente all’agricoltura, al taglio del legname e alla pastorizia.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a inizio XV secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

All’interno del quadro tracciato la piccola chiesa di San Lorenzo è il riferimento religioso del piccolo paese e dipende sul piano religioso dalla diocesi dell’Aquila.

 

 

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– La guerra dell’Aquila e i castelli aquilani come Rocca di Cambio nel 1423-24

La guerra dell’Aquila è  un  conflitto armato svoltosi nel 1423-24  che inizia come scontro tra Braccio da Montone e la città aquilana ma che diviene poi interesse di tutta la penisola italiana, coinvolgendo le forze del Ducato di Milano, della Repubblica di Firenze, dello Stato della Chiesa e del Regno di Napoli.  Grazie al papa Martino V diventa una guerra di religione, poiché la scomunica di Fortebraccio ha dato l’inizio ad una “crociata contro lo scomunicato”.

 

Gli antefatti

Nel 1422 Andrea Fortebraccio viene nominato da Giovanna II, connestabile degli Abruzzi per dieci anni, con il titolo di “Utriusque Aprutii Gubernator“. Il condottiero, impegnato in Umbria, deve nominare un suo  luogotenente, e la scelta ricade sul diplomatico Ruggero d’Antignola. Ruggero governa l’Abruzzo con pieni poteri iniziando a portare quelle terre sotto il dominio diretto di Fortebraccio ed allontanandole dal potere regio. Il magistrato inviato da Fortebraccio viene accolto fastosamente all’Aquila e fino al settembre del 1422 i rapporti tra il d’Antignola e la città sono buoni, anche se gli aquilani sono abituati ad avere privilegi fin dal 1254, anno di fondazione della città.

Alla fine del 1422, però, gli aquilani si rendono conto di correre il rischio  di perdere la loro autonomia e, guidati dalla famiglia Camponeschi, si ribellano al d’Antignola e lo cacciano dalla città.

I Camponeschi risultano imparentati con il Grande Ammiraglio del Regno di Napoli, Giacomo Marzano, con il condottiero Muzio Attendolo Sforza, signore di Benevento e  Manfredonia, e alla lontana anche con il papa Martino V, che sostiene Luigi III d’Angiò contro la regina Giovanna II, ed sono quindi molto influenti nella politica del Regno. Fortebraccio invia allora degli ambasciatori all’Aquila che ricordano agli aquilani che Fortebraccio dispone di 6000 cavalieri pronti alla guerra, ma ogni loro proposta è respinta dal Consiglio cittadino presieduto da Antonuccio Camponeschi, creando così il casus belli che porta alla guerra.

Intanto gli aquilani inviano a loro volta degli ambasciatori a Roma per incontrare re Luigi d’Angiò (rivale di Giovanna II, che è a sua volta sostenitrice di Fortebraccio) e il 5 maggio viene formalizzato un accordo che mantiene l’autonomia della città ma che garantisce la sua sudditanza a Luigi. L’Angioino, per sostenere la città contro Fortebraccio, invia il comandante Antonio Papacoda. 

 

La guerra

Dopo che nel maggio 1423 il magistrato aquilano caccia l’ambasciatore di Fortebraccio, L’Aquila si prepara all’assedio che dura 13 mesi. Il popolo aquilano, descritto come forte e testardo, è l’unico a resistere a Braccio da Montone; il popolo è l’unico nel regno di Napoli a rimanere devoto alla regina Giovanna II d’Angiò nel clima d’instabilità politica, e la città è la sola ad essere punita in modo esemplare dalla casata d’Aragona, non riconoscendo l’autorità di Braccio da Montone, che si è fatta nominare nel 1421 Gran Connestabile d’Abruzzo, e che ha già piegato con l’esercito delle città ribelli come Sulmona, e acquartierato le truppe a Lanciano e Teramo per garantire l’ordine e l’appoggio dell’Aragona.

Braccio, conoscendo i forti rapporti della città con i castelli che hanno fondato L’Aquila nel 1254, decide di estendere l’assedio al vasto contado dell’Aterno, partendo dal castello più esposto, vale a dire quello di Paganica (benché altri castelli precedenti come Navelli, San Pio delle Camere, Barisciano, erano già stati conquistati e distrutti), che risulta difeso dai cittadini e da 10 aquilani, che tuttavia, vista la portata dell’esercito, si trobvano costretti a firmare la resa.

Per il perugino Braccio fu facile di conseguenza, conquistare Poggio Picenze, e marciare indisturbato verso la città, razziando bestiame, vitigni, campi di frumenti, e il suo obiettivo era di prendere L’Aquila per fame, impedendo l’arrivo di foraggio e di materiale quale il legname.

Nell’agosto 1423 una congiura tra alcuni aquilani e bracceschi, per permettere l’accesso di Fortebraccio nella città con un attacco a sorpresa, viene scoperta, 12 cospiratori furono processati e impiccati su un grande olmo in Piazza Duomo, mentre quelli che erano riusciti a scappare, furono sorpresi a Porta Barete (anticamente detta “Lavareto”) e fatti a pezzi dal popolo.

Mentre Braccio pone il suo accampamento nella piana di Sant’Anza, poco fuori Porta Pizzoli, fortifica anche la chiesetta di Sant’Antonio Abate di Pile per resistere agli assedi, e devia il corso del fiumiciattolo verso Sant’Anza, sicché la cittadinanza viene costretta a prendere le acque dalla Rivera e da Preturo.

In precedenza Braccio, giungendo dalla strada di Popoli, giunge dalla parte est delle mura, nel giugno 1423 pensa di spaventare la città piazzandosi a Campo di Fossa, sul Collemaggio, attaccando le mura con delle bombarde. Tuttavia gli aquilani corrono alle armi, eccitati dalla grande campana della torre civica del Palazzo del Capitano, e si asserragliano a Porta Bazzano, insieme anche alle donne che danno man forte agli uomini. Infatti un anno dopo il 2 giugno 1424 le donne si esongono nuovamente a Collemaggio, insieme agli uomini che uscono nell’attacco contro Braccio, esponendo i quattro gonfaloni dei Quarti: San Giorgio, Santa Maria, San Pietro e San Giovanni.

Il freddo inverno arriva nel febbraio 1424, quando Braccio tenta l’assalto a Porta Branconio, a nord-ovest, avendo Braccio reclutato anche banditi aquilani per conoscere meglio i punti deboli delle mura. Le sentinelle delle mura simulano una distrazione collettiva per far avvicinare di più il nemico, e al momento opportuno scatenano un attacco a sorpresa degli aquilani, facendo precipitare gli assalitori dal fosso di Colle Branconio. Sul finire del maggio del 1424, la regina Giovanna II, Luigi d’Angiò e papa Martino V riunirono in una coalizione un potente esercito di 5.000 uomini, guidati dai capitani Giacomo Caldora e Francesco Sforza per rispondere all’assedio di Braccio.

 

I castelli  aquilani conquistati da Braccio di Montone

Nel frattempo Braccio per diminuire la resistenza degli aquilani assediati, decidedi conquistare i vari borghi dell’aquilano, che sostengono la città. Uno ad uno l’esercito di Braccio espugna i vari castelli aquilani. Pizzoli, Borbona, La Posta cadono uno dietro l’altro.

Il 26 luglio 1423 Rocca di Cambio viene presa dagli uomini di Braccio. Il paese come gli altri cade abbastanza presto sotto i colpi di un esercito ben organizzato. L’episodio vede Braccio Fortebraccio di Montone, accampato nei pressi di Rocca di Cambio,  ordinare alle Terre del Corsaro di sequestrare e assegnare al suo cancelliere bestiame, uomini e altri beni di proprietà degli Aquilani (A.L.ANTINORI, XIV/1, p. 333).

 

 

Devastazione a Terranera

E’ possibile vista la presenza di Terranera vicino a Rocca di Cambio che l’esercito di Fortebraccio abbia devastato il piccolo villaggio durante la sua corsa nella conquista territoriale della zona acquilana e marsicana. Una simile eventualità avrebbe portato necessariamente a una dispersione della popolazione, che solo dopo la fine di questa situazione sarebbe ritornata nell’antico villaggio per ricostruirlo.

 

 

La guerra di Braccio da Montone

In seguito alla conquista dei vari castelli aquilani e a un duro assedio che dura ormai da mesi, L’Aquila è stremata e gli aquilani iniziano ad uscire spontaneamente dalle mura, questo almeno è quanto riportato dallo storico dell’epoca Niccolò da Borbona; tuttavia Niccolò parla anche di cittadini e donne rapite e violentate dalla truppe non solo a L’Aquila, ma anche nei castelli conquistati, chiedendo riscatto ai mariti.

Il 27 febbraio 1424 Braccio, approfittando della nebbia, si accosta con 2.000 uomini alle mura dell’Aquila presso il torrione di Sant’Agnese, a nord del quarto di Santa Maria, sferrando un altro attacco, che però viene respinto nuovamente dai cittadini. I cittadini aquilani, a quanto riporta Niccolò di Borbona, notano che insieme ai bracceschi ci sono dei fuoriusciti aquilani, e che dalle mura escono delle donne, le mogli dei cittadini traditori, che rimangono nel campo di Braccio una notte, salvo poi tornare incolumi dentro le mura.

Secondo quanto riporta la cronaca non tutti i castelli aquilani avevano ceduto alle forze di Braccio da Montone, anzi alcuni dimostrano una grande resistenza, come i castelli di Tussio e San Pio delle Camere. Addirittura nel marzo 1424 si sa che dopo l’assalto fallito all’Aquila, Braccio da Montone è costretto ad interessarsi della resistenza del castello di San Pio, che dimostra una fiera opposizione. Braccio da Montone stanco di questa resistenza aquilana decide d’infierire sul paese di San Pio per dare una spallata alla lotta abruzzese.

Il 14 marzo 1424 la cittadina aquilana viene data alle fiamme insieme alle chiese. Dopo l’incendio la cittadina cade nelle mani di Braccio che non contento infierisce sulla popolazione. Egli raduna una parte degli uomini e donne del paese rinchiudendoli in un mulino, presso il Collemaggio, che viene poi dato alle fiamme. Un’altra parte della popolazione sia maschile che femminile viene fatta denudare e sfilare sotto le mura in segno di scherno, minacciando che la stessa sorte sarebbe accaduta a L’Aquila una volta conquistata, se non si fosse arresa all’istante.

Dopo la conquista di San Pio, Braccio parte per la vicina Tussio, ma non riesce ad espugnarla, perché frenato dalla notizia che anche Barisciano si è ribellata. Dato che Barisciano è un castello più grande e importante, l’assedio viene spostato qui.

Passano diverse settimane di duro assedio e alla fine anche Barisciano cade il 23 aprile 1424. Braccio da Montone dopo la presa della città infierisce sulla città e sulla popolazione. Il castello viene raso al suolo e la città incendiata. La popolazione maschile viene imprigionata e spedita a Teramo come schiava, mentre le donne sono mandate all’accampamento dove sono violentate e poi mandate in processione sino all’Aquila completamente nude insieme ai figli.

 

 

La sconfitta di Braccio da Montone e la vittoria dell’Aquila

Mentre le truppe di Braccio infieriscono sui castelli aquilani, giungono, il 2 giugno nel territorio aquilano presso Bazzano, gli eserciti di Papa Martino V, Giovanna II e Luigi d’Angiò, comandati da Jacopo Caldora e Francesco Sforza.

Alla vista dell’esercito nemico le truppe braccesche di Niccolò Piccinino si scagliano all’attacco, ma la superiorità numerica della coalizione scrive la parola “fine” alla guerra dell’Aquila con la clamorosa sconfitta di Braccio. Molti sono i morti sul campo di Bazzano da entrambe le parti, ma a rimetterci di più è l’esercito di Braccio che viene duramente sconfitto. Coloro che si salvano provano a fuggire, ma vengono bloccati a Paganica e qui trucidati dagli abitanti e dai soldati che desiderano vendetta, dopo la capitolazione dell’anno precedente. Successivamente un aquilano giunge in città annunciando la vittoria con la frase “Buone novelle, buone novelle ci sono”. 

Quanto alla vittoria e alla partecipazione delle donne aquilane, si tramanda, come riporta Girolamo Pico Fonticulano, che le donne stesse, alla notizia della vittoria a Bazzano del 2 giugno,tornano in città riportando delle “buone novelle”. Oggi presso Porta Roiana, sotto via XX Settembre esiste ancora una chiesetta dedicata a Santa Maria delle Buone Novelle o a Sant’Apollonia, la santa a cui le donne si sarebbero votate prima del scendere in battaglia.

Le mura della città vengono addobbate con cimeli di guerra presi dal campo di battaglia, i falò sono accesi di notte, sono suonate le campane a festa e si celebrarono messe. Braccio da Montone, ferito gravemente alla testa  durante lo scontro, è portato nel campo militare. Molte sono le fonti riguardo la sua morte, chi vuole che Jacopo Caldora che lo fa pugnalare nella sua tenda, chi sposta apposta la mano del chirurgo che sta operando la sua testa ferita, mentre c’è chi vuole che Braccio, chiusosi in un mutismo sfacciato, e rifiutando il cibo per l’astio della sconfitta cocente, si sia lasciato morire di fame, a 56 anni.

 

 

Le conseguenze della vittoria dell’Aquila

La vittoria riportata a L’Aquila accresce il potere della famiglia Caldora, soprattutto nella persona di Jacopo, che si procura grande fama presso la corte di Napoli e presso Giovanna II, che lo ricompensa concedendogli le contee di Tagliacozzo, Albe e altri feudi in Abruzzo; Jacopo pone le sue principali residenze a Vasto e Pacentro.

Nell’atto finale della pace stipulata dopo le guerre di successione della corona di Napoli tra gli Angioini e il pretendente Alfonso V d’Aragona, Jacopo Caldora si lega al gran siniscalco Sergianni Caracciolo, uno degli amanti di Giovanna II. Il legame fra Caldora e Caracciolo viene cementato con i matrimoni fra i figli Antonio e Maria Caldora con i consanguinei Isabella (1429) e Troiano Caracciolo (1432); inoltre Jacopo si lega con il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo.

Dopo la morte della regina Giovanna, avvenuta nel 1435, Alfonso V d’Aragona riesce nel 1442 a conquistare il regno di Napoli, imponendosi anche in Abruzzo, e riconoscendo dei privilegi agli aquilani, che si dimostrano ancora fedeli al partito angioino, non osando però sferrare un nuovo attacco sugli abruzzesi.

Altra conseguenza della vittoria dell’Aquila, seppure meno importante, è il matrimonio fra Jacopo Caldora e Jacovella Berardi contessa di Celano. Il matrimonio consente a Caldora di essere padrone assoluto della Marsica e a Jacovella di mantenere Celano indipendente. 

 

 


 

 

– La ricostruzione di Rocca di Mezzo

Dopo la vittoria dell’Aquila tutti i castelli e borghi aquilani sono ricostruiti dagli abitanti del posto e dalle famiglie nobili che li possiedono. La stessa cosa accade a Rocca di Mezzo dove il paese viene riparato insieme al castello.

 

 

– La fioritura del ricco mercato della Lana (1447)

Nel 1447 viene istituito dal re di Napoli il tratturo Celano – Sulmona – Foggia per il movimento delle pecore dando in qualche modo avvio al grande e ricco mercato  della lana in tutte le sue componenti che coinvolgevano tutti i villaggi e centri abitati d’Abruzzo, specialmente quelli che s’interfacciavano direttamente con la produzione della lana tramite la gestione delle greggi.

Con questo tratturo si dava in qualche modo attuazione ad una forte politica economica fondata sul rilancio degli allevamenti e del commercio ovino, sulla creazione della dogana della mena delle pecore in Puglia e sui cospicui introiti fiscali a vantaggio delle casse della Corona.

Anche se il tratturo partiva dalle rive del Lago Fucino ai piedi di Celano, capoluogo di contea e sede di mercato e di fiera specializzata per la compravendita di animali in realtà si alimentava delle greggi di pecore provenienti da un lato, dall’area di Albe e dai Piani Palentini, dall’altro proprio dai vasti pascoli di altura del Velino-Sirente e dell’Altopiano delle Rocche.

In particolare dal passo di Rovere confluiscono alcuni bracci tratturali o secondari in cui passano a settembre le greggi in partenza da Campo Felice, dai Piani di Pezza, dai Piani della Magnola e dai prati del Sirente. Sono questi gli itinerari di montagna che proseguono oltre. Ovvero da Campo Felice ci si dirige verso Lucoli-Tornimparte, dai Piani di Pezza si va verso la Valle del Salto e dai prati del Sirente verso la valle Subquana.

Successivamente a partire dal 1470 la Dogana di Foggia arriva ad ospitare circa 1,7 milioni di capi di pecore. Quindi si può immaginare che all’inizio della stagione autunnale circa un 100.000 pecore lasci l’Altopiano delle Rocche per fare ritorno qui solo nella primavera successiva.

L’unica cosa da dire al riguardo è che questa transumanza è guidata da uomini che per seguire queste pecore devono stare lontano da casa e dalle proprie famiglie per mesi, con tutti i disagi del caso sia per le famiglie che per questi poveri cristi. Ciò chiaramente riguarda tutti i paesi dell’Altopiano delle Rocche quindi anche Terranera e del Velino – Sirente, ma più in generali di quasi tutti i paesi della Marsica.

Come diremo anche più avanti la seconda parte del XV secolo passa per un consolidamento del mercato della lana da pecora. Da ciò parte anche lo sviluppo dell’intera Marsica e soprattutto della zona dell’Altopiano delle Rocche che diviene in questa fase una delle zone più importanti per lo sviluppo della lana da pecora e per lo svernamento delle greggi.

 

 

– L’Italia della pace di Lodi (1454)

L’Italia dopo la pace di Lodi del 1454

 

Sul piano politico nazionale abbiamo la firma a Lodi di un trattato di pace che pone termine ad una guerra fra i vari staterelli italiani nella lotta alla supremazia sovraregionale nella penisola italiana.

Il trattato di pace sancisce sostanzialmente una parità fra i vari principati e una impedenza da parte di ognuno di riuscire ad assoggettare ulteriormente gli altri. L’accordo di pace firmato a Lodi e raggiunto grazie ai buoni uffici di Cosimo dei Medici signore de facto di Firenze dal 1434. Questo accordo di pace fra i vari staterelli italiani sancirà un oggettivo equilibrio di potere per 40 anni assicurando all’Italia un lungo periodo di pace e prosperità.

 

 

 

– I terremoti del 1456 e del 1461 e le conseguenze su Rocca di Mezzo

Nel 1456 un tremendo terremoto colpisce l’Irpinia distruggendola. Il sisma è così violento da portare morte e distruzione in numerose località del centro Italia, tra cui la Marsica dove sono molti i paesi che vengono danneggiati o distrutti dal sisma. Rocca di Mezzo come il resto della Marsica è colpita dalla scossa e risulterebbe danneggiata. L’Aquila viene semidistrutta.

Nel 1461 un violento sisma con epicentro all’Aquila distrugge ciò che rimaneva della città, gravemente colpita dal sisma dell’Irpinia di cinque anni prima. Il sisma del 1461 fa sentire i suoi effetti anche nella Marsica. Dei settori della Marsica maggiormente colpiti risulta proprio l’Altopiano delle Rocche dove tutti i paesi sono colpiti e danneggiati tra cui anche Rocca di Mezzo.

Qui anche se fonti dirette non ve ne sono è molto probabile che il paese sia stato duramente colpito da entrambi i sismi, specie dal primo. Il castello di Rocca di Mezzo probabilmente ha riportato diversi danni importanti.

 

 

– Effetti dei sismi del 1456 e del 1461 su Terranera

Come detto su, tutti i paesi dell’Altopiano delle Rocche sono stati colpiti duramente e quindi anche Terranera sarà stata distrutta dalle scosse sismiche. Ne consegue che gli abitanti debbano nuovamente ricostruire il paese dopo la distruzione avvenuta anni prima dagli uomini di Braccio da Montone.

 

 

– La distruzione della chiesa di San Lorenzo a metà ‘400

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

E’ possibile che la chiesa di San Lorenzo abbia risentito fortemente delle scosse sismiche dell’epoca venendone gravemente danneggiata. Questo aspetto al livello d’informazioni non compare nella storia della chiesa, ma noi siamo portati a credere che sia andata così. D’altronde le scosse in questione sono state troppo forti e vicine come periodo per non aver dato problemi ai centri abitati dell’epoca.

 

 

– Restauro di Rocca di Mezzo (1462-90)

Dopo la stagione dei terremoti assistiamo a una lunga fase di ricostruzione del paese, che come altri paesi della Marsica viene riparato dai danni dei sismi del 1456 e del 1461.

 

 

– Restauro di Terranera e della chiesa di San Lorenzo (1462-90)

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

E’  altamente probabile che qualunque siano stati i danni grandi o piccoli che fossero, questi siano stati riparati nella seconda metà del XV secolo. Di ciò sicuramente ha beneficiato anche la piccola chiesa di San Lorenzo che dopo i gravosi sismi sarà stata riparata nel corso dei decenni successivi.

 

 

– Rocca di Mezzo e Terranera passano all’Aquila (1462)

Nel 1462 la contessa di Celano Jacovella Berardi viene liberata dal Papa Pio II dalle grinfie del figlio Ruggero IV divenuto conte di Celano l’anno prima  nel 1461, dopo l’arresto della madre. In cambio della sua liberazione Papa Pio II impone la rinuncia di Jacovella a Celano e quale minima compensazione per il torto subito le viene data la contea di Venafro, dove si trasferirà e morirà nel 1470. Al suo posto viene messo il nipote del papa, Alfonso Piccolomini, che da ora sarà il nuovo conte di Celano e di tutte le baronie consistenti l’antico possedimento dei Berardi. 

A questo punto della storia sembra però che Rocca di Mezzo e quindi anche Terranera, siano state divise dal resto del territorio celanese venendo pare a formare un feudo a se.

 

 

– L’economia nell’Altopiano delle Rocche (1450-90)

L’altopiano delle Rocche oggi. (Immagini personali)

 

Sul piano economico seppure con tutti i limiti esistenti abbiamo un discreto sviluppo dell’economia nell’Altopiano delle Rocche sia dalla parte celanese fino a Rocca di Mezzo, che aquilana con Rocca di Cagno. Lo sviluppo economico del periodo si basa sul commercio della lana da pecora, che in questo secolo conosce un notevole boom economico che farà sentire i suoi effetti anche nel secolo successivo.

L’altopiano delle Rocche oggi. (Immagini personali)

 

Come detto sopra il secolo XV può ascriversi come il periodo del rilancio in grande stile della transumanza e del mercato della lana di pecora che esplica appunto con lo sviluppo delle diverse vie transumanti specie quelle che da Celano e L’Aquila arrivano al Tavoliere delle Puglie e viceversa. Rocca di Cagno con l’altopiano delle Rocche si pone bene per il pascolamento in alta quota delle pecore nel periodo estivo. Lo sviluppo dell’industria armentizia fa di Rocca di Cagno una meta molto considerata.

Ma in generale lo sviluppo dell’industria armentizia fa molto ricca l’Aquila e le sue famiglie nobili, che grazie ai notevoli guadagni possono ben sostenere economicamente la ricostruzione della città dopo i gravi sismi subiti.

 

 

– La pestilenza del 1478

Si ha notizia che nel 1478 il contado aquilano è interessato da una forte pestilenza che miete molte vittime. La pestilenza arriva anche a Rocca di Cagno producendo anche qui molti morti

 

 

– Effetti della pestilenza a Terranera nel 1478

E’ altamente probabile seppure non abbiamo trovato fonti in merito che anche il paese di Terranera sia stato direttamente interessato dalla peste, che può aver provocato morti all’interno del piccolo centro abitato.

 

 

 

 

– La chiesa di San Lorenzo durante la peste del 1478

 

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

E’ possibile come spesso accade in questi casi che la piccola popolazione locale abbia frequentato spesso la chiesa in questa fase, per pregare intensamente per i propri cari o per se stessi, sia per chiedere grazie, che per prepararsi a un sicuro trapasso dopo che si è persa ogni speranza di vittoria su questo male.

 

 


 

 

– Effetti della pestilenza a Terranera nel 1478

E’ altamente probabile seppure non abbiamo trovato fonti in merito che anche il paese di Terranera sia stato direttamente interessato dalla peste, che può aver provocato morti all’interno del piccolo centro abitato. 

