
EPOCA MEDIEVALE – CONTEMPORANEA
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1861-1899
– La Marsica nel periodo risorgimentale

Il lago Fucino nel 1860. (Immagine da Wikipedia)
Durante il periodo risorgimentale diciamo nel 1860-61 la Marsica vive un periodo di profondo cambiamento climatico e strutturale dato dal prosciugamento del Lago Fucino, portato avanti dal Banchiere Torlonia.
Torlonia riesce con coraggio e molto denaro a portare avanti una maestosa opera idraulica senza precedenti fino a quel momento, riuscendo nell’arco di 20 anni a prosciugare l’immenso lago Fucino, creando dei canali sotterranei che accompagnandosi a quelli romani permettono all’acqua del lago di defluire verso il fiume Liri. Questo cambiamento porta e porterà conseguenze molto importanti per il territorio.

Il lago Fucino nel 1863 circa con i lavori di prosciugamento che vanno avanti
Nella Valle Roveto e nei posti un po’ più isolati come possono essere Balsorano o Cappadocia gli echi della grande opera idraulica arrivano lontani e distratti non essendo il territorio cappadociano direttamente interessato dall’opera. In questo periodo la vita nel comune marsicano sembra scorrere tranquilla, ma la nascita del regno d’Italia fa sentire i suoi effetti anche qui.
Nella Marsica infatti la popolazione è ancora filo-borbonica e a ciò si aggiunge una possente propaganda messa in piedi dal clero locale che non vede di buon occhio il cambio di regime. Fatto è che la Marsica inizialmente si schiera con Francesco II e la sua idea di ritornare sul trono napoletano.
La popolazione rivuole Francesco II a Napoli, e sulla base di ciò Francesco tenta di un accordo con le bande criminali. Va così che diversi uomini di Francesco si rechino dai capi banda per siglare un accordo che alla fine viene raggiunto, ma viene malvisto un po da tutti sia dalla popolazione locale costretta a sorreggere queste bande che dalla stessa monarchia che si sente umiliata.
L’accordo fra le parti prevede per Francesco un suo ritorno sul trono napoletano nel caso di vittoria e per le bande un loro ritorno alla legalità inquadrate nel nuovo esercito regio. L’accordo fra le parti prevede forti rivolte contro il nuovo regime dei Savoia. Il nuovo governo nazionale manda le forze armate nel sud Italia per fermare le ultime sacche di resistenza borbonica e soprattutto la fine del brigantaggio.
In quasi tutti i paesi della Marsica la popolazione accetta seppure malvolentieri l’accordo e inizia una ferma opposizione contro il nuovo regime. Qui e nel resto d’Abruzzo e Appennini dove le bande criminali sono più forti lo Stato concentra le sue truppe e ciò è vero soprattutto nelle zone di confine come Tagliacozzo o Cappadocia, ovvero nei comuni più esposti.
– Cappadocia nel periodo risorgimentale e la fine del brigantaggio nella Valle Roveto

Cappadocia anni 40-50 XX secolo.
L’Abruzzo e la Marsica negli anni della proclamazione del Regno d’Italia, si trovavano in una situazione politica e sociale difficile e precaria. La cultura è appannaggio di pochi, la maggior parte della popolazione è analfabeta e dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Se alcuni hanno riposto delle speranze nel cambiamento susseguito alla caduta borbonica, ben presto rimangono delusi, ed i piemontesi invece che liberatori sono percepiti come invasori.
Ci sono rivolte e sommosse nei paesi di S.Vincenzo e S.Giovanni nella Valle Roveto, Civitella Roveto, Luco dei Marsi, Tagliacozzo, Petrella, Cappadocia, Villa S.Sebastiano, Avezzano, Celano, Scurcola, Trasacco, Collarmele, Pescina e il Carseolano.
In questi difficili anni il brigantaggio di divide in due tronconi, quello delle sommosse organizzate a scopo politico e quelle che avevano come scopo il furto, la rapina, e la restaurazione della dinastia Borbonica.

