STORIA DI CAPPADOCIA – XVIII SECOLO


EPOCA MEDIEVALE – CONTEMPORANEA


 

 

_____________________________________

XVIII sec.

 

 

 

– La guerra di Successione Spagnola (1700-14)

Il nuovo secolo si apre con la guerra di Successione Spagnola che porta danni consistenti anche in Italia. Anche nel napoletano si vengono affrontando gli Spagnoli e gli eserciti che vorrebbero disarcionarli a cominciare dalla Francia. In generale la guerra di Successione spagnola vede opporsi due schieramenti quello capeggiato dalla Francia che difende gli interessi di Filippo di Borbone e quello austriaco che difende gli interessi di Carlo d’Asburgo. Alla fine di un decennio di guerre perpetrate da entrambi gli schieramenti, si giunge ad un accordo sancito a Utrect nel 1714.

L’Europa riconosce Filippo di Borbone, quale nuovo re di Spagna. In cambio gli Spagnoli sono costretti a cedere una parte consistente del proprio patrimonio europeo a cominciare dal sud Italia, che viene ceduto all’Austria e ai Savoia che divengono per breve tempo re di Sicilia.

 

 

– I terremoti d’inizio secolo L’Aquila (1703) e Sulmona (1706) e gli effetti su Balsorano

A inizio ‘700 l’Abruzzo viene gravemente colpito da due forti terremoti che hanno epicentro nella regione.

 

 

– Sisma dell’Aquila (1703):

Sisma dell’Aquila in una litografia.

(Immagine dahttps://www.ilcapoluogo.it/2021/02/02/laquila-2-febbraio-1703-il-grande-sisma-della-candelora-che-distrusse-la-citta/)

 

Il primo è il sisma dell’Aquila che distrugge la città e tutto il suo  circondario, producendo molti danni anche nella Marsica. Qui diversi centri abitati marsi risultano duramente colpiti con feriti e morti,  al livello edilizio si registrano molti crolli e danni a case e chiese. I danni del sisma nella Marsica sono molti, seppure non gravi come quando ci sarà il terremoto del 1915. Allo stato delle cose i danni sono ingenti, ma non gravissimi che comunque come sisma produce un blocco nella crescita della popolazione.

– Danni a Cappadocia. Anche Cappadocia come il resto della Marsica registra diversi danni per il sisma dell’Aquila con crolli di abitazioni e danni alle chiese di San Biagio e Santa Margherita. Al momento però non sappiamo della consistenza dei danni. 

 

– Sisma della Maiella (1706):

Terremoto della Maiella del 1706.

 (Immagine dahttps://www.meteoweb.eu/2016/11/3-novembre-1706-terremoto-della-maiella-sconvolge-appennino-centrale-ricordare-prevenire/778024/)

 

Un secondo sisma molto forte avviene pochi anni dopo nel 1706 sempre in Abruzzo ma con epicentro sulla Maiella. Il terremoto della Maiella  si manifeta con una potenza imponente pari a 6,7 Mw.

Questo sisma provoca la distruzione di Sulmona e dei suoi centri limitrofi. Molti centri dell’aquilano risentono del sisma, ma essendo già distrutti dal precedente terremoto non subiscono vittime.

Nella Marsica il sisma si sente distintamente ovunque, producendo ancora danni ai paesi. Un effetto collaterale di questo sisma è un discreto calo della popolazione locale, forse dovuto alla paura del futuro.

 

– Danni
a Cappadocia: Su questo sisma non abbiamo al momento alcuna notizia circa i
danni avuti a Cappadocia e sulle due chiese del paese.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo a inizio ‘700 (1700-14)

A inizio ‘700 a causa del cambiamento politico in corso che mette in discussione la permanenza di Napoli e la Sicilia sotto la bandiera spagnola e soprattutto i terremoti d’Abruzzo d’inizio secolo, si registra un periodo molto cupo della storia abruzzese e marsa. In questo periodo chiaramente anche a causa dei sismi del 1703 e del 1706, dei danni e i lutti derivati da questi si ha un certo calo demografico che va in controtendenza con il dato nazionale dell’Italia.

 

 

– Il vice regno di Napoli sotto l’Austria (1714-34)

Il vice regno di Napoli divenuto territorio austriaco nel 1714 lo rimane fino al 1734 e in questo periodo si ha una forte ripresa economica dell’intero meridione italiano. Ciò lo si deve a vari fattori al deciso cambio di politica gestionale perpetrata dal governo di Vienna, al netto e migliore cambiamento climatico che favorisce una forte ripresa dei raccolti, ecc.

Conseguenza netta del miglioramento economico registrato in questo periodo è una forte crescita demografica che va pian piano a rimpiazzare i vuoti di popolazione avutisi dopo la Peste del 1656.

 

 

– Crisi generale nel ducato di Tagliacozzo nel 1700-14

Come già accennato sopra nel ducato di Tagliacozzo a causa dei terremoti d’inizio secolo al contrario di quanto inizia a manifestarsi nel resto del viceregno napoletano, prosegue qui la crisi economica e sociale del Seicento. Abbiamo quasi tutti i paesi del ducato in una fase stagnazione demografica se non addirittura di crisi.

La stessa Tagliacozzo nel 1714 registra un leggero calo della popolazione. E’ pur vero che viene migliorando il clima che porta con questo migliori condizioni ambientali, ponendo così le basi di una ripresa economica. Anche dal punto di vista della sicurezza non ci siamo per niente a causa di un rafforzamento del brigantaggio che proprio a inizio secolo spadroneggia nella Marsica.

Qui infatti spadroneggia incotrastata la banda di De Santis che commette molte atrocità nella zona, tra cui l’omicidio del governatore di Luco e Trasacco Felice Antonio De Angelis. Per questo atto il vescovo dei Marsi Corradini denuncia pubblicamente il bandito, che risponde al vescovo minacciandolo di morte.