 

 

– La chiesa di San Lorenzo durante la peste del 1478

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

E’ possibile come spesso accade in questi casi che la piccola popolazione locale abbia frequentato spesso la chiesa in questa fase, per pregare intensamente per i propri cari o per se stessi, sia per chiedere grazie, che per prepararsi a un sicuro trapasso dopo che si è persa ogni speranza di vittoria su questo male.

 

 

– Rocca di Mezzo torna all’Aquila (1483)

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo dopo la sua divisione nel 1462 da Celano, torna nell’orbita dell’Aquila, dapprima solo economicamente e poi anche nominalmente attraverso il privilegio accordato dal re Ferrante nel 1483, per il reintegro dei territori di Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo sotto la irezione del capitano dell’Aquila.

 

 

– Terranera nel  1490

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera nel 1490 è un paese praticamente ricostruito dopo i disastri dei sismi di metà secolo e soprattutto pur essendo un piccolo borgo vive in qualche modo una stagione abbastanza tranquilla grazie all’enorme sviluppo del mercato della lana da pecora. Chiaramente l’allevamento delle pecore non è l’unico sostentamento, ci sono anche l’agricoltura locale praticata nei prati dell’Altopiano delle Rocche e nel taglio del legname. In questa fase le popolazioni dell’Altopiano delle Rocche vedono una certa crescita demografica e ciò nonostante la presenza in alcune fasi del ritorno della peste. Quindi anche Terranera vive un piccolo sviluppo demografico.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a fine XV secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Lorenzo è sicuramente ricostruita alla fine del secolo e rimane il fulcro della vita sociale e religiosa del piccolo villaggio di Terranera. Attorno alla chiesa ruota la vita della minuscola comunità di Terranera. Come diceva Silone la vita di un essere umano nella Marsica dei vari tempi si svolgeva spesso all’interno del proprio borgo, e questo diveniva per il gruppo di persone che nascevano e vivevano il suo cosmo per la loro intera esistenza.

Così era anche per gli abitanti di Terranera che però grazie alla presenza della pastorizia potevano, seppure facendo una vita grama, avere la possibilità di muoversi e non sostare sempre nel loro luogo natio. La chiesa ad ogni modo rappresentava per ognuno di essi il punto di riferimento da ricordare quando erano lontani e a cui tornare nel momento in cui erano nel paese.

 

 

– L’assalto del duca di Amalfi a Rocca di Cagno

Dalle cronache emergerebbe l’assalto del duca d’Amalfi e conte di Popoli a Rocca di Cagno nel 1496 che verrebbe saccheggiata. L’assalto sarebbe da allegare alle vicende che interessano il regno di Napoli alla fine del XV secolo, che vedono questo conteso dai regni di Francia e Spagna.

 


 

 

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XVI SECOLO

 

 

– Il regno di Napoli diventa viceregno di Spagna

Ferdinando di Spagna diventa re di Napoli.

 

Nel 1501 re Federico I di Napoli viene destituito dal papa e il trono di Napoli rimane vacante. I due contendenti principali ovvero Spagna e Francia si lanciano alla conquista del regno napoletano, ognuno accampando diritti sul trono. Alla fine di una sanguinosa lotta è la Spagna ad avere la meglio insieme ai loro sostenitori, fra cui i Colonna che hanno impegnato molte risorse per sostenere le pretese al trono degli Spagnoli.

Fatto è comunque che nuovo re di Napoli diventa Ferdinando V di  Castiglia – Spagna. Il nuovo re non vuole avere una nuova corona, ma semplicemente una colonia e per ottenere questo abbassa il regno di Napoli a Vicereame. Questo fatto arriva alle persone così da farle esplodere di rabbia contro gli Spagnoli, ma loro ormai sono i padroni e sono troppo forti per metterli in discussione. Questa situazione sarebbe rimasta questa per i successivi 2 secoli.

 

 

– L’Altopiano delle Rocche nel periodo di passaggio di Napoli alla Spagna (1503)

L’Altopiano delle Rocche oggi. (Immagine personale)

 

Nel primo Cinquecento Spagna e Francia lottano per il possesso del regno di Napoli. Parallelamente a questa lotta si sviluppano tutta una serie di combattimenti locali fra i vari nobili per il controllo di questo e quel feudo. A questo proposito ricordiamo l’episodio avvenuto nel 1503 a Rocca di Cagno fra le truppe filofrancesi e quelle filospagnole.

Nel 1503 Rocca di Cagno viene occupata dalle truppe filo-francesi di Girolamo Gaglioffi e Francesco Sanseverino, appartenente ad una famiglia nobile napoletana. I due cercano d’impedire il passaggio delle truppe di Fabrizio Colonna, duca di Tagliacozzo e capitano al servizio degli Spagnoli. Per riuscire nell’impresa Gaglioffi e Sanseverino arruolano nell’esercito i migliori uomini dell’aquilano.

Sul campo troviamo le truppe di Sanseverino  stanziate nelle campagne di Rocca di Cagno per una settimana in attesa dell’inizio della battaglia. Dall’altra parte Colonna stanzia le sue truppe nel territorio di Rocca di Mezzo. Sembrerebbe però che lo scontro non vi sia stato, poichè Colonna si è ritirato.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1508

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del XVI secolo Rocca di Mezzo è il paese più sviluppato dell’Altopiano delle Rocche, grazie al grande sviluppo delle greggi e della produzione della lana. Qui si tiene una piccola fiera che permette al paese di sostentarsi con le rendite che derivano dallo smercio dei prodotti. Qui si crea con il tempo un piccolo ma significativo gruppo di famiglie che non si mantiene come agricoltori o pastori, ma come piccoli commercianti, e gran parte. Nel 1508 le famiglie presenti in paese ammontano a 284 per un totale di 1125 residenti.

 

 

– Terranera nel 1508

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

A partire dall’inizio del XVI secolo torniamo a riavere informazioni importanti sulla vita di Terranera. La situazione descritta precedentemente trova ora una certa veridicità con un documento d’inizio XVI secolo.

In questo documento si afferma che nel 1508 Terranera o la “Villa de Terra Negra” comprende 26 fuochi o meglio 26 famiglie per un totale di 140 abitanti. Gli abitanti del borgo continuano a lavorare come pastori e agricoltori e sono molto osservanti nella religione.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a inizio XVI secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Lorenzo continua ad essere la principale struttura religiosa del piccolo paese. Attorno alla piccola chiesa si svolge la vita civile e religiosa di Terranera.

 

 

– Ascesa di Carlo I d’Asburgo (1519)

Il giovane Carlo V

 

 

L’impero di Carlo V nel 1530

 

Carlo I d’Asburgo nel 1516 eredita dal nonno materno il regno di Spagna e nel 1519 dal nonno paterno la dignità imperiale nonchè l’arciducato d’Austria, territorio enorme all’interno dell’impero. Egli si adopera per rafforzare la sua autorità in ogni angolo dei suoi domini e allo stesso tempo per imporre una certa filosofia di vita. 

 

 

– I fatti antecedenti il sacco di Roma

Sotto Clemente VII i rapporti fra Francia, Spagna, Stato pontificio e altri staterelli italiani si erano fatti difficili e sempre più si paventava un rischio di guerra o comunque di situazioni eclatanti. In questo quadro il duca Ascanio essendo legato all’imperatore non poteva che seguire questo anche per riuscire a mantenere il proprio dominio abruzzese.

La guerra puntualmente scoppia nel 1526 fra la Lega Cognac (il duca di Milano – il Papa – Francesco I di Francia –  Firenze – Venezia) e le truppe imperiali. Scopo della lega era liberare l’Italia dagli imperiali. I confederati si obbligarno a mettere insieme 2.500 cavalieri, 3.000 cavalli e 30.000 fanti; Francesco I avrebbe dovuto mandare un esercito in Lombardia e un altro in Spagna, mentre i veneziani e il pontefice avrebbero dovuto invadere il regno di Napoli con una flotta di ventotto navi. Cacciati gli spagnoli da Napoli, il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano un principe italiano, che avrebbe dovuto pagare al re di Francia un canone annuo di 75.000 fiorini.

Francesco I però non tiene fede ai patti e per tutto il 1526, non partecipa alle operazioni, preferendo trattare direttamente con Carlo V il riscatto dei suoi due figli, dati in ostaggio a seguito del  Trattato di Madrid (1526). Il papa, vedendo che gli alleati non rispettano i patti, conclude una tregua separata di otto mesi con l’imperatore. Scaduti gli otto mesi, l’imperatore riprende la guerra. Il suo esercito, comandato da Georg von Frundsberg e Carlo III di Borbone  non riesce a forzare le difese milanesi.

Le truppe, esasperate per la mancanza dei pagamenti, minacciano più volte i loro comandanti, i quali si risolvono a rinunciare a Milano e a dirigersi verso il centro Italia in cerca di bottino. Il 7 marzo von Frundsberg, colpito da infarto, deve abbandonare il comando, che passa interamente a Carlo III di Borbone. Il 31 marzo 1527 l’armata passa il Po, scende verso Bologna e attraverso l’Appennino giunge in Toscana. Le truppe della Lega Santa, comandate da  Francesco Maria Della Rovere e dal marchese di Saluzzo si accampano  vicino a Firenze per proteggere la città dall’esercito invasore, ma questo effettua una manovra aggirante: attraversa il territorio di Arezzo, quello di Siena poi si dirige verso Roma. Lungo il tragitto gli imperiali devastano Acquapendente e San Lorenzo alle Grotte, occupando Viterbo e Ronciglione.

 

 

– Il sacco di Roma e il ruolo dei Colonna

Il sacco di Roma nel 1527. (Immagine da http://retedisapere.blogspot.com/2018/04/1527-il-sacco-di-roma.html)

 

Il 5 maggio gli invasori giungiro sotto le mura di Roma, difesa da una milizia piuttosto ridotta comandata da Renzo da Ceri (Lorenzo Orsini). A fianco agli Imperiali ci sono I Colonna con Ascanio e il cugino Sciarra e l’esercito colonnese che sferrando l’attacco sulla città pur essendo male armati e non preparati ma profondamente arrabbiati per molte ragioni alla fine hanno la meglio sull’esercito papale ed entrano dentro Roma. Gli imperiali riescono a penetrare dentro la città dalla sponda nord del Tevere. Sono assalite le mura del Borgo ed entrano a Roma la mattina del 6 maggio 1527 concentrandosi tra il Gianicolo e il Vaticano. Carlo III loro comandante è tra i primi ad attaccare, ma rimane ucciso da una palla d’archibugio. La sua morte accresce l’impeto degli assalitori che a prezzo di gravi perdite entrano in città. La morte del Borbone porta al comando delle truppe di Filiberto di Chalons, principe d’Orange.

 

Il sacco di Roma nel 1527. (Immagine da http://www.illustratori.it/home/oneArt?artID=11946)

 

Le soldataglie fuori controllo devastano e saccheggiano completamente la città di Roma uccidendo e stuprando la popolazione e distruggendo in generale la città. Durante l’assalto Clemente VII, che non si è arreso al loro arrivo, si ritira in preghiera nella cappella  privata. Quando capisce che la città è perduta, si rifugia a Castel S’Angelo insieme ai cardinali, agli altri prelati di Curia e ad alcuni domestici e Sediari, grazie al sacrificio della Guardia Svizzera, che lo protegge a prezzo della vita. Nella medesima occasione si sacrificano superiori e alunni del Collegio Capranica che, da allora, acquisì il titolo di “Almo”.

 

Il sacco di Roma nel 1527.

(Immagine da https://www.oggiroma.it/eventi/visite-guidate/il-sacco-di-roma-la-calata-dei-lanzichenecchi-del-1527/58139/)

 

In nove giorni  Roma viene gravemente sfregiata mettendola a ferro e fuoco. Molte parti della città vengono incendiate i cittadini grandi e piccoli, maschi e femmine, vengono stuprati e uccisi. Alla fine di 9 giorni  il saccheggio Roma riduce la città a un cumolo di macerie sia dentro che fuori nelle campagne circostanti.

I Colonna si macchiano in questo frangente di gravi crimini. Il papa è costretto a revocare con la forza la scomunica contro i Colonna che aveva fatto qualche tempo prima.

Questa vicenda è tristemente nota come il “sacco di Roma. Il saccheggio è reso più crudele dall’appartenenza degli assalitori alla religione luterana, tanto che lo stesso imperatore ne rimane addolorato (forse per questo motivo la sua incoronazione, qualche anno dopo, viene celebrata a Bologna (seconda città dello Stato Pontificio) temendo la reazione dei romani).

 

 


 

 

– La Peste dei Lanzachinecchi e dei Francesi (1527-1532)

Successivamente al sacco di Roma i Lanzichinecchi ritornano in Germania, alcuni di loro però hanno contratto precedentemente la Peste prima dell’arrivo a Roma e la diffondono nella città saccheggiata. Però nel loro passaggio verso la Germania passano per Tivoli e qui si crea un focolaio che raggiunge attraverso la Via Valeria la Marsica. Dapprima si diffonde a Oricola, quindi raggiunge Carsoli e da qui penetra nelle campagne di Tagliacozzo. Non solo i Lanzachinecchi ma anche l’esercito francese presente nel napoletano per conquistare il sud Italia, portava con se il terribile morbo e questi anzichè conquistare Napoli vengono decimati dalla Peste.

Il tremendo morbo si ramifica così tra Roma e Napoli e nel centro Italia, quindi anche nella Marsica. Questo dura più o meno 5 anni dal 1527 al 1532 producendo nel centro Italia Roma e Napoli comprese 30.000 morti.

 

 

– La Peste nella Valle di Nerfa

Anche se tale notizia non è stata trovata in alcuna fonte, risulta verosimile che anche nella Valle di Nerfa la Peste si sia diffusa, producendo anche qui morti e disperazione. Probabilmente qui con l’aria fina può aver prodotto meno danni che altrove, però è molto probabile che anche qui si siano avuti diversi casi negli anni 1527-1532. 

 

 

– Il ritorno della Peste nel 1527

A causa di aquilani in fuga dalla città per la presenza della Peste nel 1525, questa si diffonde anche presso l’Altopiano delle Rocche producendo vittime fra i vari borghi della zona comprese Terranera e Rocca di Mezzo.

 

 

– Il ritorno della Peste nel 1529

A causa di nuovo aquilani in fuga dalla città per la presenza della Peste nel 1529, qu esta fa il suo ritorno a distanza di 2 anni dalla precedente ondata anche presso l’Altopiano delle Rocche producendo vittime fra i vari borghi della zona comprese Terranera e Rocca di Mezzo.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1550

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1550 Rocca di Mezzo si presenta come un paese in continua crescita demografica e ciò nonostante la presenza della Peste nel 1527 e 1529. Il grado di resistenza dei Rocchegiani alle avversità è da ammirare, in quanto essi resistono ad abitare un luogo inospitale come Rocca di Mezzo, che d’inverno diventa un luogo freddissimo e con molta neve. Certo poi dipende anche dalle stagioni che a volte si presentano piuttosto diverse l’una dall’altra. 

Sicuramente il settore di di maggiore sostentamento per la maggior parte della popolazione è la pastorizia delle pecore, che rappresenta un immane sacrificio, che  spesso si rivela essere appena sufficiente a sostenere la famiglia.

 

 

– Terranera a metà XVI secolo

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera come Rocca di Mezzo vede uno certo sviluppo economico grazie alla transumanza delle greggi. Ciò consente di migliorare ancora il dato residenziale, ovvero il numero di residenti che si eleva non per trasferimenti di genti qui a Terranera in questo periodo, ma per nascite.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a metà ‘500

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1566 a quanto pare la chiesa di San Lorenzo subisce un importante restauro, che si attesta come data in una delle porte. E’ possibile che la chiesa di San Lorenzo sia stata oggetto di un importante restauro con lavori di modifica e ammodernamento, per stare dietro all’aumento di popolazione. D’altra parte perchè non dovrebbe essere andata così visto l’aumento demografico, che si registra in tutti i borghi dell’area dell’Altopiano delle Rocche.

 

 

– Gli Antonelli dell’Aquila divengono signori di Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo

L’Altopiano delle Rocche oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1564 Maria d’Urrea vende il feudo di Rocca di Cambio al ricco possidente Camillo Antonelli dell’Aquila. Egli appartiene a una famiglia molto in vista dell’Aquila, che nel tempo è diventata assai ricca.

Ad un certo punto questa famiglia tenta un salto di qualità investendo in proprietà feudali. Al comando della famiglia troviamo Camillo Antonelli, ricco possidente dell’Aquila, che nel 1564 compie una salto di qualità familiare diventando proprietario di diversi feudi, tra cui Rocca di Cagno.

Camillo divenuto barone di Rocca di Cagno è proprietario anche delle chiese del borgo (chiesa di San Pietro e chiesa di S. Lucia). Anni dopo nel 1577 Camillo si prende anche Rocca di Mezzo, diventando così il principale possidente dell’Altopiano delle Rocche.

Alla morte di Camillo avvenuta più o meno negli anni 1590, gli succede il fratello Marino. Questi mantiene la proprietà di Rocca di Cagno fino al 1620 allorquando il feudo è venduto ai Colonna del ramo di Gallicano.

In questo lungo periodo gli Antonelli proseguono nella produzione della lana e nello sviluppo dell’industria armentizia. D’altra parte uno dei motivi della presa di Rocca di Cagno e Rocca di Mezzo è proprio il commercio della lana, dove attraverso un’intensa attività pastorale presente nell’Altopiano delle Rocche è facile da controllare e produrre.

 

L’Altopiano delle Rocche oggi. (Immagine personale)

 

Nell’altopiano delle Rocche si ha infatti per tutto il XVI secolo una fiorente produzione della lana, che avviene proprio tra Rocca di Cagno e Rocca di Mezzo. In questi paesi si produce un panno semilavorato, che viene poi esportato all’Aquila, dove viene raffinato per ottenere il sigillo dell’Arte della lana.

Tutto questo fa dell’Altopiano delle Rocche una delle zone più fiorenti di tutto l’Abruzzo e qui si costituiscono alcune importanti famiglie, che grazie alla produzione della lana emergono socialmente, come i Masciarelli e i Pietrantoni. 

Questo sviluppo economico si traduce per Rocca di Cagno in un aumento della popolazione, con la presenza di 138 famiglie pari a 680 abitanti.

Abbiamo poi notizia che sul finire del XVI secolo i paesi di Rocca di Cagno e Lucoli ottengono la facoltà dal re di Spagna di unire boschi e acque. In pratica gli abitanti dei due borghi ottengono la possibilità di condividere i boschi, i pascoli e le acque presenti nei due territori.

 

 

– Rocca di Mezzo a fine secolo XVI

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1595 registriamo un consistente aumento di popolazione a Rocca di Mezzo che arriva a contare 421 fuochi, corrispondenti più o meno 1500 unità. Questo significativo aumento di popolazione si spiega con la forte crescita del mercato della lana, che qui fa la fortuna della zona a scapito di altre attività, che però esistono e perdurano anche per il forte sviluppo del settore armentizio.

 

 

– Terranera a fine XVI secolo

 

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Come per Rocca di Mezzo anche Terranera vede una discreta crescita di popolazione presente alla fine del secolo XVI. Questo si spiegherebbe con la grossa spinta economica del settore armentizio, che occupa la gran parte della popolazione maschile residente.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a fine XVI secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Lorenzo di Terranera, dopo il suo ingrandimento avvenuto pochi anni prima, si presenta come una struttura accogliente e funzionante per un paese in crescita rapida, come sta avvenendo qui a Terranera.

 

 


 

 

 

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XVII SECOLO

 

 

– Rocca di Mezzo a inizio XVII secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo come tutti i paesi della Marsica e dell’aquilano soffre in modo forte del ristagno economico presente sotto gli Asburgo di Spagna. La forte tassazione spagnola, alcuni fenomeni climatici avversi spingono alla povertà molti borghi di montagna, tra cui anche Rocca di Mezzo.

Diverse grandi famiglie aquilane pur avendo una certa disponibilità economica soffrono dell’ottusa politica spagnola. L’Aquila inoltre nel Seicento a differenza del ‘400 e del ‘500 non gode quasi più per niente della sua autonomia fiscale e ciò porta gravi conseguenze economiche per tutto il territorio abruzzese.

La crisi purtroppo è drammatica, ma la Marsica trovandosi al confine fra il  meridione spagnolo e lo Stato della Chiesa è riuscita fino alla fine del XVI secolo ad avere i commerci migliori, ora però a inizio ‘600 la situazione è generalmente critica e la crisi morde anche la Marsica.

A  causa di questa crisi i paesi della Marsica, compresi i paesi dell’Altopiano delle Rocche hanno serie difficoltà nel riuscire a far quadrare i conti. A ciò si aggiunge che diversi borghi di montagna sono spesso preda di briganti che depredano le povere genti marse.

Al livello demografico Rocca di Mezzo si mantiene stabile con 420 fuochi. Su questo numero più o meno il paese si mantiene stabile fino al 1648.

 

 

– Terranera a inizio XVII secolo

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera a inizio ‘600 si mantiene stabile come popolazione, che continua ad occuparsi nella pastorizia e nell’agricoltura, nonchè anche nella raccolta della legna. Purtroppo a causa del terreno aspro l’agricoltura non va molto bene e il clima divenuto più freddo non favorisce i raccolti ne tantomeno altre attività. Diciamo che la situazione economica in questo momento non è delle migliori.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a inizio XVII secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La piccola chiesa di San Lorenzo dopo il suo restauro a metà ‘500 continua a servire bene la piccola comunità di Terranera e rimane al centro di tutte le vicende del paese, sia di carattere religioso che sociale.

 

 

– Dagli Antonelli ai Colonna di Gallicano (1620)

Nel 1620 gli Antonelli, probabilmente sull’onda delle crisi economica generale, vendono i feudi di Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo ai Colonna di Gallicano.

 

 

– Rocca di Mezzo sotto Prospero Colonna 1620-58

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

La crisi sociale ed economica presente in Abruzzo, specialmente nell’aquilano non ha minimamente spezzato il classico orgoglio  abruzzese di una propria autonomia, e la perdita di questa sul piano fiscale, porta buona parte della nobiltà aquilana a tessere varie trame per riprendersi gli antichi privilegi.

In questo quadro s’inserisce la figura di Pompeo Colonna, che ama definirsi principe di Gallicano, seppure il padre aveva venduto il feudo pochi anni prima. Pompeo è una figura molto particolare, in quanto proviene seppure appartenente a un ramo secondario, alla famiglia più potente del centro Italia, che qui ricordiamo possiede il ducato di Tagliacozzo da ormai un secolo.

Pompeo non ha nulla a che fare con gli interessi abruzzesi dell’altro ramo dei Colonna, però anche lui possiede molti feudi in Abruzzo per essere precisi nell’aquilano, tra cui Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo, Petrella Salto, Gagliano ecc.

Ebbene Prospero Colonna inizia la sua avventura abruzzese negli anni 1630, più precisamente nel 1633 allorquando visita L’Aquila con la moglie e un largo seguito di personale e guardie.

Gli aquilani percependo la forza di quest’uomo sia per capacità personali che famigliari, offrono lui il massimo degli onori. Prospero si trova subito a suo agio all’Aquila e da uomo di gran cultura qual’è e anche per ringraziare gli aquilani di tanta ospitalità fa restaurare a proprie spese il teatro di San Salvatore dove si tengono spesso rappresentazioni del Melodramma italiano.

Da questa prima esperienza all’Aquila Prospero rimane molto coinvolto e ritornando a Roma ricorda spesso questo periodo fino a decidere di trasferirsi in Abruzzo. Negli anni successivi Prospero si organizza al livello affaristico per trasferirsi all’Aquila.

 

 

– Prospero Colonna si trasferisce all’Aquila (1639)

Il trasferimento all’Aquila avviene nel 1639 ed egli porta con se un gran numero di personale e soprattutto molte guardie private, suscitando in ciò la preoccupazione delle autorità vicereali.

Arrivato all’Aquila il Colonna si comporta da principe della città, infischiandosene delle autorità spagnole e anzi pur salvaguardando un minimo di apparenza procede a governare l’aquilano. Egli per prima cosa apre le porte del suo palazzo a L’Aquila alle più importanti famiglie della città, organizzando rappresentazioni e vari intrattenimenti.