Rapina da parte dei Briganti a una carrozza nel 1865
Cappadocia nel periodo risorgimentale 1860-70 vive una fase di generale ansia a causa dell’instabilità presente al livello generale e soprattutto per la forte presenza di bande di briganti nelle montagne circostanti. L’accordo fra Francesco II e le bande regge per qualche tempo almeno fino all’inizio del 1861 permettendo inizialmente qualche grosso smacco al nuovo governo nazionale.
Tuttavia la forte indisposizione delle bande che mal sopportano questa situazione, le riportano a concentrarsi sui loro tradizionali comportamenti, anche molto violenti, contro le popolazioni locali. Ciò induce dapprima un forte malcontento popolare verso queste bande e poi un vero e proprio odio finendo per far accettare alla popolazione lo status quo e i nuovi governanti, purchè i nuovi padroni eliminino queste bande.

Scontro a fuoco tra i Briganti e la polizia italiana
Ciò avviene anche nella Marsica, dove si assiste a molti episodi di scontri tra soldati della nuova polizia italiana e i briganti, ma anche con la vecchia polizia borbonica.
Anche in questo periodo, come fu per quello dello Sciarra, piuttosto sottile e ben poco evidente è la linea di demarcazione che distingue il brigante-eroe popolare dal brigante bandito incallito e senza scrupoli. Molto spesso gli eserciti piemontesi si comportano con le popolazioni locali ben peggio di quanto facessero gli stessi briganti, ai quali invece serviva il favore e l’appoggio della gente locale, dell’ambiente nel quale si muovevano e agivano.
Numerosi sono i briganti che agiscono in questo periodo di confusione fra un regno decaduto e un altro che sta nascendo. Fra gli episodi che ricordiamo ne citiamo due episodi uno riguarda Cappadocia e un altro un colonello borbonico.
Il caso di Cappadocia ci conferma come in questo territorio di confine la presenza dei briganti sia ricca. In questo caso vengono presi nei dintorni del paese dalla polizia due briganti Antonio Coletti di Cappadocia e Domenico Spacconi di Pietrasecca. Una volta arrestati vengono poi fucilati a Cappadocia dal 1 battaglione di bersaglieri comandati dal luogotenente Staderini il 18 agosto 1861.
L’altro caso riguarda il generale Borjes che è un capo militare borbonico, che per conto dell’ex re Francesco II, si muove lungo l’Abruzzo e gli Appennini come congiuzione fra re e bande di briganti per tentare delle sommosse contro il re savoiardo. Ebbene egli alla fine del 1860 si trova nella Marsica, precisamente a Balsorano il 5 ottobre 1860, in fuga per raggiungere Roma ed inseguito dai militari italiani.
Questo episodio si ricollega alla presenza piemontese nel paese marsicano poichè a Balsorano, paese posto nella parte sud della Valle Roveto, si trovano dalla metà del 1861 i soldati piemontesi che trattano il borgo come una base militare posta negli Appennini nella lotta al brigantaggio.
L’occupazione piemontese dura fino al 1868, anno in cui le truppe comandate dal generale Emilio Pallavicini terminano di soffocare tutte le bande di briganti presenti lungo la Valle Roveto.
Tra gli episodi più vivi che ricordiamo di scontro fra ex militari borbonici e truppe italiane vi è la storia di Borjes
– La storia del generale Borjes nel 1861