 

 

– L’assalto ad Avezzano del bandito De Santis

Avezzano in un dipinto di fine 700.

 

Avezzano medio paese della Marsica a ridosso del Lago Fucino, si trova in una posizione di collegamento molto vantaggiosa per chi viene da fuori o si muove all’interno del territorio ducale.

Questo vantaggiosa posizione consente al paese, eretto tra IX e X secolo di crescere nel tempo, divenendo un’importante centro cittadino che arriva a essere a fine XV secolo il borgo più importante della contea d’Albe. Il suddetto centro cresce ancora sotto i Colonna nel XVI e XVII secolo, che ne sviluppano il castello facendolo divenire un’importante residenza signorile.

A inizio ‘700 il piccolo borgo diventato ormai una piccola cittadina continua la sua ascesa seppure acciaccata dai terremoti d’inizio secolo che lo hanno in parte danneggiato.

Avezzano appare agli occhi dei briganti una valida piazza da cui prelevare soldi e rifornimenti. Il bandito Felice Antonio De Santis, che è il più grosso malvivente locale del periodo prende di mira Avezzano decidendo di assaltarla il 9 luglio 1707.

Egli forte di 200 uomini assalta la cittadina di Avezzano difesa da una compagnia di Dragoni, la polizia spagnola. Gli avezzanesi dinnanzi a questo assalto fuggono dalla città e dopo aver saputo che la polizia spagnola si era arresa a De  Santis, sono costretti a sborsare 1500 ducati per evitare il saccheggio della città stessa. Durante questa fase di confusione alcuni cittadini debitori con il comune di Avezzano, spalleggiati dallo stesso De Santis, danno fuoco a gran parte dell’archivio comunale (D’Amore, 1998, 63-64).

 

 

– L’assalto al vescovo nel 1707

Subito dopo De Santis sorretto da soldati austriaci, prova ad uccidere il Vescovo dei Marsi mons. Corradini che però si salva (ADM, B/57/168-173). L’atto non passa inosservato arrivando al culmine di tante atrocità. 

 

 

– Il ritorno degli Spagnoli nel 1707

A questo punto il governo spagnolo si trova costretto ad intervenire in modo fermo e risoluto. Gli Spagnoli tornano a Napoli dove vi sono stati fatti cruenti e la città è sottosopra , anche in virtù della guerra di successione spagnola. Qui gli Spagnoli riprendono in pieno il controllo della città e poi si spostano ad Avezzano. Qui la polizia spagnola rioccupa il territorio e cerca vendetta per i fatti di Avezzano. La polizia spagnola vuole catturare De Santis e mandarlo a morte, ma De Santis fugge per un periodo a Roma protetto dal cardinale Grimaldi, filo-austriaco.

 

 

– Arrivano gli Austriaci (1714-34)

In base al trattati internazionali di Utrecht e Rastadt (che pongono termine alla  uerra di successione spagnola) il sud Italia (e quindi anche l’Abruzzo) passa con l’esclusione della Sicilia, a far parte dello stato austriaco.

 

Europa 1714 (Fonte Wikipedia)

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo diventa austriaco 1714

L’episodio del 1707 del bandito De Santis e del suo assalto ad Avezzano è emblematico di un’intera stagione perchè consente di capire come questi banditi non agissero da soli, ma protetti in alto e allo stesso modo fossero in qualche modo spinti a commettere alcune atrocità dalle persone influenti, che poi li avrebbero protetti in caso le cose fossero andate male.

Il tutto ricade nella stagione della guerra di successione spagnola che si combatte in modo sottile, anche in quel della Marsica. Comunque siano andate le cose nel 1714 si ha un rivoluzionario cambio di regime politico. In pratica il regno di Napoli cessa di essere spagnolo dopo due secoli e diventa austriaco, dopo che l’Austria insieme ad altre potenze ha battuto le forze borboniche che volevano sommergere l’Europa. Da ciò ne consegue che anche il ducato di Tagliacozzo cambi regime pur rimanendo saldamente nelle mani della famiglia Colonna.

D’altra parte un cambio di regime feudale locale non conveniva agli Austriaci, i quali avrebbero dovuto interagire in modo fermo anche con lo stato pontificio visto il confine ducale con lo stato del Papa. Quindi il cambio politico non comporta in quasi nessun feudo un cambio feudale.

 

 

– L’ascesa dell’XI duca di Tagliacozzo

Fabrizio II Colonna. (Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1714 muore il duca di Tagliacozzo Filippo II che aveva governato da lontano il ducato di Tagliacozzo, delegando sempre più la gestione del ducato alle varie famiglie baronali locali che vengono crescendo a scapito dei Colonna sempre più lontani da Tagliacozzo e dai suoi problemi.

A succedergli è il figlio Fabrizio II Colonna sotto il quale il ducato tornerà a crescere in modo sostanziale. Complice infatti un miglior governo locale, ma soprattutto un miglior clima e una ritrovata crescita demografica il ducato di Tagliacozzo tornerà ad essere ricco. Fabrizio asseconda questa crescita con un governo locale stabile e ciò anche nel caso del cambiamento politico del 1734 che vedrà la restaurazione del regno di Napoli sotto la nuova dinastia dei Borbone. Con Fabrizio insomma, complici anni più fortunati, il ducato di Tagliacozzo conoscerà una forte ripresa economica e sociale che non si vedeva ormai da molto tempo.