Quindi procede immischiandosi nell’attività politica della città. Nel 1641 si apre la Regia Udienza, che viene presieduta da Ferdinando Munoz, plenipotenziario del vicere in Abruzzo. Ebbene il Colonna più volte interferisce con l’autorità di Munoz, non in modo formale, ma indiretto riuscendo a pacificare numerose discordie fra le grandi famiglie dell’Aquila. Questo scatena la gelosia e l’invidia di Munoz e che diffida sempre più del Colonna. Inoltre Pompeo Colonna manifesta sempre più la sua indole filofrancese.

Nel 1642 Munoz tenta di arrestare dieci soldati di Colonna, ma non vi riesce. Munoz chiede conto a Colonna dell’enorme numero di soldati al suo servizio presenti in città, ed egli si giustifica mostrando una serie di carte che giustificano questo numero. Munoz è chiaramente contrariato, ma per ora non può far nulla contro Colonna.

Nel frattempo Colonna va via dall’Aquila per alcuni affari, mentre Munoz è sostituito nel governo aquilano. Al suo ritorno Colonna continua a comportarsi da principe dell’Aquila, quasi in aperta ostilità con le autorità spagnole cittadine.

 

 

– I rapporti fra Colonna e Rocca di Mezzo

Tra il 1643 e il 1646 la situazione è ancora sotto controllo e gli Spagnoli riescono a sopportare Colonna. Allo stesso tempo troviamo Colonna preoccuparsi sempre più dei suoi possedimenti abruzzesi, migliorando qua e la i vari feudi che egli possedeva. Per esempio sappiamo che la rocca di Petrella Salto è restaurata e fortificata in questo periodo.

Al momento non abbiamo notizie dirette sugli effetti del governo del Colonna su Rocca di Mezzo, ma dal contesto generale siamo portati a credere che vi siano stati interventi del principe di Gallicano anche qui a Rocca di Mezzo. D’altronde il castello di Rocca di Mezzo in questo periodo difficile è ancora pienamente in attività, quindi è possibile che sia stato restaurato dal principe.

 


 

 

– Rocca di Mezzo nel 1640

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personle)

 

Rocca di Mezzo nel 1640 continua ad essere interessata dai traffici della lana di pecora che continua a portare entrate nel piccolo feudo di montagna, ma l’economia rispetto a prima e notevolmente calata e molte attività commerciali stanno andando male portando ad un forte scontento della popolazione e lo stesso avviene anche a Rocca di Cambio. Ciò è comune in tutto l’Abruzzo aquilano e marsicano. Queste sono le premesse per una grande rivolta sociale che sarebbe scoppiata di qui a poco contro gli Spagnoli.

 

 

– I rapporti fra Prospero Colonna e le autorità spagnole (1646)

Tornando a Prospero Colonna dal 1646, egli si pone sempre più in contrasto con gli Spagnoli, arrivando dapprima a costituire un suo esercito locale riunendo diversi uomini abruzzesi, e in ciò è aiutato dai soldi del padre del cardinale Mazarino. Nello stesso periodo i rapporti tra Prospero e i francesi aumentano, fino a spingere Prospero a manifestare aperto sostegno all’azione di Tommaso di Savoia nello Stato dei Presidi spagnolo per conto del regno francese.

Ufficialmente i rapporti fra Colonna e le autorità spagnole sono buoni, ma è chiara la diffidenza di questi verso un personaggio così particolare e pericoloso. Allo stesso tempo non bisogna dimenticare le grandi famiglie aquilane che nutrono verso Prospero rapporti di grande affetto e amicizia. Gli Aquilani sono sempre più insofferenti agli Spagnoli e vogliono sganciarsi da un governo ritenuto loro nemico a causa dell’alta tassazione imposta.

Il meridione italiano è considerato dal governo di Madrid una pura colonia da sfruttare per motivi economici, per cui si ha tutto l’interesse a mantenere sotto controllo una zona sempre più insofferente. In ciò gli Spagnoli vedono in Colonna un sobillatore di rivolte e cercano di arrestarlo con qualche pretesto.

Perdipiù il 5 aprile 1646 avviene un episodio emblematico delle difficoltà degli Spagnoli con Colonna. Il 5 aprile si portano all’Aquila duemilacinquecento cavalli al comando di Luigi Poderici, che il viceré vuole avviare in Toscana; accadde un inizio di rivolta, perché i soldati sostengono di essere stati arruolati per combattere entro e non fuori del Regno e gli Spagnoli sospettano, in questo episodio l’interferenza di Prospero Colonna, ritenendo che avesse sobillato i soldati.

Colonna intuita la gravità della situazione a suo sfavore, si mostra riguardoso verso il vicerè napoletano andando  a fargli visita il 27 ottobre 1646. Egli arriva a Napoli andando subito a visitare il viceré; ma all’uscita dell’udienza viene arrestato dal capitano della guardia del viceré e dal reggente della Vicaria. A questo punto Colonna viene condotto a Castelnuovo e quindi al carcere di Sant’Elmo. Quattro giorni dopo sono imprigionati all’Aquila Filippo Alfieri e G. A. Pica, accusati di essere suoi complici. Il viceré, duca d’Arcos, arriva inoltre occupare con Giulio Pezzola la rocca di Petrella Salto, principale roccaforte di Colonna.

 

 

– La grande rivolta antispagnola (1647)

La rivolta di Masaniello. (Immagine da Wikipedia)

 

Siamo quindi al 1647 e a Napoli che come in tante altre località italiane non si sopportano più gli Spagnoli e la loro ottusa politica e si procede allarivolta. E’ l’inizio della grande rivolta di Masaniello.

La rivolta esplosa a Napoli dilaga in tutto il meridione arrivando fino in Abruzzo. Qui i nobili aquilani appoggiano la rivolta e iniziano ad occupare tutti i principali edifici pubblici e a cacciare gli Spagnoli. Il barone Quinzi dell’Aquila organizza la resistenza nella Marsica, dove occupa il castello di Celano e da qui si muove contro gli Spagnoli in tutta l’area marsicana. La rivolta antispagnola coinvolge nel bene e nel male tutti i borghi marsicani compresi quelli dell’Altopiano delle Rocche.

Intanto Prospero Colonna rimasto in carcere vede peggiorare la sua situazione attraverso la deposizione di Andrea Paolucci, che conferma la partecipazione del Colonna con le trame filofrancesi. Paolucci viene poco dopo decapitato dagli Spagnoli.

Nel frattempo nella Marsica e in tutto il meridione si lotta strenuamente contro gli Spagnoli. Nella Marsica centro di questa rivolta è Celano che con il barone Quinzi dell’Aquila abbatte il potere del conte Peretti di Celano e s’instaura nel castello da dove viene guidata la rivolta. La rivolta nella Marsica dilaga dalla contea di Celano, al vicino ducato dei Colonna, riguardando tutti i centri della zona da Scurcola, ad Avezzano fino a Tagliacozzo e altri centri ancora. A Tagliacozzo il popolo prende di mira le famiglie baronali locali in quanto spinto dalla miseria e disperazione per il moltiplicarsi delle gabelle e per lo strozzinaggio fiscale che Corona spagnola e Colonna impongono in ambito locale e che vengono perpetrati dai loro luogotenenti come gli Argoli e i Resta.

Qui a  Tagliacozzo i primi tafferugli della rivolta si verificano davanti al forno baronale di Porta da Piedi dove per la carestia il pane è dimezzato di peso. Le poche milizie dei Colonna presenti in paese vengono prese alla sprovvista  e  distrutte dai rivoltosi, quelli che rimangono preferiscono non prendere parte alla rivolta.

Successivamente i rivoltosi stanchi dei sorprusi degli Argoli, luogotenenti dei Colonna, li prendono di mira. Gli Argoli presi di mira vengono assaltati e alcuni loro esponenti vengono uccisi. Poco dopo lo stesso palazzo Argoli posto nella piazza centrale del paese viene assalito e saccheggiato duramente.

Poco dopo però intervengono in tutta la Marsica le milizie di Giulio Pezzola, incaricato dal governatore d’Abruzzo Pignatelli di riportare l’ordine. Pezzola al comando di 1500 uomini esegue l’ordine, ma la notizia della fine della rivolta a Napoli, porta molti paesi ad arrendersi spontaneamente. A Tagliacozzo invece accade un miracolo la popolazione saputo di un gruppo di milizie che stava arrivando nel paese prega S.Antonio affinchè li salvasse e pare che il santo sia intervenuto manifestandosi davanti le milizie e queste vedendolo abbiano fatto retromarcia. Da allora il santo è acclamato protettore di Tagliacozzo e gli sono state affidate le porte della città.

In pochissimo tempo si ha  lo spegnimento della rivolta marsicana. Segno di ciò è la cacciata di Quinzi dal castello di Celano e la ripresa di questo da parte del conte Peretti.

  

 

– Terremoto di Cerchio del 1648

 

Mentre nella Marsica erano in corso le azioni di Pezzola volte al ristabilimento dell’ordine spagnolo, si verifica il 19 gennaio 1648 un forte terremoto nella zona di Cerchio. Il terremoto colpisce in primo luogo il piccolo paese che viene duramente provato dalla scossa. Ci sono macerie ovunque e nella scossa muoiono 150 persone. La scossa si fa sentire un po’ in tutta la zona fucense, ma al momento non abbiamo informazioni maggiori sugli effetti del sisma negli altri paesi marsi.

 

 

– L’Europa dopo la guerra dei 30 anni (1648)

L’Europa nel 1648 (Immagine da Wikipedia)

 

 

– L’attentato al vicerè spagnolo (1648)

Dopo la fine della grande rivolta avvenuta nel 1648 la popolazione sprofonda nella depressione per il ritorno ad una situazione senza speranza. Nel frattempo il barone di Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo Prospero Colonna viene trasferito dagli Spagnoli nella prigione di Castelnuovo con la possibilità di muoversi liberamente nel parco.

Nello stesso periodo abbiamo notizia di un tentato omicidio al vicerè spagnolo, che però si salva. L’attentato è stato organizzato dal principe di Montesarchio, che viene arrestato, ma che tuttavia secondo alcune fonti non confermate direbbero, che l’attentato è fallito per la defezione del barone di Rocca di Cambio Prospero Colonna.

Nel 1649 intanto Prospero Colonna è liberato definitivamente. Egli fa ritorno poco dopo a Roma e qui rimane fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1651 il governo di Napoli ingiunge al barone Colonna di recarsi nella città  partenopea per rispondere delle accuse di complicità nella rivolta dell’Abruzzo contro il governo vicereale. In caso di mancata venuta il governo confischerà tutti i suoi beni. Colonna rimane a Roma.

 

 

– Il Banditismo nell’Altopiano delle Rocche dopo la fine della rivolta antispagnola

L’Altopiano delle Rocche visto da Terranera. (Immagine personale)

 

Con la fine della rivolta antispagnola e la conseguente sconfitta dei rivoltosi, abbiamo un fenomeno di riflusso. In pratica coloro, che avevano maggiormente partecipato alle lotte antispagnole, una volta perduta la lotta si ritrovano sbandati, senza fissa dimora e in fuga dalla polizia spagnola.

Questo porta queste persone a riunirsi in piccole bande e a nascondersi nei boschi di montagna, da dove per sostentarsi attaccano come banditi le povere popolazioni dei piccoli paesi, come avviene anche presso l’Altipiano delle Rocche.

Qui infatti abbiamo notizia della presenza di molti seguaci di Masaniello che sbandati e senza dimora si rifugiano presso le montagne e boschi dell’Altipiano per poi piombare all’improvviso e compiere razzie di ogni sorta. In ambito  locale abbiamo, come conseguenza, l’abbandono del borgo di Santa Lucia da parte degli ultimi pastori, che ora si trasferiscono in massa nel borgo fortificato di Rocca di Cagno in cerca di maggiore protezione.

 

 

 

– Rocca di Mezzo a metà secolo

Il terremoto di Cerchio pur sentendosi distintamente anche nell’Altopiano delle Rocche non sembra produrre qui effetti particolari. Non essendoci fonti al riguardo terminiamo qui con questa discussione.

In generale poi vediamo come l’economia del feudo di Rocca di Cambio nonostante la grave crisi generale continua ad essere dedito soprattutto alla produzione della lana e alla pastorizia delle pecore.

 

 

– Terranera a metà XVII secolo

 Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Come per Rocca di Mezzo al momento non sappiamo gli effetti del terremoto di Cerchio su Terranera, non avendo dati al riguardo. Sicuramente però tale scossa si è sentita distintamente anche qui, ma per il resto con tale discussione ci fermiamo qui.

Come  abbiamo avuto modo di dire sopra, la situazione generale della Marsica alla metà di questo secolo è grave sia sul piano sociale che economico e questo sia per il cattivo clima che porta spesso temperature fredde che non permettono buoni raccolti e a volte nessun raccolto, sia per l’enorme esosità delle tasse spagnole che spengono ogni barlume di speranza per i poveri contadini, ma che mettono in difficoltà anche molte famiglie nobili.

Terranera non fa eccezione pur trovandosi in un luogo dove ancora grazie alla produzione e vendita della lana la situazione è leggermente migliore che in altri luoghi. Ma ciò non toglie la gravità di questi tempi, che spinge alla disperazione anche cittadini di questo piccolo borgo marsicano.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a metà ‘600

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Lorenzo continua ad essere il punto di riferimento sociale e religioso della piccola comunità di Terranera. Noi chiaramente non abbiamo notizie dirette sulla piccola chiesa ne sulla vita sociale della piccola comunità all’epoca, ma possiamo in qualche modo ricostruirla sulla base delle conoscenze del contesto locale. Sappiamo infatti che il piccolo borgo come tutti i borghi di montagna è formato da una piccola comunità di persone ignoranti e profondamente devote che vedono nel prete della chiesa la persona più saggia del paese, in quanto persona istruita e quindi seguono questo in molte delle cose che dice.

Ne viene da sola che anche il luogo diventi il punto di riferimento per eccellenza di tante vicissitudini del paese, per non dire il centro del paese sul piano sicuramente religioso, ma anche sociale.

 

 

– Terremoto di Sora del 1654.

 

Un forte terremoto pari a 6,3 Mw si verifica nella zona di Sora producendo danni ingenti in tutta la zona di Frosinone – Cassino – Sora. Il sisma vista la vicinanza produce danni ingenti anche nella Marsica concentrati soprattutto nelle zone della Valle Roveto, dell’alto Sangro e della Valle di Nerfa.

 

 

– Effetti del terremoto di Sora sull’Altopiano delle Rocche

La scossa sicuramente si è sentita anche nell’Altopiano delle Rocche, ma qui non sembra che vi siano state conseguenze particolari e non essendoci fonti al riguardo ci fermiamo qui su questo.

 

 

 


 

 

– La Peste del 1656 e le sue conseguenze nell’Altopiano delle Rocche 

La Peste del 1656. (Immagine da https://www.darapri.it/immagini/nuove_mie/apprsecoli/peste1656.htm)

 

Nel 1656 in Abruzzo e in tutto il meridione scoppia la Peste, facendo cadere nella disperazione  e nel terrore la popolazione intera. La Peste scoppia improvvisamente nel 1656 e con una virulenza incredibile propagandosi velocemente in tutte le regioni italiane e causando morti ovunque. Nella sola Marsica sono 4.000 i morti di peste tra il 1656 e il 1657.

 

La Peste del 1656. (Immagine da Wikipedia)

 

Interi paesi scompaiono o si riducono al lumicino. Tra i territori colpiti dalla Peste vi è purtroppo anche l’Altopiano delle Rocche. Paesi come Rocca di Mezzo e Rovere vedono scendere in modo impressionante la propria popolazione.  A Rovere per esempio che conta 524 persone nel 1595 si passa nel 1669 a 418. In pratica in un solo anno tra il 1656 e il 1657 muoiono circa 100 persone.

Ci vorranno anni prima che le popolazioni dei vari borghi della Marsica si riprendano dalla strage di questa Peste. La Peste infine finisce nel 1657 e come improvvisamente è arrivata, altrettanto improvvisamente se ne va.

 

 

– Effetti della peste a Terranera

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera come tutti gli altri borghi della Marsica e dell’Abruzzo subisce in pieno la peste del 1656. Anche qui infatti si contano diversi morti per questa epidemia e la popolazione risulta spaventata e come in molte altre località molti vanno in chiesa in cerca di conforto, di grazia per se e per i propri cari o per prepararsi al livello religioso e spirituale alla propria dipartita in quanto rassegnati alla forza di questa epidemia.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo durante l’epidemia della peste del 1656

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

In questa circostanza come detto sopra la chiesa è più che mai frequentata da una popolazione devota e spaventata da tanta sofferenza e crudeltà per questa epidemia. Questi si preparano spiritualmente a una propria eventuale dipartita. In questo momento per la piccola comunità la preghiera è il punto di contatto con la speranza di sopravvivere e il punto di contatto con un eventuale aldilà se si muore.

 

 

– Il declino del castello mentre il paese di Rocca di Mezzo diventa feudo statale.

Sul piano politico negli anni 1650 la situazione di Pompeo Colonna nel vicereame di Napoli porta alla confisca dei suoi feudi abruzzesi e alla conseguente devoluzione allo stato.

Alla luce di ciò anche Rocca di Mezzo viene ad appartenere come altri feudi aquilani per qualche anno allo Stato spagnolo. Con la decadenza del feudo anche il castello decade, rimanendo abbandonato a se stesso in preda all’incuria e ai banditi.

 

 

– Arrivano i Barberini (1663)

 

Nel 1663 il governo spagnolo vende il feudo di Rocca di Mezzo a Maffeo Barberini. Da questo momento fino all’eversione del 1806 Rocca di Mezzo appartiene ai Barberini di Palestrina. Con l’inizio della signoria dei Barberini si apre per il castello in quanto tale l’ultimo periodo di vita, contraddistinto dall’abbandono e dall’incuria che rendono fragile la struttura, appesantita dai tanti secoli alle spalle.

 

 

– Rocca di Mezzo alla fine del XVII secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo alla fine del secolo è un paese che fatica ad uscire dalla grave crisi in cui versa ormai da quasi un secolo e che è infine culminata con la Peste del 1656. Questa peste ha ucciso diversi abitanti del piccolo borgo riducendo il numero della popolazione. Si passa infatti dai 421 fuochi del 1595 ai 268 del 1669.

Ci vogliono decenni prima che Rocca di Mezzo torni nuovamente a crescere e ciò sarà possibile quando matureranno nuove condizioni ambientali, ma soprattutto quando la popolazione avrà in parte superato la grave fase di lutto seguita alla peste del 1656 e ciò nonostante i numerosi problemi presenti tra cui l’endemico problema del banditismo locale.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

A  riguardo del problema del banditismo locale nel 1683 viene compiuto dal governo spagnolo un grosso tentativo di distruggere il brigantaggio presente nell’Altipiano delle Rocche. Abbiamo infatti la presenza  del Marchese del Carpio Gaspar de Haro, Vicerè di Napoli, che al comando di numerose truppe fa dare alle fiamme la maggior parte dei boschi dell’Altopiano delle Rocche con lo scopo e la speranza di snidare o arrostire i briganti locali.

Il tentativo pare non abbia funzionato molto, dato che queste zone hanno continuato a essere vittime del brigantaggio locale

 

 

– Terranera a fine XVII secolo

 Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera alla fine del  secolo XVII è un paese ancora fortemente provato all’esperienza della peste con un’economia che fa molta fatica a tornare attiva e una popolazione profondamente prostrata e rassegnata.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a fine XVII secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La piccola chiesa di San Lorenzo a Terranera continua ad essere il punto di riferimento della piccola comunità del paese. La comunità di Terranera ancora scossa dalla peste del 1656 e non ancora tornata ad una vita tranquilla si stringe intorno alla religione per recuperare la serenità di animo che avev prima della terribile esperienza.

 

 


 

 

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XVIII SECOLO

 

 

– Il sisma dell’Aquila del 1703

Terremoto dell’Aquila (1703)

 

Il territorio aquilano a parte qualche scossetta di lieve entità, si trova in una fase di tranquillità sismica ormai da quasi trecento anni. All’inizio del XVIII secolo tuttavia questa fase ha termine.

Il territorio abruzzese viene dapprima scosso dal sisma di Bolsena del 1695, che produce diversi danni nella Marsica, ma pochi nell’aquilano. Successivamente è il territorio aquilano ha essere direttamente interessato da un nuovo sisma.

Il sisma del 1703 ha come epicentro proprio il settore aquilano più vicino all’Aquila. Il sisma dell’Aquila è stato per intensità uno dei maggiori mai registrati nella storia sismica italiana. Questo sisma ha di particolare che deve essere suddiviso in tre eventi sismici molto importanti a distanza ravvicinata nel tempo.

Il primo sisma avviene il 14 gennaio 1703 con una potenza di 6,8 Mw. Senza entrare nel dettaglio diciamo che il sisma preceduto da diversi mesi di scosse, scuote geologicamente tutta la conca aquilana risvegliando altre faglie vicine, che si riattivano in poco tempo.

ll secondo sisma avviene a due giorni di distanza dal primo, il 16 gennaio 1703 con una scossa di 6,2 Mw.

Poche settimane dopo il 2 febbraio abbiamo il terzo e ultimo sisma che si manifesta in modo potente con grado 6,7 Mw. Tutti e tre questi sismi corrisponderebbero a tre faglie vicine, le cui ultime due riattivatesi in seguito al primo evento del 14 gennaio.

Questa lunga sequenza sismica distrugge L’Aquila radendola al suolo e massacrando 5000 persone. Nella Marsica il sisma si sente bene, ma produce molti meno danni, la maggior parte dei quali interessano le chiese e diversi edifici storici in pessime condizioni.

 

 

– Rocca di Mezzo dopo il sisma dell’Aquila (1703)

 

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personle)

 

Dopo il sisma dell’Aquila il paese di Rocca di Mezzo risulta con molte case lesionate e diversi feriti, ma sembrerebbe che non vi siano morti per questo sisma. Sul piano edilizio però sono le chiese del paese che risultano le più danneggiate e saranno poi ulteriormente danneggiate dal terremoto successivo del 1706 della Maiella.

 

 

– Terranera a inizio XVIII secolo

Il borgo di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera dopo il sisma dell’Aquila risulta con diverse case lesionate e tanta paura. Ma il borgo pare aver resistito e da ciò si riparte per ricostruire. Perchè diciamo che il borgo dovrebbe aver resistito?

Su questa cosa non abbiamo alcun dato che ci dica ciò, però mettendo a confronto quanto successo a Terranera con il sisma dell’Aquila del 2009 e confrontando ciò con il sisma dell’Aquila del 1703, approssimativamente questo ci dice che la situazione è simile, in quanto i due sismi sono molto simili seppure quello del 1703 è più forte, ma la struttura del terreno di Terranera crediamo non abbia ceduto. Quindi il piccolo borgo quasi sicuramente si è lesionato, ma non è stato raso al suolo.

 

 

– Chiesa di San Lorenzo a inizio XVIII secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Come detto sopra al momento non abbiamo dati disponibili diretti sugli effetti del sisma sulla chiesa. Comunque per i motivi detti sopra consideriamo che la chiesa di San Lorenzo si sia lesionata abbastanza e come tutte le chiese del posto anche questa viene restaurata nel corso del secolo.

 

 

– Sisma della Maiella (1706):

Terremoto della Maiella del 1706.

 (Immagine da https://www.meteoweb.eu/2016/11/3-novembre-1706-terremoto-della-maiella-sconvolge-appennino-centrale-ricordare-prevenire/778024/)

 

 

Un secondo sisma molto forte avviene pochi anni dopo nel 1706 sempre in Abruzzo ma con epicentro sulla Maiella. Il terremoto della Maiella  si manifesta con una potenza imponente pari a 6,7 Mw. Questo sisma provoca la distruzione di Sulmona e dei suoi centri limitrofi. Molti centri dell’aquilano risentono del sisma, ma essendo già distrutti dal precedente terremoto non subiscono vittime. Nella Marsica il sisma si sente distintamente ovunque, producendo ancora danni ai paesi. Un effetto collaterale di questo sisma è un discreto calo della popolazione locale, forse dovuto alla paura del futuro.