Il generale borbonico Borjes in un’illustrazione del 1862. (Immgine da Wikipedia)
Il generale Borjes è un grosso militare dell’esercito borbonico e rimasto fedele a Francesco II. Impressionato dall’impresa garibaldina decide di fare la stessa cosa per cercare di riportare a Napoli il suo re, promettendo a chi lo avrebbe aiutato magari di essere inserito nel nuovo esercito borbonico, cambiando per sempre la sua vita misera.
Borjes sbarca tra il 13 e il 14 settembre del 1861 a Brancaleone in Calabria non con 1000 uomini, bensì solo con 20. Il generale si aspetta un’accoglienza festosa che non arriva, restandone deluso. Trova solo una ventina di contadini che si uniscono a lui.
Nonostante questa iniziale delusione il generale arriva all’interno del territorio calabrese; nei pressi di Reggio Calabria si scontra con un plotone della Guardia Nazionale che lo fa fuggire. Agli inizi d’ottobre il generale si unisce con il brigante Mittiga (ex ufficiale dell’esercito borbonico) ed i suoi 120 uomini, ma respinto dal regio esercito italiano a Platì le strade dei due ufficiali si separano.
La permanenza del generale in Calabria si rivela ardua. Egli, dopo re scontri con l’esercito italiano e le aggressioni inflitte dalle locali popolazioni, lo spingono a scappare in Basilicata. Qui il 22 ottobre incontra un famoso brigante Carmine Crocco: tra i due non corre buon sangue, in quanto sono entrambi uomini carismatici, ma alla fine si crea un sodalizio. I due decidono di marciare verso Potenza (roccaforte tenuta saldamente dall’esercito italiano) con 1200 uomini e attaccano in novembre.

Il bandito Carmine Crocco. (Immagine da Wikipedia)
Dopo le prime vittore e qualche rappresaglia, le cose si mettono male. La rivolta che doveva esplodere a Potenza non si avvera e questo permette al regio esercito italiano di potersi rafforzare. Cracco stanco dei frequenti scontri con l’esercito italiano, decide di ritirarsi verso i boschi di Monticchio (Potenza) e dopo una riunione con il suo gruppo decide di abbandonare il generale spagnolo e quindi anche la causa borbonica.
Borjes, deluso dal comportamento di Cracco, se ne va con i suoi 22 uomini cercando di raggiungere Roma per informare Francesco II (ex re di Napoli) di quanto avvenuto in Lucania. Egli marcia come un matto, inseguito dai reparti italiani.


Fumetti sulla traversata di Borjes nella Marsica.
(Immagini da https://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm
Tra novembre e dicembre il generale con i suoi uomini, raggiunge e attraversa la Valle Roveto. L’8 dicembre arriva presso il podere Mastroddi, vicino Tagliacozzo e qui si ferma per riprendere fiato.

Fumetti sulla traversata di Borjes nella Marsica.
(Immagini da https://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm
Un contadino però lo nota e informa il maggiore Enrico Franchini del regio esercito italiano. A questo punto Franchini giunge con trenta uomini presso il podere Mastroddi, per cercare di arrestare il generale e i suoi uomini.


Fumetti sulla traversata di Borjes nella Marsica.
(Immagini da https://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm
Qui Borjes stanco di essere braccato, si consegna insieme ai suoi uomini, ai gendarmi italiani.