 

 

– Miglioramento economico sotto il regime austriaco

Con gli Austriaci la situazione generale del vice regno di Napoli inizia a migliorare grazie a un migliore gestione della cosa pubblica. Però ancora per qualche anno fino al 1727 la situazione climatica è ancora difficoltosa con risultati assai scoraggianti sul piano agricolo e dell’allevamento del bestiame. In Abruzzo negli anni 1716 e 1726 si registra una forte moria di bestiame a causa del clima rigido e della scarsezza di cibo.

Dal 1727 finalmente il clima torna mite e i raccolti divengono abbondanti e sia gli allevamenti che le persone tornano a nutrirsi decentemente. A partire da questa data fino al 1734 anno della fine del dominio austriaco, la Marsica torna a crescere anche sul piano demografico riuscendo a superare bene la fase di crisi seguita alla Peste del ‘600. 

 

 

– Cappadocia sotto gli Austriaci (1714-34)

Cappadocia rimane ad inizio 700 un piccolo villaggio e fino al 1727 ovvero fino a quando non è stata superata la crisi climatica dell’ultimo secolo non era più molto popolato e a ciò andavano aggiunti alcuni danni dei sismi d’inizio secolo.

Dopo il 1727 complice un significativo miglioramento climatico e delle condizioni generali si è ripreso anche un po’ demograficamente vedendo più gente nelle proprie strade e tutte le attività economiche hanno ripreso vigore, pur nella difficoltà di paese di montagna e di asprezza del territorio.

 

 

– L’ascesa dei Borbone a Napoli (1734)

Re Carlo IV di Napoli (1734-59). (Immagine da Wikipedia)

 

In Europa è in corso la guerra di successione polacca, che direttamente e indirettamente coinvolge anche l’Italia dove l’estinzione di alcune famiglie regnanti apre dei troni vacanti, magari piccoli stati, ma che vengono usati dalle grandi potenze europee per creare un nuovo equilibrio. Ebbene tralasciando la guerra polacca e gli altri giochi politici vediamo come il nuovo equilibrio europeo che verrà sancito formalment nella pace di Vienna del 1738, vede la riformazione del regno di Napoli in un contesto d’indipendenza dopo 230 anni di sottomissione allo straniero spagnolo e poi austriaco.

In un contesto di nuovi equilibri di potere i Borbone di Spagna ottengono di poter occupare il trono di Napoli mandando su questo Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna. Carlo di Borbone diventa dunque il primo re di Napoli dopo 230 anni di colonialismo estero. Carlo fonda in tal modo una nuova dinastia che tra gli alti e bassi della storia governerà il sud Italia fino al 1860.

 

 

– La crescita del ducato di Tagliacozzo sotto Carlo VII (1734-59)

Sotto Carlo di Borbone il ducato di Tagliacozzo mostra finalmente una crescita costante che iniziata sotto il governo austriaco, prosegue ora in modo più forte sotto il nuovo governo napoletano. Di questa ritrovata crescita indirettamente e direttamente ne beneficiano tutti sia la popolazione che il regime nobiliare locale che la famiglia Colonna sempre più distante dal ducato di Tagliacozzo. Fabrizio II pur assicurando una certa stabilità continua ad affidare alle famiglie baronali di sua fiducia il vero governo locale. Questo comporta una maggiore capacità di controllo.

In generale infatti si nota come sia il governo centrale di Napoli che le famiglie baronali locali cerchino di avvantaggiarsi con vari espedienti di questo momento favorevole. Il governo centrale lo fa con l’imposizione fiscale e la maggior parte della ricchezza e dei benefici derivanti da questa situazione favorevole viene filtrata dalla rete delle famiglie baronali e di un ristretto ceto burocratico e mercantile, abituati entrambi a sperperare più di quanto ottenessero con sfruttamenti da rapina. All’interno di questo quadro anche le istituzioni ecclesiastiche hanno un ruolo non secondario nella polarizzazione del benessere.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo e la riforma del Catasto

La riforma del catasto è più o meno degli anni 1737-40 e ogni paese deve rendere pubblica la propria situazione allestendo un proprio catasto e ciò vale per i paesi più grandi come Tagliacozzo che per quelli più piccoli come Cappadocia, Petrella Liri, Verrecchie ecc.

A Tagliacozzo il primo catasto viene pubblicato nel 1748 e questo nella sua formazione non è soltanto un procedimento pubblico finalizzato a misurare e tassare la ricchezza della Comunità, ma anche un momento di confronto sociale, di scontro e di identità collettiva.

Gli annunci del banditore, le pubbliche misurazioni, le delazioni, le pressioni sugli agrimensori, le denuncie, le polemiche, le discussioni in consiglio finiscono con un documento ufficiale che bene o male rappresenta la realtà economica del paese rispetto al fisco.

Anche in questo caso emergono bene le varie discordie e gelosie fra le famiglie più in vista del paese, pronte a prendersi questo o quel bene. Una sorta di lupi famelici.

 

 

– Citazione di Cappadocia del 1738

Nel 1738, l’illustre vescovo di Venosa, mons. Pietro Antonio Corsignani, prendendo spunto da Febonio Marso, redasse un’opera sull’Abruzzo: “Reggia Marsicana ovvero Memorie topografico-storiche di varie colonie e città antiche e moderne della Provincia dei Marsi e di Valeria” e descrive Cappadocia. 

Il vescovo parla anche di una cappellina fuori della terra di Cappadocia consacrata al martire S. Sebastiano. Questa cappella diede poi il nome all’attuale piazza della Vittoria, ovvero in dialetto S. Bestiano, che nel 1901 segnava il termine del paese.

Più tardi fu costruita un’altra cappellina, nel cuore del paese antico, intitolata alla Madonna delle Rose, la cui statua lignea risiedette li per molto tempo. In seguito questa piccola chiesa fu sconsacrata e utilizzata come pagliaio. Oggi, tra le macerie che la circondano, è possibile vedere l’altare in pietra ed un’urna rettangolare. La cappellina è posta in quella che era l’entrata del paese. Vicino vi è un palazzotto che presenta un cornicione con altorilievi di figure di animali, simboleggianti i quattro Evangelisti: il leone = S. Marco, l’aquila= S. Giovanni, la testa di bue = S. Luca, la corona = S. Matteo.