 

 

– L’assalto ad Avezzano del bandito De Santis

Avezzano medio paese della Marsica a ridosso del Lago Fucino, si trova in una posizione di collegamento molto vantaggiosa per chi viene da fuori o si muove all’interno del territorio ducale. Questo vantaggiosa posizione consente al paese, eretto tra IX e X secolo di crescere nel tempo, divenendo un’importante centro cittadino che arriva a essere a fine XV secolo il borgo più importante della contea d’Albe. Il suddetto centro cresce ancora sotto i Colonna nel XVI e XVII secolo, che ne sviluppano il castello facendolo divenire un’importante residenza signorile.

A inizio ‘700 il piccolo borgo diventato ormai una piccola cittadina continua la sua ascesa seppure acciaccata dai terremoti d’inizio secolo che lo hanno in parte danneggiato.

Avezzano appare agli occhi dei briganti una valida piazza da cui prelevare soldi e rifornimenti. Il bandito Felice Antonio De Santis, che è il più grosso malvivente locale del periodo prende di mira Avezzano decidendo di assaltarla il 9 luglio 1707. Egli forte di 200 uomini assalta la cittadina di Avezzano difesa da una compagnia di Dragoni, la polizia spagnola.

Gli avezzanesi dinnanzi a questo assalto fuggono dalla città e dopo aver saputo che la polizia spagnola si era arresa a De  Santis, sono costretti a sborsare 1500 ducati per evitare il saccheggio della città stessa. Durante questa fase di confusione alcuni cittadini debitori con il comune di Avezzano, spalleggiati dallo stesso De Santis, danno fuoco a gran parte dell’archivio comunale (D’Amore, 1998, 63-64).

 

 

– L’assalto al vescovo nel 1707

Subito dopo De Santis sorretto da soldati austriaci, prova ad uccidere il Vescovo dei Marsi mons. Corradini che però si salva (ADM, B/57/168-173). L’atto non passa inosservato arrivando al culmine di tante atrocità. 

 

 

– Il ritorno degli Spagnoli nel 1707

A questo punto il governo spagnolo si trova costretto ad intervenire in modo fermo e risoluto. Gli Spagnoli tornano a Napoli dove vi sono stati fatti cruenti e la città è sottosopra , anche in virtù della guerra di successione spagnola.

Qui gli Spagnoli riprendono in pieno il controllo della città e poi si spostano ad Avezzano. Qui la polizia spagnola rioccupa il territorio e cerca vendetta per i fatti di Avezzano. La polizia spagnola vuole catturare De Santis e mandarlo a morte, ma De Santis fugge per un periodo a Roma protetto dal cardinale Grimaldi, filo-austriaco.

 

 

– Arrivano gli Austriaci (1714-34)

In base al trattati internazionali di Utrecht e Rastadt (che pongono termine alla guerra di successione spagnola) il sud Italia (e quindi anche l’Abruzzo) passa con l’esclusione della Sicilia, a far parte dello stato austriaco.

Europa 1714 (Fonte Wikipedia)

 

 

 


 

 

– Miglioramento economico sotto il regime austriaco

Con gli Austriaci la situazione generale del vice regno di Napoli inizia a migliorare grazie a un migliore gestione della cosa pubblica. Però ancora per qualche anno fino al 1727 la situazione climatica è ancora difficoltosa con risultati assai scoraggianti sul piano agricolo e dell’allevamento del bestiame. In Abruzzo negli anni 1716 e 1726 si registra una forte moria di bestiame a causa del clima rigido e della scarsezza di cibo.

Dal 1727 finalmente il clima torna mite e i raccolti divengono abbondanti e sia gli allevamenti che le persone tornano a nutrirsi decentemente. A partire da questa data fino al 1734 anno della fine del dominio austriaco, la Marsica torna a crescere anche sul piano demografico riuscendo a superare bene la fase di crisi seguita alla Peste del ‘600.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1735

Porta delle Morgie di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo rispetto al passato ha sicuramente meno importanza, in quanto ha perso molto del suo traffico commerciale che aveva nel ‘500. Tuttavia rimane ancora una bella piazza e grazie a un cambiamento climatico più favorevole tende a recuperare prestigio e commercio.

In questa fase assistiamo anche ad una piccola ripresa demografica ancora in fase iniziale, ma che fa ben sperare per il futuro.

 

 

– Terranera nel 1735

 Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Seguendo un po’ il filone del suo centro principale anche il piccolo paese di Terranera vede aumentare la sua piccola popolazione. La transumanza delle pecore che per il piccolo paese è sempre stata una fonte economica sicura riprende con più vigore in questi anni e ciò proprio grazie a una condizione economica più favorevole.

 

 

 L’ascesa dei Borbone a Napoli (1734)

Re Carlo IV di Napoli (1734-59). (Immagine da Wikipedia)

 

In Europa è in corso la guerra di successione polacca, che direttamente e indirettamente coinvolge anche l’Italia dove l’estinzione di alcune famiglie regnanti apre dei troni vacanti, magari piccoli stati, ma che vengono usati dalle grandi potenze europee per creare un nuovo equilibrio. Ebbene tralasciando la guerra polacca e gli altri giochi politici vediamo come il nuovo equilibrio europeo che verrà sancito formalmente nella pace di Vienna del 1738, vede la riformazione del regno di Napoli in un contesto d’indipendenza dopo 230 anni di sottomissione allo straniero spagnolo e poi austriaco.

In un contesto di nuovi equilibri di potere i Borbone di Spagna ottengono di poter occupare il trono di Napoli mandando su questo Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna. Carlo di Borbone diventa dunque il primo re di Napoli dopo 230 anni di colonialismo estero. Carlo fonda in tal modo una nuova dinastia che tra gli alti e bassi della storia governerà il sud Italia fino al 1860.

 

 

– La guerra di successione austriaca (1740-45)

Tra il 1740 e il 1745 in Europa esplode la guerra di successione austriaca che termina dopo anni di guerre e colpi di scena con l’ascesa di Maria Teresa d’Asburgo al trono viennese come arciduchessa d’Austria e regina d’Ungheria e come imperatrice consorte sul trono del S-R-I, ormai solo una confederazione di stati senza più alcun vincolo effettivo. Il principale antagonista di Maria Teresa in questa guerra  giocata tutta in territorio tedesco è Federico II di Prussia che consolida il suo stato in modo forte affermandosi tra le grandi potenze europee

 

 

– La pace di Aquisgrana (1748)

La pace di Aquisgrana firmata nel 1748 sancisce la fine della guerra di successione spagnola e nel caso italiano riconferma l’equilibrio italiano uscito fuori con la pace di Vienna.

 

L’Europa del 1748. (Immagine da Wikipedia)

 

 

– L’Italia e il regno di Napoli dopo la pace di Aquisgrana (1748)

 

L’Italia e del regno di Napoli nel 1748

 

 

– Le riforme di Carlo VII

Tra i primi importanti provvedimenti di Carlo furono quelli volti a riformare l’ordinamento giuridico attraverso la soppressione di organi istituiti nel periodo vicereale, inadatti per uno stato indipendente quale era diventato il Regno di Napoli. Con una prammatica sanzione datata 8 giugno 1735 il Consiglio Collaterale fu abolito, e sostituito nelle sue funzioni dalla Real Camera di Santa Chiara.

A partire dal 1739 furono varati diversi progetti per il riordino del complesso legislativo napoletano, reso caotico dalla coesistenza di undici legislazioni: romana, longobarda, normanna, sveva, angioina, aragonese, spagnola, austriaca, feudale ed ecclesiastica. Il più ambizioso era quello che prevedeva non solo la consolidazione e la raccolta delle prammatiche, ma la redazione di una vera e propria codificazione, il Codice Carolino, a cui lavorò una giunta composta, tra gli altri, dai giuristi Michele Pasquale Cirillo (che ne fu il principale promotore e artefice) e Giuseppe aurelio di Gennazaro e dal principe di San Nicandro Domenico Cattaneo. L’opera rimase per lungo tempo incompiuta e fu pubblicata per intero solo nel 1789.

Un’altra importante riforma fu quella del sistema fiscale, attuata attraverso l’istituzione del catasto onciario, col real dispaccio del 4 ottobre 1740 e la prammatica de forma censuali seu de capitatione aut de catastis del 17 marzo 1741. Il catasto, detto onciario perché i beni da tassare erano valutati in once, nelle intenzioni del re avrebbe dovuto rendere più equa la distribuzione del carico fiscale, facendo in modo «che i pesi sieno con eguaglianza ripartiti, che ‘l povero non sia caricato più delle sue deboli forze ed il ricco paghi secondo i suoi averi». Tuttavia, la sua poca efficacia nell’alleviare il peso fiscale gravante sui ceti più umili e gli abusi della sua applicazione furono criticati da alcuni economisti. 

Ad ogni modo tutti i vari paesi facenti parte del regno di Napoli hanno l’obbligo di rendere pubblica la propria situazione sia in merito alle famiglie presenti e i loro componenti che sul piano della proprietà.

 

 


 

 

– Rocca di Mezzo a metà secolo XVIII

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

A metà ‘700 il borgo si riprende abbastanza sul piano economico, continuando la sua attività pastorale e di lavorazione della lana, nonchè di centro commerciale. Qui infatti esiste una fiera da molto tempo, che seppure di piccole dimensioni è stata in qualche modo alla base dello sviluppo di un certo artigianato locale di basso volume. Tutto questo rende Rocca di Mezzo un centro abitato interessante e con esso i vari villaggi che vi ruotano attorno.

Tuttavia la maggior parte degli uomini di Rocca di Mezzo sono pastori e li ritroviamo in Puglia a Foggia, dove viene smerciata la lana di pecora. Foggia infatti è il terminale di numerosi percorsi di transumanza, che seguono luoghi impervi e spesso difficili da percorrere per molte persone. Fatto è comunque che quando i pastori giungono con il loro gregge a Foggia vendono qui i propri prodotti di lana, in quanto questa è la piazza principe del mercato generale della lana e suoi derivati.

 

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Foggia nel ‘700 è una grossa città commerciale, essendo il terminale del tratturo Celano-Foggia e il luogo dove avvengono quasi tutti gli scambi commerciali  intorno alla produzione di lana di pecora, molto apprezzata da numerosi nobili e persone comuni.

 

Immagine della Transumanza nei secoli passati in Abruzzo

 

In generale sappiamo che le greggi del territorio di Rocca di Mezzo percorrono il tratturo Celano-Foggia, che nasce presso Alba Fucens. Molto spesso viene usato anche il tratturo regio che collega L’Aquila alla Piana di Navelli. Da qui il percorso si divide in due strade una che conduce a Bussi e l’altra a Popoli.

Sul piano politico il borgo continua far parte dei territori dei Barberini, che rimangono detentori del paese fino all’eversione feudale del 1806.

 

 

– Terranera a metà XVIII secolo

 L’entrata a Terranera oggi. (Immagine personale)

 

A metà secolo Terranera continua ad essere un paese di pastori e agricoltori, seppure l’agricoltura nella zona di Terranera non viene praticata come avviene in altre parti della Marsica,  a causa della posizione troppo montanara del paese che si trova a 1270 m s.l.m.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo nel 1750-70

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La piccola chiesa di San Lorenzo viene nuovamente sottoposta a restauro dopo le gravi scosse d’inizio secolo. Il restauro della chiesa avverrebbe più o meno tra il 1740 e il 1760 e porta la struttura ad avere una facciata molto semplice con un imponente campanile a torre.

 

 

– Cambiamento climatico a fine ‘700.

Il Lago Fucino nel 1795 in un dipinto dell’epoca

 

Alla fine del ‘700 si assiste ad un nuovo cambiamento climatico generale che porta pioggia e freddo seppure non nelle dimensioni presenti nel ‘600. Il picco di questo nuovo ciclo climatico si raggiungerà nel 1816-17 per poi lentamente scemare nel corso dell’800. Ciò comporta raccolti di minore qualità e abbondanza andando così ad alterare una situazione non facile dove i piccoli villaggi di altura sopravvivono con l’agricoltura e allevamento di sussistenza.

A ciò va aggiunto un deciso innalzamento del livello del lago Fucino che lo porta ogni tre-quattro anni ad avere quantità d’acqua tale che viene ad allagare costantemente i centri rivieraschi innescando danni e lutti. In ciò le popolazioni rivierasche lanciano numerose suppliche al re Ferdinando affichè agisca per mitigare almeno in parte gli effetti del lago.

Il re interviene in modo massiccio prima facendo fare studi sulla dinamica del lago nel corso degli anni ’80 e poi provando a ripulire in profondità gli argini del lago, ottenendo con ciò però solo scarsi risultati, che mitigano poco la situazione generale.

 

 

– La rivoluzione francese nel 1789

Immagine dell’assalto dei cittadini francesi contro la Bastiglia

 

La grave situazione economica in cui versa la Francia, unito alla disparità sociale, dovuta all’enorme dispendio di soldi della corte e della nobiltà che cerca di occupare tutte le risorse possibili portano all’esplosione sociale che conseguente innesco della rivoluzione popolare contro il re e il governo.  La Francia in breve diventa una polveriera che travolge più avanti con Napoleone tutta Europa con Napoleone tutta Europa compreso il regno di Napoli. 

 

 

– Terranera e la chiesa di San Lorenzo a fine XVIII secolo

 Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Alla fine del secolo XVIII Terranera rimane un piccolo borgo dedito principalmente alla pastorizia e all’agricoltura, che però a causa del suo territorio arido non da abbastanza di che vivere, seppure la popolazione locale riesce a sostentarsi in tanti modi. I principali prodotti agricoli che si ricavano dall’agricoltura locale sono grano, orzo, lente, e piselli. In generale il terreno circostante Terranera è pietroso, arido ed alpestre e poi scarseggia l’acqua a causa del suo terreno carsico. Per cui l’acqua bisogna attingerla alle fonti di Rocca di Mezzo con cui condivide tutto persino il bosco di querce fra i due centri abitati.

 

 La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

In tutto questo contesto troviamo la piccola chiesa di San Lorenzo che rimane il punto di riferimento sociale della piccola comunità. Intorno alla chiesa si concentrano le principali attività del piccolo paese. La popolazione pur essendo ignorante è molto religiosa e segue tutte le feste patronali con forte dedizione.

 

 

– L’arrivo dei Francesi a Napoli (1798)

L’arrivo dei Francesi a Napoli. (Immagine da Wkipedia)

 

Nel 1798 i Francesi invadono il regno di Napoli riuscendo a scalzare il re Ferdinando e la sua corte borbonica che si rifugia in Sicilia sotto scorta degli Inglesi. Il resto del regno è in mano francese che lo governa circa due anni. Ma sono due anni assai movimentati per la forte contrarietà della popolazione che si sente invasa e reagisce con continue rivolte e sommosse che alla fine producono la caduta dei Francesi nel 1800 e il ritorno di re Ferdinando a Napoli.

 

 

 


 

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XIX SECOLO

 

 

– Il ritorno dei Borbone a Napoli

Dopo il ritiro dei Francesi dall’Italia meridionale, i Borbone tornano a Napoli dove riprendono il controllo del regno. Ferdinando IV torna grazie al suo popolo, ma nei confronti di questo si mostra freddo non mostrando particolare interesse. La popolazione delusa dal re inizia a chiedersi se si può fidare di lui e quando passati alcuni anni le pretese locali  sono disattese.

 

 

– Il ritorno dei Francesi (1806)

Nel 1806 i Francesi occupano nuovamente il regno di Napoli cacciando nuovamente il re Ferdinando, che per la seconda volta si rifugia in Sicilia sotto scorta inglese. I Francesi questa volta non incontrando le resistenze precedenti della popolazione, procedono nelle loro riforme.

 

 

Le riforme francesi e le conseguenze nella Marsica (1806-10)

Il re di Napoli Giuseppe Bonaparte. (Immagine personale)

 

I Francesi nel regno di Napoli procedono con le loro riforme mantenendo però questa volta la struttura statale della monarchia, limitandosi a sostituire quella borbonica con quella dei Bonaparte nella persona di Giuseppe, fratello di Napoleone. Giuseppe Bonaparte rimane re di Napoli fino al 1808, per poi essere sostituito dal cognato Gioacchino Murat.

Sotto i governi di Giuseppe e di Gioacchino, ben visto dalla popolazione, la struttura dello stato cambia, incidendo così nella condizione sociale del paese. Le riforme francesi riescono seppure non del tutto a smuovere una situazione immobile da secoli.

Tra le riforme più importanti vi è l’abolizione dei diritti feudali (1806) che sancisce la fine delle vecchie strutture amministrative feudali. Questo nella Marsica significa la fine del ducato di Tagliacozzo e della contea di Celano, dove in questo caso cessa di esistere il governo feudale degli  Sforza Cabrera Bodavilla.

 

L’Europa napoleonica nel 1810

 

Con ciò si apre nella Marsica una fase turbolenta di ristrutturazione amministrativa e di riposizionamento del potere locale delle famiglie emergenti.

Secondo le nuove regole napoleoniche i paesi più piccoli perdono la loro  autonomia amministrativa per divenire frazioni dei paesi più grandi, che in questo modo possono avere più introiti economici per sostenere le spese generali.

 

L’Italia napoleonica nel 1810

 

I Francesi intervengono anche in materia religiosa abolendo gli ordini religiosi (1808), incamerando i beni che sostanzialmente riguardano i conventi che vengono chiusi.

 

 

– Rocca di Mezzo a inizio XIX secolo

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Con la fine del feudalesimo nella Marsica scompaiono i grandi feudi della contea di Celano e del ducato di Tagliacozzo, mentre a Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo cessa il governo dei Barberini. Dopo questa riforma ne seguono altre che vengono a ridefinire al livello amministrativo i vari territori del regno napoletano.

Nel 1814 anche il territorio dell’Altopiano delle Rocche subisce una ridefinizione amministrativa con l’elevazione di Rocca di Mezzo a comune centrale di tutto il comprensorio. Sotto questo finiscono i paesi di Rovere, Terranera e Rocca di  Cambio.  A sua volta il comune di Rocca di Mezzo diventa parte del circondario di San Demetrio.

 

 

– Terranera a inizio XIX secolo

Entrata per Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Durante il periodo francese dei primi dell’800 Terranera appare come un paese piccolo composto da alcune centinaia di abitanti, circondato da un paesaggio alpestre con la popolazione maschile che opera nella campagna romana durante l’inverno e in estate è di nuovo a casa a fare altre faccende. Il paese dipende completamente da Rocca di Mezzo con cui ha in comune molte cose

Quanto detto è confermato dal commento che lo storico Livio Mariani fa del paese di Terranera allorquando lo visita in occasione della sua escursione presso l’altopiano delle Rocche. Su Terranera egli dice “

 

“È situata nel mezzo giorno sulla cima di erta montagna, contiene circa 347 anime. In distanza di un terzo di miglio ha una prateria co’ terreni seminatori intorno ed è estesa circa 4 miglia; non ha valli né colline. Diletta assai l’occhio specialmente nella primavera, per la vaghissima varietà, e moltitudine de’ fiori campestri, abbonda in acqua il piano nel verno, le quali in piè di esso si adunano in un pozzo ben largo e profondo in  foggia di caldaia e detto perciò pozzo caldaio.

Ad oriente poi ha altra bellissima veduta di lunghissima valle-piano, che non si raggiunge con un’occhiata e diletta pure molto la veduta di tanti paesi, che le sono in prospettiva. Ha di suo diritto la Comune un forno. Il paese e il terreno è pietroso, arido, ed alpestre e perciò scarseggia di acque e devono i naturali attingerla in della prateria da un pozzo ivi all’uopo formato, che la riceve da Rocca di Mezzo. I suoi prodotti sono grano, orzo, lente, e piselli.

Vi sono volatili di più specie e di insetti di più specie. Ha una macchia di querce comuni con Rocca di Mezzo, con la quale fa tutto un corpo; aveva il suggello comune, e degli amministratori annuali, se ne sceglievano due de’ naturali, e gli altri di Rocca di Mezzo; al presente vi si sceglie il solo eletto, e la tenue sua industria è di capre, pecore, giumenti, muli e cavalli. I naturali sono tutti uomini di campagna. Nel verno si portano a lavorare nello Stato Pontificio, ed altrove; nella state attendono alla coltura dei loro campi, ed è distante dall’Aquila circa 12 miglia. Confina con Campana ad oriente, con Fontavignone e Rocca di Cambio a settentrione”.

 

Dalla descrizione di Mariani emerge quindi un paese di montagna di 347 abitanti con tante sfaccettature, sicuramente semplice, ma di certo per niente banale, con tanti aspetti di vita pratica, che solo grazie a questa descrizione emergono nitidi e chiari.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a inizio XIX secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Da quanto detto immaginiamo la chiesa di San Lorenzo come un luogo molto sentito e vissuto e il suo parroco è probabilmente avvertito dalla popolazione, come un uomo colto e saggio a cui chiedere ogni genere di consiglio. La popolazione segue la pratica religiosa in modo assai intenso e avverte la religione come un dettame da seguire nella vita giornaliera.

 

 


 

 

– Il ritorno dei Borbone nel 1815

L’Europa dopo Napoleone (1815). Immagine da Wikipedia

 

Nel 1815 collassa il sistema napoleonico in Europa. Napoleone è sconfitto dagli eserciti della coalizione nella famosa battaglia di Waterloo nel 1815. Con la fine di Napoleone in Francia anche tutti i governi napoleonici presenti in Europa decadono uno dopo l’altro. Accade ciò anche nel regno napoletano dove il governo di Gioacchino Murat cade rovinosamente, determinando tra l’altro l’arresto e la fucilazione dello stesso re.

 

L’Italia nel 1815. (Immagine da Wikipedia)

 

Ferdinando I re delle Due Sicilie 1830). (Immagine da Wikipedia)

 

Il congresso di Vienna ridisegna la struttura politica dell’Europa e dell’Italia. Per il trono di Napoli viene deciso il ritorno dei Borbone con il vecchio re Ferdinando, con la nuova dicitura di Re delle Due Sicilie.

 

 

– La Marsica sotto i Borbone (1815-40)

Tagliacozzo anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Sia la Marsica occidentale dell’ex ducato di Tagliacozzo che quella orientale dell’ex contea di Celano sono ormai entrate nell’era borbonica e la vita torna ad essere complicata seppure non uguale a prima a causa del cambiamento profondo avviato dal regimi filo-francesi. Parliamo inoltre di una situazione dove il cambiamento climatico raggiunge il suo picco di freddo e pioggia nelle annate 1816-17 ricordate da tanti come le annate senza estate con i raccolti completamente andati a male.

In questo periodo di gravi ristrettezze la parte del leone la fa il Lago Fucino che a causa delle grandi pioggie cresce di livello arrivando a tracimare in diverse occasioni, raggiungendo livelli spaventosi che non si vedevano a memoria d’uomo. Per esempio il paese di Luco dei Marsi, posto sulle sponde di una montagna ma dislocato fino al lago con un proprio porticciolo, viene completamente allagato anche nelle parti alte, segnale del livello forte che le acque del lago raggiungono. A questo proposito segnaliamo dopo il 1816-17 le numerose richieste al re da parte della popolazione rivierasca affinchè si provvedesse al problema. Re Ferdinando a questo proposito riprova come aveva già fatto negli anni 1780 a porre rimedio, ma il problema era ed è enorme anche per il re, che comunque provvede a far ripulire gli argini del lago per meglio controllare le acque che in effetti scendono. Già nel 1821 le acque tornano a livelli più accettabili, quindi temporaneamente il problema si è ridimensionato.

 

Celano con veduta sul Lago Fucino anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Nel periodo immediatamente successivo al ritorno dei Borbone vale a dire nel 1815-20 si procede alla riorganizzazione generale del regno borbonico cercando un compromesso tra le nuove regole che non possono essere toccate, vista la profondità da esse raggiunta, e la necessità da parte borbonica di un ritorno alla precedente situazione. Tradotto sul piano amministrativo troviamo che il circondario di Tagliacozzo è confermato sia nell’ambito della riorganizzazione che nella divisione amministrativa del regno, conseguente alla legge organica del 1 maggio 1816. Quindi si torna alla vecchi condizione di terra di confine fra regno borbonico e stato pontifici. Secondo la nuova condizione il nuovo Riparto territoriale dello stato pontificio, Tagliacozzo viene a trovarsi a contatto diretto con la Delegazione di Roma e la sua Comarca.

 

Tagliacozzo anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Sul piano militare vediamo come la ricostituzione dell’esercito vada avanti nel 1816 nella formazione di nuovi reggimenti di fanteria leggera, uno dei quali chiamato Marsi destinato al controllo dei confini. Sul piano militare la provincia aquilana  viene dotata di uno Squadrone di gendarmeria con tre luogotenenzze di stanza ad Avezzano, Sulmona e Cittaducale.