Fumetti sulla traversata di Borjes nella Marsica.
(Immagini da https://digilander.libero.it/trombealvento/altriillustrat/gattia.htm
Questi li conducono a Tagliacozzo, dove dopo aver chiesto e ottenuto una confessione per se e i suoi uomini sono tutti fucilati. Oggi a ricordo di quell’evento vi è una targa commemorativa a Tagliacozzo.
– Altri famosi briganti presenti nella Marsica occidentale
Altro famoso capo-brigante è Luigi Alonzi, detto Chiavone, originario del sorano. Compie la maggior parte delle sue azioni nella Valle Roveto; autoproclamatosi Generale delle armate di Francesco II, compie numerose rapine ed angherie, e non vi è notizia certa della sua fine. Il brigante Domenico Cajone di S.Demetrio dei Vestini, ex bersagliere, aderisce invece alla banda Mancini, ed è fucilato in Luco dei Marsi il 6 aprile del 1862, insieme al brigante Luigi Ciavarella di Scurcola Marsicana.
Altro capo molto noto è Domenico Coja, forse originario di Pescina. E’ soldato borbonico e viene arrestato a Roma in un osteria frequentata da briganti marsicani. Di lui si perdono le tracce.
Ci sono persino parecchi sacerdoti briganti nelle nostre terre, come Don Antonio Cesta, sacerdote di Collelongo, che fa parte della banda di Vincenzo Matteo ed è consigliere e aiutante del capobanda Chiavone. Provoca diversi disordini, e una volta scoperto si rifugia in meditazione presso il convento dei Cappuccini di Luco dei Marsi, ma non sfugge all’arresto.
Altri briganti prelati sono il frate cappuccino De Filippi di Collelongo, Don Corretti Arciprete di Tagliacozzo, il frate Bonaventura di Balsorano, il parroco di Civitella Roveto, e molti altri ancora. E la lista dei briganti che operano nella Marsica continua con Antonio Maccarone, che opera soprattutto dalle parti di Secinaro, ed è particolarmente noto per il suo odio per i baffi alla piemontese. Nel corso delle sue scorrerie, quando incontra qualcuno che osa sfoggiare un bel paio di baffi alla Vittorio Emanuele, non esita a torturarlo, strappandoglieli.
– Cappadocia nel 1865

Cappadocia oggi. (Immagine personale)
La popolazione di Cappadocia nel 1865 continua a vivere nello stesso modo in cui viveva secoli prima continuando nell’attività principale di pastori e tagliatori di legna. L’agricoltura continua ad essere qui scarsa a causa della natura del terreno, che appare , argilloso, tufaceo, pietroso, nell’altitudine e nell’intemperanza del clima. Tutti i fattori che hanno sempre permesso solo un’agricoltura di sussistenza e non di mercato. E’ stato, invece, più redditizio l’allevamento e il commercio di legname.
I numerosi faggeti e castagneti che coprono in estate di un tappeto verde lussureggiante le alture piuttosto brulle, sono da sempre fonte di guadagno, specialmente in passato, quando l’unica forma di riscaldamento veniva dal legname. Questo, però, ha condizionato fortemente gli usi della gente di Cappadocia, come lo è stato per tutti i paesi d’Italia.
In autunno, infatti, quando i pascoli incominciavano a non dare più nutrimento, i pastori, prendevano i loro pochi bagagli e con tutta la famiglia si spostavano verso la campagna romana, in luoghi fertili, come la Torre del Padiglione. Cosi facevano i boscaioli, i mulattieri. Si andava a vivere in capanne fatte di frasche, vicine a fontanili o ai luoghi di lavoro; mentre i pochi bambini che andavano a scuola dovevano percorrere molta strada prima di giunge re ai centri abitati. A Cappadocia si ritorna verso maggio o giugno, i viaggi avvengono prima a piedi con la durata di circa 3 giorni, poi via ferroviaria e solo in questo secolo con i camion. Durante l’estate, poi, nascono i figli, in genere ogni due anni, poiché la famiglia deve avere minori preoccupazioni. possibili in inverno.
Nel periodo estivo, come tuttora accade, Cappadocia si ripopola di gente, in piena attività. Le feste patronali, le lunghe passeggiate per i boschi caratterizzano questo periodo. C’è, però, anche chi non conosce alcun riposo e deve lavorare sui pascoli, magari raccogliendo legna-. me per gli stazzi o facendo la spola con i muli dai pascoli al paese, portando formaggio e ricotta e rifornendosi del necessario. Per loro la giornata inizia all’alba. Per chi risiede in paese il sacerdote presiedeva una S. Messa allo spuntar del sole, affinché, poi, ognuno possa andare a lavoro.
La popolazione di Cappadocia, quindi ha sempre vissuto in uno stato seminomade; annualmente vengono percorsi quei sentieri i “tratturi”, di cui parla il poeta pescarese Gabriele d’Annunzio in quella lirica che esprime il suo attaccamento alla terra natia ” I pastori”. Le piccole migrazioni di questa gente , riflesso di quanto nella storia è accaduto tra le popolazioni, ha permesso, a chi le compiva, di uscire, più di altri, dal proprio campalinismo, così da creare una mentalità un po’ più aperta rispetto a tanti altri paesi.
D’altra parte però, ciò non ha sviluppato nessun gusto particolare per le costruzioni, assai modeste. Per questo si può accumunare Cappadocia, nel suo status fino a questo secolo, al paese di Fontamara, descritto dall’abruzzese Ignazio Silone nell’omonima opera “Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce è cresce il cosmo. L’intera storia universale si svolge: nascite morti amori odi invidie lotte disperazioni”.
– Roma diventa italiana