E’ l’unica abitazione nel paese il cui portone è incorniciato da grossi blocchi di pietra incisi a mano, salvatisi per poco da una vendita prima della seconda guerra mondiale. Uno di questi blocchi, posto in cima al portone porta inciso il segno eucaristico IHS e 3 frecce incrociate segno della Passione. Per questo il palazzo era forse la residenza del curato o della famiglia più benestante del paese, e fu venduto agli inizi del Novecento per 7.000 da don Domenico D’Amico allora parroco del paese.

Proprio sotto il palazzo, percorrendo un ampia e comoda scalinata, vicino ad un fontanile un tempo esisteva la porta d’accesso al paese e della quale, fino a qualche decennio fa, si intravedevano gli stipiti e i gangli. 

 

 

– La guerra di successione austriaca (1740-45)

Tra il 1740 e il 1745 in Europa esplode la guerra di successione austriaca che termina dopo anni di guerre e colpi di scena con l’ascesa di Maria Teresa d’Asburgo al trono viennese come arciduchessa d’Austria e regina d’Ungheria e come imperatrice consorte sul trono del S-R-I, ormai solo una confederazione di stati senza più alcun vincolo effettivo. Il principale antagonista di Maria Teresa in questa guerra  giocata tutta in territorio tedesco è Federico II di Prussia che consolida il suo stato in modo forte affermandosi tra le grandi potenze europee

 

 

– La pace di Aquisgrana (1748)

La pace di Aquisgrana firmata nel 1748 sancisce la fine della guerra di successione spagnola e nel caso italiano riconferma l’equilibrio italiano uscito fuori con la pace di Vienna.

 

L’Europa del 1748. (Immagine da Wikipedia)

 

 

– L’Italia e il regno di Napoli dopo la pace di Aquisgrana (1748)

L’Italia e del regno di Napoli nel 1748

 

 

– Le riforme di Carlo VII (1735-42)

Tra i primi importanti provvedimenti di Carlo furono quelli volti a riformare l’ordinamento giuridico attraverso la soppressione di organi istituiti nel periodo vicereale, inadatti per uno stato indipendente quale era  diventato il Regno di Napoli. Con una prammatica sanzione datata 8 giugno 1735 il Consiglio Collaterale fu abolito, e sostituito nelle sue funzioni  dalla Real Camera di Santa Chiara.

A partire dal 1739 furono varati diversi progetti per il riordino del complesso legislativo napoletano, reso caotico dalla coesistenza di undici legislazioni: romana, longobarda, normanna, sveva, angioina, aragonese, spagnola, austriaca, feudale ed ecclesiastica. Il più ambizioso era quello che prevedeva non solo la consolidazione e la raccolta delle prammatiche, ma la redazione di una vera e propria codificazione, il Codice Carolino, a cui lavorò una giunta composta, tra gli altri, dai giuristi Michele Pasquale Cirillo (che ne fu il principale promotore e artefice) e Giuseppe aurelio di Gennazaro e dal principe di San Nicandro Domenico Cattaneo . L’opera rimase per lungo tempo incompiuta e fu pubblicata per intero solo nel 1789.

Un’altra importante riforma fu quella del sistema fiscale, attuata attraverso l’istituzione del catasto onciario, col real dispaccio del 4 ottobre 1740 e la prammatica de forma censuali seu de capitatione  aut de catastis del 17 marzo 1741. Il catasto, detto onciario perché i beni da tassare erano valutati in once, nelle intenzioni del re avrebbe dovuto rendere più equa la distribuzione del carico fiscale, facendo in modo «che i pesi sieno con eguaglianza ripartiti, che ‘l povero non sia caricato più delle sue deboli forze ed il ricco paghi secondo i suoi averi». Tuttavia, la sua poca efficacia nell’alleviare il peso fiscale gravante sui ceti più umili e gli abusi della sua applicazione furono criticati da alcuni economisti.

Ad ogni modo tutti i vari paesi facenti parte del regno di Napoli hanno l’obbligo di rendere pubblica la propria situazione sia in merito alle famiglie presenti e i loro componenti che sul piano della proprietà.

 

 

– Cappadocia sotto Carlo VII (1748)

Cappadocia nel 1959

 

Cappadocia è a metà ‘700 un paese di frontiera fra regno di Napoli e stato papale. Qui come nel resto dei paesi di frontiera riprende in modo vigoroso il contrabbando e la corruzione dei controllori dei passi, mai debellati dallo stato napoletano nonostante i vani tentativi di contrastarla.

I prodotti che sono interessati dal contrabbando riguardano i beni legati alla pastorizia come lana, latticini, formaggi, carne e bestiame vivo, ma anche frutta e grano, quantunque quest’utlimo prenda più facilmente la strada  del commercio interno lungo la Valle Roveto in direzione della capitale per il rifornimento dell’Annona.

Sul piano sociale Cappadocia continua ad essere un paese di povera gente, che però in modo dignitoso riesce ad andare avanti, nonostante i tanti problemi presenti in questa parte di Marsica.

I paesi come Cappadocia, Petrella Liri, Castellafiume, ecc tendono a ripopolarsi, anche se non  come prima. Questi piccoli paesi di montagna proprio per la loro posizione vedono il riaffermarsi della transumanza e del pascolo delle pecore, dove però a parte l’uso domestico il resto è in mano a pochissimi proprietari che gestiscono per loro conto e per i Colonna il mercato di queste e dei prodotti derivati, in primis la lana.