Con la restaurazione dei Borbone si ripristina il vecchio ordine dei rapporti fra Stato borbonico e Chiesa. Nel 1818 segue su questo punto un concordato fra Stato del papa e Regno delle Due Sicilie firmato a Terracina da Ferdinando I e Papa Pio VII. Il concordato si rivela un compromesso fra vecchie e nuove esigenze. In pratica ci si incardina in una sorta di burocrazia fedele al sovrano, potendo rientrare in possesso delle proprietà espropriate, ma invendute, ripristinare gli ordini regolari soppressi, oltrechè assumere importanti compiti nell’istruzione, nella cultura e in parte anche nella vigilanza politica. Non tutti i religiosi aderiscono a questa normalizzazione. Anche a Tagliacozzo alcuni di loro con don Luigi Vacca.

 

Magliano anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

  

Negli anni 1820 la Marsica vive situazioni di relativa stabilità anche data dall’enorme ignoranza della popolazione che non partecipano per nulla ai fermenti patriottici del periodo e poi l’enorme controllo clericale sulle popolazioni paesane non consentono al popolino di conoscere le novità del periodo. Invece le nuove famiglie emergenti della Marsica seppure tra tante difficoltà riescono comunque a migliorare socialmente consentendo loro di occupare tutti i centri di comando locali dell’epoca sia sul piano civile che religioso.

 

Re Francesco I Due Sicilie. (Immagine da Wikipedia)

 

Re Ferdinando ormai molto anziano muore nel 1825, il suo è stato un regno lunghissimo seppure interrotto dalla parentesi francese. A lui succede il figlio Francesco I che dura solo 5 anni e che non viene ricordato per grandi cose fatte, considerando che la sua opera di governo è stata piuttosto reazionaria e non aperta alle novità.

 

Re Ferdinando II Due Sicilie.  (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1830 Francesco I muore e a lui succede il figlio Ferdinando II, più giovane e aperto del padre alle novità e con molta voglia di fare del bene. Purtroppo questa fase di apertura si rilega solo al periodo iniziale del regno di Ferdinando in quanto in età più adulta egli diventa più chiuso e conservatore, demoralizzato e spaventato dalle tante rivoluzioni presenti in tutta Europa. Fatto è comunque che anche grazie a Ferdinando II la situazione della Marsica trova una svolta importante.

Ferdinando infatti negli anni 1840 s’interessa del lago Fucino e sotto il suo governo viene riaffrontata la questione mettendo ad uno stesso tavolo ingegneri e finanziatori. Gli ingegneri in qualche modo stendono un nuovo progetto di recupero del vecchio canale di scolo romano migliorandolo e poi ci sono i finanziatori che si propongono di sostenere l’opera.

 

Il lago Fucino negli anni 1840 da un incisione di Eduard Lear

 

Dopo diversi anni di discussioni e un avanti e indietro durato un bel po’ si arriva al banchiere Alessandro Torlonia che studiata l’opera e i ricavi che questa  poteva offrire a se stesso e alla sua famiglia decide di buttarvisi e legarsi ad essa per realizzarla. Ora indipendentemente dai meriti di Torlonia, dei suoi ingegneri e degli operai che l’hanno realizzata, sicuramente anche l’operato del re, magari solo indiretto, ha comunque favorito il suo avvio.

Negli anni 1840 mentre si decide l’operazione più giusta per il Fucino, Tagliacozzo vive la sua discesa finale sul piano centralistico amministrativo a favore di Avezzano che diviene sempre più il capoluogo dell’intera provincia marsa.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1840

Porta delle Morgie di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo nel 1840 è un paese piuttosto isolato che ha perso molta della sua importanza e perdipiù la sua posizione lo rende un borgo piuttosto inospitale, a causa dell’enorme freddo e della grande quantità di neve che avviene in inverno. Tuttavia nonostante la sua inospitalità naturale la popolazione continua a viverci occupandosi nelle sue attività tradizionali della pastorizia, dell’artigianato che qui vanta una discreta presenza, ecc.

Il paese come tanti borghi della Marsica è profondamente religioso e la religione qui conta. Le feste religiose infatti scandiscono bene i tempi dell’anno sia sul piano religioso che soprattutto sociale. 

 

 

– Terranera e la chiesa di San Lorenzo nel 1840

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Lorenzo nel 1840 appare come una piccola struttura religiosa di montagna, che è motore e centro della piccola comunità del paese di Terranera. Il paese composto da povera gente dedita alla pastorizia e all’agricoltura, è anche molto religiosa e come nei secoli passati segue fedelmente le feste religiose. 

 

Chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Anzi queste scandiscono i tempi di questa piccola comunità, la cui vita si svolge quasi interamente nel territorio del paese di Terranera. Sul piano civile e burocratico Terranera nel 1814 è stata confermata come frazione del comune di Rocca di Mezzo, il quale ha sotto se come frazioni anche Rocca di Cambio, Fontavignone e Rovere.

 

 

– Rocca di Cambio diventa comune autonomo (1849)

Rocca di Cambio oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1849 Rocca di Cambio riesce a tornare comune autonomo, dopo un duro lavoro della comunità locale contro la presa d’atto locale fatta nel 1814. Da ciò ne deriva che Rocca di Mezzo rimane con tre frazioni, ovvero  Terranera, Fontavignone.

 

 

– Il brigantaggio nell’altopiano delle Rocche sotto i Borbone (1815-50)

Assalto dei briganti ad una diligenza nel 1817

 

Il XIX secolo è sicuramente ricordato in Abruzzo come il grande secolo del brigantaggio. Questo fenomeno ormai antico di secoli, per una serie di motivi tende ulteriormente a svilupparsi raggiungendo l’acme sotto i Borbone, per poi declinare sotto il regno d’Italia.

Nell’Altopiano delle Rocche abbiamo notizia della presenza di diverse bande di briganti e di diversi briganti resisi famosi come Bucci, Scialboni, Vampa e Gasparone.

 

 

– I duri anni ’50

Nel regno delle Due Sicilie non erano in tanti i simpatizzanti verso il processo di unione dell’Italia, ma una certa crisi sociale ed economica finiscono per aumentarne il numero. Se a questo ci si mettono i tanti errori di Ferdinando II dopo i moti del 1848 allora il quadro inizia a preoccupare lo stesso re. Fatto è che dopo i moti del 1848 il re cerca di mettere una pezza a queste perduranti moti imponendo un duro regime di polizia. Il duro regime di polizia viene ulteriormente rafforzato nella zona abruzzese al confine con lo Stato della Chiesa.

Qui oltre che temere una possibile invasione da parte di qualche stato straniero vi è il reale pericolo del brigantaggio che nelle zone di frontiera tende a rafforzarsi vista la possibilità di espatriare, senza essere presi, solo che ora il fenomeno è giunto ad un livello insopportabile. Inoltre come se non bastasse una piccola ma significativa quota di persone benestanti, prova a favorire l’unione con il resto d’Italia surriscaldando gli animi. La polizia prova ad arginare il fenomeno mettendo in carcere nel Palazzo Ducale i maggiori capi del momento come Filippo Mastroddi, o don Luigi Vacca di Pereto.

Fatto è comunque che tra patrioti e briganti la polizia borbonica a un bel da fare nel fronteggiare il fenomeno e si trova sempre più spesso in difficoltà. Dal carcere di Palazzo Ducale che è sempre ben pieno di gerdameria riescono a fuggire diverse persone, rendendo in parte vani gli sforzi dei soldati. In più la gendarmeria alla frontiera significa maggiori uomini a Tagliacozzo e Avezzano, i maggiori centri dell’epoca.

Il re per provare ad arginare il fenomeno regola con lo Stato della Chiesa i confini tra i due stati, a maggior ragione che il processo di definizione dei confini fra stato pontificio e regno delle Due Sicilie rimaneva vacante dal 1793. Così nel 1853 vengono definitivamente regolati i confini tra i due stati e per renderli ben osservabili vengono posti dei cippi di confine con sul lato l’immagine del logo pontificio e sull’altro del regno borbonico.

Diversi di questi sono ancora presenti anche a Cappadocia, dove è possibile osservarli poco fuori il paese.

Altra grave tegola che si manifesta in questo periodo è un’epidemia di Colera che colpisce la Valle di Nerfa nel 1854. I primi episodi si verificano a Petrella Liri che diventano tanti nel giro di poco tempo. Al momento non abbiamo notizia di episodi del genere anche a Cappadocia e Verrecchie ma immaginando l’intensità della malattia quasi sicuramente vi sono stati anche a Cappadocia e probabilmente anche a Verrecchie.

 

 


 

 

– La caduta dei Borbone e la nascita del regno d’Italia

Da tempo ormai il regno delle Due Sicile vive una fase di decadenza dove Ferdinando II dopo i fatti del 1848 è divenuto via via sempre più reazionario e antidemocratico portando in questo modo indietro nel tempo lo stato delle Due Sicilie. La borghesia dell’epoca prova inizialmente a far emergere delle riforme, ma la determinazione del re di spegnere le proteste, porta ad un collasso politico o meglio ad uno scollamento tra classe dirigente e sovrano, mentre ancora il popolo minuto grazie alla stretta militare rimane fedele al re.

 

Lo sbarco dei Mille in Sicilia. (Immagine da Wikipedia)

 

Ormai però è solo questione di tempo e anche i Borbone cadono. Il momento giunge nel 1860 allorquando Garibaldi prende l’iniziativa per la conquista del regno delle Due Sicilie e partendo da Quarto vicino Genova arriva in modo molto fortunato a Marsala in Sicilia e con l’aiuto di 1000 volontari riesce poco alla volta a convincere la popolazione e la nobiltà siciliana a rivoltarsi contro i Borbone. Il grande genio di Garibaldi ha la meglio sul poderoso esercito borbonico che viene perdendo contro l’esercito garibaldino sempre più numeroso.

 

I Garibaldini entrano a Palermo. (Immagine da Wikipedia)

 

I Garibaldini prendono Milazzo. (Immagine da Wikipedia)

 

L’esercito garibaldino battaglia dopo battaglia conquista sempre più spazio e terreno contro i Borbone. Dapprima cade la Sicilia e poi via via tutte le altre regioni del regno mano a mano che Garibaldi risale la penisola. All’inizio di settembre Garibaldi arriva in Campania, spingendo così il re Francesco II ad abbandonare Napoli il 6 settembre, permettendo così a Garibaldi di entrare in una Napoli festante il giorno dopo 7 settembre 1860.

 

Francesco II abbandona Napoli il 6 settembre. (Immagine da Wikipedia)

 

Garibaldi entra a Napoli festante il 7 settembre. (Immagine da Wikipedia)

 

A questo punto Francesco II prova a riorganizzare le sue forze armate e tenta un ultimo assalto ai Garibaldini a fine mese. Così si hanno le decisive battaglie di Garigliano e Volturno che sono vinte dai Garibaldi e dai suoi uomini. Dall’altra parte i Piemontesi scendono di corsa nella penisola per completare l’unione politica. I Piemontesi infatti dopo aver assorbito nei mesi precedenti le regioni del centro nord Italia procedono ad occupare le regioni pontificie delle Marche e Umbria e l’Abruzzo ancora in parte borbonica.

 

Battaglia del Volturno vinta dai Garibaldini il 1 ottobre 1860. (Immagine da Wikipedia)

 

Incontro di Teano il 26 ottobre. (Immagine da Wikipedia)

 

Proclamazione del regno d’Italia (17-3-1861). (Immagine da Wikipedia)

 

Vittorio Emanuele II re d’Italia. (Immagine da Wikipedia)

 

Garibaldi incontra poi a Teano Vittorio Emanuele II consegnandogli idealmente il sud Italia. Da qui a qualche mese le ultime resistenze borboniche sono sconfitte e può nascere finalmente il tanto agognato regno d’Italia il 17 marzo 1861 con la proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d’Italia.

 

 

– La Marsica  nel periodo risorgimentale

Il lago Fucino nel 1860. (Immagine da Wikipedia)

 

Durante il periodo risorgimentale diciamo nel 1860-61 la Marsica vive un periodo di profondo cambiamento climatico e strutturale dato dal prosciugamento del Lago Fucino, portato avanti dal Banchiere Torlonia. Torlonia riesce con coraggio e molto denaro a portare avanti una maestosa opera idraulica senza precedenti fino a quel momento, riuscendo nell’arco di 20 anni a prosciugare l’immenso lago Fucino, creando dei canali sotterranei che accompagnandosi a quelli romani permettono all’acqua del lago di defluire verso il fiume Liri. Questo cambiamento porta e porterà conseguenze molto importanti per il territorio.

Nell’Altopiano delle Rocche e nei posti un po’ più isolati come possono essere Rocca di Mezzo o Rocca di Cambio gli echi della grande opera idraulica arrivano lontani e distratti non essendo il territorio rocchigiano direttamente interessato dall’opera. In questo periodo la vita nel comune marsicano sembra scorrere tranquilla, ma la nascita del regno d’Italia fa sentire i suoi effetti anche qui.

 

Il lago Fucino nel 1863 circa con i lavori di prosciugamento che vanno avanti

 

Nella Marsica infatti la popolazione è ancora filo-borbonica e a ciò si aggiunge una possente propaganda messa in piedi dal clero locale che non vede di buon occhio il cambio di regime. Fatto è che la Marsica inizialmente si schiera con Francesco II e la sua idea di ritornare sul trono napoletano. La popolazione rivuole Francesco II a Napoli, e sulla base di ciò Francesco tenta di un accordo con le bande criminali. Va così che diversi uomini di Francesco si rechino dai capi banda per siglare un accordo che alla fine viene raggiunto, ma viene malvisto un po’ da tutti sia dalla popolazione locale costretta a sorreggere queste bande che dalla stessa monarchia che si sente umiliata.

L’accordo fra le parti prevede per Francesco un suo ritorno sul trono napoletano nel caso di vittoria e per le bande un loro ritorno alla legalità inquadrate nel nuovo esercito regio. L’accordo fra le parti prevede forti rivolte contro il nuovo regime dei Savoia. Il nuovo governo nazionale manda le forze armate nel sud Italia per fermare le ultime sacche di resistenza borbonica e soprattutto la fine del brigantaggio.

In quasi tutti i paesi della Marsica la popolazione accetta seppure malvolentieri l’accordo e inizia una ferma opposizione contro il nuovo regime. Qui e nel resto d’Abruzzo e Appennini dove le bande criminali sono più forti lo Stato concentra le sue truppe e ciò è vero soprattutto nelle zone di confine come Tagliacozzo o appunto l’altopiano delle Rocche, ovvero nei comuni più esposti.

 

 

 


 

 

– La fine del Brigantaggio nella Marsica (1860-70)

Rapina da parte dei Briganti a una carrozza nel 1865

 

Nel periodo risorgimentale 1860-70 La Marsica e nello specifico l’Altopiano delle Rocche vivono una fase di generale ansia a causa dell’instabilità 

presente al livello generale e soprattutto per la forte presenza di bande di briganti nelle montagne circostanti. L’accordo fra Francesco II e le bande regge per qualche tempo almeno fino all’inizio del 1861 permettendo inizialmente qualche grosso smacco al nuovo governo nazionale.

Tuttavia la forte indisposizione delle bande che mal sopportano questa situazione, le riportano a alle loro tradizionali attività di ruberie e violenze contro le povere e inermi popolazioni locali. Ciò induce dapprima un forte malcontento popolare verso queste bande e poi un vero e proprio odio finendo per far accettare alla popolazione del sud Italia lo status quo e i nuovi governanti, purchè questi eliminassero queste bande.

Ciò è quello che succede anche nella Marsica, dove si assiste a molti episodi di scontri tra soldati della nuova polizia italiana e i briganti, ma anche con la vecchia polizia borbonica. Fra questi ricordiamo un’episdodio che riguarda un colonello borbonico.

 

Il generale Josep Borges, (Immagine da Wikipedia)

 


Il militare in questione è il generale Borjes, capo militare borbonico, che per conto dell’ex re Francesco II, si muove lungo l’Abruzzo e gli Appennini per fare da congiuzione fra re e le bande di briganti per convincere queste a operare per Francesco II contro il governo e il re savoiardo. Ebbene Borjes alla fine del 1860 si trova nella Marsica, precisamente a Balsorano il 5 ottobre 1860, in fuga per raggiungere Roma in quanto inseguito dai militari italiani.

Questo episodio si ricollega alla presenza piemontese nel paese marsicano poichè a Balsorano, posto nella parte sud della Valle Roveto, si trovano dalla metà del 1861 i soldati piemontesi che trattano il borgo come una base militare posta negli Appennini nella lotta al brigantaggio. L’occupazione piemontese dura fino al 1868, anno in cui le truppe comandate dal generale Emilio Pallavicini terminano di soffocare tutte le bande di briganti presenti lungo la Valle Roveto.

Di seguito facciamo un breve sunto cronologico di questi anni e all’interno di questa ricostruzione storica compaiono notizie riguardanti sommosse avvenute presso l’Altrpopiano delle Rocche con i vari borghi connessi.

 

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1860:

L’Abruzzo Ulteriore Secondo come altre province del Mezzogiorno, dopo aver subito la guerriglia filoborbonica, è soggetta anche al fenomeno del brigantaggio locale che si sviluppa nelle zone montuose del Cicolano, del Sirente e dell’Altopiano delle Cinquemiglia. 

Le popolazioni sono inoltre sistematicamente vessate anche dalle bande provenienti da oltre frontiera che organizzano basi in Molise, in Terra di Lavoro e nelle zone di confine dello Stato Pontificio. Proprio dai territori di frontiera viene scatenata da parte borbonica la guerriglia, con lo scopo di colpire le retrovie e distrarre dal teatro bellico principale le forze garibaldine impegnate sul Volturno. Infatti, nel settembre 1860, viene allestita a Gaeta una brigata leggera posta al comando del colonnello Theodor Friedrich Klitsche de la Grange. Questi occupa Sora il 28 settembre, organizzò ed effettua scorrerie che interessano nell’ottobre anche Balsorano e Civitella Roveto. 

Le vittorie di Klitsche de la Grange, causano sommosse e disordini in numerosi paesi tra cui Campo di Giove, Palena, Pettorano sul Gizio, Rovisondoli, Roccaraso e Castel di Sangro.

Il 1 ottobre 1860 la reazione si estende all’intera Marsica, dapprima a Tagliacozzo, Villa San Sebastiano, Cappadocia e Petrella Liri e poi il 7 ottobre insorgono anche Carsoli, Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio, Rovere e Terranera.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Quindi l’11 ottobre insorge anche Avezzano, le cui autorità invitano il colonnello Klitsche de la Grange ad occupare l’intera Marsica. Alla rivolta di Avezzano segue quella di altri centri del circondario come Celano, Scurcola Marsicana, Trasacco, Collarmele, Cerchio e Pescina. Nella Marsica rimangono in mano dei liberali i soli comuni di Magliano dei Marsi e di Gioia dei Marsi. 

Ad Avezzano nel frattempo tra il 17 e il 19 ottobre arriva il Klitsche de la Grange, che il 20 occupa Magliano de’ Marsi e poi Scurcola Marsicana, Celano, Rocca di Mezzo e alcuni paesi nei pressi dell’Aquila, tra cui San Demetrio ne’ Vestiniminacciando così di invadere la città. Nel frattempo, le truppe di Vittorio Emanuele II, entrate il 12 ottobre negli Abruzzi, avanzano sugli obiettivi fissati divise in vari scaglioni.

La brigata “Bologna” (39°-40°), posta agli ordini del generale Ferdinando Augusto Pinelli, raggiunge Terni per poi trasferirsi verso fine ottobre all’Aquila mentre le truppe del IV e del V Corpo d’Armata, seguendo itinerari diversi, dopo aver occupato pacificamente il 16 ottobre la Fortezza di Pescara e le città di Chieti, Sulmona e L’Aquila, si riuniscono il 19 ottobre a Roccaraso per proseguire la loro avanzata verso Isernia. Superata Roccaraso, le truppe piemontesi si scontrano il 20 ottobre al valico del Macerone con le forze del generale borbonico Douglas-Scotti che subì una pesante sconfitta.

Malgrado il contesto, il 21 ottobre sono indetti i plebesciti durante lo svolgimento dei quali si verificano disordini e sommosse.

Il 27 ottobre insorge Campotosto, e alcuni villaggi nei pressi di Montereale mentre altri tumulti, si sviluppano: nel Cicolano a Fiamignano, Radicaro e Pescorocchano; nella Valle del Sirente a Gagliano Aterno, Fontecchio, Castelvecchio Subequo, Secinaro, Fagnano, e Tione degli Abruzzi. Malgrado gli interventi della Guardia Nazionale i focolai della reazione si estendono anche a Borgo San Pietro, Petrella del Salto e la frazione di Capradosso.

Nel frattempo la città dell’Aquila, per rispondere alla minacciata invasione della città da parte delle formazioni di Klitsche de la Grange, ottiene dalle autorità militari contingenti della brigata “Bologna” (39°- 40°) dei bersaglieri che giungono al comando del generale Ferdinando Augusto Pinelli il 25 ottobre. Il Pinelli dopo aver effettuato una pesante incursione su Pizzoli e San Vittorino, il 4 novembre dichiara lo Stato d’assedio nella provincia istituendo una Corte marziale. 

Per stroncare le ribellioni in atto, il Pinelli marcia anche sulla città di Avezzano occupata dai legittimisti. Due colonne mobili muovono quindi verso la Marsica di cui u na agli ordini del colonnello Pietro Quintini si dirige su Cittaducale e Collefegato, l’altra al comando del Pinelli, marcia verso Avezzano che viene occupata il 20 novembre 1860.

La colonna del colonnello Quintini, invece, con due compagnie del 40º fanteria e due del IX battaglione bersaglieri si dirige verso Avezzano seguendo l’itinerario Antrodoco, Cittaducale, Capradosso, Fiamignano, Collefegato, Magliano dei Marsi. Debellate le sacche di resistenza, la colonna raggiunge il 16 novembre Capradosso e poi Fiamignano.

Ristabilito l’ordine il Quintini prosegue nella marcia e lasciate due compagnie a protezione di Tagliacozzo, il 26 novembre si ricongiunge ad Avezzano con il generale Pinelli. La partecipazione del generale Pinelli agli eventi che si verificano in quest’area non dura molto a lungo.

 

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1861:

 

Nel gennaio 1861 si trasferisce nell’area operativa dell’Abruzzo Ulteriore II per ottenere la resa di Civitella del Tronto e contrastare le reazioni provocate da elementi filopapalini nei pressi di Ascoli Piceno. Nel frattempo, nei territori di confine con lo Stato Pontificio, i gruppi legittimisti, al comando del colonnello Francesco Saverio Luverà e dell’avv. Giacomo Giorgi, entrano il 10 gennaio 1861 a Carsoli e il 13 a Tagliacozzo.

 

Piazza Obelisco a Tagliacozzo oggi. (Immagine personale)

 

La guarnigione piemontese, composta da 400 uomini del 40º fanteria, sotto l’assalto di forze preponderanti, è costretta a ritirarsi. Il Luverà rientrato a Roma per ottenere rinforzi lascia il comando a Giacomo Giorgi invitandolo a mantenersi sulle posizioni occupate e ripiegare in caso di attacco nel Cicolano. Partito il Luverà, Giacomo Giorgi nella giornata del 19 gennaio disobbedisce agli ordini ricevuti attaccando e conquistando Scurcola Marsicana. La difesa, costituita da un contingente del 6º fanteria, è obbligata a ritirarsi fuori città dopo aver messo in allarme i presidi di Magliano dei Marsi, Avezzano e Cappelle dei Marsi. 

 

Il castello di Avezzano prima del terremoto di Gioia dei Marsi del 1915.

 

Nella tarda serata le formazioni del Giorgi accampate a Scurcola Marsicana sono attaccate e disperse dalle truppe piemontesi giunte da Avezzano e da Magliano de’ Marsi. Il Luverà, giunto nel frattempo a Carsoli con i rinforzi, non avendo armi a sufficienza per tutti i suoi uomini, si trova costretto a riparare il 6 febbraio 1861 a Oricola. 