La breccia di Porta Pia l’indomani della presa di Roma. (Immagine da Wikipedia)

Italia nel 1870. (Immagine da Wikipedia)
Il 20 settembre 1870 in seguito al ritiro del contingente francese da Roma, i bersaglieri invadono Roma e la prendono portando la città eterna e la regione Lazio a divenire italiani. Finalmente!!!
– La fine dell’eterno confine fra stato pontificio e sud Italia e la rivoluzione nella Marsica occidentale
Con la presa di Roma da parte dei Bersaglieri il 20 settembre 1870 e quindi l’annessione di Roma e del Lazio all’Italia, non viene meno solo lo stato pontificio, ma anche il secolare confine fra Abruzzo e Lazio, ovvero fra lo stato pontificio e i vari regni del sud Italia. Tale confine è stato sicuramente uno dei più duraturi di tutta la storia europea essendo venuto a formarsi nel 871 con la nascita del nascente stato papale all’interno dell’allora impero carolingio.
Con questo confine hanno dovuto fare i conti decine di sovrani e papi e allo stesso tempo molteplici generazioni di persone. Ora il venir meno di questo confine sconvolge nel bene e nel male usanze di di paesi che su di esso ci hanno costruito intere economie locali, portando con ciò una rivoluzione economica e sociale nella Marsica occidentale che fino al 1870 è stato confine fra due stati.
Sicuramente il venir meno del confine porta più vantaggi che svantaggi in quanto al livello economico non ci sono più dogane, tasse da pagare ecc e questo porta solo benefici. Quanto agli svantaggi con il tempo sono superati.
A distanza di qualche anno grazie al venire meno di tale confine viene migliorata la strada carrozzabile che unisce Tagliacozzo a Roma migliorando la qualità del percorso che poi era ormai reso sicuro anche dalla scomparsa del brigantaggio.
In più nell’arco di alcuni anni nasce la nuova ferrovia che collega Roma con la Marsica portando con ciò un nuovo sviluppo economico e ciò anche in conseguenza con la ben più rivoluzione socio-economica data dalla scomparsa del lago Fucino a causa degli importantissimi lavori di prosciugamento operati dal banchiere Torlonia.
– Una nuova normalità a Cappadocia (1870)