 

 

– Il sigillo parrocchiale a Petrella nel 1752

Il sigillo parrocchiale di Petrella è nel 1752 ellittico e come su detto raffigura San Michele Arcangelo nella classica iconografia in atto di uccidere il demoni o dragonato, San Giovanni Battista con agnello e bastone vessillifero e scritta “Eccl. Parroch. SS. Mich. Arch. Et Joannis Bapte Petrellae“. Questa effige viene trovata negli atti del 1752 del barone locale dei Carpegna. 

 

 

– Il XII duca di Tagliacozzo (1755)

Muore nel 1755 il duca Fabrizio II dopo circa 40 anni di governo ducale. Gli succede nella gestione dei feudi il figlio Lorenzo che diventa il XII duca di Tagliacozzo. Lorenzo come suo padre delega della gestione del feudo abruzzese le famiglie baronali a lui devote. In questo modo si accentua il distacco dei Colonna dalle terre abruzzesi dove solo qualche volta essi giungono per un brevissimo soggiorno.

 

 

– Arriva Ferdinando (1759)

Ferdinando IV di Napoli nel 1759.
(Immagine da Wikipedia)

 

Nel 1759 in seguito alla morte senza figli di Ferdinando VI di Spagna, diventa re Carlo di Napoli, che diventa Carlo III re di Spagna. A causa di ciò viene scelto come suo successore a Napoli il giovanissimo secondogenito maschio Ferdinando, che diventa Ferdinando IV re di Napoli a soli 9 anni. Il suo sarà uno dei regni più lunghi di tutta la storia napoletana ed europea, seppure intervallato dalla parentesi napoleonica. Egli infatti dominerà la scena napoletana fino alla morte avvenuta nel 1825.

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo nel 1760-80

Tagliacozzo oggi. (Immagine da Wikipedia)

 

Durante questo periodo prosegue ancora per qualche tempo la crescita economica che ha contraddistinto il governo ducale di Fabrizio II. Tagliacozzo nonostante sia sempre centrale nel contesto marsicano viene perdendo centralità politica a favore di Avezzano che diventa sempre più un borgo importante che si pone in antagonismo con Tagliacozzo. Purtroppo la situazione pur essendo ancora fiorente inizia a declinare a causa dell’esosità degli scambi commerciali imposti da Napoli.

Il mercato clandestino sicuramente aggira i vari problemi ma non risulta sufficiente per dare sicurezza economica alla popolazione che si ritrova con molta merce da vendere, ma fatica a farlo per le stupide tasse di frontiera. Cresce quindi il malcontento che viene aumentando il brigantaggio che diventa sempre più endemico e pericoloso, specie per i piccoli paesi di montagna come appunto sono Petrella Liri, Cappadocia e Verrecchie.

 

 

– Arrivano le suore Trinitarie a Cappadocia (1765)

 

Il paese di Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

A Cappadocia arrivano in quanto sollecitate dalla popolazione le suore Trinitarie che dopo un periodo non facile di stabilizzazione riescono a ostruire il loro convento ponendolo a ridosso della porta del paese, che da il nome al rione circostante.

Qui il convento, costruito nel 1765 (rimasto in loco fino al tremendo terremoto del 1915 che lo ha distrutto), si affaccia sulla valle di Nerfa e si presenta con un aspetto austero ed imponenete. Questo monastero rappresenta il secondo convento delle suore Trinitarie nella Marsica, in quanto il primo aveva sede ad Avezzano ed era stato eretto tempo prima. Qui a Cappadocia la madre fondatrice del nuovo monastero suor Maria Teresa era stata mandata qui dal cardinale Marco Antonio Colonna che conosceva bene lo stato miserevole della zona e pensando di aiutare con questo monastero la popolazione locale specie femminile, manda qui questa suora con l’intento di costruire un nuovo convento su un terreno di proprietà dello stesso cardinale. 

La loro presenza viene accolta subito bene dalla popolazione in quanto assicura loro una assicura assistenza, soprattutto per le donne della Valle di Nerfa, che tramite i loro insegnamenti possono imparare cosse utili o farsi aiutare per problemi vari. Certo il percorso di consolidamento della loro opera di carità si pone subito in salita e ci vorranno diversi anni prima che queste si affermino meglio, ma intanto hanno iniziato. All’inizio infatti nel 1765 il monastero consiste solo in un semplice accasamento, privo anche di una cappella per la preghiera.

Passano poi dieci anni fatti di sacrifici e grande carità verso la popolazione locale che sempre più spesso si rivolge a loro per aiuto. Quando risulta evidente che la loro opera cristiana si è ormai affermata nel paese Suor Felice supplica il papa Pio VI (1765-90) di concedere loro la possibilità di costruire una chiesa vicino il dormitorio. Il papa accetta di buon grado la loro supplica e da subito il nulla osta papale.  La chiesa viene eretta poco dopo. Ma con il tempo l’opera delle suore aumenta presso la popolazione che ha sempre più fiducia in loro. Ciò porta anche ad una crescita del loro numero, poichè diverse giovani decidono di farsi suora, ma ciò produce diversi problemi organizzativi.

Al che le suore chiedono di poter costruire un monastero e una chiesa più grandi. Ciò avviene nel 1789 grazie all’interessamento del cardinale Colonna che dona alle suore 100 ducati per acquistare un terreno più grande. Il terreno viene preso poco dopo e misura di 20 canne quadrate risultando adatto per l’erezione di un convento e una chiesa
più grandi.

 

 

– Il tratturo Colonna e la Valle di Nerfa nel 1770

In quest’epoca la Valle di Nerfa come nei due secoli precedenti fa e ha fatto parte del cosidetto tratturo Colonna, che è un percorso che le greggi dei Colonna e di altre famiglie di armentieri percorrono avanti e indietro nell’arco dei mesi estivi ed invernali per sfuggire o al freddo invernale di montagna o alla calura estiva e ciò si svolge tutto all’interno dei domini di Casa Colonna che sono completamente uniti fra loro in quanto ogni feudo è confinante con l’altro.