Il 10 febbraio, dopo i combattimenti che si verificano nei pressi dell’Abbazia di Casamari e a Bauco, il Luverà decide di attaccare Collalto Sabino che viene conquistata e messa a sacco il 12 febbraio 1861. 

 

Carsoli ad inizio ‘900

 

Giunta la notizia della caduta di Gaeta, le formazioni del Luverà rientrano ad Oricola prima di disperdersi e/o arrendersi. Solo una piccola banda, comandata da Luigi Alonzi alias “Chiavone”, rifiuta di cedere le armi e, dopo essersi riorganizzata, riprende le scorrerie attaccando nel mese di aprile un distaccamento del 44º fanteria a Luco dei Marsi e assalendo nel luglio San Giovanni e San Vincenzo Valle Roveto. 

Fallito il tentativo del Luverà, caduta Gaeta il 13 febbraio, capitolata il 12 marzo 1861 la cittadella di Messina e il 20 marzo quella di Civitella del Tronto, i borbonici, ormai severamente sconfitti, non abbandonano l’idea di una restaurazione del Regno delle Due Sicilie continuando ad ottenere l’appoggio del Clero e della Curia romana. Da Roma quindi, attraverso i comitati borbonici diffusi sul territorio, i legittimisti proseguono la loro azione formando bande di consistenza variabile che furono poste al comando di capi ormai troppo compromessi per ottenere il perdono.

Nell’anno 1861 quindi, come in quelli che seguono, la lotta prosegue colpendo in particolare i territori di Chieti, Sulmona, Teramo, Avezzano e L’Aquila e le aree montuose del Gran Sasso e del Sirente, della Majella, della Marsica, della Valle Roveto, del Cicolano e dell’Altopiano delle Cinquemiglia.

Lo sviluppo del brigantaggio rende famose alcune bande anche nell’Abruzzo Ulteriore Secondo e più in particolare:

 

– nel Cicolano, quelle di Aurelio Ricciardi, dei fratelli Michele e Bernardino Pietropaoli, dei fratelli Angelo e Domenico De Sanctis, di Giovanni Colaiuta, di Domenicantonio Orfei e di Berardino Viola, quest’ultimo a capo della banda di Cartòre;

– sulle montagne del Sirente, operano altre bande dislocate nelle vicinanze di paesi a loro favorevoli e agevolate da manutengoli e tra queste quella di Vincenzo Vacca alias “Cannone”, di Francesco Presutti detto Francescone e di Angelo del Guzzo; nella zona dell’Altopiano delle Cinquemiglia e delle montagne di Scanno, si dislocano le bande formate da Nunzio Tamburrini, Primiano  Marcucci, Croce di Tola e altri che con le loro scorrerie si spinsero nel Chietino, nel Molise e anche in Terra di Lavoro.

Nello stesso periodo a Pescorocchiano si distingue la banda di Fiore Sallusti cui si unisce spesso quella del Colaiuta operante presso Fiamignano. Tra i capi “storici” ancora alla macchia anche Ascenso Napoleone che, catturato nel mese di aprile 1861 dalle guardie nazionali, di Collefegato, è trasferito a Fiamignano e poi fucilato.

 

Fucilazione di un brigante nel 1861. (Immagine da Wikipedia)

 

Furti, reati, assalti contro le persone, ricatti e sequestri si susseguono per molti anni fin oltre il 1870.

 

Rapina da parte dei Briganti a una carrozza nel 1865

 

Oltre alle incursioni delle bande già citate l’Abruzzo aquilano continua a essere oggetto di aggressione delle bande operanti nelle zone di confine con lo Stato Pontificio, come l’attacco dei Briganti il 3 giugno 1861 a Castel di Sangro. 

 

Roccavivi oggi. (Immagine da Wikipedia)

 

Il 27 giugno 1861, gli uomini di Chiavone entrano a Roccavivi e il 14 luglio successivo attraversata la Valle Roveto saccheggiarono i borghi di San Vincenzo e San Giovanni. Il 14 luglio le formazioni di Luigi Alonzi occupano inoltre Collelongo e Villavallelonga per tentare di congiungersi con le bande della Majella, ma il tentativo non riuscì.

 

Scontro a fuoco tra i Briganti e polizia italiana

 

Infatti, Chiavone nei pressi di Pescasseroli si scontra con alcuni reparti del 35º fanteria; decisa la ritirata cerca di ripassare il Liri presso Balsorano, ma durante il guado è sorpreso da una colonna del 44º fanteria che gli arreca sensibili perdite. Altre piccole operazioni vengono sviluppate nel novembre del 1861 dalle bande locali tra cui quelle di Colaiuta che agisce a Morrea e di quelle Giovanni di Giovanni che attacca i centri di Pietrasecca e Pereto.

Nel novembre 1861 si rifa vivo il Chiavone che invade Civita d’Antino saccheggiando case e catturando ostaggi. Tra i tanti avvenimenti che si verificano alla fine del 1861 è da ricordare anche la cattura, avvenuta l’8 dicembre del 1861, nei pressi di Castelvecchio di Sante Marie nell’Abruzoo Ulteriore Secondo di Jorge Luis Borges che, lasciato Carmine Crocco e la Basilicata in novembre, è catturato e fucilato a Tagliacozzo dai Bersaglieri del capitano Enrico Franchini.

 

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1862:

Superato l’inverno le organizzazioni brigantesche riorganizzate, rifornite e dotate dai comitati borbonici di nuovi mezzi finanziari ripresero nella primavera del 1862 la loro attività. Si mossero anche le formazioni di Chiavone e poi dello spagnolo Rafael Tristany, nominato nel frattempo da Francesco II , comandante delle truppe insorgenti degli Abruzzi che colpiscono in particolare la Valle del Liri, il Fucino e l’Abruzzo Ulteriore Secondo. Le autorità militari potenziano i presidi, ma i provvedimenti assunti non sono sufficienti a scongiurare gli assalti dei paesi più indifesi e maggiormente esposti.

Il 6 aprile 1862 circa: 200 uomini, posti al comando di Pasquale Mancini, assaliscono e devastano Luco dei Marsi, presidiato da un piccolo reparto del 44º fanteria della brigata “Forlì” prima di essere dispersi dalla truppa; durante gli scontri cade Pasquale Mancini e numerosi altri briganti.

Il 10 maggio 1862: Chiavone invade e saccheggia Fontechiari, il 7 giugno Pescosolido; nei giorni successivi raggiunge l’Altopiano delle Cinquemiglia, dove si riunisce alle bande abruzzesi di Luca Pastore e di Nunzio Tamburini. 

Il 17 giugno 1862: Chiavone occupa Castel di Sangro, dove viene respinto subendo pesanti perdite. Rientrato con i superstiti in territorio pontificio Chiavone è fatto fucilare dal comandante borbonico Rafael Tristany.

La vita per le bande, già di per sé non semplice, si complica con la proclamazione dello Stato d’assedio a seguito delle imprese di Giuseppe Garibaldi che si concludono nella Giornata dell’Aspromonte, restrizioni nel movimento delle persone, arresti, di manutengoli e aumento della vigilanza non riducono però l’attività delle bande finanziate e rinforzate con nuove leve dai comitati borbonici, nella speranza di poter approfittare della situazione in atto e sviluppare nuovi tentativi di restaurazione del regno di Francesco II.

Si formano quindi nel giugno del 1862 le bande dei fratelli Francesco ed Evangelista Guerra, e a queste si associano le formazioni di Domenico Fuoco, Alessandro Pace ed altri capi minori. Restarono comunque in attività le bande dei fratelli De Sanctis, Antonio ed Aurelio Ricciardi, di Fiore Sallusti e di Bernardino Viola evaso dalle carceri. 

Nel settembre 1862: le bande del Cicolano, dell’Aquilano e della Marsica si uniscono formando la banda detta “di Cartòre” che agì a  Collefegato, Fiamignano, Pescorocchiano, Tornimparte, Lucoli, Magliano dei Marsi e altri paesi.

Tra i capi Bernardino Pietropaoli, Berardino Viola, Candido Vulpiani, Aurelio Ricciardi Domenicantonio Orfei, Fiore Salvatore, Giovanni Colaiuta ed altri. Nel novembre 1862 Aurelio Ricciardi, Domenicantonio Orfei e Fiore Sallusti con altri gregari, diretti verso il confine pontificio sono sorpresi dalla Guardia nazionale di Oricola e da un reparto di bersaglieri. Domenicantonio Orfei e Fiore Sallusti riescono a fuggire alla cattura e a dileguarsi sui monti della Piana del Cavaliere mentre gli altri e tra questi i fratelli Ricciardi, sono fucilati a Oricola.

 

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1863-70: La fine del brigantaggio

Cattura di briganti da parte della polizia italiana nel 1864

 

Molti altri episodi di brigantaggio si verificano durante il 1863, il 1864 e negli anni successivi colpendo in particolare i territori dell’Abruzzo Citra e dell’Abruzzo Ulteriore Secondo estendendosi al Molise e in Terra di Lavoro. E ciò malgrado i provvedimenti adottati dal Governo tra cui la Legge Pica, che rimane in vigore fino al 1865.

Infatti, nel 1863 i briganti sviluppano numerose scorrerie nelle varie province degli Abruzzi e anche al confine pontificio. Il 24 aprile 1863, il 6º fanteria rioccupa Civita d’Antino, nella Valle Roveto, ancora nelle mani della banda di Rafael Tristany.

Nell’inverno del 1863 anche la banda dei fratelli De Sanctis si scioglie; morto di vaiolo Sabantonio, gli altri due fratelli si costituiscono.

 

Nel 1864 nella provincia dell’Aquila, malgrado la presenza di forze regolari e volontarie, Primiano Marcucci, Bernardino Viola e Nunzio Tamburini imperversano nella regione, effettuando scorrerie in provincia di Chieti e nel Molise. Nel Cicolano la banda di Michele, Domenico e Bernardino Pietropaoli viene sorpresa nell’agosto da un reparto di bersaglieri e di guardie nazionali e dispersa nei pressi di Poggiovalle mentre nel 1865 sempre nel Cicolano continuano a scorrere la campagna, Domenicantonio Orfei, Giovanni Colaiuta, Berardino Viola e Candido Vulpiani.

I provvedimenti adottati dal Governo non hanno particolari risultati anche se molti capi caduti in combattimento o catturati vengono a mancare. Infatti, il brigantaggio nel cicolano e in altre zone degli Abruzzi, si mantiene vitale anche nel corso della Terza guerra d’indipendenza italiana, per poi estinguersi dopo la Presa di Roma avvenuta nel 1870, unitamente allo scioglimento delle zone militari che si concretizza il 19 gennaio 1870.

 

 


 

 

– Rocca di Mezzo negli anni 1860-70

Scorcio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo entrata nel nuovo regno d’Italia rimane comune autonomo, ma ancora dipendente dal circondario di San Demetrio. Sul piano demografico il paese conta nel 1861 2849 unità, con la quasi totalità della popolazione ignorante e dedita in parte alla pastorizia e in parte all’artigianato qui sempre abbastanza presente.

Al momento dell’entrata nel nuovo regno d’Italia Rocca di Mezzo come molti paesi d’Abruzzo è filoborbonica e insieme ad altri paesi d’Abruzzo e della Marsica, si solleva contro il nuovo stato savoiardo anche accettando malvolentieri l’accordo fra briganti e Borbone.

Fra 1860 e 1862 si verificano diversi episodi nei quali Rocca di Mezzo è protagonista di sommosse seppure non sempre importanti, ma ad un certo punto il paese come molti altri della Marsica diventa oggetto di criminalità da parte dei Briganti, che infieriscono sulla povera popolazione, facendosi forti di tanti nascondigli presenti nel territorio dell’Altopiano delle Rocche. D’altra parte l’Altopiano delle Rocche, essendo un territorio impervio e con molti nascondigli, dati dalla sua struttura carbonatica, che permette la formazione di numerose grotte anche molto grandi, si rivela perfetto per questi criminali.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Con il passare del tempo però questi episodi criminali da parte dei briganti diminuiscono, fino a scomparire e ciò sia per il forte impegno della guardia nazionale nel combattere queste bande, sia per il forte distacco della popolazione, che ad un certo punto accetta il nuovo corso dei Savoia, abbandonando questi briganti, che sono diventati troppo violenti con loro.

Durante questo decennio di assestamento Rocca di Mezzo, Terranera così come molti altri centri abitati, vivono un po’ isolati e smarriti nella nuova realtà nazionale e solo con il tempo la situazione migliora, permettendo a tutti di trovare un nuovo equilibrio seppure precario, che con il tempo finirà per consolidarsi.

 

 

– Terranera nel 1860-70

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera così come Rocca di Mezzo vive con alti e bassi il nuovo quadro nazionale, sentendosi smarrita e confusa. All’inizio infatti tra il 1860 1861 anche gli abitanti di Terranera si sentono invasi dai Savoia e per nulla accondiscendenti al nuovo corso si ribellano, accettando anche la nuova alleanza fra Borbone e Briganti.

Tuttavia questa fase dura poco anche a causa delle condotte molto negative dei briganti contro la popolazione inerme, che spinge questa a cambiare idea sui Savoia e l’Italia, finendo verso la metà del decennio ad accettare completamente il nuovo corso storico.

L’accettazione del nuovo corso storico si rende possibile soprattutto per il ristabilimento di un certo ordine sociale, assicurato dalla nuova guardia nazionale, che come accennato combatte e vince i briganti, rendendoli inoffensivi verso le popolazioni locali.

 

 

– Terremoto di Balsorano del 1873

 

Nel 1873 una forte scossa sismica si verifica nell’area balsoranese. Il terremoto porta ad alcuni crolli e lesioni e forse qualche ferito, ma per fortuna nulla più. La scossa comunque si risente in tutta la Marsica, producendo però danni estremamente vivi in diversi paesi.

 

 

– Il lavori finiscono i lavori di prosciugamento del Lago Fucino

Il castello Colonna ad Avezzano ad inizio ‘900

 

Il banchiere Torlonia riesce nella storica impresa di prosciugare il Lago Fucino, portando la Marsica a cambiare completamente volto e abitudini. Una vera rivoluzione sociale. Gli ex pescatori divengono agricoltori. La conseguenza forse più pesante di questa grande impresa è il cambiamento del microclima locale che porta alla fine di diverse colture e produzioni locali come la vite o l’olio.

 

Palazzo Torlonia ad inizio ‘900

 

Torlonia per meglio gestire l’enorme carico di lavoro per il prosciugamento del Fucino trasferisce ad Avezzano l’amministrazione principale dei suoi affari ponendola in un enorme palazzo costruito apposta. Così facendo Avezzano si afferma definitivamente come centro della Marsica sul piano amministrativo. Qui dal 1862 è presente anche il tribunale che lavora bene la giustizia locale.

– Muore il re. Viva il re!

Re Umberto I. (Immagine da Wikipedia)

 

Il 9 gennaio 1878 muore re Vittorio Emanuele II. Gli succede il figlio Umberto I.

 

 

– La Marsica occidentale: tra povertà e speranza (1880) 

Nel 1880 la Marsica è in piena espansione demografica e questo porta con se vecchi e nuovi problemi. Nella Marsica occidentale le vecchie dogane non esistono più e nella zona si viene procendendo a rendere più efficienti le vie di collegamento tra Roma, Tagliacozzo, Avezzano, Rieti, Frosinone e gli altri grandi centri del centro Italia. Le vie presenti a Tagliacozzo dalla Tiburtina-Valeria alla strada di collegamento tra Avezzano e Rieti e altre sono in costante fase di miglioramento. Ciò porta sicuramente benefici.

Diciamo che gli anni 1880 sono anni poveri, ma anche pieni di speranza alla ricerca di un nuovo equilibrio che dia maggiore reddito e una migliore condizione di vita. Questa speranza seppure continuamente messa alla prova dalle avversità climatiche e altro è ben viva nella cittadinanza dopo l’iniziale delusione della prima fase post unitaria. Le gravose tasse fatte dal governo centrale incidono in modo vistoso sulle condizioni familiari dei più poveri.

Però nonostante tutto la popolazione è positiva. Nel 1889 poi arriva il primo collegamento ferroviario importante che mette in comunicazione Roma con Pescara e Tagliacozzo è una delle stazioni di passaggio di questo importantissimo nodo di comunicazione.

All’inizio degli anni 1880 seppure i prati delle montagne dell’Altopiano delle Rocche sono ancora dominati dal pascolo delle pecore, queste cominciano ad essere di meno.

Con la diminuzione delle pecore un certo tipo di economia ancora ben presente nella zona inizia a declinare. Allo stesso tempo sorgono nuovi mestieri come il mulattiere che pur essendo un mestiere antichissimo è ora in questa parte d’Abruzzo in pieno sviluppo, a causa dello sfruttamento dei muli per la consegna delle merci che servivano per la costruzione della nuova ferrovia regionale. Dovendo in molti casi queste merci giungere in luoghi non accessibili altrimenti i muli vengono usati in modo intensivo e di riflesso chi li guida viene molto considerato.

 

 

– Rocca di Mezzo e l’emigrazione alla fine del secolo XIX (1890-1900)

Poveri emigranti che vanno verso il porto per imbarcarsi

 

La perdurante povertà presente nella Marsica e nell’Altopiano delle Rocche inducono molte persone ad emigrare per cercare fortuna altrove. Si genera così nel giro di qualche anno a cominciare dal 1890 un lento ma costante flusso di genti che va via dall’Altopiano delle Rocche diretta verso altri continenti soprattutto americano dirigendosi chi a nord in USA e Canada e chi a sud in Argentina e Brasile.

 

Famiglie di emigranti che si salutano al porto prima d’imbarcarsi

 

A Rocca di Mezzo sono molti i giovani che partono in cerca di fortuna tra il 1890 e il 1900. L’andamento della popolazione alla fine del secolo riflette in qualche modo questo dato, in quanto si registra un deciso rallentamento nella crescita demografica locale. Rocca di Mezzo al contrario di altre località, non si ferma mai e la sua popolazione cresce di continuo specie nel corso del secolo. Si passa infatti dai 3008 del 1871 ai 3814 unità del 1913.

Rocca di Mezzo quindi a fine XIX è un paese povero che viene crescendo sul piano demografico e sul piano lavorativo chi rimane continua nelle sue attività tradizionali della pastorizia e dell’agricoltura, ma qui è presente anche una certo artigianato che consente a diverse famiglie di andare avanti. Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 si sviluppa un primo nucleo abitativo in pianura segno della crescita della popolazione che non entra più nel vecchio borgo.

 

 

– Terranera e la chiesa di San Lorenzo a fine XIX secolo

Marsicani di Civita d’Antino ritratti alla fine diuna giornata di lavoro durante una bevuta in locale.

La stessa situazione si verifica anche negli altri paesidella zona come a Terranera

 

Anche Terranera come tutti i borghi marsicani cresce di popolazione. Il paese non ricco rimanendo un piccolo borgo montano, la cui popolazione è impegnato nelle attività tradizionali, che però non portano una grande ricchezza. Diversi giovani del paese come avviene in molti altri borghi del territorio partono per l’estero in cerca di fortuna.

 

Funzione religiosa di Civita d’Antino di fine ‘800.
Sono le stesse scene di vita religiosa presenti anche a Terranera.

 

In tutto questo troviamo ancora la piccola chiesa di San Lorenzo che rimane il motore sociale attorno a cui si sviluppa la vita del piccolo borgo. La popolazione di Terranera è molto religiosa e partecipa attivamente a tutte le feste e funzioni religiose che si svolgono nel corso dell’anno e che in qualche modo scandiscono il tempo che passa.

 

 

 


 

 

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XX SECOLO

 

– Muore il re. Viva il re!

Re Vittorio Emanuele III. (Immagine da Wikipedia)

 

Il 29 luglio 1900 viene ucciso in un attentato il re Umberto. Gli succede il figlio Vittorio Emanuele III.

 

 

– Rocca di Mezzo a inizio XX secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

All’inizio del ‘900 Rocca di Mezzo vede crescere esponenzialmente la propria popolazione raggiungendo la cifra record di 3814 unità. Nel corso del primo ‘900 assistiamo alla costruzione primo nucleo abitativo di Rocca di Mezzo che si viene sviluppando intorno alla chiesa di San Michele da pochi decenni divenuta chiesa pubblica.

Sul piano lavorativo Rocca di Mezzo è impegnata nelle attività tradizionali a cominciare dall’agricoltura coltivando lino, canapa, patate, grano, orzo, mais, lenticchie, ceci, piselli, segale e girasole.

La gente è povera e ignorante, ma è ben consapevole delle sue capacità e vuole migliorare e per questo tende a spostarsi per lavorare, come agricoltori presso la campagna romana, toscana e capuana. Allo stessotempo ci sono in Rocca di Mezzo ancora molte persone dedite anche alla pastorizia che viene svolta anche presso la campagna romana spostando le pecore. A Rocca di Mezzo sono presenti anche diversi artigiani come falegnami e ferraioli.

Nel corso degli anni 1910 però la dura vita di questi anni non producendo crescita economica e miglioramento di vita, spinge molti abitanti di Rocca di Mezzo ad emigrare all’estero, soprattutto verso gli USA e il Canada. Ciò si riflette sulla popolazione residente che diminuisce di colpo passando dai 3814 unità del 1901 ai 3490 del 1911.

 

 

– Terranera e la chiesa di San Lorenzo a inizio XX secolo

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

A inizio ‘900 il borgo di Terranera continua a presentarsi nello stesso modo in cui era a fine ‘800, ovvero come un piccolo borgo di montagna dedito alle sue attività tradizionali con una popolazione in crescita.

 

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La piccola chiesa di San Lorenzo continua ad essere come in precedenza il fulcro dell’attività civile e religiosa del piccolo borgo. Qui infatti abbiamo

 

 

– L’Italia nel 1912

L’Italia e le sue colonie nel 1912.

 

 

– Il terremoto di Gioia dei Marsi (1915)

Terremoto di Gioia dei Marsi (1915)

 

Il 13 gennaio 1915 un fortissimo terremoto si verifica nella Piana del Fucino con epicentro vicino Gioia dei Marsi, manifestandosi con una potenza 7 Mw.  Il terremoto si ha la mattina presto verso le 8:00 producendo un’immane tragedia a tutti i paesi che si affacciano sulla piana fucense, che vengono vengono rasi al suolo in pochi secondi con una conta dei morti spaventosa.

 

Il castello Colonna crollato dopo il sisma

 

L’antica chiesa di San Bartolomeo venuta giù con il terremoto del 1915

 

Le rovine di Avezzano dopo il sisma

 

Il maggiore disastro avviene ad Avezzano, il maggiore centro della Marsica, che viene rasa al suolo, con una conta dei morti pari a 10000 su 13000 abitanti totali. Muoiono tutti i maggiorati della città.

 

Il terremoto a Cerchio

 

Il terremoto di Gioia dei Marsi per la sua potenza distrugge tutta la Marsica facendo sentire i suoi effetti in tutto il centro Italia. Persino Roma avverte il terremoto in modo violento riportando diversi danni all’interno dell’abitato.

 

Il terremoto a Magliano dei Marsi

 

Tornando alla Marsica oltre al Fucino abbiamo la Valle del Giovenco, la Vallelonga,  la Valle Roveto, i Piani Palentini  e l’Altopiano delle Rocche che sono investiti in pieno dall’onda sismica riportando disastri enormi. Invece la zona occidentale riporta danni molto più contenuti e ciò vale sia per Tagliacozzo che per la Piana di Carsoli.

 

 

– Effetti del terremoto a Rocca di Mezzo

L’abitato di Rocca di Mezzo come tutti i paesi dell’Altopiano delle Rocche, ha riportato crolli e danni gravi a molte abitazioni, così come le chiese che si sono fortemente danneggiate fortemente. Riguardo a morti e feriti al momento non abbiamo notizia per cui ci riserviamo di ritornarci più avanti.

 

 

– Terranera e la chiesa di San Lorenzo dopo il sisma di Gioia dei Marsi

Gli effetti del grave sisma di Gioia dei Marsi si è fatto sentire in modo intenso anche Terranera dove molte case del borgo o sono crollate o hanno riportato gravi danni. Al momento non abbiamo conoscenza di morti o feriti a Terranera per questo sisma quindi non andiamo oltre.

Riguardo la chiesa di San Lorenzo sappiamo che la struttura ha subito gravi danni, ma per fortuna la struttura ha resistito rendendo possibile un suo successivo recupero.