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)
Cappadocia e tutto il territorio della Valle di Nerfa più o meno intorno al 1868-69 si ritrova in una strana atmosfera, in quanto per la prima volta da secoli non si ha più il fenomeno del brigantaggio fatto a pezzi dai gendarmi italiani.
Ciò porta oltre a una certo disagio in quanto qui la popolazione è sempre stata filoborbonica, si ha però anche un certo miglioramento sociale della zona, certo la posizione geografica, il clima rigido rende la zona poco attrattiva e molto isolata, ma comunque non vi è più l’assillo di assalti armati contro i poveri contadini.
In generale i lavori tradizionali a Cappadocia tendono a tramandarsi di padre in figlio, anche se ci sono casi di persone che fanno lavori diversi dai genitori, la tendenza però è quella di ripercorrere le orme paterne.
Al livello demografico l’entrata di Cappadocia nel nuovo regno d’Itali porta il paese e la Valle di Nerfa ad una tendenza incostante. Infatti la popolazione prima diminuisce in pochi anni, passando da 3144 a 3025 nel 1871, per poi risalire decisa a 3282 unità nel 1881.
Aspetto non meno importante è il venir meno di Cappadocia come paese di confine. Infatti dal 1870 il Lazio è unito all’Italia e ciò porta ad uno sconvolgimento sociale importante, in quanto solo sul lato economico il venir meno di tale confine segna la fine di una certa economia di contrabbando. Ma dall’altro lato segna anche un miglioramento economico importante in quanto non ci sono più dogane da pagare al confine ne soldati con cui fare i conti. Inizialmente la popolazione si trova un po’ smarrita dalla nuova realtà, ma nel corso degli anni si adatta bene a ciò.
– Informazioni su Petrella nel 1871
Nel 1871 da un informazione della curia emergecome appare in quest’epoca Petrella e si dice:
“oltre alla chiesa parrocchiale servita da un curato è stata costruita da poco un’altra chiesa dedicata alla Madonna del Carmine. Petrella vive coi prodotti del proprio territorio posto a coltura, coi frutti dei boschi dei quali abbonda e coll’industria dei propri animali pecorini. Buona parte degli abitanti nell’inverno emigra nelle campagne romane per provvedere colle fatiche quello che può mancare alle proprie famiglie. Il fabbricato è un misto di buono e mediocre; l’aria che in Petrella respirasi è molto buona. Il Fevonio rende non solo fresca la stagione estiva, ma la mantiene sempre purgata da esalazioni e miasmi nocivi alla salute.”
– Terremoto di Balsorano del 1873

Nel 1873 una forte scossa sismica si verifica nell’area balsoranese. Il terremoto porta ad alcuni crolli e lesioni e forse qualche ferito, ma per fortuna nulla più. La scossa comunque si risente in tutta la Marsica, producendo però danni estremamente vivi in diversi paesi.
– I lavori finiscono i lavori di prosciugamento del Lago Fucino

Il castello Colonna ad Avezzano ad inizio ‘900
Il banchiere Torlonia riesce nella storica impresa di prosciugare il Lago Fucino, portando la Marsica a cambiare completamente volto e abitudini. Una vera rivoluzione sociale. Gli ex pescatori divengono agricoltori. La conseguenza forse più pesante di questa grande impresa è il cambiamento del microclima locale che porta alla fine di diverse colture e produzioni locali come la vite o l’olio.

Palazzo Torlonia ad inizio ‘900
Torlonia per meglio gestire l’enorme carico di lavoro per il prosciugamento del Fucino trasferisce ad Avezzano l’amministrazione principale dei suoi affari ponendola in un enorme palazzo costruito apposta. Così facendo Avezzano si afferma definitivamente come centro della Marsica sul piano amministrativo. Qui dal 1862 è presente anche il tribunale che lavora bene la giustizia locale
– Morte del re

Re Umberto I. (Immagine da Wikipedia)
Il 9 gennaio 1878 muore re Vittorio Emanuele II. Gli succede il figlio Umberto I.
– La nomina a principe

Alessandro Torlonia 1 principe del Fucino. (Immagine da Wikipedia)
Il banchiere Torlonia viene nominato principe del Fucino dal re Umberto I per la straordinaria opera idraulica compiuta in Abruzzo.
– Cappadocia e la Marsica occidentale: tra povertà e speranza (1879-80)