In Abruzzo abbiamo il ducato di Tagliacozzo che confinante con i ducati Colonna dello stato pontificio fa riferimento ai monti Simbruini e Carseolani. Soprattutto i monti Simbruini fanno da spartiacque fra cinque diverse valli fluviali. Questo territorio si caratterizza per una lunga sequenza di crinali e valloni disposti su file parallele chiaramente orientati nord ovest – sud est. Questo confine se da un lato risulta ben funzionale alla logica del confine e della separazione fra i due stati, dall’altro rende più  facile la risalita dalla campagna romana e dalla valle dell’Aniene verso gli altipiani della Valle di Nerfa nella zona di Camporotondo.

Seguendo infatti uno dei quattro valloni paralleli di Campolungo, di Fosso Fojo e del Tagliacozzano e di Camposecco, si sale agevolmente dalla Piana del Cavaliere alla Dogana di Tagliacozzo tramite un cammino di circa dieci miglia che supera un dislivello di settecento metri impiegando mezza giornata.

La Dogana di Tagliacozzo si esplica quasi completamente nella Valle di Nerfa o alta Valle del Liri presentandosi con un enorme paesaggio di pascolo di altura vicino all’antica faggeta fossile, che con il raffreddamento del clima ha trovato condizioni ottime per espandersi fino al Medioevo.

Grazie alla loro grande forza le faggete della Valle di Nerfa hanno finito per espandersi e conservarsi molto bene tra Camporotondo e Monte Midia. La loro conservazione è talmente buona che sono divenute nel ‘700 folte e impenetrabili sui versanti esposti a nord, i cosidetti appacini, mentre anche a causa di antichi e recenti disboscamenti, ricordati dai toponimi Cesalarga e Pelacosta, la foresta si andata via via diratandosi qua e la in ampie radure o addirittura arretrata in macchie isolate.

Così i tratturi di fondovalle corrono nel mezzo di due fitte quinte boscose, fino ai vasti assolati esposti a mezzogiorno, dove il rigoglioso e tenero erbaggio offre e ha offerto al bestiame un buon nutrimento estivo.

 

 

– Terremoti marsicani nel ‘700

Nel corso del XVIII secolo nella Marsica si avvertono diverse scosse di terremoto concentrate nelle zone di Cerchio e Ortona dei Marsi. Le scosse pur chiaramente avvertibili dalla popolazione, a parte qualche danno superficiale e molto spavento non producono nulla di significativo. Queste scosse sono avvertite anche a Balsorano ma non producono nulla di significativo.

Una delle scosse più significative è un terremoto che sarebbe avvenuto come epicentro nella zona di Cerchio nel 1778, provocando dei danni superficiali sia a Cerchio che alla limitrofa Celano. Sembra che a parte un forte spavento e alcuni crolli verificatisi in abitazioni e in chiese non vi siano stati morti e il numero dei feriti per quel che si è intuito non deve essere stato molto alto.

 

 

– Effetti del sisma del 1778 su Cappadocia

terremoto di Cerchio del 1778 così come è avvenuto non sembra aver creato problemi a Cappadocia dove escluso il grosso spavento il resto sarebbe rimasto integro.

 

 

– Il XIII e ultimo duca di Tagliacozzo (1779)

Muore il duca di Tagliacozzo Lorenzo Colonna a cui succede il figlio Filippo III. Filippo eredita tutti i feudi paterni e ne mantiene la proprietà e la gestione fino al 1806, ovvero fino all’eversione feudale di età napoleonica. Quindi Filippo III è l’ultimo duca di Tagliacozzo e in questa versione nei suoi anni di governo non si discosta per nulla dal padre nella gestione del bene feudale, manifestando un completo distacco dai suoi territori abruzzesi, che sono affidati alle cure delle famiglie baronali locali fedeli a lui.

 

 

– Venerazione per San Michele Arcangelo a Petrella (1782)

La venerazione e raffigurazione di San Michele Arcangelo è molto varia e diffusa, a Petrella, in uno stemma circolare del 1782, con la scritta Università Petrellae, l’arcangelo è raffigurato con la spada in atto di colpire il demonio, simbolo del male posto ai suoi piedi, in mezzo a rupi ardenti, che indicherebbero il nome del centro fondato sulla costa rocciosa della montagna. 

 

 

– Il ducato di Tagliacozzo e la valle di Nerfa nel 1785

Tagliacozzo ai primi del 900.

 

Il disimpegno dei Colonna dagli affari nel ducato di Tagliacozzo si completa con l’ultimo duca Lorenzo Colonna, che a partire dal 1779, anno della sua ascesa nella gestione dei feudi di famiglia, delega di tutte le attività della Dogana di Tagliacozzo fino al 1805 la famiglia degli armentari di Tagliacozzo e Cappadocia Francesco e Giovanni Tocci. Approfondire il lavoro condotto dai Tocci è quanto mai utile per capire la gestione, ma anche la vita nel ducato di Tagliacozzo alla fine del ‘700 ormai al tramonto dell’era feudale.

I due fratelli si ritrovano a gestire una fortuna enorme diventando nell’arco di un ventennio molto ricchi. Diventati infatti i veri organizzatori e gestori dei pascoli estivi, i Tocci assumono le funzioni di procuratori dei proprietari delle masse ovine di Cappadocia, Petrella, Verrecchie, Roccacerro e Tagliacozzo, fra cui figura il barone Alessandro Mastroddi, proprietario di una masseria di 1500 pecore. Con i Tocci devono trattare anche gli armentari della campagna romana ovvero i Zangola, i Torre Stazzi e i Marinucci, proprietari di grandi greggi.