 

 

 


 

 

 

– Rocca di Mezzo e la prima ripartenza – la prima guerra mondiale (1915)

Dopo l’immane disastro a Rocca di Mezzo e nelle sue frazioni gravemente isolate intervengono nel giro di qualche giorno i primi militari e molti volontari, che aiutano i sopravvissuti a ritrovarsi e a riprendersi.

Si costruiscono le prime baracche assegnate ad ogni famiglia, e le prime baracche per le strutture pubbliche, si cerca insomma di tornare a una lenta normalità. Ma purtroppo la vita prende percorsi che non immaginiamo e spesso sono veri e propri burroni. Dopo il terremoto, avviene la guerra…

I ragazzi Marsi sopravvissuti al terremoto non vengono dispensati per l’immane disastro di qualche mese prima, ma vengono richiamati al fronte per l’imminente ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale…

Ciò vale per tutti i paesi comprese Rocca di Mezzo e Terranera. Sono diversi i ragazzi che partono e non fanno più ritorno in paese a causa della morte sopraggiunta in guerra.

Negli anni di guerra si procede già dal 1915 si procede a ricostruire le prime case o riparare le prime strutture meno lesionate per il sisma, ma ci vorranno anni per riaversi.

 

 

– L’Italia nella grande guerra (1915)

I blocchi degli Imperi centrali contro il blocco della triplice intesa nel 1914. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1915 l’Italia sigla il cosidetto Patto di Londra con Francia e Inghilterra, nel quale si parla dei territori che l’Italia acquisirebbe in caso di successo nella guerra contro gli Imperi centrali a cui il paese si è stato legato per molto tempo. Il governo italiano dopo varie riflessioni decide di scendere in guerra a fianco di Francia e Inghilterra. L’Italia dichiara guerra ad Austria e Germania.

Vengono così richiamati al fronte centinaia di migliaia di giovani atti alla guerra. Dalla Marsica partono tutti i giovani maschi sopravvissuti al terremoto di gennaio e atti alla guerra. La tragedia è dietro l’angolo. Di colpo a Rocca di Mezzo e nelle sue frazioni, fra cui Terranera, rimangono solo donne, bambini e anziani lasciati soli nell’immane sforzo di farsi forza a vicenda e ricostruire il paese. Gli altri partono.

 

 

– Rocca di Mezzo e Terranera tra la fine della 1 guerra mondiale e l’arrivo della Spagnola (1918-19)

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Siamo nel 1918 e la guerra pur continuando sembra iniziare a spegnersi, perchè spente sono le nazioni dopo  5 anni di orribile conflitto. C’è voglia di pace, ma senza perderci la faccia. Comunque vada la situazione a Rocca di Mezzo sembra andare un po’ meglio. Dal fronte le notizie sulle morti dei giovani in guerra si attenuano e la prima riparazione del paese di Rocca di Mezzo sembra procedere. Ma una nuova calamità si affaccia nella Marsica e nel mondo, la Spagnola !!!

Al momento non abbiamo notizia quanto attecchisca la Spagnola a Rocca di Mezzo e Terranera, ma siamo portati a credere che anche qui vi siano stati morti per il tremendo morbo. Non avendo però notizie precise ci fermiamo qui su questo.

 

Scorcio di Terranera. (Immagine personale)

 

Nel 1919 poi piano piano l’epidemia inizia a declinare fino a scomparire lasciando molti lutti dietro le spalle, soprattutto nei paesi laddove il morbo si è maggiormente concentrato. La tragedia per fortuna finisce così come l’odiosa guerra che si conclude con la sconfitta degli Imperi centrali e la vittoria delle forze dell’Intesa compresa L’Italia.

Qui a Rocca di Mezzo il 4 novembre 1918 viene festeggiata la fine della lunga e rovinosa guerra mondiale. Ciò avviene con il suono delle campane ed i reduci che vengono accolti trionfalmente dalla popolazione. Tuttavia l’animo delle donne rimaste nel paese è struggente di dolore per la perdita per i propri cari. Senza alcuna fatica possiamo affermare che i 4 anni dal 1915 al 1918 siano stati tra i più duri e crudeli della lunga storia di Rocca di Mezzo e Terranera.

 

 

– Il Congresso di Versalilles del 1919

 

L’Europa nel 1919.

 

Il congresso di Versailles del 1919 crea una nuova cartina politica europea e mondiale sancendo la vittoria dei paesi vincitori. Tutti quanti però sia quelli usciti vincitori che gli sconfitti sono sfiniti economicamente e politicamente e tutti compresi l’Italia devono affrontare anni assi difficili.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1919-30

Scorcio di Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo dopo il terremoto del 1915, la guerra e la Spagnola procede spedita, dopo una prima fase d’incertezza, a ricostruirsi. In pratica nasce un nuovo nucleo abitativo nella zona pianeggiante che già prima del 1915 aveva visto la costruzione di alcune case. Qui si concentrano le nuove costruzioni alcune delle quali in stile liberty, come villa Cidonio costruita tra il 1925 e il 1930.

Così facendo il paese si rinventa e si rianima. Il risultato più eclatante è la crescita smisurata dei cittadini residenti nel borgo che passano dai 3490 del 1911 ai 4168 del 1921.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo. (Immagine personale)

 

Sulla spinta di questa nuova primavera di Rocca di Mezzo inizia ad investire anche nel turismo di montagna diventando tra i primi paesi in Italia a farlo. Vediamo così come già dai primi anni ’20 giungano in paese molte persone per turismo soprattutto da Roma attraverso i cosidetti treni della neve, inventati in questi anni.

A Rocca di Mezzo la popolazione tuttavia prosegue nell’occuparsi nei lavori tradizionali dell’agricoltura, pastorizia e artigianato….

 

 

– Terranera negli anni ’20

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Come avviene nel centro abitato comunale anche le frazioni come Terranera vengono ricostruite, con l’abbattimento delle case e la costruzione di nuove. Nello stesso periodo si passa a ristrutturare la chiesa di San Lorenzo

 

 

– Restauro della chiesa di San Lorenzo negli anni ’20

Chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1927 la chiesa di San Lorenzo viene restaurata completamente. La struttura dopo un lungo restauro viene poi finalmente riaperta al pubblico locale.

 

 

– L’Italia negli anni 20 e 30

L’Italia nel 1919.

 

L’Italia uscita dal 1 conflitto mondiale è un paese vittorioso, ma sprofondato in un enorme crisi sociale e industriale. La crisi dapprima travolge diverse industrie, poi si allarga alle banche che falliscono una dietro l’altra, poi è la volta della gente che vede i propri risparmi andare in fumo. La crisi divenuta sociale travolge infine il sistema politico che collassa nel 1922. Al suo posto emerge il regime fascista con a capo Benito Mussolini, che prende il potere nel 1922 e lo mantiene per 20 anni.

Mussolini sul piano economico e sociale cerca di creare uno stato pienamente indipendente dall’estero applicando perlopiù un ‘economia di stato. Ciò fa risorgere l’Italia che torna dopo diversi anni a una certa tranquillità sociale, ma sprofonda in una dittatura sempre più dura.

 

L’impero coloniale italiano nel 1936 riprodotto su un muro di Aielli Stazione.

 

Sul piano estero l’Italia fascista pur in ritardo rispetto agli altri paesi europei cerca di costruire il suo impero coloniale prima riconquistando il completo controllo della Libia che viene allargata territorialmente (1929-31) e poi conquistando l’Etiopia nel 1936. Ciò sancisce l’apice del regime fascista e del consenso interno. Ma la presa di distanza di Inghilterra e Francia spinge l’Italia nell’abbraccio mortale tedesco e nel conseguente sfacelo del paese che sacrifica se stesso in virtù di consistenti benefici economici e territoriali.

In realtà l’abbraccio mortale dei fascisti con i Tedeschi porta alla vendita dell’anima italiana con le tragiche e stupide leggi Razziali del 1938. Infine la cecità politica del regime ormai completamente asservito ad Hitler porta Mussolini ad entrare nella seconda guerra mondiale nel 1940. Ci si avvia  insomma ad un nuovo sfacelo.

 

 


 

 

– L’Italia nella seconda guerra mondiale 1940-43 – Cappadocia

Nel 1940 l’Italia, guidata dal “grande genio Mussolini”, entra in guerra a fianco della Germania pensando di vincere velocemente e mettersi dietro al tavolo dei vincitori per spartirsi i territori ricavati da una guerra veloce. NON E’ COSI’!!!

 

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Esercitazione militare fascista a Carsoli nel 1938

 

A Cappadocia come tutti i borghi e città d’Italia l’inizio della guerra significa doversi armare e partire. Da Cappadocia così come da altri centri della Marsica, molti giovani sono costretti a partire per il fronte dopo l’arrivo della cartolina di precetto.

I giovani che partono separano famiglie giovani e famiglie più anziane. Anziane madri che piangono mariti e figli, le donne giovani sposate con figli piangono i mariti in partenza perchè si rendono conto dei gravi patimenti.

 

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Manifestazione fascista a Balsorano nel 1941

 

Il regime fascista locale fa sfoggio di sicurezza e fino al 1942 continuano le adunate e le varie manifestazioni fasciste locali. Questi saranno le manifestazioni tragico comiche di un regime ormai morente.

 

 

-La chiesa di San Lorenzo nel 1943

Nel 1943 nei mesi del crollo del regime fascista, vengono eseguiti diversi lavori di completamento nelle decorazioni della chiesa di San Lorenzo.

 

 

– La svolta dolorosa – il 1943

Dopo tre anni di guerra l’Italia perde su tutti i fronti e i ragazzi di Cappadocia partiti per la guerra in gran parte non fanno ritorno alcuni muoiono sul fronte greco-albanese, altri cadono per il freddo intenso mentre affrontano con altre migliaia di giovani la campagna di Russia (operazione Barbarossa, che dovrebbe essere ridefinita “operazione suicidio”). Altri ancora sono fatti prigionieri in Africa. Però qualcuno di loro poi riesce a tornare

Siamo al luglio del 1943 e gli Alleati arrivano anche ad invadere l’Italia partendo dalla Sicilia. Ciò porta al crollo diretto del fascismo e più avanti del regime monarchico con la fuga del re. Contemporaneamente, la Germania invade l’Italia da nord fino al basso Lazio (settembre 1943) dove viene instaurata la Linea Gustav fra l’Italia antifascista e l’Italia tedesca.

Nei successivi mesi, tra l’ottobre del ’43 e il giugno del ’44, Tedeschi e Alleati combattono intorno a questa linea. Precisamente intorno all’abbazia di Montecassino.

La Marsica sta li vicino e i Tedeschi si accorgono che la zona è al centro dell’Italia e a metà dalla costa adriatica e tirrenica e quindi ottima come base.

I Tedeschi infatti instaurano il loro quartier generale vicino Alba Fucens, perchè si accorgono che questo luogo è il centro d’Italia e da qui si può arrivare ovunque, ma anche fuggire ovunque. Precisamente è Massa d’Albe il quartier generale, mentre l’antico castello di Alba torna fortezza. Qui vi sono inserite mitragliatrici per rispondere alla contraerea alleata. Altra sede importante occupata dai Tedeschi è Avezzano dove anche da qui operano il controllo del centro Italia.

 

 

– Rocca di Mezzo sotto l’occupazione tedesca (1943-44)

Come abbiamo detto i Tedeschi arrivano anche a Rocca di Mezzo, dove instaurano un duro regime di polizia e prendono come sede di comando Villa Cidonio. Lo stato di polizia dei Tedeschi nell’Altopiano delle Rocche è assai intenso in quanto questa è una zona di passaggio importante e poi da qui si può controllare sia l’Aquila che la Marsica.

A partire da ottobre 1943 abbiamo l’occupazione tedesca dell’Italia fino a Frosinone e l’Abruzzo rientra in questo territorio. Il regime tedesco sui territori occupati è molto duro e ciò avviene come detto anche a  Rocca di Mezzo, dove i Tedeschi  instaurano anche qui un regime di paura e sopraffazione.  A Rocca di Mezzo i Tedeschi prendono come sede di comando militare villa Cidonio

Ad un certo punto insieme al duro stato di polizia si sommano i bombardamenti alleati che dal novembre 1943 investono la Marsica con lo scopo di danneggiare i Tedeschi.

Ma facendo così danneggiano anche i contadini marsi che per un po’ cercano di resistere, ma poi passato un po’ di tempo con la polizia tedesca divenuta insopportabile e soprattutto i bombardamenti alleati, si preferisce fuggire via o in montagna o riscoprendo i vecchi borghi distrutti dal terremoto del 1915. La stessa cosa avviene anche a Rocca di Mezzo e Terranera dove i Tedeschi sono molto puntigliosi nel loro stato di polizia

Il periodo è durissimo per tutti. Ma i Marsi pur terrorizzati da tutti non dimenticano la loro gentilezza e decidono pur tra tante privazioni di nascondere coloro che chiedono aiuto, sia che si tratti di stranieri in fuga dal campo di concentramento di Avezzano dove vengono posti in stato di arresto i vari soldati alleati catturati, o fette di popolazione sgradita ai regimi di turno. I mesi di marzo-primi di giugno 1944 sono i peggiori.

I Rocchegiani cercano di difendersi dai Tedeschi murando in casa o in altri luoghi i propri pochi averi per impedire che questi se ne impadroniscano, ma invano i Tedeschi sia per necessità che per sopraffazione riescono a scovare i nascondigli dei poveri contadini, prendendosi ciò che loro nascondono.

Nel corso del 1944 a Rocca di Mezzo si registrano alcuni bombardamenti che si abbattono sia sul centro abitato che sulla campagna circostante. L’Altopiano delle Rocche si rivela per i tedeschi un ottimo punto di osservazione  e controllo. Qui oltre a Rocca di Mezzo sono diversi i luoghi, che essi scelgono come base tecnica.

Per esempio ad Ovindoli vi è il Casale delle Rocche, edificato dal Principe Torlonia presso il comune di Ovindoli,  che ora viene usato per tutto il periodo di occupazione come base tedesca per il controllo del territorio. Essendo questo in posizione elevata viene ribattezzato nido d’Aquila.

In generale l’interessamento nazista per il territorio di Rocca di Cambio riguarda la sua posizione geografica dato il controllo che da qui si può fare su gran parte dell’altopiano e sul suo collegamento naturale con tutto l’aquilano, essendo l’Altopiano delle Rocche via di passaggio secondaria, ma importante verso il Fucino e la Marsica.

 

 

 

– Terranera e la chiesa di San Lorenzo durante l’occupazione nazista (1943-44)

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Come accennato anche a Terranera interviene la polizia tedesca che con il loro duro regime di polizia controlla la zona. Gli abitanti del piccolo borgo cercano come possono di fare una vita tranquilla, ma invano tra la paura dei bombardamenti alleati e i truci Tedeschi la vita è dura e terribilmente stressante.

Molte persone cercano conforto nella preghiera frequentando la piccola chiesa di San Lorenzo che diventa un luogo di ritrovo fondamentale per cercare di allentare lo stress della situazione.

 

 

– La guerra sulla linea Gustav (gennaio-aprile 1944)

Tra gennaio e febbraio 1944 i Tedeschi decidono di allestire una seconda linea difensiva parallela alla Linea Gustav. La nuova linea difesiva si allestisce lungo un tratto che, partendo più su di Case Cipriani, scendeva al fondo valle e risaliva verso Sant’Onofrio e monte Cornacchia. La  nuova linea difensiva viene a passare anche al di sopra di Tre Ponti, in località Ciammorrone, dove viene allestito un nuovo fortilizio centrale che nelle intenzioni tedesche dovrebbe fermare l’avanzata degli alleati verso nord. Il nuovo confine difensivo viene ad includere anche un enorme costone roccioso dal quale si domina la valle Roveto, ma anche la valle del Cimino.

Nelle intenzioni del Comando di guerra germanico questa linea difensiva dovrebbe rappresentare una seconda Cassino, ma lo sbarco di Anzio ad occidente e lo sfondamento di Orsogna ad oriente, da parte degli anglo americani, rendono vano il massiccio baluardo. Resta comunque il fatto che questo baluardo viene in parte realizzato e il tutto a spese della popolazione maschile di Balsorano, che con una manovra coercitiva viene in parte catturata e messa a lavorare all’opera.

Nei mesi in cui ciò avviene abbiamo che ad alcuni km di distanza da Cappadocia si combatte la grande battaglia di Montecassino, che coinvolge seppure per fortuna in modo modesto anche il territorio della Valle Roveto.

 

L’Abbazia di Montecassino prima della sua distruzione nel 1944

 

A Cassino passa la linea Gustav e qui i Tedeschi hanno concentrato molte divisioni di difesa e rafforzato i territori e  colli retrostanti la linea prima, tra cui Balsorano. In questo modo gli Alleati si trovano davanti un muro portentoso che rallenta la loro marcia di risalita. Gli Alleati tentano in tutti i modi di sfondare questa linea tedesca, ma i Nazisti respingono bene i primi assalti alleati, che hanno gravemente sottovalutato il territorio montuoso italiano e la capacità di resistenza tedesca, trasformando quella che doveva essere una facile vittoria in una guerra di logoramento sotto l’Abbazia di Montecassino.

 

L’abbazia di Montecassino prima del bombardamento alleato del 15 febbraio 1944

 

Proprio l’Abbazia di Montecassino diventa l’emblema di questa battaglia, da un lato ci sono i Tedeschi che pur rispettando l’inviolabilità del luogo ne fanno un punto di osservazione e dall’altro gli Angloamericani che pensano di trovarsi davanti una grande fortezza nemica piena di uomini e mezzi di combattimento.

E Rocca di Mezzo?

Come detto anche nell’area di Rocca di Mezzo vi sono alcuni bombardamenti che colpiscono il centro abitato che porta la popolazione a nascondersi per evitare di essere colpiti. Certo molte persone del paese cercano rifugio in casolari abbandonati o direttamente in cavarne presenti in montagna, per sfuggire all’orrore tedesco si tenta di tutto.

Facciamo ora un piccolo salto temporale giungendo alla alla fine di aprile del 1944 e  mentre si vive in quell’inferno di disperazione e di morte in molti si chiedono: “Quando finirà? Cosa ci riserba il futuro?”

Già, il futuro; una realtà certa ma imprevedibile, un dato di fatto sicuro ed  oscuro nelle mani del destino, ma manovrato in modo imponderabile dalla mente scellerata dell’uomo. Nonostante questa situazione di grave stress sboccia anche qualche amore ed alcune donne maritate rimangono incinte. Nacque qualche storiella persino tra fanciulle del luogo e giovani militari tedeschi condannati a morire sul fronte di Cassino.

Già Cassino… il fronte di Cassino continua ad essere caldo ed intenso di scontri armati, con le truppe tedesche che manifestano stanchezza e gli Alleati che ci credono di più specie dopo la fine dell’Abbazia vista come una fortezza inespugnabile.  

 

Bombardamento alleato sull’Abbazia di Cassino (1944)

 

Inizialmente gli Angloamericani aggirano il luogo sacro dell’abbazia, bombardando massicciamente i luoghi attorno e cercando di sfondare le linee nemiche. Ma alla fine stufi di una situazione stagnante forse anche perchè esasperati, non lo so, bombardano e distruggono la bellissima abbazia (15 febbraio).

 

Bombardamento alleato sull’Abbazia di Cassino (1944)

 

L’abbazia di Montecassino distrutta dal bombardamento alleato del 15 febbraio 1944

 

L’abbazia di Montecassino dopo il bombardamento alleato

 

Poco tempo dopo la distruzione dell’Abbazia di Cassino anche la città di Cassino viene distrutta nel bombardamento del 15 marzo 44.

 

bombardamento alleato della città di Cassino il 15 marzo 1944

 

 

E nel resto della Marsica?

Nel resto della Marsica sono tanti i bombardamenti che i paesi e la popolazione devono subire e come ad Avezzano, dove la popolazione abbandona precipitosamente le case nei paesi per trovare riparo o sulle montagne o negli antichi borghi venuti giù con il terremoto del 1915.

 

Bombardamento alleato su Avezzano tra gennaio e maggio 1944

 

Crateri dei bombardamenti ad Avezzano (1944)

 

I bombardamenti che avvengono sulla Marsica si concentrano soprattutto tra i +paesi di Avezzano e Massa d’Albe all’epoca i borghi principali della zona, dove i Tedeschi avevano i loro centri di comando principali. Ma anche molti altri centri secondari vengono bombardati massicciamente tra cui Carsoli che viene praticamente distrutta.

 

Carsoli 1944: resti di strutture bombardate.

 

 

– La liberazione e la fine della 2 guerra mondiale nella Marsica e In Italia (maggio 1944 – aprile 1945)

Arriviamo ora alle battute finali di questa lunga guerra di terra e di trincea. Siamo al 29 maggio e gli Alleati stanno dilagando nel territorio dell’Abruzzo e del Lazio dopo aver avuto la meglio sui Tedeschi che sono ora in fuga ma s’inventano di tutto per rallentare gli Alleati. Da parte alleata s’intensificano i bombardamenti per arrestare la fuga tedesca. In questo gioco al massacro è la popolazione civile a rimetterci con morti e feriti. Massicci bombardamenti si hanno tra il 29 maggio e il 6 giugno, vengono distrutte molte case a Balsorano e frazioni.

L’esatto numero d’incursioni di alleati e tedeschi in fuga non si conosce, ma i danni a persone e abitazioni sono numerosi. Quel che si sa con sicurezza è che le località, densamente abitate in questo periodo sono vicino a Ciammarone, luogo fortemente fortificato dai tedeschi che ha rallentato per diversi giorni gli Alleati e che ora è in mano alleata dopo massicci interventi militari. Alla fine della guerra a Balsorano sono contate una ventina di salme di soldati tedeschi, seppelliti alla meglio nei campi. Qualche decennio dopo le salme sono dissotterrate a cura dell’Ambasciata tedesca a Roma e sepolte nell’apposito cimitero di Cassino.

Dopo accaniti scontri fra Alleati, Antifascisti e Tedeschi vincono i primi che all’inizio di Giugno sfondano la linea Gustav e penetrano nell’interno del Centro Italia liberandola dalla morsa tedesca.

Gli Alleati raggiungono la Marsica il 4 giugno arrivando a Balsorano. Qui gli Alleati sospendono i bombardamenti sulla zona, dopo aver sentito alcuni locali, che l’informano del veloce ritiro tedesco, che ha lasciato o sta lasciando la Marsica.

Lo stesso 4 giugno 1944 gli Alleati raggiungono Roma liberandola definitivamente dai Tedeschi.

 

Liberazione di Roma da parte alleata il 4 giugno 1944

 

Inizialmente però gli Alleati non accettano questi locali credendoli dei nemici travestiti da pacificatori, ma dopo aver accertato le loro identità e vengono sospese le operazioni belliche.

 

Cannone statunitense presente a Balsorano nel 1944,
probabilmente usato nei giorni di giugno 44 per liberare la Marsica dai Nazisti.

 

Nonostante ciò qualcuno verso le 12 del 4 giugno cannoneggia la zona di grotta S. Angelo dove vi sono molti civili che hanno trovato rifugio presso la grotta. Quasi per miracolo le cannonate non producono danni alle persone rifugiate nella grotta (c’era qui mezza Balsorano). Dopo quest’ultimo incidente??? la popolazione di Balsorano capisce che la situazione è cambiata e piano piano ritorna nei paesi di origine a cominciare dalla distrutta Balsorano.

Il giorno 6 giugno 1944 una armatissima pattuglia di soldati neozelandesi, a bordo di camionette, entra nella piazza centrale di Balsorano, accolta con soddisfazione dalla gente, che capisce in modo definitivo che sono terminati i patimenti. Nel frattempo il resto della popolazione rifugiata tra le montagne torna in paese. Ai bambini che guardano incuriositi i militari neozelandesi, sono dati da questi  tavolette di cioccolata e agli adulti sono regalate un po’ di sigarette. A Balsorano nel frattempo rientra Giuseppe Bifolchi il quale, qualche giorno dopo, occupa la poltrona di primo cittadino.

La Marsica viene poi completamente liberata dai Tedeschi tra il 7 e 12 giugno. E’ l’inizio della rinascita

Nell’arco del 1944 e nella prima metà del 1945 la guerra termina con la definitiva sconfitta dei Nazifasciti. L’Italia è liberata il 25 aprile 1945, Mussolini è preso e fucilato e Hitler muore suicida due giorni dopo. In Agosto anche i Giapponesi si arrendono.