Cappadocia probabilmente anni 1950.
Nel 1879 si ha una documentazione su come appare Cappadocia. Questa documentazione emerge da una relazione archivistica dei demani della provincia del Secondo Abruzzo Ulteriore. Alla pagina 88 di questo documento, al punto 108 si dice:
” Cappadocia Vicino a Verrecchie dove ha la sua sorgente il fiume Liri incomincia la Valle di Nerfa, che appare molto stretta nella parte occidentale, si dilata nella parte meridionale, e giunge fino a Capistrello. Confina coi territori di Petrella, Capistrello e Rocca a Cerro. Nel tenimento di Colle Secco ha la sua sorgente il fiume Liri. Vi si accede per strada rotabile e cavalcabile. Appartiene come sopra si è acennato al Circondatario di Avezzano, e alla Diocesi di Pescina. La sua estensione di 3395 moggi nap. cioè 2768 di monte e 627 di piano.”
Nel 1880 Cappadocia come tutta la Valle di Nerfa ma più in generale la Marsica è in piena espansione demografica e questo porta con se vecchi e nuovi problemi. Nella Marsica occidentale le vecchie dogane non esistono più e nella zona si viene procendendo a rendere più efficienti le vie di collegamento tra Roma, Tagliacozzo, Avezzano, Rieti, Frosinone e gli altri grandi centri del centro Italia. Le vie presenti a Tagliacozzo dalla Tiburtina-Valeria alla strada di collegamento tra Avezzano e Rieti e altre sono in costante fase di miglioramento. Ciò porta sicuramente benefici.
Diciamo che gli anni 1880 sono anni poveri, ma anche pieni di speranza alla ricerca di un nuovo equilibrio che dia maggiore reddito e una migliore condizione di vita. Questa speranza seppure continuamente messa alla prova dalle avversità climatiche e altro è ben viva nella cittadinanza dopo l’iniziale delusione della prima fase post unitaria. Le gravose tasse fatte dal governo centrale incidono in modo vistoso sulle condizioni familiari dei più poveri.
Però nonostante tutto la popolazione è positiva. Nel 1889 poi arriva il primo collegamento ferroviario importante che mette in comunicazione Roma con Pescara e Tagliacozzo è una delle stazioni di passaggio di questo importantissimo nodo di comunicazione.
All’inizio degli anni 1880 seppure i prati delle montagnole di Cappadocia e dintorni sono ancora dominati dal pascolo delle pecore, queste cominciano ad essere di meno, si passa infatti dai 35.000 capi dell’inizio secolo ai 15-20.000 capi verso il 1870 presenti nell’area della Marsica occidentale.
Con la diminuzione delle pecore un certo tipo di economia ancora ben presente nella zona inizia a declinare. Allo stesso tempo sorgono nuovi mestieri come il mulattiere che pur essendo un mestiere antichissimo è ora in questa parte d’Abruzzo in pieno sviluppo, a causa dello sfruttamento dei muli per la consegna delle merci che servivano per la costruzione della nuova ferrovia regionale. Dovendo in molti casi queste merci giungere in luoghi non accessibili altrimenti i muli vengono usati in modo intensivo e di riflesso chi li guida viene molto considerato.
A Cappadocia lo sviluppo del mestiere di mulattiere è negli anni 1880 in pieno boom e tra alti e bassi resterà molto utile fino a tutti gli anni 1960. Questo fa si che questo si aggiunga ai mestieri già presenti dell’epoca. Altro settore in pieno sviluppo è lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio cappadociano soprattutto le faggete intorno a esso.
Per fortuna in questo caso lo Stato non coincide molti permessi per lo sfruttamento delle meravigliose faggete di questa parte d’Abruzzo e visto anche il luogo impervio sono lasciate a crescere e svilupparsi.
Purtroppo però lavori come il mulattiere o la raccolta della legna o anche altri mestieri come l’artigiano, non consentono ancora una sufficiente e dignitosa vita che solo a prezzo di troppi sacrifici si riesce a vivere. Questo genera sconforto, soprattutto vedendo la crescita esponenziale della popolazione, in quanto le risorse non bastano per tutti e per questo si decide di emigrare.
– I Colonna cedono la montagna della Dogana al comune di Cappadocia (1882)
I Colonna ancora proprietari di una parte delle montagne intorno a Cappadocia cedono il 23 dicembre 1886 i loro diritti su queste zone, al comune di Cappadocia, che riscatta il tutto con atto formale il 12 ottobre 1899.
– Petrella diventa Petrella Liri (1882)
Nel 1882 Petrella mediante un’istanza fatta dal consiglio comunale al governo italiano il comune di Petrella ottiene dal Re d’Italia Umberto I la possibilità di aggiungere al nome che già possedeva l’appellativo “LIRI” autorizzazione che giunge il 18 giugno 1882, diventando così Petrella Liri.
– Cappadocia e l’emigrazione (1890-1900)
La perdurante povertà della zona inducono molte persone ad emigrare per cercare fortuna altrove. Si genera così nel giro di qualche anno a cominciare dal 1890 un lento ma costante flusso di genti che va via dalla Valle Roveto diretta verso altri continenti soprattutto americano dirigendosi chi a nord in USA e Canada e chi a sud in Argentina e Brasile.
A Cappadocia sono molti i giovani che partono in cerca di fortuna tra il 1880 e il 1890. L’andamento della popolazione alla fine del secolo riflette in qualche modo questo dato, in quanto si registra un deciso rallentamento nella crescita demografica locale. Cappadocia infatti passa dalle 3282 del 1881 ai 2885 del 1901.
– D’Annunzio a Cappadocia