Ai Tocci, che diventano dei giganti economici in questo pezzo di Marsica, è pure affidata dai Colonna la gestione dei contratti d’affitto e degli accordi per l’uso contemporaneo degli stessi pascoli da parte di greggi di diversi proprietari. Dagli atti notarali emerge che il territorio della Dogana viene articolato per tipologia di pascolo in diverse unità di gestione come Montagne, Campi e Ricalate e suddiviso in quarti secondo i tradizionali confini: le montagne di Pereto, i colli della Maddalena, i quarti di Fontecellese, Campogrande, Macchialonga, Campocatino, Camposecco e Serrasecca, e per terminare abbiamo le ricalate di Carsoli e Oricola, intendendosi come pascoli di transito a servizio degli spostamenti della transumanza.

La durata dei contratti di subaffitto varia dai tre ai sette anni e il corrispettivo chiamato estaglio viene di solito versato in scudi romani o ducati e talora comprende il pagamento aggiuntivo in natura di varie decine di forme di formaggio pecorino. L’erario del duca Colonna controlla a priori i rientri dell’intera operazione riservandosi talora compiti complementari come la manutenzione nei suoi feudi dei tratturi, dei ponti e dei fontanili lungo la via Valeria mentre ai vergari spetta il compito di fare accordi con i proprietari per l’uso temporaneo dei riposi lungo la strada.

L’impatto dell’allevamento ovino della Dogana sul centro abitato di Tagliacozzo è piuttosto basso. Se ne avvantaggiano in un’economia di sussistenza solo poche famiglie di pastori e vi si arricchiscono solo pochi armentari, mentre i grossi proventi vanno ai Colonna. Questi soldi che i Colonna acquisiscono vengono solo in minima parte riempiegati nelle attività di manutenzione dei mulini, rocche e palazzi del ducato di Tagliacozzo, dando lavoro ad un piccolo stuolo di artigiani e muratori.

I centri abitati più coinvolti in tutto ciò sono quelli della valle di Nerfa, ovvero Cappadocia, Verrecchie, Petrella e Roccacerro in quanto posti a 1200 m i altitudine sono più prossimi ai pascoli. Il patrimonio armentizio transumante vive sempre in montagna e all’aperto: è perciò un capitale accessorio che  non interessa, se non in minima parte la vita dei paesi sul versante abruzzese dei Simbruini. Mentre maggiore è il disturbo e i danni arrecati ai paesi e alle colture della valle dell’Aniene nei transiti lungo la via Tiburtina al momento della Transumanza.

In sostanza non pare che a Tagliacozzo l’allevamento a fine ‘700 abbia un ruolo centrale come invece accade nei grandi centri della pastorizia abruzzese. Escludendo infatti il ruolo prticolare dei Tocci come armentari e della famiglia del barone Mastroddi, unica proprietaria di una masseria ovina di una certa consistenza sui pascoli di Verrecchie, si registra la presenza diffusa di piccoli allevamenti ovini di tipo stanziale e di uso familiare, mentre i nobili e i possidenti locali, i monasteri e le confraternite sono maggiormente concentrati sulle rendite derivanti dallo sfruttamento agricolo di vigne, terre e selve sui Colli e nel Piano di Tagliacozzo.

Diciamo quindi che l’area di Tagliacozzo è più un’area commerciale dove a guadagnare di più sono i commercianti, che seppure infilati nelle ristrettezze del tempo e delle regole, riescono maggiormente a guadagnare. Dagli allevamenti i guadagni arrivano dai prodotti degli animali ovvero carni, lane, latte e formaggi che non prendono la via di Roma, ma il tutto rimane in loco avvantaggiando le persone del posto che a loro volta scambiavano questi beni con legumi e cereali in una dinamica locale.

Completiamo questo lungo articolo sull’economia pastorale legata alle greggi di pecore nell’ambito del ducato di Tagliacozzo parlando della lavorazione dei panni di lana. Nel ducato di Tagliacozzo esistono 4 gualchiere, presenti a Cappadocia, Colli di Monte Bove, Tagliacozzo e Carsoli, dove si lavorano i panni di lana e la concia delle pelli. Tuttavia questa lavorazione appare di seconda qualità e per lo più concetrata in ambito locale all’interno del ducato di Tagliacozzo. 

 

 

– Cambiamento climatico a fine ‘700.

Il Lago Fucino nel 1779 in un dipinto di Charles Gore, artista inglese di fine 700.

(Immagine da https://www.piccolabibliotecamarsicana.it/racconti/charles-gore-henry-swinburne-e-un-magico-panorama-del-lago-del-fucino)

 

Alla fine del ‘700 si assiste ad un nuovo cambiamento climatico generale che porta pioggia e freddo seppure non nelle dimensioni presenti nel ‘600. Il picco di questo nuovo ciclo climatico si raggiungerà nel 1816-17 per poi lentamente scemare nel corso dell’800. Ciò comporta raccolti di minore qualità e abbondanza andando così ad alterare una situazione non facile dove i piccoli villaggi di altura sopravvivono con l’agricoltura e allevamento di sussistenza.

A ciò va aggiunto un deciso innalzamento del livello del lago Fucino che lo porta ogni tre-quattro anni ad avere quantità d’acqua tale che viene ad allagare costantemente i centri rivieraschi innescando danni e lutti. In ciò le popolazioni rivierasche lanciano numerose suppliche al re Ferdinando affichè agisca per mitigare almeno in parte gli effetti del lago. 

Il re interviene in modo massiccio prima facendo fare studi sulla dinamica del lago nel corso degli anni ’80 e poi provando a ripulire in profondità gli argini del lago, ottenendo con ciò però solo scarsi risultati, che mitigano poco la situazione generale.