E’ LA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.

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– Dalla monarchia alla Repubblica in Italia e la ricostruzione di Cappadocia

Nel 1944 con la liberazione di Roma, anche se l’Italia non è ancora libera dal Nazi-Fascismo, si procede verso un periodo di transizione  secondo l’idea dei governanti italiani, esponenti dei partiti antifascisti. Il primo passo in questo senso è il passo indietro di Vittorio Emanuele III re di un mondo crollato che non rappresenta più nessuno, che però ancora non riesce a distaccarsi dalla sua vecchia concezione di potere.

Il vecchio re Vittorio Emanuele III.

(Immagine da https://www.storiologia.it/biografie/vittorioem3.htm)

 

Il passo indietro di cui parliamo è il suo ritiro a vita privata e la nomina del figlio Umberto a luogotenente generale del Regno d’Italia, che in pratica viste le circostanze è più un’abdicazione che altro, ma formalmente salva le apparenze mantenendo se stesso come re. Non riconoscere i propri limiti significa non avere coscienza di ciò che ha portato all’Italia con il suo modo di fare. Vittorio Emanuele III può in questo momento ancora salvare la monarchia, ma preferisce per egoismo farsi da parte solo praticamente e non formalmente. In questo caso la forma è sostanza, ma ci pensa Umberto a chiarire le cose nella pratica iniziando seppure informalmente il suo ruolo di re d’Italia.

 

Il re-luogotenente d’Italia Umberto II (1944-46)

 

Con l’ascesa di Umberto al potere si avvia anche formalmente il periodo di ricostruzione istituzionale dell’Italia che terminerà due anni dopo con il referendum. Mentre l’Italia viene via via liberata, le varie zone d’Italia già libere iniziano dapprima la conta dei danni e poi piano piano la ricostruzione. 

Ciò è vero anche nella Marsica dove si procede da una parte nella ricostruzone e nell’altra nella ripresa della lotta al principe Torlonia per la questione delle terre fucensi.

A Rocca di Mezzo dove la lotta per le terre del Fucino non interessa non riguardando direttamente il suo territorio si procede nell’immediata ricostruzione, a cominciare dalla rete viaria gravemente danneggiata dai Tedeschi in fuga.

Come detto sopra nell’aprile del 1945 l’Italia è libera e Mussolini viene trucidato su ordine del Comitato di Liberazione. Pochi mesi dopo la guerra termina. Infine s’indice il referendum istituzionale per scegliere lo status istituzionale fra monarchia e repubblica. In questo senso abbiamo l’ultimo atto di Vittorio Emanuele che abdica in favore del figlo Umberto il 9 maggio 1946. Ora Umberto è re anche di nome

 

Umberto diventa re d’Italia in modo formale il 9 maggio 46

 

Immagini simbolo del passaggio dell’Italia da monarchia a repubblica.

 

Il referendum istituzionale avviene il 2 giugno 1946 tra una grande partecipazione pubblica. I dati del referendum ci mettono diversi giorni per essere accertati, ma infine sono trasmessi e viene sancita la nascita la nascita della Repubblica (12 giugno). Il 13 giugno Umberto II lascia l’Italia che diventa in automatico repubblica, i cui poteri di rappresentanza sono assunti temporaneamente dal 1 ministro De Gasperi.

Nel frattempo il paese viene via via ricostruito e la stessa cosa avviene anche nella Marsica, dove si cerca il più velocemente possibile di riparare la rete viaria e ferroviaria.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1946-1960

Rocca di Mezzo nel 1951

 

Rocca di Mezzo come tutti i paesi della Marsica e dell’aquilano esce molto provata dagli anni di guerra, molte famiglie hanno subito gravi lutti altre hanno dovuto sottostare a gravi privazioni, ma alla fine tutti smettono di girarsi dietro e iniziano un duro lavoro di ricostruzione.

I campi sono riseminati, le case ricostruite, la pastorizia riprende come prima della guerra. Rocca di Mezzo come anche le sue frazioni sono luoghi impervi e difficili da vivere a causa del clima rigido e anche il turismo che si era avviato prima della guerra è ora interrotto e se non passano alcuni anni non riprenderà.

Per cui la vita in montagna si fa dura e anche la dura caparbietà dei suoi abitanti che per tutti gli anni ’40 resistono per cercare di migliorare, deve infine inchinarsi a una durezza di vita troppo pesante e per nulla remunerativa.

 

Rocca di Mezzo nel 1958

 

Da ciò scaturisce il fenomeno della seconda emigrazione, che qui in Abruzzo trova terreno fertile. Migliaia di giovani vanno via dai paesi d’origine, specie dai borghi di montagna. A differenza della prima emigrazione i giovani vanno soprattutto nei paesi del Nord Europa come Germania ovest, Belgio, Olanda, Francia e Svizzera e solo nella seconda metà degli anni ’50 la direzione di emigrazione si sposterà nel nord Italia dove dal 1958 è in corso un vero boom economico.

Il risultato maggiore è un lento spopolamento dei borghi. A Rocca di Mezzo si passa dai 2976 del 1951 ai 2632 abitanti del 1961. Quanto detto diciamo che è la realtà dei primi anni ’50, in quanto pur confermando lo spopolamento in corso è pur vero che una volta passata la prima fase di ricostruzione si torna a puntare sul turismo che nel corso del decennio 1950-59 ritorna di nuovo attivo con la costruzione delle prime piste da sci.

 

 

– Terranera a metà XX secolo

A partire dal 1946 Terranera come molti altri borghi abruzzesi ritorna lentamente alla normalità e la gente ancora scossa dall’esperienza della guerra e dell’occupazione nazista, fatica un po’ a ritrovarsi, ma poi le cose vanno e la popolazione partecipa attivamente alla ricostruzione del borgo laddove ve ne è bisogno. Allo stesso tempo si ritorna alle attività tradizionali, ma dopo alcuni anni ci si accorge che le cose non vanno in quanto l’economia non va e non si hanno abbastanza soldi per andare avanti.

Risultato che anche il borgo di Terranera inizia a spopolarsi come tutti gli altri borghi marsicani. Lentamente la popolazione cala e chi va via emigra all’estero in cerca di fortuna, contribuendo al fenomeno della seconda grande emigrazione di massa degli anni ’50 e ’60.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a metà ‘900

La chiesa di San Lorenzo di Terranera rimane anche dopo il secondo dopoguerra il motore sociale ed economico del piccolo borgo. Coloro che vanno via di solito passano per la chiesa per fare una preghiera in funzione della nuova vita che li aspetta.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 1960-80

Rocca di Mezzo nel 1961

 

Rocca di Mezzo negli anni ’50 e poi ’60 investe molto nel turismo invernale, ma questo non riesce ancora a dare i risultati sperati, portando i giovani locali ad andarsene. Nel corso degli anni ’60 la situazione non migliora e il trend negativo di abbandono del proprio paese natio prosegue inesorabile.

Rocca di Mezzo alla fine degli anni ’60

 

Di questo trend ne abbiamo conferma nella registrazione del 1971 dei residenti nel paese che scende a 2032 unità. Insomma un trend molto negativo di persone in fuga dalla montagna.

Montagna che sicuramente muove i primi passi del turismo che si viene riorganizzando dopo lo stop della guerra. Il tutto come detto è avviato negli anni ’50 e si consolida negli anni ’60, ma è solo dagli anni ’70 con l’apertura delle nuove autostrade A24 e A25  che il turismo di montagna inizia a decollare. 

 

Rocca di Mezzo nel 1971

 

Certo il ritorno economico e la consistenza dei profitti per le famiglie locali non permettono ancora un possibile ritorno di chi è andato via, ma sicuramente si viene a creare una nuova dimensione lavorativa e quindi una concreta occasione di ritorno.

 

 

– Terranera negli anni ’60 e ’70

Terranera negli anni ’60

 

In tutto questo il paesello di Terranera segue la corrente con persone che vanno via per andare o in altri paesi come i paesi del Nord Europa o Canada o in altre città italiane come Milano, Torino ecc. Molti però preferiscono trasferirsi a Roma dove comunque la vita è nettamente migliorata e i servizi stanno facendo boom e soprattutto la distanza è minore e ciò permette un continuo interscambio tra i paesi e la città. Ad un certo punto addirittura la Marsica sembra divenire una sorta di periferia romana più che essere parte della provincia aquilana.

 

 

 


 

 

– Rocca di Mezzo negli anni ’80

Scorcio di Rocca di Mezzo negli anni ’80.

 

Negli anni ’80 assistiamo al definitivo decollo turistico di Rocca di Mezzo che diventa stabilmente una grossa meta turistica. Chiaramente la maggior parte del traffico turistico è quello che proviene da Roma, ma come si dice una parola è troppa e due sono poche.

In altre parole grazie al passaparola Rocca di Mezzo diventa una grande meta turistica al livello interegionale. La presenza del turismo a Rocca di Mezzo mostra con come questo rappresenti già dagli anni ’80 un valido antidoto all’abbandono del paese da parte dei giovani. Purtroppo ancora molti non capiscono le potenzialità di questa forma di lavoro e quindi continuano ad andarsene, facendo calare la popolazione presente.

C’è anche da dire che il decollo turistico di Rocca di Mezzo avviene  e in qualche modo contribuisce al decollo industriale della Marsica che nei primi anni ’80 vede un vero e proprio boom economico con numeri importanti.

In pratica il boom economico marsicano dei primi anni ’80 risulta legato non solo all’esplosione del turismo di montagna, che riguarda in primo luogo l’area dell’Altopiano delle Rocche, ma anche e soprattutto al settore industriale che vede la nascita di tutta una serie di nuove e piccole aziende di vari settori, che nascono nell’area marsicana e si sviluppano all’ombra di altre grosse realtà partite in precedenza.

Queste aziende si vengono concentrando in alcuni piccoli, ma ben strutturati centri industriali, come Avezzano, Carsoli, Scurcola con Cappelle, Celano ecc., creando così una vera e propria grande area industriale che pian piano porta ad una grossa spinta occupazionale locale, riuscendo per lungo tempo a frenare in modo forte l’emigrazione del posto.

 

 

– Rocca di Mezzo negli anni ’90

Nel corso degli anni ’90 è proseguita la discesa della popolazione residente a Rocca di Mezzo che si è attestata nel 2001 a 1426 unità. In pratica questa cifra rappresenta fino ad ora il record più negativo per Rocca di Mezzo, nonostante che l’economia rocchigiana vada bene grazie alla grande spinta turistica, che prosegue e si fortifica nel corso degli anni ’90.

Negli anni ’90 infatti il comune investe molto sulla ricettività turistica e ciò consente al paese di fare salti di qualità interessanti. Certo la maggior parte dei visitatori presenti a Rocca di Mezzo, vengono qui soprattutto d’inverno per soggiornare e sfruttare bene le vicine piste da sci di Campo Felice e della Magnola.

Tuttavia grazie al grande lavoro svolto dal comune, che sa bene come muoversi, ma più in generale della stessa cittadinanza, si riesce a migliorare di molto il programma organizzativo degli eventi svolti sia nella fase invernale che soprattutto nei mesi estivi, contribuendo con ciò in modo importante per dare ai visitatori una maggiore varietà di eventi e servizi che spingano a soggiornare più a lungo e a tornare nel corso del tempo.

Con questo grande lavoro il turismo di montagna presente a Rocca di Mezzo, ma più in generale nell’Altopiano delle Rocche, garantisce alla zona già nel corso degli anni ’90 introiti importanti, che permettono al comune di Rocca di Mezzo e agli altri dell’area, di mantenere un livello alto nella ricettività turistica e garantire una possibile soluzione al lavoro di queste zone.

Gli anni ’90 per Rocca di Mezzo sono un punto di svolta nell’organizzazione turistica, che porta il paese ad essere percepito come grande meta turistica nell’ambito del centro Italia. In questo decennio crescono moltissimo gli arrivi da Roma durante l’inverno, ma anche durante l’estate cominciano a giungere qui molte più persone attratte soprattutto dalla bellezza della zona.

 

 

– Terranera a fine XX secolo

Scorcio di Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Terranera alla fine del XX secolo è un piccolo borgo di montagna, che si viene spopolando poco a poco, che tuttavia tende a riempirsi d’estate per il ritorno temporaneo degli emigranti. Nei primi anni ’80 il paese tende a reagire al grado di apatia presente qui attraverso l’avvio d’iniziative volte a rafforzare il turismo, ben presente nell’Altopiano delle Rocche, ma meno nel borgo, dove si è fatto ancora poco.

Nel corso degli anni ’80 le iniziative volte a migliorare la ricettività di Terranera aumenta e prosegue negli anni ’90. 

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a fine XX secolo

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

La chiesa di San Lorenzo è una piccola struttura religiosa, che come in passato agisce come fulcro della vita del piccolo borgo  sia nel bene che nel male.

 

 


 

 

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XXI SECOLO

 

– Rocca di Mezzo all’inizio del secolo

Scorcio di Rocca di Mezzo nel 2008. (Immagine da Googlemap)

 

Come avvenuto negli anni ’90 si prosegue anche negli anni 2000 con investimenti importanti da parte del comune di rocchigiano, per migliorare ancor più la ricettività turistica e i programmi culturali. Questo consente una crescita economica importante ancora per tutti gli anni 2000 per tutta la zona dell’Altopiano delle Rocche e quindi per tutti i centri abitati qui presenti.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo nel 2008. (Immagine da Googlemap)

 

Nel corso del decennio la buona tavola, i ritmi meno veloci e soprattutto la crescita economica non sfugge a molti, che decidono anche di trasferirsi qui, permettendo ai vari borghi tra cui Rocca di Mezzo, di tornare a crescere per qualche tempo al livello demografico, risalendo demograficamente  a 1468 unità nel 2011.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo nel 2008. (Immagine da Googlemap)

 

 

Tra i molti dati in cui si evince il miglioramento turistico per Rocca di mezzo negli anni 2000 è probabilmente quello della percezione da parte dei turisti il dato più significativo che spinge molti a tornare negli anni.

 

Scorcio di Rocca di Mezzo nel 2008. (Immagine da Googlemap)

 

Il paese viene infatti percepito sia come grande meta turistica, che come nuovo centro abitato in ascesa e ciò non solo per la presenza qui della sede del parco del Velino – Sirente, ma soprattutto in quanto centro abitato dalle molteplici risorse. Qui infatti la presenza di alberghi e attività ricettive è molto alta e insieme a una grande cura nel decoro urbano, la grande qualità dei servizi e cosa più importante il paesaggio all’interno del quale è immersa Rocca di Mezzo permettono al borgo di raggiungere standard elevati al pari dei centri montani turistici del centro nord.

 

 

– Il paese di Terranera a inizio secolo

Scorcio del borgo di Terranera del 2008. (Immagine da Googlemap)

 

Il paese di Terranera agli inizi degli anni 2000 è un tranquillo e ameno borgo di montagna, frequentato soprattutto da visitatori che giungono dall’Aquila. Il borgo ormai si è lasciato alle spalle il suo passato pastorale ed è ormai un divenuto un piccolo e gioioso centro residenziale di montagna concentrato sul turismo.

 

Immagine da GOOGLEMAP di una attività turistica nel 2008

 

Qui a Terranera infatti sono sorte alcune attività ricettive che intercettano i turisti che vengono nell’Altopiano delle rocche sia d’estate che d’inverno.

 

Scorcio di una piazza di Terranera del 2008.(Imagine personale)

 

Da Terranera partono numerosi escursionisti per le grotte di Stiffe vicine al borgo, per Rocca di Cambio per visitare il borgo più alto degli Appennini o semplicemente per visitare il territorio circostante il borgo assai ricco sul piano naturalistico.

 

Scorcio di Terranera del 2008.(Imagine personale)

 

A inizio anni 2000 il paese di Terranera è un paese vivo, pieno d’iniziativa che cerca di non essere secondo rispetto ad altri borghi della zona meglio organizzati. 

 

 

– La chiesa di San Lorenzo a inizio XXI secolo

La chiesa di San Lorenzo nel 2008. (Immagine da Googlemap)

 

All’inizio degli anni 2000 la chiesa di San Lorenzo appare come una classica chiesa di paese di montagna, che rimane fulcro della vita del piccolo borgo di Terranera.

 

 

– Terremoto dell’Aquila (2009)

Terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. (Immagine da Wikipedia)

 

Una forte scossa sismica di 6,3 gradi Mw colpisce la città dell’Aquila nell’aprile 2009. La città viene distrutta del sisma che produce più di 300 morti.

Terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. (Immagine da Wikipedia)

 

Il terremoto colpisce tutto il centro Italia, ma è soprattutto nell’aquilano che fa sentire i suoi effetti maggiori. Il terremoto nella Marsica pur sentendosi distintamente produce in linea generale meno danni, la maggior parte dei quali concentrati nelle chiese e monumenti.

Nonostante ciò ci sono comunque alcuni borghi della Marsica che hanno risentito maggiormente del sisma riportando danni importanti, come i paesi dell’Altopiano delle Rocche come Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo e Ovindoli.

 

 

– Effetti del sisma dell’Aquila su Terranera

 Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Il sisma dell’Aquila si è sentito fortemente anche qui a Terranera producendo molti danni a molti immobili, per fortuna tutti danni riparabili e altra fortuna pare non si sono segnalati feriti importanti. Certo i danni per quanto riparabili ci sono e hanno i loro costi e i loro tempi, ma alle cose materiali c’è rimedio, invece la vita è un’altra cosa.

 

 

– Effetti del terremoto dell’Aquila sulla chiesa di San Lorenzo

Chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Tra le strutture più danneggiate comunque vi è stata la chiesa di San Lorenzo che ha riportato lesioni sul soffitto dell’aula e altre lesioni tra il corpo principale della chiesa e l’adiacente campanile. La struttura quindi restaurata pochi anni prima volge verso un nuovo restauro. La prima cosa fatta è stata chiudere temporaneamente la struttura e metterla in sicurezza.

 

 

– Effetti del terremoto dell’Aquila sulla chiesa di San Lorenzo

La chiesa di San Lorenzo ha risentito fortemente del sisma dell’Aquila che le ha provocato danni diffusi sul campanile, sulla copertura e sulle pareti che si sono crepate. A causa di ciò la chiesa è rimasta inagibile per diverso tempo.

 

 

– Terremoto di Amatrice (2016-17)

Terremoti di Amatrice del 2016-17. (Immagine da Wikipedia)

 

Tra l’agosto 2016 e il gennaio 2017 una serie d’importanti scosse sismiche si succedono nel territorio del comune di Amatrice (AQ). Le scosse avvengono in una zona geologicamente distinta dall’area dell’Aquila interessata dal precedente sisma del 2009. La sequenza sismica non avviene in un unica ondata, in quanto dura diversi mesi interessando un settore ampio tra Abruzzo, Umbria, e Marche che viene colpito in più punti.

 

il centro di Amatrice distrutto dal sisma del 24-8-2016. (Immagine da Wikipedia)

 

Ma andiamo con ordine le prima sequenza con le prime scosse avviene il 24 agosto 2016 con un primo terremoto che si manifesta ad Amatrice con magnitudo 6 Mw che distrugge il paese. La seconda segue alcune ore dopo manifestandosi a Norcia con 5,3 Mw, che semidistrugge il paese.

 

Resti della basilica di San Benedetto di Norcia dopo il sisma del 30-10-2016.

 (Immagine da https://www.repubblica.it/topics/news/terremoto_norcia_30_ottobre_2016_-151107559/)

 

La seconda ondata di scosse avvengono a ottobre 2016 manifestandosi le prime due nella provincia di Macerata il 26 ottobre con la prima di magnitudo 5,4 Mw a cui segue la seconda poche ore dopo con 5,9 Mw. La terza e ultima scossa di quest’ondata è la più forte in assoluto manifestandosi con 6,5 Mw nuovamente nella zona di Norcia.

 

Resti dell’hotel di Rigopiano presso Farindola (Pescara) dopo la valanga azionata dai sismi del 18 gennaio 2017.

(Immagine da https://www.adnkronos.com/rigopiano-5-anni-fa-la-tragedia_4CPr4ZB31zttPPnJijQcxi)

 

La terza e ultima ondata di scosse avvengono il 18 gennaio 2017 manifestandosi con ben 4 scosse susseguenti con ciclicità di una ogni 2-3 ore circa comprese tra 5 e 5,5 Mw interessando l’area di Montereale, Capitignano e Cagnano Amiterno.

Tra tutte le tragedie avvenute in seguito a questa terza ondata ricordiamo la tragedia dell’hotel di Rigopiano presso Farindola (Pescara) dove un intero hotel in montagna viene travolto nel pomeriggio del 18 gennaio da una mega valanga azionatasi a distanza di qualche ora per i sismi della mattina del 18 gennaio. Per questa sola tragedia muoiono 29 persone e 11 sono miracolosamente uscite vive.

 

 

– Effetti del terremoto di Amatrice su Rocca di Mezzo e Terranera

Per quel che si è inteso sembra che a parte la grossa paura sia per la scossa iniziale dell’agosto 2016 che per le altre successive di ottobre e di gennaio di danni particolari al tessuto edilizio ve ne siano stati pochi derivanti da questi sismi e ciò sembra valere anche per le frazioni come Terranera.

 

 

– Rocca di Mezzo nel 2020

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Rocca di Mezzo nel 2020 anche forse per effetto della pandemia mondiale del Covid 19 registra un discreto calo di residenti e ciò vale per quasi tutti i borghi marsicani. Sul lato economico invece la pandemia porta a un notevole cambiamento di abitudini che tende a far riscoprire le zone vicine anzichè quelle lontane e i borghi di montagna come quelli abruzzesi registrano un forte afflusso di turisti.

 

Rocca di Mezzo oggi. (Immagine personale)

 

Il dato della forte crescita del turismo si ripete anche nel 2021 portando con ciò lavoro e un ritorno economico importante, che tuttavia si scontra con il dato oggettivo di discesa del calo dei residenti. Al momento questi dati vanno ancora studiati e bisogna vedere come la rivoluzione sociale seguita alla pandemia che tipo di effetti porta sul lungo termine.

Un altro dato importante che sembra emergere dalla rivoluzione pandemica è il maggiore attaccamento della popolazione alla religione che si conferma essere un forte tessuto connettivo ed emotivo alla propria terra natia. Ma anche questo dato andrebbe approfondito.

 

 

– Terranera nel 2020

Entrata a Terranera oggi. (Immagine personale)

 

Nel 2020 con la pandemia la popolazione vive molto disagio nel non potersi muovere e nell’essere costretti a rimanere nel proprio borgo. Tuttavia dopo questa fase il movimento riprende e con esso anche il turismo che esplode nella zona e quindi anche il piccolo borgo ne viene investito, con riflessi lavorativi importanti che però ancora devono essere visti nel tempo.

 

(Immagine personale)

 

Sicuramente Terranera oggi è un borgo pienamente funzionante e vivo, che necessita però di maggiore attenzione al livello sociale per poter rispondere meglio alle sfide del futuro.

 

Scorcio di Terranera. (Immagine personale)

 

Va aggiunto a tutto questo un dato storico oggettivo, ovvero la capacità di questo borgo di riuscire a tenersi in vita, anche in presenza di problemi importanti come possono essere calamità naturali di terremoti, frane o anche situazioni particolari come è stato appunto il periodo della pandemia, riuscendo infine ad uscirne anche meglio di altri centri abitati.

 

 

– La chiesa di San Lorenzo nel 2020

La chiesa di San Lorenzo oggi. (Immagine personale)

 

Come detto sopra il borgo di Terranera è vivo e sta bene riflettendo il dato storico oggettivo di una capacità di resilienza di questo borgo decisamente superiore alla media. Probabilmente parte di questo merito va ascritto anche alla chiesa capace di attrarre i fedeli e dargli coraggio nei momenti difficili.

Il borgo di Terranera è sempre stato un borgo attaccato alla religione, che nel corso dei tempo è stata una delle risorse migliori di questa piccola comunità.

Sul lato edilizio la chiesa di San Lorenzo è stata oggetto di un lungo restauro, che l’ha portata ad aumentare il suo fascino di luogo religioso.

Il restauro della chiesa ha riguardato vari interventi come il restauro del campanile storico, il consolidamento degli orizzonti esistenti, l’inserimento di tiranti e il rifacimento della copertura.