Gabriele D’Annunzio. (Immagine da https://www.liberliber.it/online/autori/autori-d/gabriele-dannunzio/)
Nell’estate del 1889 il grande poeta Gabriele D’Annuzio si trova ad andare dalla zia Costanza presso Cappadocia per curare l’asma di cui soffre. Gabriele trascorre a Cappadocia tutta l’estate e qui conosce un paese stupendo, dove trova una buonissima aria che gli giova fin da subito alla salute.
D’Annunzio trascorre qui a Cappadocia un periodo speciale in cui scopre tante bellezze naturali in un colpo solo. Successivamente quando D’Annunzio ritorna a Pescara, scrive una bellissima poesia proprio dedicata alla città che lo ha ospitato, quasi a volerla innalzare ancora.
La poesia in cui D’Annunzio cita Cappadocia è “La fiaccola e il Moggio”
“Voglio andare a Cappadocia, dalla zia Costanza. Mettimi sul mulo che sa la strada. Ah! Come si respira nei boschi di castagni! Voglio ancora il mio schioppo e i miei cani pezzati. bianchi e neri, bianchi e falbi, e quei belli occhi grandi, e quelle orecchie molli come il velluto, e le sorgenti fredde del Liri tra i macigni, dove scendono e salgono le donne con le conche sul capo, e quella stanza bianca, dove si dorme in pace tra l’armadio e il canterano che stanno cheti senza scricchiolare e sanno di lavanda. Voglio tornare là.
( … )
Ahimé, nutrice, anche diceva (Donna Monica) quando era l’estate (non te ne ricordi”) “stasera apparecchiate sotto il platano, Ceneremo all’ aperto”,
E veniva dai monti la frescura su la tovaglia, ed era intorno ai lumi un aliare di farfalle, e noi gittavamo le mandorle novelle contro i pavoni appollaiati, .. Andiamo, Annabella”.
– Strafforello descrive Cappadocia (1899)
Nel 1899, un altro poeta parla di Cappadocia. Si tratta di Strafforello il quale scrive:
“Ai suoi piedi sotto un taglio a picco di quella catena, una larga polla d’acqua cade in una vasca naturale scavata nella roccia; è quella la sorgente del Liri. L’acqua esce poi dalla vasca per cadere su un letto sassoso, scorsa appena un poco, gira una immensa sporgenza pietrosa, alta come un campanile, pittoresca, coperta di muschi, di erbe rampicanti”.