 

 

– La rivoluzione francese nel 1789

Assalto alla Bastiglia da parte del
popolo parigino nel 1789. (Immagine da Wikipedia)

 

La grave situazione economica in cui versa la Francia, unito alla disparità sociale, dovuta all’enorme dispendio di soldi della corte e della nobiltà che cerca di occupare tutte le risorse possibili portano all’esplosione sociale che conseguente innesco della rivoluzione popolare contro il re e il governo.

La Francia in breve diventa una polveriera che travolge poi con Napoleone tutta Europa compreso il regno di Napoli. Qui la prima prova di occipazione.

 

 

– Cappadocia a fine ‘700

Cappadocia oggi. (Immagine personale)

 

Nel 1797 viene pubblicato il “Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli” opera di Lorenzo Giustiniani, è dedicato a Ferdinando IV  re delle Due Sicilie. La descrizione di Cappadocia è alquanto interessante, sopratutto per alcuni dati demografici:

“Cappadocia, Cappadosio, o Cappadozio, terra in Abruzzo ultra, in diocesi dei Marsi, distante dall’Aquila miglia 35 in circa, e dal Mediterraneo 90. Il di lei territorio continua con le terre di Venecchie. Pagliara, Castellafiume, ec. Vedesi edificata su di una rocca molto scoscesa, ed alpestre. A distanza di un quarto di miglio vi scorre il fiume Liri, nel quale gli abitanti di detta terra, vi pescano buone trote. Vi è una montagna denominata di Anezzo, ed un buon appellato Camporotondo, molto ricco di faggi. Tanto in detta montagna, che nell’accennato bosco vi annidano un quantità di lupi, orsi, oltre di capri, volpi, e lepri. Non vi manca molta caccia anche di pennuti.”

 

Sempre al XVIII secolo appartiene una mappa della diocesi dei Marsi in cui figura anche il comune di Cappaocia, scritto non in grassetto come quello della vicina Petrella Liri. Ciò in contraddizione con il già citato affresco rinascimentale custodito nei Musei Vaticani. Molto probabilmente in quel periodo la sede comunale era a Petrella e si conserva l’effige dello stemma del Comune risalente al 1720. Per di più si pensa che a Petrella risiedesse la nobiltà locale e  non tanto a Cappadocia.

Cappadocia alla fine del ‘700 appare come un paese antico dove non si conosce un progresso strutturale, ma anzi sembra che l’orologio si sia fermato al medioevo. Qui le case sono costruite con i sassi, con quella pietra che le montagne circostanti hanno sempre fornito. Sicuramente erano case assai grandi, fino ai primi di questo secolo, infatti la gente di Cappadocia ha trascorso la propria esistenza in un grande stanzone, posto al piano superiore di una modesta abitazione, poiché il piano inferiore veniva adibito a stalla, a pollaio e cantina. In quella sala si mangiava, si dormiva, li le donne si radunavano per trascorrere le lunghe giornate invernali, quando il freddo e la neve non permettevano di uscire.

Per secoli in quelle case si sono consumate storie di miseria, ma anche piacevoli intrattenimenti. Non c’è da stupirsi del fatto che tanta gente anche pastori e contadini, conoscessero i grandi poemi del Rinascimento: “l’Orlando furioso”, “La Gerusalemme liberata” “La canzone d’Orlando”, o tutti i racconti biblici. Intorno al fuoco, infatti, la sera quando si poteva godere un po’ di riposo, si radunava l’intera famiglia allora assai numerosa, e il capo famiglia, o chi per lui, leggeva questi racconti. Quella era la televisione di allora, e i bambini chissà quali mondi immaginavano sentendo quelle storie. Poi la recita del S. Rosario e quindi tutti a letto.

Per quella gente, i nomi dei paladini o dei profeti o dei patriarchi erano affascinanti, per questo molti portavano i nomi di quei grandi personaggi. Si tratta di quella situazione delle genti povere dell’Italia e dell’Europa fino a quando il progresso non ne ha sconvolto lo stile di vita. Ma torniamo ora alla storia vera e propria.

 

 

– L’arrivo dei Francesi a Napoli (1798)

L’arrivo dei Francesi a Napoli. (Immagine da Wkipedia)

 

Nel 1798 i Francesi invadono il regno di Napoli riuscendo a scalzare il re Ferdinando e la sua corte borbonica che si rifugia in Sicilia sotto scorta degli Inglesi. Il resto del regno è in mano francese che lo governa circa due anni. Ma sono due anni assai movimentati per la forte contrarietà della popolazione che si sente invasa e reagisce con continue rivolte e sommosse che alla fine producono la caduta dei Francesi nel 1800 e il ritorno di re Ferdinando a Napoli.

 

 

– I Francesi a Cappadocia (1799) e la fine della 1 occupazione

Cappadocia probabilmente anni 1950. 

 

Pur in presenza al momento di una scarsissima documentazione al riguardo possiamo comunque affermare che i Francesi fanno sentire il loro arrivo anche nella Marsica di Cappadocia occupando l’intero territorio. Probabilmente ma questa è una congettura puramente personale, il territorio di Cappadocia ha risentito scarsamente dell’occupazione francese, trovandosi in posizione defilata

Nel corso dei due anni di occupazione francese sono continue le sommosse popolari contro di loro che sono visti dalla popolazioni del sud Itali solo come occupanti e non come liberatori. Per cui il popolo vuole la loro decadenza e il ritorno dei Borbone. Alla fine nel 1800 i Francesi soffocati dalla grandi rivolte locali, decidono di lasciar perdere e tornarsene in Francia.

 

 

 


EPOCA MEDIEVALE – CONTEMPORANEA